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Roma/ SMD. L’Ammiraglio Binelli Mantelli incontra il suo omologo del Montenegro


Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha ricevuto oggi il suo omologo del Montenegro, Ammiraglio Dragan Samardzic.

Dopo la resa degli onori militari, da parte di un picchetto interforze nel cortile della Caserma “Macao” di

Roma, le Autorità si sono recate a Palazzo “Caprara” (sede dello Stato Maggiore della Difesa) dove è stato tenuto un briefing nel corso del quale sono stati illustrati i compiti e le attività svolte dalle Forze Armate italiane, con particolare riferimento alle missioni internazionali.

Sono stati, inoltre, trattati argomenti relativi alla situazione attuale e futura della cooperazione bilaterale tra i due Paesi in relazione alle possibili aree di interesse riguardanti la formazione, l’addestramento, l’attività operativa assolta in comune e le iniziative di supporto all’ammodernamento delle Forze Armate montenegrine.

Nel corso dell’incontro è stata espressa, infine, la volontà condivisa di consolidare e, ove possibile, approfondire la cooperazione esistente in ambito formativo e operativo.

Kosovo/ Natale 2011 in KFOR. Intervista al comandante del contingente italiano in Kosovo Andrea Borzaga.


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Lieta Zanatta
Lieta Zanatta

Lieta Zanatta (L’autrice ci segnala che è appena stata pubblicata questa intervista riferita al Natale 2011 sulla rivista “Fameja Alpina” dell’Associazione Nazionale Alpini sezione di Treviso) – E’ costruita in salita, alle pendici delle Alpi Albanesi, vicino al passo che porta al Montenegro. Davanti a sé, una spettacolare veduta della pianura di Dukagjini solcata dal fiume Beli Drim. “Villaggio Italia” è il nome di questa base militare davanti il sobborgo di Belo Polje a Peja/Pec, dove dal 2003 è di stanza il contingente italiano in Kosovo. Prima della guerra del 1999, questo era il luogo usato come poligono di tiro dall’esercito serbo. Fu il generale Biagio Abrate, l’alpino ora Capo di Stato Maggiore della Difesa, che nel 2000, nelle vesti di comandante del “Multinational Brigade West” a Pec, fece un sopralluogo nel sito, un canalone sassoso come ce sono tanti nelle nostre Alpi, dove volteggiavano delle aquile. Qui, l’allora comandate della Brigata alpina “Taurinense”, decise che sarebbe sorto il campo che avrebbe ospitato la base delle Forze armate italiane in questa regione. Da quando è diventato operativo, a “Villaggio Italia” si succedono ogni sei mesi i vari reggimenti italiani e i contingenti di altre nazioni che dipendono dal comando tricolore. L’inverno passato è stato particolarmente duro in Kosovo, con precipitazioni nevose che hanno raggiunto in alcune località fino i tre metri. Non si spalava la coltre bianca: si scavavano tunnel. A resistere alle rigide temperature dell’inverno balcanico che non hanno risparmiato “Villaggio Italia”, non potevano essere che gli alpini, quelli del 2° reggimento artiglieria terrestre “Vicenza” di stanza nella caserma “Gavino Pizzolato” di Trento, in missione in Kosovo dal 15 novembre 2011 al 15 maggio 2012. Una visita prima di Natale proprio da parte del generale Biagio Abrate, ha annunciato loro importanti cambiamenti sul piano politico per quanto riguardava le missioni in questa terra. “Non si passerà come previsto al Gate 3 – ha detto il generale –, la fase che prevede un’ulteriore riduzione del contingente italiano su questo territorio. Anzi, ci sarà un potenziamento di unità. Il nostro ritiro è stato programmato con delle date di riferimento che mirano ad un obiettivo: l’autonomia del Kosovo”.

Ha nevicato il giorno prima, e bisogna stare attenti a non scivolare sul ghiaccio che si è formato davanti la sede del comando di Villaggio Italia. Il freddo è intenso, il termometro segna – 4 gradi. Il colonnello Andrea Borzaga, penna nera, ci accoglie cordiale nella sala dei ricevimenti del comando. E’ il comandante del contingente italiano e del Multinational Battle Group West in Kosovo che include anche militari di Slovenia, Austria e Svizzera. E’ un uomo di non molte parole, riservato, di quelli che fanno piuttosto i fatti.

Comandante Borzaga, quali sono le funzioni che svolge il contingente italiano qui in Kosovo?

La nostra missione ha come obiettivi: la protezione per la salvaguardia dei siti di interesse storico, artistico e religioso, che sono il Patriarcato di Pec e il Monastero di Visoki a Dečani (pron. deciani); il pattugliamento di zone critiche, o che potrebbero rivelare tensioni interetniche; l’aiuto alla popolazione civile. Sono svolti con estrema serenità e in piena collaborazione con la popolazione locale.

In cosa consiste questo aiuto?

Qui in Kosovo, come in altri teatri, esiste una cellula CIMIC (Civil – Military Cooperation) che si occupa di cooperazione a vantaggio della popolazione civile. E’ un ufficio preposto che si occupa di individuare i progetti che più siano di aiuto ai locali, per creare delle sinergie tra i diversi soggetti e associazioni che operano sul territorio. Questo perché ogni progetto deve essere sinergico e creare un circolo virtuoso. Quindi non si fanno donazioni a una singola famiglia o a un locale, ma si coinvolgono più realtà.

Quanto viene stanziato per questi progetti?

Ci sono dei fondi disposti dall’Italia che vengono stanziati ogni anno in base ai progetti che vengono presentati, non c’è mai un budget preciso. Dobbiamo proporre dei progetti che siano percorribili, per i quali ci siano anche le risorse tecniche e dei nostri specialisti che ci aiutano a svilupparli sul territorio.

Che progetti sono stati attuati da quando ha preso il comando in Kosovo?

I progetti richiedono una pianificazione di una certa complessità. Io ho portato a termine un progetto che aveva iniziato il precedente comandante, il colonnello Vincenzo Cipullo (a capo del 21° reggimento artiglieria terrestre “Trieste” di Foggia). E’ una centrale di trasformazione del latte a cui abbiamo contribuito con dei materiali e delle mungitrici. Ci sono delle organizzazioni che hanno dato il loro contributo a realizzarla, e ci siamo trovati tutti assieme all’inaugurazione qualche giorno fa. Cerchiamo di creare sempre una filiera che coinvolga più soggetti. L’anno passato abbiamo scavato dei canali di irrigazione per permettere a più famiglie e a più realtà di sviluppare la loro agricoltura.

Lavorate accanto ad altre organizzazioni?

Sì, certamente. Oltre all’attività di Cimic vera e propria, forniamo supporto logistico ad altre organizzazioni. Nello specifico di recente abbiamo ricevuto donazioni da parte di associazioni che operano nel nostro territorio nazionale, e le abbiamo distribuite a realtà locali bisognose. Ci siamo accorti che basta molto poco per dar loro un po’ di sollievo e un aiuto concreto.

Ieri è stato qui il generale Abrate, che ha annunciato che la missione proseguirà ancora senza le riduzioni previste del contingente. Cosa ha intenzione di fare?

Il Capo di Stato maggiore della Difesa ha detto chiaramente che è una scelta politica dovuta ad aspetti di varia natura, non solo militari. E’ una decisione presa dall’Italia con altri partner in un contesto internazionale. Noi che siamo qui proseguiremo con gli stessi compiti che la missione prevede sul territorio, gli stessi che abbiamo svolto finora.

Ma cosa cambia rispetto a prima?

Per noi non cambia nulla sul terreno. Certo, la situazione a nord (vedi “Cenni storici sul Kosovo” ndr) si è manifestata in alcuni casi critica, e richiede una certa attenzione perché le dimostrazioni che ci sono state da parte della popolazione evidenziano uno stato di disagio e tensione. E’ evidente che l’attenzione della comunità internazionale è rivolta a questi contrasti e il dialogo Belgrado – Pristina ha un riflesso sulle nostre operazioni nel teatro operativo kosovaro. Ma per noi e per la nostra missione non cambia nulla.

Ma ci sono ripercussioni sul terreno?

Nelle nostre aree di azione, dove operiamo, la situazione non è cambiata dal punto di vista sostanziale, non abbiamo avuto segnali che ci abbiano evidenziato qualche cambiamento. Nei rapporti che intrattengo con la popolazione e con le istituzioni locali, non ho avuto dimostrazioni o problematiche in più rispetto a quelle che ci sono sempre state. L’attenzione è sempre alta ma non ho elementi che mi dicano che sia cambiato qualcosa.

Secondo lei quand’è che il Kosovo sarà pronto per una piena autonomia, ed essere completamente indipendente?

Sicuramente è ancora una strada molto lunga e difficile da percorrere. Ma passi ne sono stati fatti negli ultimi dieci anni, si nota nel tempo una trasformazione della realtà kosovara. Io sono ottimista.

Che tipo di trasformazione ha notato?

In positivo, tutto. E’ un paese in evoluzione sia nelle realtà delle istituzioni che nella sicurezza come nel mondo agricolo. Ci sono ancora molte sfide che le istituzioni devono affrontare, ma penso che abbiano tutte le possibilità e la capacità di poter far sviluppare il Paese.

In Kosovo c’è il problema macroscopico della criminalità organizzata. L’esercito è coinvolto in sistemi di prevenzione  e lotta al crimine?

Vi è un problema di criminalità, è inutile nasconderlo. Non è però tra i nostri compiti, anche perché ormai le istituzioni locali sono in grado con le loro forze di affrontare queste problematiche complesse, che spettano alla Kosovo Police. Anche Eulex (missione dell’Unione Europea per aiutare il Kosovo a diventare uno stato di diritto) ha compiti di advising, consulenza. Da parte dell’Unione europea, di KFOR e di Eulex c’è la volontà di cooperare e dare aiuto a questa attività di contrasto alla criminalità.

Come vengono formate queste forze di polizia?

La Kosovo Police è una polizia kosovara ristrutturata e collabora con Eulex. Diversa è la Kosovo Force, che viene preparata dal contingente internazionale, ma non è polizia né esercito. Si avvicina alla nostra Protezione civile.

Come sono i vostri rapporti con le autorità locali?

Ottimi. CIMIC è orientata a tutte le attività nel territorio, e le autorità e la popolazione sono ben coscienti di questo nostro aiuto.

Che tipi di aiuti richiedono le autorità?

Bisogni della vita quotidiana, come può essere la sistemazione di 200 metri di strada o necessità elementari che riguardano le scuole. In alcuni casi anche necessità alimentari, che non sempre vengono richieste anche se ne percepiamo il bisogno.

Quando parla di aiuti si riferisce alle popolazioni locali o alle comunità delle enclave serbe?

Sono situazioni diverse, perché ogni popolo chiede, ma non è scontato per tutti chiedere sempre. Magari qualcuno è facilitato nel chiedere. Altri, per vari motivi, hanno difficoltà pur essendo in uno stato di necessità. Chiaro che noi ci rendiamo conto che serve anche il secchio per lavare la biancheria.

Parliamo di necessità elementari…

Alcune comunità chiedono, altre ci evidenziano le esigenze. Ma siamo uomini anche noi, e quando entriamo nelle case ci rendiamo conto che per migliorare la situazione basterebbe un secchio d’acqua. Ci sono molti aiuti che vengono portati in Kosovo da parte di organizzazioni non governative. Dai generi alimentari, ai vestiti, a qualche lavoro infrastrutturale, alle porte e finestre… serve tutto. Cerchiamo di affrontare le questioni proponendo comunque progetti, non aiuti fini a sé stessi.

Che progetto scegliete di sviluppare rispetto ad un altro? O che canali privilegiate?

E’ difficile aprire un progetto che venga portato a termine entro il mandato di 6 mesi. Noi siamo arrivati qui in novembre e abbiamo chiuso qualche lavoro del precedente contingente. Stiamo aprendo altri progetti che verranno portati a termine dal prossimo contingente (Il 17° reggimento artiglieri contraerea “Sforzesca” di Sabaudia del colonnello Sebastiano Longo, attualmente in Kosovo fino al 15 novembre 2012). Perché dopo la progettazione avviene l’attuazione tramite l’organizzazione e l’esecuzione. Dei lavori vengono eseguiti dalla manovalanza locale, e lì sorgono, non dico problemi, ma delle complessità nell’organizzare. Ho disposto che i progetti siano orientati alle comunità. L’anno scorso è stato dato molto risalto alla parte agricola, perché forse è il futuro del Kosovo. Il territorio c’è, il terreno è fertile, quindi servono dei sistemi per irrigarlo. Sicuramente è un problema molto sentito e vediamo di orientarci in questa direzione. Per seguire i lavori abbiamo un agronomo che si è avvicendato con un ingegnere. Poi sono stati fatti dei capannoni per l’attività industriale o artigianale.

Comunque sempre progetti da iniziare e chiudere entro breve termine…

Sì, che abbiano concretezza. Siamo qui da un mese e mezzo, e stiamo ancora valutando quali progetti fare. Perché dobbiamo anche collaborare con delle organizzazioni internazionali, bisogna farsi un’idea delle comunità e prendere contatto con le autorità locali. Non è una cosa che si faccia in una settimana, non è così semplice.

Queste attività utili alle popolazioni locali e al territorio, esistevano prima del conflitto? O è stato necessario l’intervento internazionale perché le cose si avviassero e prendessero corpo determinate attività? Perché è necessario che serva un intervento da fuori per sviluppare e arrivare a un senso di autonomia?

Prima delle guerre nei Balcani qui esisteva una realtà chiusa. C’era Tito, mentre io nell’89 ero a Dobbiaco, sulla frontiera, dove aspettavamo i russi … La comunità internazionale adesso è presente, non so se bene o male, ma c’è. Sicuramente la guerra è stata distruttiva. Sviluppare l’economia in un ambiente che viene da un’esperienza bellica recente in un momento contingente come quello che viviamo oggi, sviluppare un sistema produttivo con dinamiche europee, è una grande sfida. E sviluppare un’economia europea è il grande sogno di questo Paese.

Lieta Zanatta

Per l’assistenza e il supporto logistico si ringraziano: Ten. Col. Vincenzo Legrottaglie, portavoce italiano del contingente militare italiano in Kosovo. Ten. Cristiano Nardone, ufficiale addetto alla Pubblica Informazione. Gli alpini della scorta, i caporal maggiore scelto: Pietro Giacomo Madeddu, Felice Mancuso, Giovanni Piras.   

Trento/ Eventi. “Trekking di pace” tra Kosovo, Montenegro e Albania.


La “Società degli Alpinisti Tridentini”, Commissione Sentieri in collaborazione con Associazione Trentino con i Balcani presenta presso la Sala Conferenze della SAT, Giovedì 25 ottobre 2012, (insomma domani) a Trento, in Via Mancini, 57 “MONTAGNE SENZA CONFINI”, si tratta di un’originale iniziativa di “Trekking di pace” tra Kosovo, Montenegro e Albania. (scarica la locandina)

Ci saranno Testimonianze, immagini, dialoghi e sapori per un futuro di pace. Si metteranno in comune le esperienze di trekking di 7 giorni trascorsi appunto sui monti fra Kosovo, Montenegro e Albania compiuto nel giugno 2012 dal gruppo di escursionisti della Commissione Sentieri SAT in collaborazione con l’Associazione Trentino con i Balcani e Rugova Experience.

Intervengono – spiega infine il comunicato – i partecipanti al trekking, i rappresentanti SAT e dell’Associazione Trentino con i Balcani.

Balcani/ Irruzioni. I due/Terzi del referendum per l’Europa. Anche Montenegro e Serbia presto nell’Ue


Per la foto si ringrazia http://www.spazioso.net/zagabria.html

Di Massimiliano Santalucia (http://affaritaliani.libero.it) – La grande crisi che sta attanagliando l’Europa non fa poi necessariamente così paura. Almeno questo sembra essere il parere dei cittadini croati i quali hanno votato in massa per l’entrata di Zagabria nell’Unione Europea in occasione di un referendum nazionale lo scorso 23 Gennaio. Non era un esito scontato, oltre al timore suscitato dalla crisi del debito di alcuni stati membri vi era la concreta possibilità che il sempre forte sentimento nazionalista croato alla fine prevalesse. Alcuni esponenti politici avevano descritto l’adesione a Bruxelles come una perdita dell’indipendenza conquistata 20 anni prima con la guerra nella ex-Jugoslavia e avevano sottolineato il ruolo secondario che Zagabria avrebbe potuto avere in un contesto dominato da Francia e Germania. Tali discorsi, uniti alla retorica nazionalista ereditata dal periodo post-bellico, sembrava potessero mettere in discussione l’adesione. Invece no, alla fine i croati hanno scelto l’Europa e lo hanno fatto con una schiacciante maggioranza di due terzi.

L’appuntamento con Bruxelles è stato preparato con cura, prima di veder accettata la sua candidatura Zagabria ha dovuto mostrare maggior cooperazione con il Tribunale penale dell’Aja per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia e ha dovuto riformare il suo sistema giudiziario così da renderlo compatibile con il diritto europeo. Tuttavia tali cambiamenti sono stati effettuati in tempi brevi, troppa era la voglia di Zagabria di riunirsi all’Europa a cui si è sempre sentita maggiormente legata rispetto ai suoi vicini nella regione. Benché la Croazia non sia il primo paese della ex-Jugoslavia ad aderire all’UE, il suo ingresso è un evento carico di significato. La precedente adesione della Slovenia è passata quasi inosservata in quanto il paese rappresentava la periferia della vecchia federazione jugoslava ed era stato toccato in modo marginale dalla guerra. Ma la Croazia è diversa; essa ero uno dei pilastri del sistema messo in piedi da Tito ed il suo ruolo (ancor oggi molto ambiguo) nella guerra civile fu di primo piano. Ora invece Zagabria è il primo paese balcanico ad aderire all’UE aprendo un nuovo capitolo sul tema dell’allargamento, recentemente messo in secondo piano dalla crisi.

Dopo la Croazia altri paesi della regione potrebbero entrare a far parte dell’Unione. La Serbia, che appena 13 anni fa combatté una guerra con i principali paesi europei, otterrà lo status di paese candidato a Marzo, il Montenegro dovrebbe avviare i colloqui preliminari a Giugno e la Bosnia potrebbe fare lo stesso entro la fine dell’anno. Anche in questi paesi il sentimento europeista è molto forte; la voglia di lasciarsi alle spalle l’eredità della guerra e di entrare a far parte dell’Europa più ricca esercita un forte magnetismo sulle opinioni pubbliche balcaniche. Basti pensare come, per realizzare tale progetto, la Serbia si stia impegnando in sforzi notevoli soddisfacendo molti dei requisiti richiesti e preparandosi a trattare anche sulla delicata questione del Kossovo. Ma non si tratta solo di superare il passato, ad Affaritaliani.it la professoressa Nida Gelazis esperta di Balcani ed analista presso il Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington ha spiegato anche come alcune dinamiche sociali ed economiche abbiano il loro peso. “Larghi strati della società civile nei paesi della regione si sono attivati per favorire l’adesione all’UE e alla NATO. Tali istituzioni sono viste come l’unico mezzo attraverso il quale avviare vere riforme democratiche, aprire nuovi mercati  e superare l’impasse politica che ha caratterizzato il periodo post-bellico.”

Un ruolo importante in tale determinazione potrebbe giocarlo anche la prospettiva di beneficiare degli aiuti-europei per le aree depresse, gli stessi che negli anno ottanta favorirono il boom economico in Irlanda. Tale processo di allargamento si annuncia però lento e non privo di difficoltà. Se Belgrado è sulla buona strada gli altri paesi dell’area sono ancora indietro; Macedonia, Montenegro e Albania hanno fatto dei progressi ma sono tuttora lontani dai risultati raggiunti dalla Croazia e dalla Serbia. Altri  paesi come Bosnia e Kossovo invece devono ancora risolvere le questioni legate alle loro divisioni interne le quali impediscono la creazione di un apparato statale funzionante. Tuttavia il percorso che dovrebbe portare a inglobare gran parte della regione balcanica nell’Unione Europea non sembra doversi arrestare e i potenziali vantaggi dell’allargamento a est potrebbero contribuire a superare le perplessità. “L’adesione dei paesi della ex-Jugoslavia all’UE può ripercuotersi positivamente sotto vari aspetti portando benefici reciproci sia per i vecchi stati membri che per i nuovi” aggiunge ancora la professoressa  Gelazis. “Per quelli che sono già dentro l’Unione si aprirebbero ulteriori opportunità di scambio e d’investimento in una serie di nuovi paesi. Gli ultimi arrivati, invece, verrebbero integrati in un sistema legale in cui vi sono inediti organi istituzionali grazie ai quali sarà possibile contrastare un’eventuale rinascita del nazionalismo e  risolvere le tensioni fra i paesi in modo pacifico.” E’ ancora presto per affermare se simili scenari si realizzeranno effettivamente e se l’allargamento nei Balcani sarà un successo così come lo fu quello che coinvolse ad est gli ex-membri del patto di Varsavia. L’unico dato certo per ora è che in un’Europa flagellata da una crisi che, secondo alcuni, ne metterebbe in dubbio perfino la sopravvivenza l’Unione Europea non perde ancora pezzi. Anzi, addirittura s’ ingrandisce.

Fonte: Di Massimiliano Santalucia (http://affaritaliani.libero.it)