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Bari/ Seminario. L’Università degli Studi Aldo Moro sul tema “Radio West, Kosovo 1999-2010”


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Colgo l’occasione per il mio periodico, ma non molto puntuale corsivo, circa un interessante prossimo evento tutto universitario. Vediamo.

Domani, 25 Marzo 2014 alle ore 10:30, presso il Dipartimento di Lettere Lingue Arti. Italianistica e culture comparate si terrà un seminario aperto al pubblico presso il Dipartimento LELIA, Via Garruba 6, Laboratorio 3 (I piano) dal tema: “Radio West: Kosovo 1999-2010″.  Intervengono Giornalisti, e operatori di Radio West e autore del libro dedicato (ed. RAI-ERI). I saluti saranno di militari della regione Puglia. Coordina Patrizia Calefato per il Dipartimento LELIA. Per maggiori dettagli si vedano gli allegati.

virgolette-apriQuesta era la ‘dimagrita’ notizia. Ma cosa possiamo aggiungere? Un interessante seminario ma dal sapore nostalgico. Tuttavia, è certamente interessante, per le nuove classi di studenti, riscoprire la recente storia che ha visto protagoniste le nostre Forze Armate e quelle NATO, sia nelle attività di soccorso umanitario che nella ricostruzione delle relazioni sociali e politiche, concretizzate tramite le attività operative CIMIC, tra le quali si annovera anche quelle con l’uso dei Media tradizionali come la Radio. E’ interessante comprendere come, in piena attività bellica, sia stato vantaggioso, o semplicemente possibile gettare un ponte di convergenza culturale tra i popoli di cultura diversa e tra loro e la nostra: diversi sono quelli, albanesi, gorani, serbi, eccetera, che vivono dall’altra parte del Mediterraneo. La bandiera del Kosovo annota sei stelle in riferimento alle etnie che convivono in un’area grande circa come la nostra Basilicata.

RadioWest

Tuttavia forse, da pugliesi, ci saremmo potuto aspettare temi più attuali ed interessanti, come la presenza di alcuni dei reparti della Pinerolo operanti in Afghanistan e loro più recenti attività. Ma tanto, come si dice, ci passa il convento. 

Aggiungiamo ancora qualche riflessione. Nella ricerca di verità, e, aldilà dei rischi di una possibile spersonalizzazione dell’individuo nel viaggio culturale nelle altre culture, talora dovessero incorrere accidentalmente in tempi prolungati oltremisura dalle programmazioni standard, tali congiunture dovrebbero essere coordinate da specialisti e mediatori culturali opportunamente attrezzati culturalmente e le relative attività dovrebbero essere svolte in cerchie più allargate, proprio per sviluppare ricerche di livello universitario in cui si assume la cultura come circolare. Le nostre FFAA come quelle NATO dovrebbero meglio considerare pertanto, la formazione universitaria come una risorsa utile alle trasformazioni socio politiche ed evitare di considerare, lo diciamo per assurdo, le aule di studenti universitari come un luogo in cui coltivare il consenso necessario alle attività militari o alla paralisi culturale, attraverso una mera descrizione di fatti di cui ci si è resi protagonisti o magari assunte indirettamente. E’ evidente che il valore di un seminario si misura con lo spessore e l’originalità delle fonti, che dovrebbero sempre essere primarie.

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Vi è da evidenziare tuttavia che una vera Pace, tale che si possa considerare stabile, si avrà quando non vi sarà più la necessità di un impegno militare in area e quanto la società avrà capacità autonome nella gestione dei propri processi civili, politici, finanziari, economici, eccetera. In quest’ottica si evidenzia il merito dell’Università barese che sta cercando di riannodare i fili del dialogo interrotto proprio in quest’area. Tentativo non privo di difficoltà per la presenza, sempre probabile se non guidati oppotunamente, di sacche di interesse personali, come la corruzione che è uno dei problemi più seri in Kosovo, si pensi per esempio alle doppie dogane tra il nord del Kosovo e la Serbia o a Sud con i commerci ai confini Macedoni. 

Nel disimpegno militare, tema attuale da alcuni anni in Kosovo, vi è quindi una evidente necessità di un livello di mediazione civile, il cui inserimento non sempre è favorito dalle parti in gioco. Per esempio ne è testimone l’interno travaglio tra Albanesi e Serbi, personalmente posso annotare che la diatriba è condotta anche quando loro rappresentanti si incontrano, da emigrati, in terre straniere. Ed è proprio nelle questioni serbe-kosovare, cui emerge, come si anticipava, una necessità di un sapere più attuale.

Chiudo con una nota di servizio. Nella lettura degli allegati sopra proposti ci potranno essere eventuali discordanze con il programma annunciato, per modifiche intervenute negli ultimi giorni, ovvero dal primo lancio del comunicato avvenuto il 20 Marzo scorso. Le variazioni non sono state annotate dal sito Universitario e nel comunicato per la concomitante Inaugurazione dell’Anno Accademico 2013-2014, la prima del nuovo rettore Prof. Antonio Uricchio.

Antonio Conte

Reportage/ Di seguito una inedita galleria fotografica, il cui valore è essenzialmente documentaristico, di un mio reportage che ormai risale al lontano Luglio 2011 fatto in Kosovo, presso la Base di “Villaggio Italia”, sede del soggiorno e di Radio West (sono le foto in esterna) e con una vista ad una Radio di una enclave serba retta dal giovane Darko (sono invece le foto fatto all’interno).  L’antenna emittente in foto verticale è quella di Radio West.

Siria/ Il gesuita padre D’all’Oglio: “Sogno una terra di Pace e di Giustizia”


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Lieta Zanatta
Lieta Zanatta
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padre Paolo Dall’Oglio

Lieta Zanatta – Intervista a padre Paolo Dall’Oglio dal Messaggero di Sant’Antonio, numero di gennaio 2013.

Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, racconta la Siria di Assad. Per trent’anni attivo tessitore del dialogo, è stato espulso dal Paese mediorientale nel giugno scorso, per il suo impegno a favore del cambiamento.

Era cominciata in sordina agli inizi di febbraio 2011. Poche dimostrazioni pacifiche in piazza per chiedere riforme e più democrazia al governo di Bashar al-Assad. La “primavera araba”, che aveva scosso violentemente le vicine Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto, non sembrava aver contaminato la Siria. Ma, dopo un mese, il 18 marzo, le grandi manifestazioni di piazza, partite nel Sud del Paese, sono state soffocate nel sangue da parte dell’esercito governativo. Ne è scaturita una rivolta popolare che ha portato alla nascita di un’opposizione formata da tutti i gruppi identitari che formano la Coalizione nazionale siriana. 

La rivolta è divenuta, poi, una vera e propria guerra civile dalle sorti ancora incerte: da una parte, il regime di Damasco, appoggiato da Cina, Russia, Iraq e Iran sciita; dall’altra, i ribelli, sostenuti da Usa, Turchia, Francia, Gran Bretagna, Giordania. Il conflitto ha finora causato più di 40 mila vittime, soprattutto fra i civili, e la fuga di oltre un milione e mezzo di persone verso i campi profughi di Libano, Turchia, Giordania e Kurdistan. 

Tra le tante voci che chiedono la fine di ogni violenza e la riconciliazione nazionale, c’è quella autorevole di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita che, dopo aver rifondato, nei primi anni ’80, il monastero interreligioso di San Mosè l’abissino, nel giugno del 2012 è stato espulso dalla Siria per aver rivolto un appello a Kofi Annan, inviato speciale di Lega Araba e Nazioni Unite in Siria.

Padre Dall’Oglio, da grande conoscitore della Siria qual è, ci tratteggia la situazione odierna del Paese?

Comincio dall’aspetto ecclesiale. Sono molto turbato dagli eventi, perché la situazione dei cristiani in Siria è disastrosa. Due i motivi: il primo è che la guerra è di per sé disastrosa; il secondo è che le autorità ecclesiastiche si sono schierate per lo più con il regime di Assad, negando la richiesta di libertà e democrazia da parte della popolazione. Una richiesta che è stata repressa dal regime in modo sistematico e disumano.

Che cosa ha comportato tutto questo per la comunità cristiana di Siria?

Ci troviamo in una situazione in cui i cristiani non solo perdono le case e tutto quello che hanno, ma vengono addirittura considerati nemici di quel movimento democratico che ha avviato il cammino verso l’emancipazione di una maggioranza sunnita nei confronti di una dittatura che si basava sull’intesa di minoranze.

Sono i risultati della guerra civile?

Nella guerra civile siriana si innesta un conflitto in più: quello tra mussulmani sciiti e sunniti. Dalla parte sciita c’è l’Iran, con ambizioni geo-strategiche legate ad una serie di Paesi. Accanto si colloca l’Iraq a maggioranza sciita, che appoggia esplicitamente Damasco con uomini e mezzi economici. Poi c’è il Libano meridionale, con il movimento politico Hezbollah di Hassan Nasrallah. Dalla parte opposta stanno l’Arabia Saudita insieme con Hariri-figlio in Libano, già schierati contro Assad fin dalla prima rivoluzione. Il Qatar e la Turchia speravano in un’evoluzione del regime di tipo riformista. Delusi dalla repressione furiosa, hanno iniziato ad appoggiare la trasformazione rivoluzionaria. Con la “primavera araba” si sono aggiunti i Fratelli mussulmani, sempre più attivi e organizzati. 

Chi appoggia la Coalizione nazionale siriana che si oppone al presidente Assad?

Il movimento di rivolta è stato possibile anche perché l’Occidente, pressato dal presidente Obama, ha appoggiato le richieste di democrazia che vengono da parte di numerosi Paesi arabi e nordafricani. Ma questo per gli Usa non può non implicare un’emergenza del soggetto politico islamista, perché i mussulmani rappresentano il popolo, o almeno una sua larga fetta. Da qui nasce il problema per l’Occidente.

Gli islamisti scesi in piazza per chiedere libertà, combattono per la democrazia?

In passato gli USA, gli Stati europei e Israele hanno spesso preferito supportare i regimi, con la loro mole di corruzione e depravazione, anche a scapito dei cittadini e della correttezza nelle relazioni internazionali. Ne abbiamo avuto un esempio anche in Italia, con i rapporti instaurati con il regime di Gheddafi. Nei paesi il cui da più lungo tempo sono insediati i cristiani, la paura del soggetto islam è stata comprensibilmente usata per stabilizzare i regimi e per attirare su di essi la protezione dell’Occidente, facendo presa sulla solidarietà tra cristiani. Ma questo, a lungo andare, si è rivelato un disastro.

Perché?

E’ stato un disastro in Iraq, è stato poco felice in Egitto, del tutto inopportuno in Siria, non porterà bene in Giordania, e neanche in Palestina. Il fatto è che le famiglie cristiane affrontano queste situazioni di conflitto in un modo semplicissimo: emigrando.

Qual è la situazione che si profila all’orizzonte in Siria?

L’enorme peccato di omissione di soccorso verso i democratici in Siria, tanto islamisti quanto semplicemente mussulmani, o cristiani o altro, ha già provocato tutti i danni possibili: la distruzione del Paese e l’emigrazione delle élite economiche e culturali. E non basta. Ha causato anche una polarizzazione delle varie comunità siriane. Gli alawiti del clan di Bashar al-Assad, così come i curdi, tendono a farsi un loro Stato; i sunniti lasciano le zone controllate dagli alawiti, i cristiani tendono a emigrare.

Le prospettive, allora, quali sono?

Più che disastrose se si continua a non far nulla, disastrose se si fa qualcosa adesso. Stiamo piangendo lacrime di coccodrillo. Tutto sta spingendo perché la rivoluzione non abbia successo. La mancanza di una presa di posizione chiara di gran parte dell’Occidente farà in modo che gli islamisti più accesi vadano al potere. Assisteremo a quanto già accaduto in Somalia o in Afghanistan. E, comunque, i cristiani emigreranno tutti.

Il 13 novembre, in Qatar, la Coalizione nazionale siriana, che raccoglie tutti i movimenti di rivolta nel Paese, è stata riconosciuta dalla Lega araba quale opposizione al regime di Assad. A guidarla è l’ex imam della grande moschea di Damasco, Ahmad al-Khatib Moaz, assieme a un cristiano, George Sabra, nominato leader del Consiglio nazionale siriano, principale tra i partiti di opposizione.

L’ultimo incontro, che ha prodotto questa nuova alleanza tra siriani, sembra promettere bene, perché accoglie una rappresentatività larga e pluralista. I siriani (che stanno resistendo eroicamente) continuano ad esprimersi in modo democratico, nonostante gli enormi sacrifici affrontati in questi mesi. La loro fedeltà all’ideale democratico si scontra con la mancanza di risposta da parte dell’Occidente che pur rappresenta questi stessi ideali. Sono stati aiutati, invece, dagli islamisti.

Qual è la sua esperienza personale in questa guerra?

Faccio parte di quel settore della società che vuole la riforma democratica. Sono stato per anni tra coloro che hanno spinto per lo sviluppo sostenibile, la trasparenza politica e la lotta alla corruzione. Ma il regime mi ha tolto la residenza. Sono stato espulso e ho intrapreso un’intensa attività, soprattutto pubblicistica, che peraltro sento come un aspetto del mio apostolato. Perché si tratta di operare per la salvezza della gente siriana, non solo con gli uomini e le donne che hanno avviato questa rivoluzione, a con tutte le persone di buona volontà. Si tratta di evitare che finisca in un modo terribile, che un popolo venga massacrato – magari con le armi chimiche – per zittirlo definitivamente. 

Ha un sogno per questa terra?

Noi non vogliamo che la Siria sia il luogo del conflitto tra islamici e Occidente, ma il luogo di riconciliazione di radici mediterranee e identità arabo-mussulmane. I nostri cristiani sono cristiani arabi, una fusione a caldo di civiltà essendo mediterranei, bizantini, siriaci e maroniti. Penso che potremmo tornare a essere i protagonisti di una cultura che è stata per secoli arabo-mussulmana-cristiana-ebraica. In questo modo potremmo costruire e vedere la pace nel Medio Oriente, con Gerusalemme città simbolo di una pace finalmente avvicinabile. Dipende dal nostro implicito impegno. Ovviamente questo è il mio punto di vista: nella Chiesa c’è anche chi la pensa diversamente. (Lieta Zanatta)

APPELLO DI TUENNO

Iniziativa della gente democratica di solidarietà coi democratici siriani.

Nessuna paura e nessun interesse possono giustificare l’omissione di soccorso da parte della collettività internazionale nei confronti del popolo siriano che da venti mesi esige la mutazione civile ed è straziato dalla repressione di regime.

Abbiamo dunque attivato questa catena popolare di istituzioni, rappresentanti e cittadini per chiedere ai governi di agire immediatamente e operosamente al fine di contrastare le diverse e trasversali complicità col regime liberticida.

È ora d’intervenire sul piano diplomatico con più vigore e inclusività, sul piano dell’assistenza umanitaria con più efficacia e coerenza, sul piano dell’azione non-violenta con più inventiva e coraggio, sul piano della lotta partigiana con più incisività e competenza e sul piano dei diritti umani con più rigore e lungimiranza.

Proponiamo in particolare all’Unione europea di favorire il dialogo tra tutte le componenti identitarie siriane, al fine di promuovere un largo ed equo accordo costituzionale che consenta l’uscita dalla violenza e ottenga la riconciliazione nazionale nella prospettiva della pace nella giustizia che è da perseguire caparbiamente in tutta la regione vicino-orientale.

Biografia di padre Paolo Dall’Oglio

padredall'oglio.gifNato nel 1954, il gesuita padre Paolo Dall’Oglio entra a far parte della Compagnia di Gesù nel 1975. Si stabilisce in Oriente nel 1977.

Laureato in Lingue e civiltà orientali a Napoli, ottiene un dottorato all’università Gregoriana con la tesi “Speranza dell’Islam”. E’ ordinato prete siriaco nel 1982, anno in cui scopre le rovine del monastero Deir Mar Musa al-Habashi, San Mosè l’abissino, dove si ritira in romitaggio. Lo rifonda qualche anno dopo, insediando una comunità interreligiosa mista, per favorire un dialogo al servizio dell’armonia islamo-cristiana. Allo scoppio delle proteste popolari siriane, propone una soluzione pacifica che preveda un largo accordo di tutte le componenti identitarie siriane, denominata “Appello di Tuenno”. Il regime di Assad lo espelle dal Paese, dopo che egli ha presentato un appello a Kofi Annan. Dall’Oglio è costretto a lasciare la Siria il 12 giugno 2012.

Ultimamente padre Dall’Oglio è stato accolto nella nuova fondazione monastica di Deir Maryam el Adhra, iniziata da pochi mesi a Sulaymanya, nel Kurdistan iracheno.

Afghanistan/ Collezionismo. Il volto di un noto Generale dell’Esercito per il primo fumetto militare italiano


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Lieta Zanatta
Lieta Zanatta

Lieta Zanatta – La somiglianza c’è tutta, e salta subito all’occhio a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente nel teatro operativo a sud del Libano, dove è a capo dei dodicimila uomini di 37 nazioni del contingente internazionale di Unifil (United nations Interim Force in Lebanon). Anche se il suo nome non appare mai una volta, il personaggio principale del primo fumetto militare italiano “III Legio” è il generale di divisione Paolo Serra, la persona che in questo momento regge le sorti della fragile pace che è stata stabilita dopo il cessate il fuoco dell’ultimo conflitto israelo-libanese del 2006.

Un nuovo eroe per il mondo delle nuvole parlanti? Secondo Francesco Tuan, il vulcanico imprenditore di Conegliano, ideatore ed editore di “III Legio”, nessuno meglio di lui avrebbe potuto rappresentare gli intenti e i valori che il fumetto mette a fuoco con le storie dedicate ai contingenti militari in missione all’estero. E lo dice con un contagiante entusiasmo. “Ho conosciuto il generale diverso tempo fa, quando io ero un ufficiale e lui il comandante del battaglione “Susa”. Mi aveva colpito perché era una persona dotata di grande umanità e umiltà fuori dal comune. Non mi stupisce che l’ONU l’abbia scelto per il delicato compito di mediazione che sta svolgendo ora in Libano”.

A Conegliano, in provincia di Treviso, Francesco gestisce un’attività imprenditoriale dove mette a punto una creatività che sembra non avere limiti. Sue sono una linea di orologi e una di abbigliamento dedicati al mondo militare. L’idea del fumetto nasce da una passione per il mondo delle nuvole parlanti avuta fin da piccolo. “Topolino, Akim, Tex, Zagor, Diabolik… li divoravo tutti – dice con enfasi -, soprattutto quando ero a letto con la febbre. Tempo permettendo, certi li leggo ancora oggi”. Quando Francesco presta servizio come ufficiale di complemento negli alpini, un pensiero comincia a farsi strada.

“Ho prestato servizio nell’esercito molto volentieri, e ho condiviso totalmente quelli che sono i valori che animano le nostre divise. Senso di appartenenza a una nazione, un lavoro da svolgere con passione al servizio della collettività, lo spirito di corpo e quello del sacrificio personale. Tutti valori che nella nostra società sembrano vetusti, superati, sono a volte vilipesi, e che invece andrebbero riscoperti e fatti conoscere”.

Ma come riuscire a divulgare e far comprendere agli altri i sentimenti che animano chi indossa la divisa grigio-verde? “Il nostro comandante ci chiamava scherzosamente “III Legio”, dal nome dell’armata di legionari dell’esercito di manovra di Roma antica, che venivano dispiegati per i combattimenti oltre i limes dell’impero. Così abbozzai l’idea di un fumetto, non uno qualsiasi, ma il primo vero fumetto militare italiano, che descrivesse le gesta della III Legio e che facesse anche conoscere gli ideali delle persone che oggi, nelle forze armate, vanno in missione nei teatri di crisi e, con il loro lavoro svolto con umiltà e in silenzio, fanno sì che l’Italia goda di grande considerazione all’estero, molto più di quella rappresentata dai politici”.

L’idea accompagna Francesco per gli anni che seguono fino a che, nel 2011, inizia a cercare un disegnatore che faccia caso al suo progetto. “Pensavo fosse una cosa facile, e invece… Ho parlato con tante persone, ho cercato fumettisti e disegnatori. Senza successo. Ho persino parlato con il preside di un istituto d’Arte, proponendo una borsa di studio per gli studenti di quinta che si fossero cimentati nel mio progetto. Niente da fare, mi rispose, i programmi scolastici non si possono cambiare”.

La svolta arriva casualmente durante una serata a casa di amici. “Parlavo del mio progetto, che non volevo mollare. E un’amica mi disse: “Forse conosco qualcuno che fa al caso tuo”. Mi feci dare il contatto, senza troppa convinzione. Chiamai questo disegnatore, ci incontrammo, gli spiegai quello che volevo. Tornai a casa convinto di aver fatto il solito buco sull’acqua. Invece, dopo due ore, ricevevo via mail i primi disegni, i ritratti dei primi militari”. L’uomo giusto per Francesco è Andrea Meneghin, anche lui di Conegliano, artista laureato all’Accademia di Belle arti di Venezia, pittore e illustratore, che abbraccia entusiasta il progetto di “III Legio”.

“Finalmente l’idea prende corpo. Nasce la prima story board per il numero zero di questo libro, distribuito da novembre 2012, che vuole essere qualcosa di speciale, mai visto prima”. E speciale lo è davvero questo fumetto, che si presenta confezionato in maniera molto elegante, dalla copertina cartonata e rilegata in tela avorio. Sul frontespizio, la daga sguainata del legionario tra la stelletta militare, una stella alpina e un cristallo di neve. I disegni sono molto accurati, in bianco e nero, dove l’unica o quasi nota di colore sulle pagine cremisi è rappresentata dal tricolore degli scudetti delle divise o della bandiera italiana. Di questo numero zero sono state stampate cinquemila copie numerate e certificate dall’editore, che fanno di ogni copia un numero di per sé unico, al prezzo di 15 euro. Un libro da collezionare.

“Avevo paura di aver sognato troppo. Cinquemila copie da vendere in punti stabiliti o dal mio sito internet – non in edicola quindi – mi sembravano tante. E invece è piaciuto tantissimo da subito e le richieste per avere il numero zero del fumetto stanno arrivando copiose, tanto che abbiamo già messo in cantiere il numero uno che inizierà una serie a cadenza trimestrale”. Ma Francesco non si ferma, getta il cuore oltre l’ostacolo. “Ho deciso di devolvere i proventi di questa mia impresa nel mondo editoriale per l’istituzione di borse di studio per studenti universitari italiani e afgani che vogliano approfondire le loro tesi su “L’intervento militare italiano in Afganistan””.

Non solo. Il successo del lancio di “III Legio” arriva alle orecchie di Luca Barisonzi, il ventunenne caporal maggiore della brigata Julia, rimasto gravemente ferito in Afghanistan a Bala Murghab il 18 gennaio 2011, in un attentato dove sfortunatamente ha perso la vita il collega, il caporal maggiore scelto Luca Sanna. Luca parla con Francesco e ne diviene il testimonial d’eccezione. “Non sono certamente stati né il desiderio di fama, né tantomeno la ricerca di un atto di eroismo a spingermi ad indossare l’uniforme – spiega Luca in una lettera che si trova su http://www.terzalegio.it/Barisonzi/lettera.asp -. Ancora oggi ritengo che quello fosse il modo migliore per potere degnamente rappresentare il nostro Paese, e contribuire a difenderne i principi di diritto e libertà… Con la partenza per la missione in Afghanistan ho realizzato quello che fin da ragazzo era stato il mio sogno: aiutare gli altri… Ero consapevole che qualcosa sarebbe potuta non andare per il verso giusto, ma ciò che è successo non cancella quanto abbiamo fatto e continuiamo a fare per dare un futuro migliore all’ Afghanistan… Oggi il mio desiderio più grande è quello di continuare a servire l’Italia e aiutare chi ha bisogno: l’incontro con “III Legio” nella persona di Francesco Tuan mi fornisce la possibilità di dare ancora il mio contributo sostenendo la diffusione del fumetto. L’opera finalizza la raccolta dei fondi per assegnare borse di studio per tesi di laurea di studenti italiani e afghani… Una delle migliori armi per combattere il terrorismo è proprio quella di aiutare la diffusione della cultura e la crescita di una nuova classe dirigente orientata a valori comuni di democrazia e libertà”.

Per Francesco Tuan questa è solo l’inizio di una grande avventura nel mondo delle nuvole. Non si ferma più. Fa presentazioni in giro per le librerie assieme al fumettista Andrea Meneghin, incontra testimonial per coinvolgere le scuole, sta stendendo le prossime sceneggiature del fumetto che avranno tra i protagonisti, oltre al famoso generale di divisione, anche il volto di Luca. “Questa mia creazione non ha nessuna connotazione politica. E’ solo voglia di raccontare le missioni italiane all’estero e i valori universali che ispirano le donne e gli uomini che vestono la divisa con il tricolore”. www.terzalegio.it. Lieta Zanatta

Kosovo/ Natale 2011 in KFOR. Intervista al comandante del contingente italiano in Kosovo Andrea Borzaga.


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Lieta Zanatta
Lieta Zanatta

Lieta Zanatta (L’autrice ci segnala che è appena stata pubblicata questa intervista riferita al Natale 2011 sulla rivista “Fameja Alpina” dell’Associazione Nazionale Alpini sezione di Treviso) – E’ costruita in salita, alle pendici delle Alpi Albanesi, vicino al passo che porta al Montenegro. Davanti a sé, una spettacolare veduta della pianura di Dukagjini solcata dal fiume Beli Drim. “Villaggio Italia” è il nome di questa base militare davanti il sobborgo di Belo Polje a Peja/Pec, dove dal 2003 è di stanza il contingente italiano in Kosovo. Prima della guerra del 1999, questo era il luogo usato come poligono di tiro dall’esercito serbo. Fu il generale Biagio Abrate, l’alpino ora Capo di Stato Maggiore della Difesa, che nel 2000, nelle vesti di comandante del “Multinational Brigade West” a Pec, fece un sopralluogo nel sito, un canalone sassoso come ce sono tanti nelle nostre Alpi, dove volteggiavano delle aquile. Qui, l’allora comandate della Brigata alpina “Taurinense”, decise che sarebbe sorto il campo che avrebbe ospitato la base delle Forze armate italiane in questa regione. Da quando è diventato operativo, a “Villaggio Italia” si succedono ogni sei mesi i vari reggimenti italiani e i contingenti di altre nazioni che dipendono dal comando tricolore. L’inverno passato è stato particolarmente duro in Kosovo, con precipitazioni nevose che hanno raggiunto in alcune località fino i tre metri. Non si spalava la coltre bianca: si scavavano tunnel. A resistere alle rigide temperature dell’inverno balcanico che non hanno risparmiato “Villaggio Italia”, non potevano essere che gli alpini, quelli del 2° reggimento artiglieria terrestre “Vicenza” di stanza nella caserma “Gavino Pizzolato” di Trento, in missione in Kosovo dal 15 novembre 2011 al 15 maggio 2012. Una visita prima di Natale proprio da parte del generale Biagio Abrate, ha annunciato loro importanti cambiamenti sul piano politico per quanto riguardava le missioni in questa terra. “Non si passerà come previsto al Gate 3 – ha detto il generale –, la fase che prevede un’ulteriore riduzione del contingente italiano su questo territorio. Anzi, ci sarà un potenziamento di unità. Il nostro ritiro è stato programmato con delle date di riferimento che mirano ad un obiettivo: l’autonomia del Kosovo”.

Ha nevicato il giorno prima, e bisogna stare attenti a non scivolare sul ghiaccio che si è formato davanti la sede del comando di Villaggio Italia. Il freddo è intenso, il termometro segna – 4 gradi. Il colonnello Andrea Borzaga, penna nera, ci accoglie cordiale nella sala dei ricevimenti del comando. E’ il comandante del contingente italiano e del Multinational Battle Group West in Kosovo che include anche militari di Slovenia, Austria e Svizzera. E’ un uomo di non molte parole, riservato, di quelli che fanno piuttosto i fatti.

Comandante Borzaga, quali sono le funzioni che svolge il contingente italiano qui in Kosovo?

La nostra missione ha come obiettivi: la protezione per la salvaguardia dei siti di interesse storico, artistico e religioso, che sono il Patriarcato di Pec e il Monastero di Visoki a Dečani (pron. deciani); il pattugliamento di zone critiche, o che potrebbero rivelare tensioni interetniche; l’aiuto alla popolazione civile. Sono svolti con estrema serenità e in piena collaborazione con la popolazione locale.

In cosa consiste questo aiuto?

Qui in Kosovo, come in altri teatri, esiste una cellula CIMIC (Civil – Military Cooperation) che si occupa di cooperazione a vantaggio della popolazione civile. E’ un ufficio preposto che si occupa di individuare i progetti che più siano di aiuto ai locali, per creare delle sinergie tra i diversi soggetti e associazioni che operano sul territorio. Questo perché ogni progetto deve essere sinergico e creare un circolo virtuoso. Quindi non si fanno donazioni a una singola famiglia o a un locale, ma si coinvolgono più realtà.

Quanto viene stanziato per questi progetti?

Ci sono dei fondi disposti dall’Italia che vengono stanziati ogni anno in base ai progetti che vengono presentati, non c’è mai un budget preciso. Dobbiamo proporre dei progetti che siano percorribili, per i quali ci siano anche le risorse tecniche e dei nostri specialisti che ci aiutano a svilupparli sul territorio.

Che progetti sono stati attuati da quando ha preso il comando in Kosovo?

I progetti richiedono una pianificazione di una certa complessità. Io ho portato a termine un progetto che aveva iniziato il precedente comandante, il colonnello Vincenzo Cipullo (a capo del 21° reggimento artiglieria terrestre “Trieste” di Foggia). E’ una centrale di trasformazione del latte a cui abbiamo contribuito con dei materiali e delle mungitrici. Ci sono delle organizzazioni che hanno dato il loro contributo a realizzarla, e ci siamo trovati tutti assieme all’inaugurazione qualche giorno fa. Cerchiamo di creare sempre una filiera che coinvolga più soggetti. L’anno passato abbiamo scavato dei canali di irrigazione per permettere a più famiglie e a più realtà di sviluppare la loro agricoltura.

Lavorate accanto ad altre organizzazioni?

Sì, certamente. Oltre all’attività di Cimic vera e propria, forniamo supporto logistico ad altre organizzazioni. Nello specifico di recente abbiamo ricevuto donazioni da parte di associazioni che operano nel nostro territorio nazionale, e le abbiamo distribuite a realtà locali bisognose. Ci siamo accorti che basta molto poco per dar loro un po’ di sollievo e un aiuto concreto.

Ieri è stato qui il generale Abrate, che ha annunciato che la missione proseguirà ancora senza le riduzioni previste del contingente. Cosa ha intenzione di fare?

Il Capo di Stato maggiore della Difesa ha detto chiaramente che è una scelta politica dovuta ad aspetti di varia natura, non solo militari. E’ una decisione presa dall’Italia con altri partner in un contesto internazionale. Noi che siamo qui proseguiremo con gli stessi compiti che la missione prevede sul territorio, gli stessi che abbiamo svolto finora.

Ma cosa cambia rispetto a prima?

Per noi non cambia nulla sul terreno. Certo, la situazione a nord (vedi “Cenni storici sul Kosovo” ndr) si è manifestata in alcuni casi critica, e richiede una certa attenzione perché le dimostrazioni che ci sono state da parte della popolazione evidenziano uno stato di disagio e tensione. E’ evidente che l’attenzione della comunità internazionale è rivolta a questi contrasti e il dialogo Belgrado – Pristina ha un riflesso sulle nostre operazioni nel teatro operativo kosovaro. Ma per noi e per la nostra missione non cambia nulla.

Ma ci sono ripercussioni sul terreno?

Nelle nostre aree di azione, dove operiamo, la situazione non è cambiata dal punto di vista sostanziale, non abbiamo avuto segnali che ci abbiano evidenziato qualche cambiamento. Nei rapporti che intrattengo con la popolazione e con le istituzioni locali, non ho avuto dimostrazioni o problematiche in più rispetto a quelle che ci sono sempre state. L’attenzione è sempre alta ma non ho elementi che mi dicano che sia cambiato qualcosa.

Secondo lei quand’è che il Kosovo sarà pronto per una piena autonomia, ed essere completamente indipendente?

Sicuramente è ancora una strada molto lunga e difficile da percorrere. Ma passi ne sono stati fatti negli ultimi dieci anni, si nota nel tempo una trasformazione della realtà kosovara. Io sono ottimista.

Che tipo di trasformazione ha notato?

In positivo, tutto. E’ un paese in evoluzione sia nelle realtà delle istituzioni che nella sicurezza come nel mondo agricolo. Ci sono ancora molte sfide che le istituzioni devono affrontare, ma penso che abbiano tutte le possibilità e la capacità di poter far sviluppare il Paese.

In Kosovo c’è il problema macroscopico della criminalità organizzata. L’esercito è coinvolto in sistemi di prevenzione  e lotta al crimine?

Vi è un problema di criminalità, è inutile nasconderlo. Non è però tra i nostri compiti, anche perché ormai le istituzioni locali sono in grado con le loro forze di affrontare queste problematiche complesse, che spettano alla Kosovo Police. Anche Eulex (missione dell’Unione Europea per aiutare il Kosovo a diventare uno stato di diritto) ha compiti di advising, consulenza. Da parte dell’Unione europea, di KFOR e di Eulex c’è la volontà di cooperare e dare aiuto a questa attività di contrasto alla criminalità.

Come vengono formate queste forze di polizia?

La Kosovo Police è una polizia kosovara ristrutturata e collabora con Eulex. Diversa è la Kosovo Force, che viene preparata dal contingente internazionale, ma non è polizia né esercito. Si avvicina alla nostra Protezione civile.

Come sono i vostri rapporti con le autorità locali?

Ottimi. CIMIC è orientata a tutte le attività nel territorio, e le autorità e la popolazione sono ben coscienti di questo nostro aiuto.

Che tipi di aiuti richiedono le autorità?

Bisogni della vita quotidiana, come può essere la sistemazione di 200 metri di strada o necessità elementari che riguardano le scuole. In alcuni casi anche necessità alimentari, che non sempre vengono richieste anche se ne percepiamo il bisogno.

Quando parla di aiuti si riferisce alle popolazioni locali o alle comunità delle enclave serbe?

Sono situazioni diverse, perché ogni popolo chiede, ma non è scontato per tutti chiedere sempre. Magari qualcuno è facilitato nel chiedere. Altri, per vari motivi, hanno difficoltà pur essendo in uno stato di necessità. Chiaro che noi ci rendiamo conto che serve anche il secchio per lavare la biancheria.

Parliamo di necessità elementari…

Alcune comunità chiedono, altre ci evidenziano le esigenze. Ma siamo uomini anche noi, e quando entriamo nelle case ci rendiamo conto che per migliorare la situazione basterebbe un secchio d’acqua. Ci sono molti aiuti che vengono portati in Kosovo da parte di organizzazioni non governative. Dai generi alimentari, ai vestiti, a qualche lavoro infrastrutturale, alle porte e finestre… serve tutto. Cerchiamo di affrontare le questioni proponendo comunque progetti, non aiuti fini a sé stessi.

Che progetto scegliete di sviluppare rispetto ad un altro? O che canali privilegiate?

E’ difficile aprire un progetto che venga portato a termine entro il mandato di 6 mesi. Noi siamo arrivati qui in novembre e abbiamo chiuso qualche lavoro del precedente contingente. Stiamo aprendo altri progetti che verranno portati a termine dal prossimo contingente (Il 17° reggimento artiglieri contraerea “Sforzesca” di Sabaudia del colonnello Sebastiano Longo, attualmente in Kosovo fino al 15 novembre 2012). Perché dopo la progettazione avviene l’attuazione tramite l’organizzazione e l’esecuzione. Dei lavori vengono eseguiti dalla manovalanza locale, e lì sorgono, non dico problemi, ma delle complessità nell’organizzare. Ho disposto che i progetti siano orientati alle comunità. L’anno scorso è stato dato molto risalto alla parte agricola, perché forse è il futuro del Kosovo. Il territorio c’è, il terreno è fertile, quindi servono dei sistemi per irrigarlo. Sicuramente è un problema molto sentito e vediamo di orientarci in questa direzione. Per seguire i lavori abbiamo un agronomo che si è avvicendato con un ingegnere. Poi sono stati fatti dei capannoni per l’attività industriale o artigianale.

Comunque sempre progetti da iniziare e chiudere entro breve termine…

Sì, che abbiano concretezza. Siamo qui da un mese e mezzo, e stiamo ancora valutando quali progetti fare. Perché dobbiamo anche collaborare con delle organizzazioni internazionali, bisogna farsi un’idea delle comunità e prendere contatto con le autorità locali. Non è una cosa che si faccia in una settimana, non è così semplice.

Queste attività utili alle popolazioni locali e al territorio, esistevano prima del conflitto? O è stato necessario l’intervento internazionale perché le cose si avviassero e prendessero corpo determinate attività? Perché è necessario che serva un intervento da fuori per sviluppare e arrivare a un senso di autonomia?

Prima delle guerre nei Balcani qui esisteva una realtà chiusa. C’era Tito, mentre io nell’89 ero a Dobbiaco, sulla frontiera, dove aspettavamo i russi … La comunità internazionale adesso è presente, non so se bene o male, ma c’è. Sicuramente la guerra è stata distruttiva. Sviluppare l’economia in un ambiente che viene da un’esperienza bellica recente in un momento contingente come quello che viviamo oggi, sviluppare un sistema produttivo con dinamiche europee, è una grande sfida. E sviluppare un’economia europea è il grande sogno di questo Paese.

Lieta Zanatta

Per l’assistenza e il supporto logistico si ringraziano: Ten. Col. Vincenzo Legrottaglie, portavoce italiano del contingente militare italiano in Kosovo. Ten. Cristiano Nardone, ufficiale addetto alla Pubblica Informazione. Gli alpini della scorta, i caporal maggiore scelto: Pietro Giacomo Madeddu, Felice Mancuso, Giovanni Piras.   

Libano/ 22 Ottobre 2012. Reportage di Lieta Zanatta sul Messaggero di Sant’Antonio


Il racconto in presa diretta dell’opera di pacificazione tra libanesi e israeliani che, con pazienza e dedizione, il contingente italiano sta sostenendo al confine Sud del Paese dei cedri, sotto l’egida delle Nazioni Unite, per ricucire le ferite lasciate dalla guerra del 2006. (pubblicato sul numero di ottobre del mensile “Messaggero di Sant’Antonio”. Scarica il PDF)

di Lieta Zanatta – “Quando ho visto arrivare sopra il mio tavolo dei cornetti italiani per fare colazione, ho capito che gli sforzi fatti per mettere Israele e Libano l’uno di fronte all’altro al fine di parlarsi, avevano avuto successo”. E’ quantomeno curioso pensare che la pace nel Paese dei cedri possa passare per un vassoio di paste. Eppure è proprio così, almeno a sentire il generale di divisione Paolo Serra, capo della forza di interposizione in Libano delle nazioni Unite (Unifil), che dirige il tripartite meeting, l’incontro mensile tripartito con i rappresentanti israeliano e libanese, dove funge da intermediario. E’, questo, un espediente inventato proprio da un altro italiano, il generale Claudio Graziano, che ha preceduto Serra rimanendo nel Paese dal 2007 al 2010, vale a dire a partire dall’anno seguente la cessazione delle ostilità tra Libano e Israele. Perché la fine della guerra del 2006 non è mai stata sancita ufficialmente dai due Paesi. Nel luglio del 2006, i combattenti di Hezbollah (“partito di Dio”, sciita, filo siriano e iraniano) fecero un’incursione in territorio israeliano e presero in ostaggio due soldati. Portarono i due militari in Libano, causando l’immediata reazione di Israele, che invase la parte meridionale del Paese dei cedri. La guerra ha portato alla distruzione di infrastrutture importanti: strade, ponti e centrali elettriche. E’ durata solo un mese, ma i suoi effetti devastanti si sentono ancora oggi. Nell’agosto del 2006, infatti, l’ONU stabilì, in base alla risoluzione 1701, di schierare un contingente di forze internazionali nella zona oggetto del conflitto, sotto il fiume Litani, per imporre a Israele di rientrare nei propri confini. Ai caschi blu il compito di far cessare le ostilità, supportando le forze armate libanesi nel riprendere il controllo del loro territorio nazionale, e aiutando gli sfollati a rientrare nelle proprie case. Ma non è stato sufficiente: ristabilire i confini significava anche promuovere tentativi di pacificazione tra i contendenti. E’ nata così nel 2007 l’idea di fare incontrare i rappresentanti dei due Paesi in un edificio sul confine, con due ingressi separati attraverso i quali l’israeliano e il libanese sarebbero entrati contemporaneamente. All’inizio i due diplomatici rifiutavano persino di guardarsi in faccia, e parlano per interposta persona. Ma la pazienza del generale Graziano, e ora di Serra, è stata premiata: segno ne sono quei cornetti italiani, portati proprio dai due contendenti per fare colazione insieme. “Durante gli incontri – spiega Serra – parliamo di sicurezza militare, per evitare di alzare il livello delle tensioni. Per esempio, qualche mese fa abbiamo deciso di costruire un muro che divide Metulla, villaggio israeliano, dal dirimpettaio Kila, libanese. La strada del confine ci passava in mezzo, e le pattuglie israeliane erano spesso fatte oggetto di sassaiole. Per eliminare i motivi di frizione, entrambe le parti hanno accolto con favore la costruzione di questo muro lungo un chilometro e alto fino a 7 metri. Sembra una contraddizione, ma questa barriera è un passo avanti verso la normalizzazione. Un passo in più lo faremo quando non servirà più e la abbatteremo”. Nel tripartito si parla con la volontà di entrambe le parti di non ricadere in provocazioni che potrebbero risultare fatali e fare scatenare un nuovo conflitto. Ma soprattutto si ascolta l’altro.

L’OPERA DEGLI ARTIFICIERI. Il Libano conosce la guerra civile dal 1975; è stato in guerra con i Paesi vicini dal 1978. La pace è arrivata solamente sei anni fa: i bambini che iniziano ad andare a scuola oggi sono i primi a non avere mai vissuto nessun conflitto. “Se in Libano non si sono avuti i disordini provocati dalla primavera araba è stato anche grazie a Unifil – ribadisce il generale Serra, che comanda 12 mila caschi blu di 38 nazioni schierate a sud del fiume Litani -. La guerra civile della vicina Siria non ha minato la situazione di questo Paese, e soprattutto qui nel Sud non se ne sono sentiti gli echi”. Il tripartito è il luogo dove si stabilisce man mano la blue Line, la linea di demarcazione che dal 2000 viene tracciata per stabilire l’esatto confine tra Libano ed Israele. E’ questo un sentiero largo poco più di due metri tra i campi libanesi che Israele ha lasciato minati a sua difesa. Tra gli artificieri, impegnati un paziente lavoro di precisione, ci sono anche gli italiani. Sono squadre di ragazzi che si alternano ogni cinquanta minuti sotto il sole, a una temperatura di 40 gradi, per bonificare il terreno centimetro per centimetro, guadagnando appena un metro o poco più al giorno. Ogni 200 metri circa viene installato un border pillar, un’asta sormontata da un bidone blu, visibile da quello precedentemente posato. Ce ne vogliono circa cinquecento per coprire i 118 chilometri di confine presidiato da Unifil. Dal 2000 è stato fatto un quarto del lavoro. Una volta che negli incontri del tripartito viene deciso da entrambe le parti il punto dove va sistemato il pilone, Israele consegna le mappe dei terreni minati interessati alla bonifica. Ma esiste anche un altro confine fisico, non ufficiale: Israele ha realizzato, lungo una sua linea di demarcazione, la technical fence, una recinzione elettrificata dov’è istallata una serie di telecamere puntate verso il territorio libanese, e dove sono presenti, a distanza regolare, delle postazioni militari. Basta toccare la rete per farsi immediatamente identificare e vedersi spuntare davanti, in meno di un minuto, un blindato. Sotto la recinzione corre una striscia di terreno larga due metri, il soft soil, un terreno vagliato fine, che una macchina apposita liscia tre volte al giorno. Un’impronta umana, ma anche la semplice orma di un animale, viene subito rilevata. Le pattuglie passano di continuo nel sentiero accanto. Solo sei anni fa, in questa zona piovevano i razzi che Hezbollah lanciava dai canyon e dalle valli libanesi percorse dagli uadi, i fiumi che si formano con le piogge di primavera. Adesso nella regione la pace è una realtà, seppur precaria, grazie all’impegno degli uomini delle Nazioni Unite, e alla volontà del governo e dei politici libanesi di tenere sotto controllo i disordini che i venti della guerra civile in Siria hanno portato nel Nord del Paese. Questa fase è importante anche perché il Libano è l’unico stato del Medio Oriente a essere, per statuto, multiconfessionale – con 18 diverse comunità che si dividono tra cristiani, musulmani ed ebrei – dove tutte le minoranze sono tutelate e tutti, a prescindere dal credo, hanno gli stessi diritti. Il presidente della Repubblica è un cristiano maronita, quello del Consiglio dei ministri un sunnita e quello del Parlamento uno sciita. Il Libano, con i suoi quattro milioni di abitanti e il suo territorio grande quanto l’Abruzzo, è così rappresentato dalle religioni maggioritarie, come prevede la sua Costituzione del 1943. Minareti e chiese cristiane sorgono gli uni accanto alle altre senza che ciò sia guardato con sospetto. la coesistenza pacifica tra le religioni, nel Paese dei cedri è realtà.

UN RESTAURO MULTIRELIGIOSO: LA CHIESA DI NAFFAKIYAH.

C’è un paese dove il mukhtar sciita, il saggio capo eletto da tutta la comunità, ha chiesto aiuti al contingente italiano per recuperare l’antica chiesa cristiano ortodossa costruita a fianco della moschea. Succede nell’entroterra del Libano, ai confini con Israele, nel villaggio di Naffakiyah, uno dei pochi siti risparmiati dai bombardamenti israeliani durante la guerra del 2006. I circa quattrocento abitanti del villaggio sono per il 40 percento cristiano ortodossi e per il 60 percento mussulmani sciiti. A seguire la minoranza cristiana è padre William Naklles, figura di riferimento religiosa anche per la comunità islamica. “Sono venuto qui vent’anni fa, e non ho mai avuto alcun problema con la comunità islamica – spiega il sacerdote -, mentre più teo è il rapporto a Beirut o al Nord dove, con la guerra civile degli anni Settanta, ci sono stati scontri tra confessioni. A Naffakiyah siamo restati uniti anche durante l’ultima guerra con Israele. In questo villaggio viviamo l’uno accanto all’altro: siamo un corpo unico”. Il campanile, quattro piloni rovinati che sorreggono una cupoletta, svetta dietro la mole della chiesa, le cui mura sono oggetto dell’attenzione di alcuni operai. Le piccole porte, sormontate da un architrave su cui poggia un arco ad ogiva, danno accesso all’aula, spogliata di tutto per via dei lavori, compresi gli intonaci, tanto che sono ben individuabili i tre diversi tempi di costruzione. “La chiesa ha almeno 600 anni” spiega l’architetto che dirige il cantiere, ma alcuni elementi sono anche precedenti, verosimilmente del tempo delle crociate, come sembra rivelare una nicchia scoperta scrostando l’intonaco. Dice padre William: “Era da tanto tempo che assieme al mukhtar cercavamo qualcuno che si occupasse di questa chiesa, dedicata a San Marco. Poi sono arrivati i militari italiani e le cose si sono sbloccate”. L’intervento di restauro, infatti, si colloca tra i progetti di aiuto per la salvaguardia del patrimonio culturale locale finanziati dal Cimic, l’organo di cooperazione civile e militare, con un triplice obiettivo: ottenere il consenso della popolazione, far rientrare gli abitanti cristiani fuggiti ai tempi della guerra e far nascere un embrione di turismo. Questo modo di operare è tutto italiano, e porta nel Paese dei cedri un’immagine molto positiva del nostro Paese. Infatti padre William ripete di continuo: “Non so come ringraziare i soldati e il popolo italiani per come ci stanno aiutando, non solo per il restauro della chiesa, ma anche per tutto quello che stanno facendo per la pace in Libano. Da parte nostra, possiamo unicamente ricambiare con la preghiera”.