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Tel Aviv/ Israele. Attacco preventivo a missili russi in Siria


russia-siria-israeleBari – Un breve commento ad una notizia che a me pare passata inosservata e che forse non ha avuto adeguato spazio nei circuiti televisivi è relativa ad un incidente avvenuto nei giorni scorsi.

Una nota Ansa del 13 Novembre scorso riporta che una batteria di missili russi S-125 era stata presa di mira da un attacco misterioso una decina di giorni prima in Siria, a Latakia. Quest’evento le fonti statunitensi lo attribuiscono ad Israele, in quanto proprio un loro quotidiano, il Maariv, lo afferma a seguito di alcune analisi di foto satellitari.

Secondo la stampa israeliana quella batteria di missili era sottoposta ad un ammodernamento al fine di renderla efficiente come una batteria i missili S-300.

Sarebbe questo il motivo dell’attacco, ovvero un preventivo monito a fermare l’accrescimento di potenziale bellico russo. Fatto che suona davvero singolare se si pensa alle notizie precedenti che vogliono la Siria più collaborativa con le forze statunitense e grazie all’intercessione russa, che ha portato alla distruzione dell’arsenale chimico.

L’evento dunque, pone alcuni di dubbi sugli equilibri e solleva qualche incertezza sulle effettive posizioni in particolare della Russia, Siria e Israele. A noi non resta che vedere cosa accade sperando che la ragione ed il buon senso abbino la meglio nella costruzione di delicati equilibri al fine di una Pace più duratura e più stabile.

A.C.

Fonte/ http://notizie.it.msn.com/topnews/maariv-a-latakia-colpiti-missili-russi#scpshrjwfbs

Siria/ Il gesuita padre D’all’Oglio: “Sogno una terra di Pace e di Giustizia”


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Lieta Zanatta
Lieta Zanatta
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padre Paolo Dall’Oglio

Lieta Zanatta – Intervista a padre Paolo Dall’Oglio dal Messaggero di Sant’Antonio, numero di gennaio 2013.

Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, racconta la Siria di Assad. Per trent’anni attivo tessitore del dialogo, è stato espulso dal Paese mediorientale nel giugno scorso, per il suo impegno a favore del cambiamento.

Era cominciata in sordina agli inizi di febbraio 2011. Poche dimostrazioni pacifiche in piazza per chiedere riforme e più democrazia al governo di Bashar al-Assad. La “primavera araba”, che aveva scosso violentemente le vicine Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto, non sembrava aver contaminato la Siria. Ma, dopo un mese, il 18 marzo, le grandi manifestazioni di piazza, partite nel Sud del Paese, sono state soffocate nel sangue da parte dell’esercito governativo. Ne è scaturita una rivolta popolare che ha portato alla nascita di un’opposizione formata da tutti i gruppi identitari che formano la Coalizione nazionale siriana. 

La rivolta è divenuta, poi, una vera e propria guerra civile dalle sorti ancora incerte: da una parte, il regime di Damasco, appoggiato da Cina, Russia, Iraq e Iran sciita; dall’altra, i ribelli, sostenuti da Usa, Turchia, Francia, Gran Bretagna, Giordania. Il conflitto ha finora causato più di 40 mila vittime, soprattutto fra i civili, e la fuga di oltre un milione e mezzo di persone verso i campi profughi di Libano, Turchia, Giordania e Kurdistan. 

Tra le tante voci che chiedono la fine di ogni violenza e la riconciliazione nazionale, c’è quella autorevole di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita che, dopo aver rifondato, nei primi anni ’80, il monastero interreligioso di San Mosè l’abissino, nel giugno del 2012 è stato espulso dalla Siria per aver rivolto un appello a Kofi Annan, inviato speciale di Lega Araba e Nazioni Unite in Siria.

Padre Dall’Oglio, da grande conoscitore della Siria qual è, ci tratteggia la situazione odierna del Paese?

Comincio dall’aspetto ecclesiale. Sono molto turbato dagli eventi, perché la situazione dei cristiani in Siria è disastrosa. Due i motivi: il primo è che la guerra è di per sé disastrosa; il secondo è che le autorità ecclesiastiche si sono schierate per lo più con il regime di Assad, negando la richiesta di libertà e democrazia da parte della popolazione. Una richiesta che è stata repressa dal regime in modo sistematico e disumano.

Che cosa ha comportato tutto questo per la comunità cristiana di Siria?

Ci troviamo in una situazione in cui i cristiani non solo perdono le case e tutto quello che hanno, ma vengono addirittura considerati nemici di quel movimento democratico che ha avviato il cammino verso l’emancipazione di una maggioranza sunnita nei confronti di una dittatura che si basava sull’intesa di minoranze.

Sono i risultati della guerra civile?

Nella guerra civile siriana si innesta un conflitto in più: quello tra mussulmani sciiti e sunniti. Dalla parte sciita c’è l’Iran, con ambizioni geo-strategiche legate ad una serie di Paesi. Accanto si colloca l’Iraq a maggioranza sciita, che appoggia esplicitamente Damasco con uomini e mezzi economici. Poi c’è il Libano meridionale, con il movimento politico Hezbollah di Hassan Nasrallah. Dalla parte opposta stanno l’Arabia Saudita insieme con Hariri-figlio in Libano, già schierati contro Assad fin dalla prima rivoluzione. Il Qatar e la Turchia speravano in un’evoluzione del regime di tipo riformista. Delusi dalla repressione furiosa, hanno iniziato ad appoggiare la trasformazione rivoluzionaria. Con la “primavera araba” si sono aggiunti i Fratelli mussulmani, sempre più attivi e organizzati. 

Chi appoggia la Coalizione nazionale siriana che si oppone al presidente Assad?

Il movimento di rivolta è stato possibile anche perché l’Occidente, pressato dal presidente Obama, ha appoggiato le richieste di democrazia che vengono da parte di numerosi Paesi arabi e nordafricani. Ma questo per gli Usa non può non implicare un’emergenza del soggetto politico islamista, perché i mussulmani rappresentano il popolo, o almeno una sua larga fetta. Da qui nasce il problema per l’Occidente.

Gli islamisti scesi in piazza per chiedere libertà, combattono per la democrazia?

In passato gli USA, gli Stati europei e Israele hanno spesso preferito supportare i regimi, con la loro mole di corruzione e depravazione, anche a scapito dei cittadini e della correttezza nelle relazioni internazionali. Ne abbiamo avuto un esempio anche in Italia, con i rapporti instaurati con il regime di Gheddafi. Nei paesi il cui da più lungo tempo sono insediati i cristiani, la paura del soggetto islam è stata comprensibilmente usata per stabilizzare i regimi e per attirare su di essi la protezione dell’Occidente, facendo presa sulla solidarietà tra cristiani. Ma questo, a lungo andare, si è rivelato un disastro.

Perché?

E’ stato un disastro in Iraq, è stato poco felice in Egitto, del tutto inopportuno in Siria, non porterà bene in Giordania, e neanche in Palestina. Il fatto è che le famiglie cristiane affrontano queste situazioni di conflitto in un modo semplicissimo: emigrando.

Qual è la situazione che si profila all’orizzonte in Siria?

L’enorme peccato di omissione di soccorso verso i democratici in Siria, tanto islamisti quanto semplicemente mussulmani, o cristiani o altro, ha già provocato tutti i danni possibili: la distruzione del Paese e l’emigrazione delle élite economiche e culturali. E non basta. Ha causato anche una polarizzazione delle varie comunità siriane. Gli alawiti del clan di Bashar al-Assad, così come i curdi, tendono a farsi un loro Stato; i sunniti lasciano le zone controllate dagli alawiti, i cristiani tendono a emigrare.

Le prospettive, allora, quali sono?

Più che disastrose se si continua a non far nulla, disastrose se si fa qualcosa adesso. Stiamo piangendo lacrime di coccodrillo. Tutto sta spingendo perché la rivoluzione non abbia successo. La mancanza di una presa di posizione chiara di gran parte dell’Occidente farà in modo che gli islamisti più accesi vadano al potere. Assisteremo a quanto già accaduto in Somalia o in Afghanistan. E, comunque, i cristiani emigreranno tutti.

Il 13 novembre, in Qatar, la Coalizione nazionale siriana, che raccoglie tutti i movimenti di rivolta nel Paese, è stata riconosciuta dalla Lega araba quale opposizione al regime di Assad. A guidarla è l’ex imam della grande moschea di Damasco, Ahmad al-Khatib Moaz, assieme a un cristiano, George Sabra, nominato leader del Consiglio nazionale siriano, principale tra i partiti di opposizione.

L’ultimo incontro, che ha prodotto questa nuova alleanza tra siriani, sembra promettere bene, perché accoglie una rappresentatività larga e pluralista. I siriani (che stanno resistendo eroicamente) continuano ad esprimersi in modo democratico, nonostante gli enormi sacrifici affrontati in questi mesi. La loro fedeltà all’ideale democratico si scontra con la mancanza di risposta da parte dell’Occidente che pur rappresenta questi stessi ideali. Sono stati aiutati, invece, dagli islamisti.

Qual è la sua esperienza personale in questa guerra?

Faccio parte di quel settore della società che vuole la riforma democratica. Sono stato per anni tra coloro che hanno spinto per lo sviluppo sostenibile, la trasparenza politica e la lotta alla corruzione. Ma il regime mi ha tolto la residenza. Sono stato espulso e ho intrapreso un’intensa attività, soprattutto pubblicistica, che peraltro sento come un aspetto del mio apostolato. Perché si tratta di operare per la salvezza della gente siriana, non solo con gli uomini e le donne che hanno avviato questa rivoluzione, a con tutte le persone di buona volontà. Si tratta di evitare che finisca in un modo terribile, che un popolo venga massacrato – magari con le armi chimiche – per zittirlo definitivamente. 

Ha un sogno per questa terra?

Noi non vogliamo che la Siria sia il luogo del conflitto tra islamici e Occidente, ma il luogo di riconciliazione di radici mediterranee e identità arabo-mussulmane. I nostri cristiani sono cristiani arabi, una fusione a caldo di civiltà essendo mediterranei, bizantini, siriaci e maroniti. Penso che potremmo tornare a essere i protagonisti di una cultura che è stata per secoli arabo-mussulmana-cristiana-ebraica. In questo modo potremmo costruire e vedere la pace nel Medio Oriente, con Gerusalemme città simbolo di una pace finalmente avvicinabile. Dipende dal nostro implicito impegno. Ovviamente questo è il mio punto di vista: nella Chiesa c’è anche chi la pensa diversamente. (Lieta Zanatta)

APPELLO DI TUENNO

Iniziativa della gente democratica di solidarietà coi democratici siriani.

Nessuna paura e nessun interesse possono giustificare l’omissione di soccorso da parte della collettività internazionale nei confronti del popolo siriano che da venti mesi esige la mutazione civile ed è straziato dalla repressione di regime.

Abbiamo dunque attivato questa catena popolare di istituzioni, rappresentanti e cittadini per chiedere ai governi di agire immediatamente e operosamente al fine di contrastare le diverse e trasversali complicità col regime liberticida.

È ora d’intervenire sul piano diplomatico con più vigore e inclusività, sul piano dell’assistenza umanitaria con più efficacia e coerenza, sul piano dell’azione non-violenta con più inventiva e coraggio, sul piano della lotta partigiana con più incisività e competenza e sul piano dei diritti umani con più rigore e lungimiranza.

Proponiamo in particolare all’Unione europea di favorire il dialogo tra tutte le componenti identitarie siriane, al fine di promuovere un largo ed equo accordo costituzionale che consenta l’uscita dalla violenza e ottenga la riconciliazione nazionale nella prospettiva della pace nella giustizia che è da perseguire caparbiamente in tutta la regione vicino-orientale.

Biografia di padre Paolo Dall’Oglio

padredall'oglio.gifNato nel 1954, il gesuita padre Paolo Dall’Oglio entra a far parte della Compagnia di Gesù nel 1975. Si stabilisce in Oriente nel 1977.

Laureato in Lingue e civiltà orientali a Napoli, ottiene un dottorato all’università Gregoriana con la tesi “Speranza dell’Islam”. E’ ordinato prete siriaco nel 1982, anno in cui scopre le rovine del monastero Deir Mar Musa al-Habashi, San Mosè l’abissino, dove si ritira in romitaggio. Lo rifonda qualche anno dopo, insediando una comunità interreligiosa mista, per favorire un dialogo al servizio dell’armonia islamo-cristiana. Allo scoppio delle proteste popolari siriane, propone una soluzione pacifica che preveda un largo accordo di tutte le componenti identitarie siriane, denominata “Appello di Tuenno”. Il regime di Assad lo espelle dal Paese, dopo che egli ha presentato un appello a Kofi Annan. Dall’Oglio è costretto a lasciare la Siria il 12 giugno 2012.

Ultimamente padre Dall’Oglio è stato accolto nella nuova fondazione monastica di Deir Maryam el Adhra, iniziata da pochi mesi a Sulaymanya, nel Kurdistan iracheno.

Cyberwar/ Arruolati nei Social Media. La guerra con immagini fotografiche


Antonio Conte

Antonio Conte – Se la guerra quando nasce non è che un’idea con i Social Media è  possibile immediatamente. Wadah Khanfar, ex direttore generale di Al Jazeera, come citato da “La Stampa” nell’articolo “Dove scorrono le informazioni sulla guerra” del 21 Novembre 2012, invita i giornalisti a “prendere atto della forza dei social media «per riportare il giornalismo alla realtà»”.

Il concetto di “Soldato Futuro” armato di tutto punto proposto dalla Difesa italiana è messo in qualche modo in discussione? Forse va arricchito con un’idea social (si fa per dire). Una versione di rivisitata infatti potrebbe essere affiancato da un sodato impegnato nella Guerra Elettronica, ed ancora prima in un nuovo tipo di Guerra finora impensato: quella “preventiva mediatica”, resa possibile da smartphone e tablet. Ma è davvero impensata è così futuristico? Per scoprirlo si legga l’articolo “Siamo i nuovi 007. Ma non ditelo ai miei” pubblicato il 18 Gennaio 2012 sul sito governativo della “Sicurezza nazionale” italiana, gli ex servizi segreti insomma). La Guerra è ora considerata da più parti anche mediatica, e ne è anche consapevole la testata online “BIT” che il 22 Novembre scorso pubblica l’articolo intitolato a firma di Margherita Stefania, “La guerra va sui social Network“.

I recenti sviluppi della crisi tra Gaza e l’esercito israeliano, sono eccezionalmente narrati su alcuni tra i maggiori Social Media. “Rassegna Stampa Miliare” non è rimasta a guardare questi nuovi fenomeni, ma è al tempo stesso protagonista come dimostrato dagli articoli di narrazione diretta della cronaca di Suspense, – un personaggio giornalistico onirico molto discusso su Twitter – nel suo (forse) improbabile viaggio di due mesi in Siria e più recentemente con un flash, sia pur conciso, del recente viaggio da Embedded con l’Esercito Italiano di  Fabia Martina in Libano presso la Caserma “Mille voi”.

Il fenomeno non è certo nuovo agli osservatori di “Rassegna Stampa Militare” che in realtà hanno già constatato la presenza nelle pagine di Facebook molti mesi fa dell’Esercito israeliano che delle Forze Armate Statunitensi (US Army). Quest’ultima infatti, periodicamente pubblica sulla sua bacheca sociale (sfacciatamente diremmo quasi per la nostra reticenza italiana ad affrontare temi di carattere militare e a porci al fianco dei nostri soldati) delle foto o grafiche narranti delle guerra di cui è stata protagonista. La prima invece con consapevolezza e pochi testi descrive la vita di alcuni reparti con due pagine ufficiali in Facebook, una dedicata all’Aviazione (Israel Air Force), una alle Forze Armate di terra (Israel Defense Forces). Interessanti le foto dell’album dedicate alle celebrità in visita ai reparti militari israeliani, ma noi avevamo già pubblicato tre mesi fa circa una selezione di foto dell’album “Becoming a Soldier in the Caracal Battalion” dedicato all’arruolamento e ed alla prima formazione delle soldatesse in un battaglione femminile. Da osservare anche l’album con le foto dell’anno.

Su versante civile dei sociale media invece questa marea di informazioni governative favorisce la crescita di una azione congiunta degli utenti non governativi che maturano così proprie idee e posizioni sulle vicende in cronaca. Ne è un esempio la pagina Facebook del “Progetto Dreyfus”, che si propone di correggere (cioè di ri-mediare) la percezione degli eventi dalla controinformazione antisemita. I curatori della pagina ritengono infatti che molte delle foto dei bambini apparentemente trucidati dagli attacchi israeliani a Gaza in realtà siano foto manipolate risalenti al conflitto in atto in Siria. A supporto di questa tesi mostrano le foto precedentemente pubblicate da importanti giornali.

Evidentemente questi fenomeni pongono una questione seria, ovvero la certificazione delle informazioni con mezzi elettronici e marcature per le foto al fine di rendere certa, o almeno più corretta possibile, l’informazione veicolata da foto. Le foto-notizie ad esempio dovrebbero riportare una cornice con marcature temporali ed essere georeferenziali mentre per le grafiche le informazioni potrebbero essere facoltative o magari con un bollo grafico, come suggeriva una recente proposta di legge francese, che in realtà si riferiva al lifting elaborato da Photoshop su foto di attrici e personaggi mondani.

Se in realtà, la foto è di chi la scatta, per rendere in concreto questo enunciato, il nome impresso nell’immagine stessa, potrebbe finalmente rendere merito a molti fotografi che ora passano inosservati o invisibilmente ai lettori, non solo delle testate online, ma anche a stampa. Un recente studio di una testata online di fotografi (www.fotoinfo.net) pubblicato in un articolo la “Deontologia del fotogiornalista” del 13 Dicembre 2006, porta alla luce importanti questioni sulla professione, ci pare appropriato citare anche l’articolo “I quotidiani italiani firmano le foto?”, del 30 Maggio 2012, dove viene accertato che quasi sistematicamente per le foto non viene indicato il nome dell’autore, mentre viene indicato in misura maggiore per le grafiche e le vignette. Come a dire che le foto non sono il frutto di un lavoro professionale, ma quasi che una volta scattate siano automaticamente parte del dominio pubblico.

Le implicazioni che ne sottendono alla certificazione delle foto sono importanti, in quanto permettono una informazione precisa e non manipolata dei fatti e portano l’utente, non ancora esattamente informato su molte questioni legate all’uso di internet, a costruirsi una visione esatta della realtà. Ovvero ad individuare il punto di vista artistico del fotografo, che in tal modo verrebbe anche maggiormente tutelato. Lavoro che non dovrebbe essere estraneo alle testate giornalistiche sia online che a stampa, ne andrebbe di mezzo la costruzione di una corretta informazione ed eliminando o riducendo le possibilità per un uso improprio delle stesse. Si tratta in realtà di nuovo modo di condurre una guerra a cui partecipano spesso inconsapevolmente anche privati cittadini con il rischio che non siano perfettamente consapevoli del fronte sul quale militano, e a cui gli eserciti dovrebbero gioco forza preparasi a combattere a vari livelli, in specie ad orientare l’azione sociale e culturale verso i temi della difesa nazionale dei cittadini.

Sembra proprio che, con i social media e cliccando sul “Mi piace”, tutti i cittadini siano chiamati loro malgrado alle armi, ovvero a prendere una posizione.

Antonio Conte

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Taranto/ SNMG 2. L’Italia al comando dell’operazione antipirateria Ocean Shield


Il 23 novembre a Taranto a bordo di Nave San Marco, alla presenza dell’Ammiraglio di Squadra Rinaldo Veri, comandante della Componente Marittima Alleata del Sud Europa, il Contrammiraglio Antonio Natale assumerà il comando dello  Standing NATO Maritime Group 2 (SNMG 2). Lo  Standing NATO Maritime Group 2  è una formazione navale di pronto intervento, costituita da unità dell’alleanza atlantica.

Il gruppo Navale  SNMG 2 si trasferirà nelle acque somale nell’ambito della Operazione NATO Ocean Shield in contrasto alla pirateria anche questa sotto il comando del Contrammiraglio Natale.

Nave San Marco, sarà sede di comando della SNMG 2, e oltre al proprio equipaggio, composto da 320 tra uomini e donne, imbarcherà uno staff internazionale proveniente da diversi Paesi della NATO.

Il comando italiano, oltre alla sua missione primaria di contrasto alla pirateria marittima, trasporterà aiuti umanitari nel continente africano, quali attrezzature ospedaliere e farmaci. L’iniziativa è il risultato della cooperazione tra la Marina Militare e l’Associazione Umanitaria Padana Onlus.

In contrasto alla pirateria marittima nel Corno d’Africa e Oceano indiano, oltre alla formazione navale della NATO, che l’Italia comanda per la terza volta, opera anche la forza navale dell’Unione Europea EUNAVFOR con la Missione  Atalanta, il cui comando è affidato al Contrammiraglio Enrico Credendino, attualmente imbarcato sulla Nave San Giusto.

Libano/ Media Tour. Visita istituzionale di Staffan de Mistura, intervistato da Fabia Martina


di Fabia Martina – “Salve sono Staffan de Mistura e sono qui in rappresentanza del Ministro degli Esteri”, con queste parole il sottosegretario, ieri 7 Novembre 2012, si è presentato ai soldati del contingente militare italiano impiegati nell’ambito della missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), dal 28 gennaio 2012 sotto il Comando del Generale di Divisione Paolo Serra, Capo della Missione e Comandante della Forza ONU nel Libano del sud.

Il Sottosegretario agli Esteri è stato accolto dal Generale Serra a Beirut e accompagnato presso la base italiana delle Nazioni Unite di Shama, comandata dal Generale di Brigata Gaetano Zauner, Comandante del Settore Ovest.

Staffan De Mistura inoltre ha espresso parole di apprezzamento per la meritoria opera svolta nel Libano del sud riconoscendo che l’Italia “rappresenta una fra le nazioni piu’ impegnate nell’ambito della Missione UNIFIL e come la visita del Sottosegretario agli Esteri testimoni e rafforzi l’impegno italiano”. Ha aggiunto inoltre che “l’UNIFIL non si basa su matematica sui numeri, ma si basa su efficacia, posizione, equipaggiamento, operazioni di diplomatica osservazione militare. Come voi sapete”, ha aggiunto il Sottosegretario De Mistura “è un periodo di calma relativa. La calma relativa è dovuta a tre fattori:

  • quello geopolitico, che però può sempre cambiare dato la delicata situazione in Siria.
  • quello relativo al rapporto tra efficacia o meno, e in questo caso è chiaramente efficace se si pensa che il Generale Serra e quindi il contingente Italiano hanno ridotto le possibili tensioni tra le parti sia con la componente libanese sia con quella Israeliana
  • e infine c’è un forte apprezzamento dell’operato di UNIFIL da parte libanese e questo ci aiuta molto”.

Durante visita istituzionale, il Sottosegretario Staffan de Mistura ha incontrato i soldati del Contingente Italiano, esprimendo parole di apprezzamento per la meritoria opera svolta nel Libano del sud.

Il Sottosegretario Staffan de Mistura ha incontrato anche i giornalisti embedded italiani, Alberto Alpozzi, Tatiana Bellizzi, Massimiliano Crosato, Vito Fabio, Maria Brigida Lancellotti e Fabia Martina, sottolineando l’importanza del loro lavoro ha affermato “ritengo utilissimo questo tipo di embedded. Voi dovete vivere la realtà ma poi sentire la libertà di poter essere costruttivamente critici affinchè la gente possa leggere la realtà che avete visto, ma anche che voi possiate vedere le difficoltà con cui si lavora in questi ambiti”.