Archivi categoria: Dossier “Siria”

Tel Aviv/ Israele. Attacco preventivo a missili russi in Siria


russia-siria-israeleBari – Un breve commento ad una notizia che a me pare passata inosservata e che forse non ha avuto adeguato spazio nei circuiti televisivi è relativa ad un incidente avvenuto nei giorni scorsi.

Una nota Ansa del 13 Novembre scorso riporta che una batteria di missili russi S-125 era stata presa di mira da un attacco misterioso una decina di giorni prima in Siria, a Latakia. Quest’evento le fonti statunitensi lo attribuiscono ad Israele, in quanto proprio un loro quotidiano, il Maariv, lo afferma a seguito di alcune analisi di foto satellitari.

Secondo la stampa israeliana quella batteria di missili era sottoposta ad un ammodernamento al fine di renderla efficiente come una batteria i missili S-300.

Sarebbe questo il motivo dell’attacco, ovvero un preventivo monito a fermare l’accrescimento di potenziale bellico russo. Fatto che suona davvero singolare se si pensa alle notizie precedenti che vogliono la Siria più collaborativa con le forze statunitense e grazie all’intercessione russa, che ha portato alla distruzione dell’arsenale chimico.

L’evento dunque, pone alcuni di dubbi sugli equilibri e solleva qualche incertezza sulle effettive posizioni in particolare della Russia, Siria e Israele. A noi non resta che vedere cosa accade sperando che la ragione ed il buon senso abbino la meglio nella costruzione di delicati equilibri al fine di una Pace più duratura e più stabile.

A.C.

Fonte/ http://notizie.it.msn.com/topnews/maariv-a-latakia-colpiti-missili-russi#scpshrjwfbs

Bari/ Geopolitica. “L’india e la crisi siriana” di Federica Fanuli


testata-rsm-gli-speciali

Federica Fanuli, 31 anni, si laurea con 110 e Lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, presso l’Università del Salento, con una tesi in Relazioni Internazionali in cui analizza i pilastri della politica estera di Ahmadinejad, Presidente della Repubblica islamica dell’Iran dal 3 agosto 2005 al 3 agosto 2013: la questione ebraica e la questione nucleare. Procede i suoi studi universitari a Lecce e consegue la Laurea specialistica in Scienze Politiche, Comunitarie e delle Relazioni Internazionali, con 110 e Lode, scrivendo una tesi, in Storia dei Trattati e della Politica internazionale, sull’Amministrazione Nixon e le relazioni indo-pakistane. Nei primi anni ’70, la terza guerra tra India e Pakistan fa da sfondo alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino, grazie all’abilità politica del binomio Nixon-Kissinger di sfruttare i legami con Islamabad. Aspirante analista di politica internazionale, collabora dal 2009, come contributor settore mediorientale, con il Centro Studi Internazionali e, co.co.pro. dal 2009 al 2013, Federica ha lavorato presso una società che offre consulenza tecnica alla regione Puglia per il Programma di Sviluppo Rurale. Al momento studia per il Dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea.
Federica Fanuli, 31 anni, si laurea con 110 e Lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, presso l’Università del Salento, con una tesi in Relazioni Internazionali in cui analizza i pilastri della politica estera di Ahmadinejad, Presidente della Repubblica islamica dell’Iran dal 3 agosto 2005 al 3 agosto 2013: la questione ebraica e la questione nucleare. Procede i suoi studi universitari a Lecce e consegue la Laurea specialistica in Scienze Politiche, Comunitarie e delle Relazioni Internazionali, con 110 e Lode, scrivendo una tesi, in Storia dei Trattati e della Politica internazionale, sull’Amministrazione Nixon e le relazioni indo-pakistane. Nei primi anni ’70, la terza guerra tra India e Pakistan fa da sfondo alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino, grazie all’abilità politica del binomio Nixon-Kissinger di sfruttare i legami con Islamabad. Aspirante analista di politica internazionale, collabora dal 2009, come contributor settore mediorientale, con il Centro Studi Internazionali e, co.co.pro. dal 2009 al 2013, Federica ha lavorato presso una società che offre consulenza tecnica alla regione Puglia per il Programma di Sviluppo Rurale. Al momento studia per il Dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea.

La crisi siriana occupa la scena internazionale da più di due anni. Le prime proteste pubbliche, che hanno attraversato il paese da nord a sud, si sono rapidamente trasformate in violenti scontri armati tra l’Esercito di Assad e le milizie del Free Syrian Army, una vera e propria guerra civile, i cui ultimi sviluppi e le cruenti immagini hanno allarmato le potenze occidentali. L’uso di armi chimiche presso la città di Damasco, lo scorso 21 Agosto, una morte al sapore di gas nervino per centinaia di siriani, tra cui donne e bambini, ha aumentato il rischio di un imminente intervento armato; ma, se, da un lato, nel corso del vertice del G20, che si è svolto a San Pietroburgo il 5 e il 6 Settembre, gli Stati Uniti hanno incassato solo il consenso dei cugini francesi a punire la Siria, dall’altro, gli altri paesi europei, la Russia e la Cina si sono opposti, favorevoli ad avviare negoziati di pace1. Tra questi anche l’India, che appare quasi estranea alle priorità dell’agenda politica internazionale, eclissata dai principali attori asiatici, ha approvato la proposta di un’azione politica risolutiva, avanzata dal Presidente Putin, respingendo ogni ipotesi di operazione militare lesiva dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica del paese2.

Il voto dell’India è perfettamente in linea con la strategia della prudenza che il governo di Nuova Delhi persegue e applica sin dalle origini della questione siriana, orientandosi così verso una scelta diplomatica di basso profilo. Nell’ottobre 2011, in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’India pone l’accento sulla violazione dei diritti umani, esorta l’ingresso di una Commissione d’inchiesta nel paese e lancia un appello all’Assemblea Generale dell’ONU per una risoluzione che metta fine a ogni forma di violenza, perpetrata da entrambi gli schieramenti in conflitto; dichiarazioni che, però, si sono concluse con l’astensione dalla votazione sulla condanna al regime in virtù del principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati, ribadendo al contrario il suo impegno a sostenere Assad, incoraggiando il Presidente a introdurre riforme istituzionali e porre fine ai soprusi3. Le istituzioni politiche indiane intendono resistere alle pressioni occidentali sulla minaccia di sanzioni contro la Siria e, sebbene, nel 2012, l’India abbia approvato la risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU, l’ultimatum rivolto ad Assad per le violenze consumate a danno della popolazione innocente4, il voto indiano poco si presta alla libera interpretazione degli analisti politici. Quello che pare un cambio di guardia non coincide per niente con la volontà indiana di abbandonare Assad al suo destino o peggio, in quanto l’India è uno dei principali componenti del Movimento dei Paesi non allineati, di allinearsi agli stati occidentali, quanto piuttosto con l’importanza di tutelare certi interessi che legano il governo alla Siria5. L’inasprimento della questione siriana, infatti, non poteva avvenire in un momento peggiore per il bilancio economico indiano e ciò che preoccupa particolarmente Nuova Delhi è la destituzione della dinastia attualmente al potere, perché una guida di matrice islamica al governo rischierebbe di mandare a monte gli affari pro-indiani di Assad. La Siria non rientra tra i principali produttori di petrolio, ma, secondo l’opinione diffusa tra gli specialisti dell’alta finanza, l’intervento militare pianificato dagli Stati Uniti potrebbe danneggiare gli importatori di greggio dell’Asia occidentale6. Quasi l’80% del consumo energetico indiano dipende dagli idrocarburi della regione del Golfo Persico e se il prezzo al barile cominciasse a salire e la Rupia continuasse a precipitare verso il basso, il mercato rischierebbe seriamente di crollare. Oltre al deficit economico, quindi, che non si esclude possa produrre un effetto domino sui partner commerciali europei, benché gli investitori stranieri abbiano già ritirato il capitale collocato nelle giovani economie emergenti, come l’India appunto, che usa denaro estero per finanziare il disavanzo commerciale, esistono anche altri motivi, altrettanto importanti, tali da spingere Nuova Delhi a non infastidire Assad7.

La Siria, che condivide il principio della laicità in Medio Oriente, cioè la formazione di uno stato laico basato sul nazionalismo civile, storicamente perseguito dall’India nell’antagonismo che la lega al Pakistan, aveva offerto all’India il suo pieno appoggio per la questione del Kashmir e per la possibilità indiana di accedere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in qualità di membro permanente8. La Siria gioca un ruolo chiave nell’area mediorientale e lo spettro di una conflagrazione interna potrebbe avere un inevitabile e grave impatto sulla pace nazionale e sulla stabilità dell’intero Medio Oriente, tanto da innescare un vero e proprio conflitto regionale che vede schierati due blocchi opposti: da una parte l’Iran, il Libano, l’Iraq e i palestinesi di Hezbollah; dall’altra, Israele, la Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro e avere ampie ripercussioni in tutto il Golfo Persico, conseguenze che non fanno altro che aumentare il timore indiano che l’onda degli scontri possa disseppellire dissapori interni. Sono ben oltre 7,5 milioni gli indiani che vivono nei paesi del Golfo e un eventuale conflitto potrebbe innescare flussi migratori di profughi diretti anche verso il Pakistan, con il serio rischio di infiammare le lotte tra sciiti e sunniti, avere eco in Kashmir e riaprire la ferita indo-pakistana, in realtà, mai chiusa9.

Un altro fattore che riteniamo non possa essere trascurato al fine di analizzare la strategia diplomatica indiana nell’ambito della crisi siriana e in funzione dell’apparente tranquillità nazionale indiana è l’Iran, un vicino con cui non conviene inclinare i rapporti. Se l’India aderisse alla politica interventista degli Stati Uniti contro la Siria, rischierebbe quasi certamente di scontare gravi perdite anche con Teheran. Interrompere le relazioni politico-commerciali con l’Iran, terzo esportatore al mondo di petrolio, potrebbe compromettere il complicato ruolo dell’India in Afghanistan, dal momento che non avendone un accesso diretto l’India deve fare affidamento proprio sull’Iran. Soprattutto, entrambi i paesi condividono un obiettivo comune in Afghanistan: impedire che i talebani, aiutati dal Pakistan, spina nel fianco del Subcontinente indiano, non tornino al potere10. Le sorti della stabilità regionale passano quindi anche tramite l’asse Iran-India, quest’ultima in una posizione molto delicata se si considera che Nuova Delhi stringe da più di mezzo secolo un forte legame con Israele, nemico giurato della Repubblica Islamica che frutta però un armamentario bellico di miliardi di dollari11. In un incerto panorama mediorientale, l’India gioca a fare l’equilibrista della politica. È quanto mai evidente, infatti, che Nuova Delhi sia intenzionata a praticare una politica di potenza nell’Asia centrale e nel Vicino Oriente, ad affermare il suo ruolo di importante attore regionale di fronte alla comunità internazionale, mentre punta all’isolamento del Pakistan, tanto da spingere il Primo Ministro Nehru ad esprimersi favorevolmente al piano russo che consiste nell’affidare il controllo delle armi chimiche, in possesso della Siria, alla comunità internazionale e poi procedere alla loro distruzione. L’alternativa sovietica all’interventismo americano discusso durante i colloqui tra Obama e Putin, che si sono svolti a Ginevra, un primo possibile passo verso l’esito, senza traumi, della questione. Solo gli sviluppi della situazione siriana ci consentiranno di soddisfare il quesito se il governo di Nuova Delhi continuerà a difendere i suoi interessi economici in Medio Oriente, appoggiando la vicina Russia, seguita a braccetto dal gigante cinese, disattendendo le aspettative americane, o al contrario, tutelerà i legami finanziari con gli Stati Uniti in nome della partnership strategica tra i due stati. Una partita tutta da giocare, sul campo siriano.

Federica Fanuli

Note/

  1. Cfr. http://www.corriere.it/esteri/13_settembre_05/g20-san-pietroburgo_8ca00e76-1608-11e3-a860-3c3f9d080ef6.shtml
  2. Cfr. http://www.repubblica.it/esteri/2013/09/06/news/g20_ultimo_giorno_grandi_divisi_su_siria-65992034/
  3. Cfr. http://osservatorioiraq.it/approfondimenti/siria-assad-tortura-e-uccide-anche-i-bambini
  4. Cfr. http://www.sarkaritel.com/syria-crisis-why-india-voted/
  5. Cfr. http://www.eastasiaforum.org/2012/03/08/indias-position-on-syria-a-tight-balancing-act/
  6. Cfr. http://www.isn.ethz.ch/Digital-Library/Articles/Detail/?id=151242
  7. Cfr. http://www.firstpost.com/world/syria-crisis-why-india-is-wary-of-us-military-intervention-1065713.html
  8. Cfr. http://blogs.wsj.com/indiarealtime/2013/06/04/india-should-help-syria/
  9. Ibid.
  10. Cfr. http://www.geopolitica-rivista.org/23409/liran-di-hassan-rohani-conseguenze-per-la-regione-e-per-lindia/
  11. Cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/israel/10119393/Pakistan-military-technology-row-threatens-Israels-strategic-relationship-with-India.html

Siria/ Il gesuita padre D’all’Oglio: “Sogno una terra di Pace e di Giustizia”


testata-rsm-gli-speciali

Lieta Zanatta
Lieta Zanatta
Paolo_Dall'Oglio
padre Paolo Dall’Oglio

Lieta Zanatta – Intervista a padre Paolo Dall’Oglio dal Messaggero di Sant’Antonio, numero di gennaio 2013.

Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, racconta la Siria di Assad. Per trent’anni attivo tessitore del dialogo, è stato espulso dal Paese mediorientale nel giugno scorso, per il suo impegno a favore del cambiamento.

Era cominciata in sordina agli inizi di febbraio 2011. Poche dimostrazioni pacifiche in piazza per chiedere riforme e più democrazia al governo di Bashar al-Assad. La “primavera araba”, che aveva scosso violentemente le vicine Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto, non sembrava aver contaminato la Siria. Ma, dopo un mese, il 18 marzo, le grandi manifestazioni di piazza, partite nel Sud del Paese, sono state soffocate nel sangue da parte dell’esercito governativo. Ne è scaturita una rivolta popolare che ha portato alla nascita di un’opposizione formata da tutti i gruppi identitari che formano la Coalizione nazionale siriana. 

La rivolta è divenuta, poi, una vera e propria guerra civile dalle sorti ancora incerte: da una parte, il regime di Damasco, appoggiato da Cina, Russia, Iraq e Iran sciita; dall’altra, i ribelli, sostenuti da Usa, Turchia, Francia, Gran Bretagna, Giordania. Il conflitto ha finora causato più di 40 mila vittime, soprattutto fra i civili, e la fuga di oltre un milione e mezzo di persone verso i campi profughi di Libano, Turchia, Giordania e Kurdistan. 

Tra le tante voci che chiedono la fine di ogni violenza e la riconciliazione nazionale, c’è quella autorevole di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita che, dopo aver rifondato, nei primi anni ’80, il monastero interreligioso di San Mosè l’abissino, nel giugno del 2012 è stato espulso dalla Siria per aver rivolto un appello a Kofi Annan, inviato speciale di Lega Araba e Nazioni Unite in Siria.

Padre Dall’Oglio, da grande conoscitore della Siria qual è, ci tratteggia la situazione odierna del Paese?

Comincio dall’aspetto ecclesiale. Sono molto turbato dagli eventi, perché la situazione dei cristiani in Siria è disastrosa. Due i motivi: il primo è che la guerra è di per sé disastrosa; il secondo è che le autorità ecclesiastiche si sono schierate per lo più con il regime di Assad, negando la richiesta di libertà e democrazia da parte della popolazione. Una richiesta che è stata repressa dal regime in modo sistematico e disumano.

Che cosa ha comportato tutto questo per la comunità cristiana di Siria?

Ci troviamo in una situazione in cui i cristiani non solo perdono le case e tutto quello che hanno, ma vengono addirittura considerati nemici di quel movimento democratico che ha avviato il cammino verso l’emancipazione di una maggioranza sunnita nei confronti di una dittatura che si basava sull’intesa di minoranze.

Sono i risultati della guerra civile?

Nella guerra civile siriana si innesta un conflitto in più: quello tra mussulmani sciiti e sunniti. Dalla parte sciita c’è l’Iran, con ambizioni geo-strategiche legate ad una serie di Paesi. Accanto si colloca l’Iraq a maggioranza sciita, che appoggia esplicitamente Damasco con uomini e mezzi economici. Poi c’è il Libano meridionale, con il movimento politico Hezbollah di Hassan Nasrallah. Dalla parte opposta stanno l’Arabia Saudita insieme con Hariri-figlio in Libano, già schierati contro Assad fin dalla prima rivoluzione. Il Qatar e la Turchia speravano in un’evoluzione del regime di tipo riformista. Delusi dalla repressione furiosa, hanno iniziato ad appoggiare la trasformazione rivoluzionaria. Con la “primavera araba” si sono aggiunti i Fratelli mussulmani, sempre più attivi e organizzati. 

Chi appoggia la Coalizione nazionale siriana che si oppone al presidente Assad?

Il movimento di rivolta è stato possibile anche perché l’Occidente, pressato dal presidente Obama, ha appoggiato le richieste di democrazia che vengono da parte di numerosi Paesi arabi e nordafricani. Ma questo per gli Usa non può non implicare un’emergenza del soggetto politico islamista, perché i mussulmani rappresentano il popolo, o almeno una sua larga fetta. Da qui nasce il problema per l’Occidente.

Gli islamisti scesi in piazza per chiedere libertà, combattono per la democrazia?

In passato gli USA, gli Stati europei e Israele hanno spesso preferito supportare i regimi, con la loro mole di corruzione e depravazione, anche a scapito dei cittadini e della correttezza nelle relazioni internazionali. Ne abbiamo avuto un esempio anche in Italia, con i rapporti instaurati con il regime di Gheddafi. Nei paesi il cui da più lungo tempo sono insediati i cristiani, la paura del soggetto islam è stata comprensibilmente usata per stabilizzare i regimi e per attirare su di essi la protezione dell’Occidente, facendo presa sulla solidarietà tra cristiani. Ma questo, a lungo andare, si è rivelato un disastro.

Perché?

E’ stato un disastro in Iraq, è stato poco felice in Egitto, del tutto inopportuno in Siria, non porterà bene in Giordania, e neanche in Palestina. Il fatto è che le famiglie cristiane affrontano queste situazioni di conflitto in un modo semplicissimo: emigrando.

Qual è la situazione che si profila all’orizzonte in Siria?

L’enorme peccato di omissione di soccorso verso i democratici in Siria, tanto islamisti quanto semplicemente mussulmani, o cristiani o altro, ha già provocato tutti i danni possibili: la distruzione del Paese e l’emigrazione delle élite economiche e culturali. E non basta. Ha causato anche una polarizzazione delle varie comunità siriane. Gli alawiti del clan di Bashar al-Assad, così come i curdi, tendono a farsi un loro Stato; i sunniti lasciano le zone controllate dagli alawiti, i cristiani tendono a emigrare.

Le prospettive, allora, quali sono?

Più che disastrose se si continua a non far nulla, disastrose se si fa qualcosa adesso. Stiamo piangendo lacrime di coccodrillo. Tutto sta spingendo perché la rivoluzione non abbia successo. La mancanza di una presa di posizione chiara di gran parte dell’Occidente farà in modo che gli islamisti più accesi vadano al potere. Assisteremo a quanto già accaduto in Somalia o in Afghanistan. E, comunque, i cristiani emigreranno tutti.

Il 13 novembre, in Qatar, la Coalizione nazionale siriana, che raccoglie tutti i movimenti di rivolta nel Paese, è stata riconosciuta dalla Lega araba quale opposizione al regime di Assad. A guidarla è l’ex imam della grande moschea di Damasco, Ahmad al-Khatib Moaz, assieme a un cristiano, George Sabra, nominato leader del Consiglio nazionale siriano, principale tra i partiti di opposizione.

L’ultimo incontro, che ha prodotto questa nuova alleanza tra siriani, sembra promettere bene, perché accoglie una rappresentatività larga e pluralista. I siriani (che stanno resistendo eroicamente) continuano ad esprimersi in modo democratico, nonostante gli enormi sacrifici affrontati in questi mesi. La loro fedeltà all’ideale democratico si scontra con la mancanza di risposta da parte dell’Occidente che pur rappresenta questi stessi ideali. Sono stati aiutati, invece, dagli islamisti.

Qual è la sua esperienza personale in questa guerra?

Faccio parte di quel settore della società che vuole la riforma democratica. Sono stato per anni tra coloro che hanno spinto per lo sviluppo sostenibile, la trasparenza politica e la lotta alla corruzione. Ma il regime mi ha tolto la residenza. Sono stato espulso e ho intrapreso un’intensa attività, soprattutto pubblicistica, che peraltro sento come un aspetto del mio apostolato. Perché si tratta di operare per la salvezza della gente siriana, non solo con gli uomini e le donne che hanno avviato questa rivoluzione, a con tutte le persone di buona volontà. Si tratta di evitare che finisca in un modo terribile, che un popolo venga massacrato – magari con le armi chimiche – per zittirlo definitivamente. 

Ha un sogno per questa terra?

Noi non vogliamo che la Siria sia il luogo del conflitto tra islamici e Occidente, ma il luogo di riconciliazione di radici mediterranee e identità arabo-mussulmane. I nostri cristiani sono cristiani arabi, una fusione a caldo di civiltà essendo mediterranei, bizantini, siriaci e maroniti. Penso che potremmo tornare a essere i protagonisti di una cultura che è stata per secoli arabo-mussulmana-cristiana-ebraica. In questo modo potremmo costruire e vedere la pace nel Medio Oriente, con Gerusalemme città simbolo di una pace finalmente avvicinabile. Dipende dal nostro implicito impegno. Ovviamente questo è il mio punto di vista: nella Chiesa c’è anche chi la pensa diversamente. (Lieta Zanatta)

APPELLO DI TUENNO

Iniziativa della gente democratica di solidarietà coi democratici siriani.

Nessuna paura e nessun interesse possono giustificare l’omissione di soccorso da parte della collettività internazionale nei confronti del popolo siriano che da venti mesi esige la mutazione civile ed è straziato dalla repressione di regime.

Abbiamo dunque attivato questa catena popolare di istituzioni, rappresentanti e cittadini per chiedere ai governi di agire immediatamente e operosamente al fine di contrastare le diverse e trasversali complicità col regime liberticida.

È ora d’intervenire sul piano diplomatico con più vigore e inclusività, sul piano dell’assistenza umanitaria con più efficacia e coerenza, sul piano dell’azione non-violenta con più inventiva e coraggio, sul piano della lotta partigiana con più incisività e competenza e sul piano dei diritti umani con più rigore e lungimiranza.

Proponiamo in particolare all’Unione europea di favorire il dialogo tra tutte le componenti identitarie siriane, al fine di promuovere un largo ed equo accordo costituzionale che consenta l’uscita dalla violenza e ottenga la riconciliazione nazionale nella prospettiva della pace nella giustizia che è da perseguire caparbiamente in tutta la regione vicino-orientale.

Biografia di padre Paolo Dall’Oglio

padredall'oglio.gifNato nel 1954, il gesuita padre Paolo Dall’Oglio entra a far parte della Compagnia di Gesù nel 1975. Si stabilisce in Oriente nel 1977.

Laureato in Lingue e civiltà orientali a Napoli, ottiene un dottorato all’università Gregoriana con la tesi “Speranza dell’Islam”. E’ ordinato prete siriaco nel 1982, anno in cui scopre le rovine del monastero Deir Mar Musa al-Habashi, San Mosè l’abissino, dove si ritira in romitaggio. Lo rifonda qualche anno dopo, insediando una comunità interreligiosa mista, per favorire un dialogo al servizio dell’armonia islamo-cristiana. Allo scoppio delle proteste popolari siriane, propone una soluzione pacifica che preveda un largo accordo di tutte le componenti identitarie siriane, denominata “Appello di Tuenno”. Il regime di Assad lo espelle dal Paese, dopo che egli ha presentato un appello a Kofi Annan. Dall’Oglio è costretto a lasciare la Siria il 12 giugno 2012.

Ultimamente padre Dall’Oglio è stato accolto nella nuova fondazione monastica di Deir Maryam el Adhra, iniziata da pochi mesi a Sulaymanya, nel Kurdistan iracheno.

Civitavecchia/ Formazione. Il 2° Corso per Ufficiali “Osservatori ONU”


I partecipanti al 2° Corso di Ufficiali Osservatori delle Nazioni Unite (ONU)

di Antonio Conte – Il 19 giugno 2012 si era svolto a Civitavecchia, presso il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito, il 2° Corso per Ufficiali Osservatori delle Nazioni Unite.

I frequentatori del corso, destinati a essere impiegati nell’ambito delle missioni di osservazione delle Nazioni Unite nelle aree di crisi, quali UNSMIS in Siria, UNTSO in Medio Oriente, MINURSO nel Sahara Occidentale e UNMOGIP sulla linea di controllo fra India e Pakistan, hanno partecipato – dice la news del sito dell’Esercito italiano – a una serie di lezioni teoriche e pratiche per acquisire gli strumenti necessari ad operare con successo nelle regioni di destinazione.

Alla chiusura del corso il Comandante, Generale Leonardo di Marco, ha ricordato l’impegno del CESIVA nell’organizzare e condurre le attività e l’importanza delle risorse messe a disposizione dallo Stato Maggiore dell’Esercito per sviluppare un piano addestrativo idoneo ad assicurare la preparazione degli Ufficiali chiamati a garantire il rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

I partecipanti al 1° Corso di Ufficiali Osservatori delle Nazioni Unite (ONU)

Il 1° corso per Ufficiali osservatori delle Nazioni Unite si era invece concluso a Cesano di Roma il 28 Maggio 2012, organizzato sempre dallo stesso Centro di Simulazione e Validazione dell’Esercito, ma tenutosi presso la dipendente Scuola di Fanteria.

I frequentatori del corso, destinati all’impiego nell’ambito della missione ONU in Siria (UNSMIS), avevano partecipato a una serie di lezioni teoriche e pratiche per acquisire gli strumenti necessari ad operare con successo nella regione.

Nel corso della cerimonia di chiusura il Comandate del CESIVA, Generale Leonardo di Marco, ha sottolineato l’importanza delle risorse messe a disposizione dallo Stato Maggiore dell’Esercito per assicurare la migliore preparazione possibile agli Ufficiali chiamati a garantire il rispetto della risoluzione 2043 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il 16 Maggio scorso erano infine partiti i primi 5 militari dell’Esercito Italiano designati per far parte della missione di Supervisione delle Nazioni Unite in Siria (UNSMIS).

La missione, autorizzata con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 2043 del 21 aprile scorso, ha il compito di osservare il rispetto del cessate il fuoco e l’applicazione del piano Annan, accettato dal regime siriano.

La presenza del personale italiano, autorizzata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 8 maggio, è stata chiesta all’Italia dal Segretario Generale dell’ONU.

Fonte: Centro di Simulazione e Validazione.

Siria/ Suspence. La storia infinita del dolore del popolo siriano


di Antonio Conte – Chi dei nostri lettori oggi, volesse sapere cosa accede davvero il Siria può fare due cose: andarci o leggere il blog di Suspence, che può trovare qui. Leggere i suoi post è avvincente, da circa due mesi schiva le bombe e la morte che le gira intorno fa raggelare il sangue.

Tutto ciò che la televisione ci racconta è così distante dalla realtà che viene quasi da ridere. Ci hanno fatto vedere i responsabili della Croce Rossa Internazionale ricevuta da Assad mentre in un salotto si offrivano biscottini. Abbiamo sentito la i portavoce del governo russo, consiglieri militari di Assad, che garantivano che il governo di Assad stesso non avrebbe usato le armi chimiche, mentre l’occidente mediatico quasi si compiaceva della notizia. Il ministro Terzi ha anche twittato un testo chiedendo ad Assad di smetterla con le bombe ed i genocidi di Daraya dove si parlava di 500 cadaveri. La Turchia sostiene di avere gravi difficoltà con gli aiuti ai profughi. Intanto Terzi incalza ed incarica l’Onorevole Margherita Boniver come Inviato Speciale di rinsaldare i rapporti con la Giordania ed il Libano, con quest’ultimo dice il comunicato stampa, sono eccellenti, la missione sarà di quattro giorni e pare si faranno molti colloqui, anche con i profughi. Ci sembra che sia ben poca cosa rispetto al quadro che vien fuori dai blog, in particolare da quello di Suspence, ma speriamo servano ad un maggiore impegno diplomatico.

Un blog di quelli veri, un vero diario di viaggio tra una pioggia incessante di bombe e pallottole. Si legge nel dettaglio che vi sono due fazioni in guerra tra loro: il governo siriano da una parte nel ruolo del cattivissimo e la sua gente dall’altra parte, nell’infelice situazione di dovere, ad uno ad uno, soccombere. I post di Suspence sono pochi è vero, ma densi. Sfido a trovare concentrazione, tempo e lucidità per scrivere non è certo cosa scontata.

Tuttavia ci narra la storia di Driss, un ragazzo di 26 anni che muore tra le sue braccia mentre si ricongiunge al sacrificio del padre in uno stesso ideale, la Siria libera dalle ingiustizie: Driss è stato falciato dai colpi di arma da fuoco del governo di Assad. Quindi, narra la storia del piccolo Amir intrappolatosi in un vicolo cieco durante la fuga e finito con dei colpi di pistola alla testa. Ed infine, del suicidio di Lamie, mai avremmo voluto sapere della sua scomparsa, anche qui, nelle nostre tranquille stanze, il dolore ci assale, Lamie era un riparo dalla tempesta per Suspence. Forse non era il contrario, così Lamie non c’è l’ha fatta, ha finito la sua esistenza da sola, dopo essere sprofondata nella sua disperazione.

Poco prima Suspence, si legge in fondo ad un suo post, si chiedeva pubblicamente in Twitter, se doveva tornare e se doveva mettere fine a questo suo viaggio nell’inferno siriano. Noi crediamo di sì, crediamo che dovrebbe tornare e per molte ragioni già dette. Le trovate scritte qui, in fondo a questa pagina. Da cronista ora dovrebbe testimoniare quanto ha vissuto in prima persona. E’ questo che conta, lo deve ai suoi compagni-ribelli.

Alla carissima Suspence, dico che non c’è lo fatta a inviarle le mie domande per una intervista. Da queste colonne, la mia vicinanza virtuale mista a preoccupazione poteva intralciare il suo lavoro, ho fatto qualche passo indietro per non ostacolarla, l’emozione di un incontro simile, benché virtuale, in un momento così drammatico come quello siriano, in cui lei è immersa, lascia davvero senza fiato, ma molti la sostengono in questa sua coraggiosa azione. Don Dino ad esempio.

Avrei voluto chiederle come vivono la maggior parte di quella gente senza un’economia attiva, quella dei negozi, delle attività aziendali, dei piccoli uffici. Come fanno tanti bambini, in questi due anni a vivere nel terrore, senza scuola, senza lavoro, senza gioia dei divertimenti e anzi con le stragi di minori e le fosse comuni.

Avrei voluto chiederle come fanno quelle madri e quelle mogli ad andare avanti. Sono con i mariti? Aspettano a casa con gli altri figli? Chi sono stati i suoi accompagnatori? E, che lavoro svolgevano prima della guerra? Erano parenti tra loro, quelli della sua scorta? E, ancora avete aiuti, di che tipo? Si sente la presenza degli aiuti umanitari dove si trova?

Carissima Suspence, le domande non mancano, ma mi chiedo semmai non sarebbe stato cinismo il mio, quello di approfittare della tua situazione. La scena è tua, tutta e completamente tua. Se vorrai mi farà onore ricevere le tue risposte ma solo quando sarai al sicuro e tranquilla.

Spero in qualche riga da parte di Don Dino Pirri, affinché mi aiuti a chiudere questo post, con parole nuove.