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Cordenons (PN)/ 132° Reggimento Carri. Cerimonia di avvicendamento del Comandante


di Lieta Zanatta – La voce si fa roca, la lettura prosegue un po’ in salita. La commozione che assale il comandante Mario Nicola Greco contagia il pubblico in tribuna. Sta cedendo il comando del 132° Reggimento Carri di Cordenons al suo parigrado colonnello Giandomenico Petrocelli. Gli augura ”ogni fortuna al comando di questo straordinario reggimento, unico per saldezza morale, determinazione e spirito di corpo”.

E’ l’emozione a dimostrare che queste parole non sono solo retorica. “Lascio oggi, dopo due anni, il comando del 132° reggimento carri con animo malinconico…”. E’ il due novembre 2012. Nel cortile della Caserma “De Carli” di Cordenons sono schierate le cinque compagnie di questo reggimento che appartiene alla Brigata Ariete di San Quirino, con i labari delle associazioni, le autorità del posto, e la banda dell’Ariete le cui musiche si espandono ovunque, predisponendo il buon umore in questa giornata autunnale che regala un sole davvero caldo. Sono pochi, ma possono essere intensi due anni, se passati in addestramenti continui e operazioni come Strade Sicure, che ha visto gli uomini e le donne di questo reggimento contribuire attivamente alla sicurezza e all’ordine delle città di Pordenone, Cordenons e le cittadine limitrofe, aumentando il già stretto legame che esiste da tempo con la popolazione. Ora il colonnello Greco lascia Pordenone, dove è anche nato, pronto per una nuova missione che lo vede impegnato, con altre unità del 1° Comando Forze di Difesa, nell’ambito dell’operazione ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan, dove andrà ad assistere l’esercito afghano. Una fase di transizione che procederà fino al ritiro delle forze NATO dalla regione nel 2014. Al comandante subentrante Giandomenico Petrocelli viene consegnata una bella eredità, a proseguire una carriera che lo ha visto in missione in Bosnia e in Kosovo, seguita da incarichi ONU, fino all’ultima mansione come capo sezione dell’ufficio Pubblica Informazione allo Stato Maggiore Difesa a Roma.

INTERVISTA AL COLONNELLO MARIO NICOLA GRECO

E adesso per il colonnello Mario Nicola Greco c’è il teatro operativo dell’Afghanistan nelle province del Regional Command West di Herat e Farah, con il M.A.T. I Military Advisor Team sono una squadra di circa 300 consiglieri militari, di cui la metà composti da unità della Brigata Ariete, che dovranno monitorare l’esercito e la polizia afghani. “L’Afghanistan è una realtà complessa – dice il colonnello –, non mi aspetto nulla in particolare. Lo scopriremo una volta che arriveremo nel teatro delle operazioni, già martedì prossimo 6 novembre”. Ma l’incarico è di quelli delicati. “Saremo a fianco dei nostri partner afghani, che sono componenti parte della polizia e parte dell’esercito. Il consigliere militare è un’attività piuttosto complicata anche perché ha diversi ambiti di competenza: operativo, logistico, ecc.”.

Una missione dunque che si differisce dalle precedenti che prevedevano l’addestramento dopo l’arruolamento delle forze locali. “I militari afghani non hanno più bisogno di essere supportati, ma solo monitorati. Ora come ora possono procedere da soli. Fra un anno, quando andremo via, dovranno camminare con le proprie gambe”.

Eppure continuano gli “incidenti”, con gli insurgents che si infiltrano tra gli stessi militari afghani, per poi compiere stragi all’interno delle basi militari dove vengono addestrati. “Questi incidenti ci sono – afferma il colonnello –, e anche se ci sono dei filtri, si sa che possono capitare. Ma questo va considerato all’interno dei grandi numeri, perché incide in maniera minima nella casistica”.

E quella commozione nel leggere il commiato dal 132° reggimento? “Certo! – conclude il colonnello sciogliendo un po’ la tensione del viso – C’è stata quando ho pensato ai due anni passati con i miei ragazzi e il sostegno che le famiglie hanno dato in tutto questo tempo. Le cose iniziano e poi terminano sempre. Non sono triste né altro: sto lasciando il mio reggimento”.

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Kosovo/ Le enclavi serbe stanno ai lager come le reti elettrificate stanno all’indifferenza kosovara.


Silovo. Se questo è un ospedale

di lieta Zanatta  Quattro posti letto in una stanza al primo piano sono destinati agli adulti, quattro lettini e una culla in un’altra sono invece il reparto pediatria. Un’astanteria al piano terra con tre panchine di legno è l’anticamera di un ambulatorio di primo soccorso con dentro un armadietto per i medicinali, una scrivania, un lettino e una sedia consumati dall’uso. Un’unica autoambulanza, una vecchia van car, che viaggia ancora nonostante gli oltre 400 mila chilometri. Questo è un ospedale. Ha un bacino di utenza di trentamila persone nell’enclave serba di Silovo in Kosovo. “Qui è uno dei pochi posti al mondo dove ammalarsi è illegale” esordisce Jelica, la direttrice dai capelli rossi e gli occhi chiari cerchiati dalla stanchezza.

E’ il dramma poco conosciuto delle enclavi serbe all’interno dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo, ora minoranze in un territorio che la risoluzione ONU 1244 del 1999 riconosce alla Serbia quale stato successore della Repubblica Federale Jugoslava. In questo ghetto non possono entrare medicinali, per il Kosovo sarebbe contrabbando. Infatti Jelica, per contrabbando di farmaci, quelli destinati a curare i malati dell’ospedale, è stata denunciata. La situazione è controversa: il personale medico e paramedico dell’ospedale, che lavora nei 32 presidi ambulatoriali che dipendono da Silovo, viene stipendiata da Belgrado, che l’amministra, ma che non può fornire alcun tipo di materiale. Sono 420 persone, di cui 40 dottori e 7 dentisti. L’ospedale, molto pulito e dignitoso, è organizzato solo per il Day Hospital dove vengono eseguite operazioni chirurgiche elementari. Se ci sono urgenze, vanno dirottate nell’ospedale più vicino, che è a 50 chilometri, a Djacovica. Sennò, a 80 chilometri, ce n’è un altro, in Serbia. Se c’è a disposizione il van-ambulanza bene. Altrimenti ci si deve arrangiare con i mezzi propri, i quali hanno ancora le targhe serbe, e per questo vengono presi a sassate quando escono dall’enclave e attraversano i villaggi kosovaro-albanesi.

“Dipendiamo da Belgrado che non può darci nessun tipo di aiuto, non un cent, per curare la gente del posto, che non sono solo serbi kosovari – continua Jelica -. E’ una situazione paradossale. Non sappiamo più dove siamo. Speriamo sempre che le cose si risolvano, ma più il tempo passa, e più siamo in difficoltà.

Sono venute tante organizzazioni a trovarci, tante parole, tante foto. Qualche aiuto, quello che hanno voluto o potuto. L’unica mano che abbia effettivamente fatto qualcosa per noi è stata un’ONG italiana di Pordenone. Ci hanno chiesto di cosa abbiamo bisogno, hanno cercato di procurarcelo”.

Pochi hanno idea di cosa significhi vivere in un’enclave. Un ghetto separato dal resto del mondo, dove manca tutto e ci sono problemi legati ad ogni piccola cosa, perché in questa regione le tensioni etniche sono tutt’altro che sopite.

“Per noi non c’è traffico telefonico, non ci sono mezzi pubblici. Per andare da un villaggio all’altro dobbiamo prendere dei taxi albanesi, non sicuri e dal costo elevato. L’identità, l’avere un passaporto, per noi serbi è un problema. La probabilità di essere oggetto di violenze è molto alta, perché la gente gira armata. Ci circonda un clima teso, la situazione è pesante.”

Paradossalmente, nonostante i massicci dispiegamenti dei contingenti internazionali sotto la guida NATO, in questa parte del mondo lo stato delle cose sembra peggiorato di molto dalla situazione pre-bellica del 1999.

“Il problema sta nell’educazione, nelle scuole – sottolinea Jelica – I vecchi delle due etnie conoscono sia il serbo che l’albanese. Se vogliono, possono comunicare. Adesso gli istituti sono fisicamente separati, e ognuno impara solo la propria lingua. Tra trent’anni i bambini di oggi non si parleranno più, non solo perché non vogliono, ma perché non avranno più imparato niente l’uno dell’altro…”.

Grazie alla collaborazione con l’ambasciata italiana di Pristina, è da poco arrivata una autoambulanza, seppur usata ma estremamente funzionale all’uso, donata dal Comune piemontese di Villadossola in provincia di Verbania.

“Questo piccolo ospedale necessita di essere ampliato, vorremmo farlo – continua la direttrice – ma il governo del Kosovo non vuole concedere alcuna autorizzazione, ci considera una costituzione illegale nel territorio”.

Nelle due semplici stanze dell’ospedale, c’è un solo letto reclinabile tra gli otto posti a disposizione, solo tre reggi flebo, qualche bombola di ossigeno, un monitor. Inutile chiedere a Jelica di cosa ci sia bisogno, perché manca tutto, a cominciare da un lettino sanitario dove il paziente possa essere visitato, garze, disinfettanti, siringhe…

“Ci sarebbe l’urgenza di un doppler e un ecografo” sussurra ai volontari italiani che sono arrivati con un carico di medicinali. Negli ospedali e ambulatori italiani ci sono tante medicine che non vengono utilizzate e purtroppo lasciate scadere perché magari ne circolano effettivamente troppe, e numerose apparecchiature, seppur funzionanti e funzionali, vengono dismesse e riposte in un angolo perché sostituite da macchinari di nuova generazione. Potrebbero essere invece inviate qui a Silovo dove sarebbero reimpiegate per guarire o salvare la vita di tanti esseri umani che si trovano a vivere nella parte sbagliata del mondo.

Lieta Zanatta

Serbia ed Kosovo come quei poveri capponi di Renzo

di Antonio Conte – ‘Tra i due litiganti non mettere il dito’, racconta un vecchio adagio. Ma se i litiganti sono poveri vengono in mente quei poveri capponi che Renzo portava in dono all’Avvocato per un consiglio. Eccola brevemente come raccontata dal sito cultura cattolica.it.

Renzo, con i 4 capponi, prese a camminare di sera verso la sua casa dopo che Agnese ebbe “riunito le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago”. […] Lascio pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe a capo all’in giù, nella mano di un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. (…) e dava loro di fiere scosse, e faceva sbalzare quelle teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.

Il consiglio dell’avvocato Azzeccagarbugli che chiedeva Agnese serviva per comprendere cosa fare contro l’ingiusto complotto tra Don Rodrigo e Don Abbondio affinché il matrimonio tra Renzo e Lucia “non s’ha da’ fare”.

Ma la serbia ed il Kosovo non sono Renzo e Lucia dei promessi sposi, ne Don Rodrigo e Don Abbondio sono la l’Unione Europea e gli USA, non di meno questi si sarebbero accordati contro qualcuno. Ma neanche Agnese rappresenta il ruolo dello scrivente, nel senso che vuol dare un consiglio.

Eppure il matrimonio tra Serbia e Kosovo ci vorrebbe, magari di quelli civili, con le religioni a parte. Un matrimonio di interesse per la salute fisica dei serbi delle enclavi e per la salute psichica dei giovani del Kosovo.

Estremisti a parte che vogliono sempre dividere per imperare, la peggiore situazione spetta proprio agli abitanti delle enclavi serbe in Kosovo – come si legge nell’articolo di Lieta Zanatta – che di fatto vivono in una versione moderna dei lager. In questi lager moderni non vi è il gas ma l’indifferenza, ma che con il tempo sortisce effetti simili. L’esilio in un luogo in cui non vi sono barriere fisiche ma psicologiche e fondate sull’odio ha contorni molto più netti e profondi.

Un ruolo difficile e di compromesso è anche di quel 50% di giovani sotto i 24 anni che rappresenta la metà della popolazione del Kosovo. Conniventi nella colpa per il proprio silenzio ed inazione. Ci si chiede se sono consapevoli della condizioni di vita nelle enclavi. Come vivranno il loro futuro se stanno minando alla base i valori della vita in questo modo? Cosa racconteranno un giorno ai propri figli se non ancora odio? Chi darà soccorso a quell’ospedale delle enclave di Silovo?

E’ proprio così come per quei 4 capponi di Renzo: nella disgrazia della povertà si trova ancora il tempo di farsi reciprocamente del male.

Di ieri al notizia dell’ultima tra le tante manifestazioni di amicizia degli uomini di KFOR per la popolazione locale in particolare di Gjakova. E’ davvero straordinario il lavoro svolto dai militari italiani in Kosovo, mi riferisco soprattutto a quello extra, fatto di solidarietà, di amicizia e di costruzione di valori fondamentali.

Ma forse servirebbe ancora una partita di calcio, una importante giocata se con coi serbi delle enclavi, fatta proprio da loro, accanto a quell’ospedale di Silovo. Sarebbe un grande occasione (se non di aiuto) per quel 50% di giovani se per caso fossero in volontà di affermare i valori sui diritti umanitari internazionali.

Antonio Conte

Kosovo/ Il viaggio dei volontari di Pordenone per accendere la speranza del Kosovo.


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di Lieta Zanatta, pubblicato su il Messaggero Veneto il 4 Maggio 2012 – Da Nis (Serbia) all’ospedale di Silovo, enclave serba nel paese dei merli. Il diario di una missione pordenonese.

“Che magnifica giornata!”. Elisa afferra la macchina fotografica e corre fuori a catturare gli attimi di un mattino salutato da un sole spavaldo. Tutti i ragazzi sono già pronti per partire: stamani finalmente si entra in Kosovo. Fabio, il sacilese, telefona a Pordenone per avere notizie sull’ambulanza che oggi avrebbe dovuto essere consegnata all’ospedale dell’enclave serba di Silovo. “Niente da fare, oggi è domenica – risponde Federico da Porcia dall’altra parte del telefono – bisogna aspettare domani che riaprano le autofficine per controllare il mezzo”. Pazienza, intanto verranno consegnati i medicinali. Michael da Perugia, 21 anni, inesauribile entusiasmo, salta alla guida del pullmino.

Si parte verso ovest, verso le montagne. La strada verso il confine è quasi deserta, percorsa da qualche macchina vecchia, l’asfalto piuttosto disastrato. Il paesaggio della Serbia si sussegue verdissimo e placido, interpuntato da piccoli agglomerati urbani, semplici, caratterizzati da case costruite con mattoni di fango e paglia, che in questa parte dei Balcani esistono ancora, e coibentano dal caldo e dal freddo meglio di quelle nuove. Dei muri di forati rossi, aggiunti alle case di recente, i piccoli orti, l’ordine e la pulizia ovunque, restituiscono continuamente l’idea di gente povera ma dignitosa. Un cartello: Pristina 92 chilometri. Fabio chiede i passaporti a tutti, fra poco si passerà la linea amministrativa serba. Si devia in una strada secondaria decisamente disastrata, si passa in mezzo ad un villaggio dove sventolano ovunque i vessilli rossi con l’aquila bifronte della bandiera albanese e dell’UCK, e qualche bandiera gialla e azzurra dell’autoproclamato stato del Kosovo.

C’è anche un monumento all’UCK. Fabio, sorpreso, fa notare che solo qualche mese prima non c’era. Eppure, siamo ancora in Serbia. Ancora poche centinaia di metri, ed ecco il posto di blocco serbo sulla linea amministrativa tra Serbia e Kosovo. Passiamo, mentre il furgone con gli aiuti viene fermato e tarda un po’. Il cartello del Kosovo ci accoglie assieme all’immagine di una coppia anziana che ci cammina vicino, lui con il plis bianco, il copricapo dei capofamiglia albanesi, lei con il fazzolettone sui capelli, un’impermeabile abbottonato che la copre fino ai piedi. Poi, la dogana del Kosovo. L’assicurazione per i mezzi obbligatoria da pagare, 275 euro, e il furgone che viene nuovamente fermato e dirottato verso un’area di sosta a parte. Fabio sbuffa, ha paura che facciano difficoltà come al solito. Ma dopo aver parlato con i doganieri, ritorna un po’ più rilassato. Sono stati gentile, dice e bisogna aspettare, ma solo perché è la pausa pranzo, e non ci sono sostituti in turno. Infatti si riparte dopo poco più di un’oretta. I primi paesi del Kosovo offrono già la vista di minareti e moschee, un assembramento di persone segue un funerale all’interno di un cimitero su un pendìo della strada.

Tantissime case in costruzione, quasi tutte restate a mattone, perché la tassa sulla casa si paga al governo quando si arriva all’intonaco. Si svolta a sinistra ed ecco che cambiano le abitazioni. Sono più piccole, spartane, qualcuna a due piani, tante fatte con mattoni e paglia, strade piccole e sterrate, si vede e si sente povertà ovunque. Ci si ferma davanti un edificio bianco a tre piani, l’insegna della croce rossa con delle scritte in caratteri cirillici. Siamo arrivati all’ospedale dell’enclave serba di Silovo. Una donna vestita di nero, con una giacca di cuoio, i capelli rossi e gli occhi chiarissimi, dal viso stanco e provato, accoglie alla porta con lo sguardo che abbraccia tutti. E’ Jelica, la direttrice dell’ospedale. “Benvenuti – traduce l’interprete – è bello vedere tante facce nuove e quelle conosciute”. Gianluca da Pordenone apre i portelloni del furgone, e preciso e attento, organizza i ragazzi, inizia a scaricare i cartoni di medicinali. Intanto Fabio abbraccia Jelica, le spiega che l’ambulanza promessa è ancora ferma a Pordenone, ma arriverà tempo tre giorni. La direttrice annuisce, e poi vuole spiegare.

“E’ bello avere delle persone che pensano a noi. Quello che avete portato è molto importante. Qui la fornitura di materiale medico non è consentita, perché il governo del Kosovo ci considera una costituzione illegale nel territorio. Ebbene sì, c’è un posto al mondo dove un ospedale è illegale. Ammalarsi qui è illegale. Non abbiamo nessun aiuto, non un cent, per curare la gente del posto. Oramai non sappiamo più dove siamo. Avrete visto che le frontiere sono sotto il controllo del governo del Kosovo, e non permettono il passaggio di nessun tipo di medicinale. Le scatole che avete portato sono così importanti per curare le persone che arrivano da noi, serbi kosovari, ma non solo. Speriamo sempre che le cose qui si risolvano, ma più il tempo passa, e più siamo in difficoltà. Sono venute tante organizzazioni a trovarci, tante parole, tante foto. Qualche aiuto, quello che hanno voluto o potuto. Fabio è l’unico che chiede di cosa abbiamo bisogno, e ce lo porta”. I ragazzi annuiscono tutti, silenziosi.

Poi, Jelica fa entrare. Una stanza al primo piano è dedicata alla pediatria: sono quattro posti letto e una culla. Vicino, una stanzetta con un divano su cui è steso un telo bianco, dove sta il personale medico. In un’altra stanza stanno altri quattro letti, di cui uno reclinabile. C’è un solo monitor. Jelica dice con molta compostezza che avrebbero bisogno di un ecografo e un doppler. Giù, al piano terra, un’astanteria dove stanno delle panchine di legno verniciate di bianco. Qualcuno aspetta seduto, davanti alla porta di quello che è l’ambulatorio del Pronto Soccorso. Dentro, una scrivania, un armadio con medicinali, un lettino e una sedia consunti dall’uso. Tutto è ordinato, pulito. Jelica snocciola alcuni dati. Questo è l’ospedale che serve le 30mila persone del territorio. E’ solo un Day Hospital, per interventi chirurgici elementari. Il più vicino è a 50 chilometri, a Djacovica. Sennò, a 80 chilometri, ce n’è un altro, in Serbia. Nell’enclave sono dislocati 32 presidi ambulatoriali.

Una sola ambulanza, una van car vecchia, con centinaia di migliaia di chilometri alle spalle. Se ci sono più urgenze, si fa un trasporto alla volta, sennò bisogna arrangiarsi con mezzi propri. Ecco perché aspettano come una benedizione quell’ambulanza che il Comune di Villadossola ha regalato loro tramite il progetto “Accendiamo la speranza” di Sacile. La struttura sanitaria dell’enclave impiega 420 persone, 40 dottori, 7 dentisti. Sono tutti pagati dal governo serbo, che però non può fornire alcun materiale. “Questo piccolo ospedale necessita di essere ampliato – continua la direttrice – ma il governo del Kosovo non vuole concedere alcuna autorizzazione, siamo obbligati a stare qui…”.

La donna sospira, tutti tacciono. Poi qualcuno si accorge che tra i pazienti fuori l’ambulatorio c’è gente che sta male, uno ha un occhio rovinato. Si corre tutti fuori l’ambulatorio, a testa bassa, con vergogna, per non aver capito, per aver rubato del tempo all’emergenza di questa gente che se ne stava in silenzio, seduta, ad aspettare senza parlare. Fabio chiede come mai non ci sia più la bandiera serba che sventolava fuori l’ospedale. Jelica abbassa gli occhi, tace qualche secondo. Il silenzio diventa pesante. Si percepisce l’angoscia di chi è messo con le spalle contro a un muro, di chi non può reagire, quella di un popolo umiliato. La voce le vibra un po’, rauca. “Siamo stati obbligati dagli albanesi a toglierla, le sanzioni sono severe”. Eppure, l’hanno visto tutti, pochi chilometri più in là, dall’altra parte della linea amministrativa, in Serbia, c’è un paese albanese che sventola tranquillamente le bandiere rosse dell’UCK, il vessillo nel cuore dei kosovari albanesi. (continua)

Jelica vuole ringraziare, porta tutti in un vicino ritrovo dove mangiare del buon cibo, assaggiare il loro vino, bere la rakja, la grappa dei Balcani che viene offerta in piccoli bicchieri in segno di ospitalità, e che nessuno può rifiutare, neanche se sono le otto di mattina. Si esce dall’enclave, si ritorna nella strada principale. Si attraversano piccoli paesi, i minareti si alternano alle cupole delle chiese ortodosse. C’è una scuola intitolata ad un ragazzino albanese, venuto dalla Svizzera per combattere prima del 1999 con l’UCK. Sul cortile dell’edificio la sua tomba, l’effigie sulla lapide con il fucile imbracciato. Finalmente si arriva al locale per il desinare. Si ferma una macchina della Kosovo Police, dice qualcosa.

E’ serbo, perché all’interno di questa autorità, è prevista la rappresentanza di questa minoranza. A tavola Jelika risponde a tutte le domande che i ragazzi le pongono, soprattutto sulla situazione attuale del Kosovo, di cui nessuno parla, di cui si sa ben poco, nonostante i contingenti internazionali delle maggiori potenze internazionali siano ancora in questa regione dal 1999, quando la NATO bombardò la Serbia per 78 giorni. E non vanno via nonostante il loro programma lo preveda, perché le tensioni etniche sono tutt’altro che sopite. “Il problema sono le scuole – sottolinea Jelica – I vecchi delle due etnie conoscono sia il serbo che l’albanese. Adesso le scuole sono fisicamente separate, e ognuno impara solo la propria lingua. Tra trent’anni i bambini di oggi sono si parleranno più, non solo perché non vogliono, ma perché non avranno più imparato niente l’uno dell’altro…”.

Poi si parla delle elezioni, che si terranno il 6 maggio in Serbia, e anche nelle enclave, che si sentono e sono serbe, e che non vogliono essere lasciate alla deriva dalla madre patria. “Ci circonda un clima teso, di paura. In questi giorni sono state arrestate delle persone perché detenevano del materiale che riguardava le elezioni, persino alcuni poliziotti di etnia serba. Poi sono stati rilasciati, perché non c’era nessun motivo per trattenerli. Ma intanto si è instaurato un clima di terrore. Prima del 1999 qui attorno c’erano dei villaggi croati. Sono stati abbandonati completamente”. Intanto arrivano le portate, rafano con crema di latte, verze stufate, peperoni, cocomeri, della carne e delle trote. Qualcuno dei ragazzi chiede quale futuro si prospetta in questo lembo di terra… “Per un diciottenne non esiste alcun futuro. Non è più possibile esporre la nostra bandiera perché gli albanesi reagiscono. La gente sopravvive, i giovani lasciano. E’ quello che vogliono. I serbi sanno del grande lavoro che sta facendo il contingente italiano della KFOR (Kosovo Force) a guardia dei nostri monasteri in Metochia (= terra dei monasteri, la zona geografica ad ovest del Kosovo)

Il Programma del Viaggio

Kosovo/ Solidarietà italiana. Dal Friuli in Missione umanitaria


Da Pordenone e Porcia “missione” in Kosovo

E’ partito un progetto di solidarietà nato poco più di un anno fa dai cuori di dieci amici, toccati dalle difficili sorti delle minoranze etniche

di Lieta Zanatta (Il Messaggero Veneto del 26 Aprile 2012) Da Roma, Napoli, Palermo, Lecce, Perugia, Domodossola, Verbania e dalle più vicine Venezia, Conegliano, Porcia e Pordenone. Età media sotto i 30 anni, molti studenti universitari, ognuno attivo nel mondo del volontariato. Tutti a Sacile per un progetto di solidarietà nato poco più di un anno fa dai cuori di dieci amici, toccati dalle difficili sorti delle minoranze etniche in Kosovo. Voglia di portare aiuto e alleviare le sofferenze inascoltate nelle enclave e nei ghetti di una regione che a fatica sta emergendo da un lungo dopoguerra, da quando nel 1999 la Nato intervenne con 78 giorni di devastanti bombardamenti per fermare in Kosovo le violenze etniche tra i serbi dell’ex-Repubblica Federale Jugoslava e l’Uck kosovaro albanese.

“Belove revolution” hanno chiamato questa onlus, “Sii la rivoluzione dell’amore”, perché con il piccolo sforzo che nasce dal più grande e potente sentimento dell’uomo, si possano cambiare le cose, e forse il mondo. “Accendi la speranza” è il nome di questo progetto nato nel cuore di Sacile, che sta raccogliendo con il passaparola, oramai in tutta Italia, medicinali, vestiario, cibo e materiale didattico da portare a questi sfortunati popoli, residenti e resistenti in un territorio ostile che vuole cacciarli dalle terre in cui risiedono da secoli.

Tre viaggi in un anno per accendere la speranza, e adesso il quarto, che parte da Sacile venerdì 20 aprile e via Budapest e Nis in Serbia, toccherà le enclave serbe del paese dei corvi iniziando dall’ospedale di Silovo, dove verrà consegnata un’ambulanza, fino ad arrivare, quasi al temine del viaggio, a Kosovska Mitrovica, provincia a maggioranza serbo kosovara, dove è stato organizzato un torneo di basket con i locali. E dopo otto giorni il ritorno a Sacile, con automobili e furgoni vuoti, ma carichi delle esperienze vissute e da trasmettere.

Venerdì 20 aprile. Piove a dirotto, è una giornata da lupi. Quasi tutti i ragazzi sono arrivati a Sacile, mancano solo i leccesi, che raggiungono il nord con un volo fino a Treviso, mentre da Domodossola sta arrivando l’ambulanza che la Croce Rossa di Villadossola regalerà all’ospedale di Silovo. E’ il giorno della partenza. Il gruppo è eterogeneo. A guidarlo è Fabio Franceschini, sacilese, che del progetto “Accendi la speranza” è il coordinatore, e Gianluca da Pordenone, entrambi con diversi viaggi in Kosovo alle spalle. Poi c’è il resto della comitiva, ragazzi interessati a conoscere una realtà che hanno approfondito ognuno per conto proprio a casa, e che non è proprio quella di cui, seppur poco, parla la stampa. C’è Mario da Conegliano, Federico da Porcia, Giovanni da Verbania, anche se è originario di Napoli, Davide T. di Domodossola, Michael da Perugia, però palermitano di nascita, Guido ed Elisa da Lecce. E poi c’è il gruppo dei romani, il più consistente, con Matteo, Guglielmo, Davide D., Pasquale, salernitano trasferito nella capitale, e perfino Sebastian (extracomunitario dal Canada!), che nella città di Romolo è approdato seguendo il cuore, e qui si è sposato.

Che la giornata sia inclemente non solo per via del tempo lo si capisce da diversi segnali: la vettura di chi deve andare a prelevare i pugliesi all’aeroporto si ferma sul ponte di barche di Noventa di Piave, giusto davanti la biglietteria, e non vuole saperne di mettersi in moto. E’ panico, perché è giusto una strettoia, e l’ingorgo di traffico si forma da subito, in attesa del carro attrezzi. Ma se la cosa viene subito risolta da Fabio, che immediatamente manda Mario di volata in aeroporto a Treviso, ecco che non giungono belle notizie neanche da chi sta arrivando con l’ambulanza, che si ferma sotto la pioggia durante il tragitto verso il Friuli. Poco male, è il giorno dell’elettrauto, perché la prima vettura ha solo un cavo elettrico che si è scollegato e si rimette subito in pista, mentre l’ambulanza arriva comunque nel magazzino di “Beloved revolution” a San Quirino.

Si decide dunque di portare il mezzo della Croce Rossa a far controllare il giorno successivo, lasciando a casa Federico e Giovanni con l’onere di raggiungere il convoglio non appena tutto è a posto. Intanto i ragazzi che sono arrivati in auto, scaricano casse e cartoni pieni di vestiario, soprattutto per bambini, giochi, e cancelleria per le scuole che nelle enclave kosovaro serbe hanno poco o nulla. Il deposito è stato appena affittato, per terra ci sono tanti teli dove sopra sono appoggiati e divisi per genere tutti gli aiuti che arrivano, dai medicinali ai peluches per i bambini. Fabio non sta nella pelle, e nello spazio ancora tanto vuoto di questa porzione di capannone, disegna e divide con i gesti delle mani pannelli immaginari e pareti di cartongesso, per spiegare a tutti come diventerà tra breve questo posto, con l’ufficio e i divisori pieni di scaffali, per ordinare tutto quello che arriverà con il cuore dell’Italia fino a San Quirino. Un toast per buttare giù qualcosa, per non partire proprio a stomaco vuoto. Sono già però le diciotto, e il programma prevede di passare la notte a Budapest. Si sistemano gli ultimi dettagli, si caricano le valigie nel pullmino, si fanno le foto di rito. Poi, finalmente, si parte.

Avanza il furgone carico di materiale guidato da Mario e Gianluca, una vettura con Pasquale, Gugliemo e Matteo, e tutti gli altri otto in pullmino. Si corre sotto scariche di pioggia battente, ma l’entusiasmo di tutti è palpabile, contagia persino le nubi, che dopo il Tagliamento restano alle spalle. Finalmente non piove più, e inizia il cicaleccio gentile che avviene sempre tra persone che non si conoscono e dovranno vivere assieme delle giornate particolari della loro vita. Poi, la stanchezza della giornata si fa sentire. Qualcuno inizia a dormire, qualche altro scatta foto in continuazione, c’è chi riprende con la cinepresa. Il sacilese è concentrato nella guida, attento. Auricolare su, comunica e scambia informazioni con gli altri due mezzi. Ha messo su un CD di heavy metal, ma chi dorme non sembra esserne disturbato. Qualcuno spiega perché sta facendo quel viaggio, parla delle esperienze di volontariato in Kenia e in Birmania. Intanto il paesaggio comincia a cambiare, il verde e l’ordine del Friuli lasciano spazio alla vegetazione aspra del Carso fino a Trieste, dove inizia a calare la sera. Sulla destra si intravede il mare, il navigatore gracchia qualche istruzione, la strada dà indicazioni per la Slovenia: località Fernetti sul confine.

Alla frontiera alzano la paletta, fermano subito il primo mezzo, ma quando anche gli altri due si accodano il poliziotto sloveno fa una smorfia del viso rassegnata, lascia perdere, dà il via libera. Subito sosta alla prima area di servizio, qui la benzina costa 1,34 euro. Poi di nuovo la strada. Ormai è buio. Nova Gorica, Ljubliana, Maribor. Altra sosta per far benzina, è già mezzanotte. Ancora strada. L’autovettura non segue più, si è già persa, ci si ferma sulla corsia di emergenza. Fabio impreca, è stanco, Michael, la mascotte del gruppo, soli 21 anni, scalpita, vuole mettersi alla guida, ci sono ancora quasi 200 chilometri da macinare. Qualcuno, ignaro, dorme della grossa, il navigatore avvisa di svoltare tra 169 chilometri per Budapest. La mascotte-autiere sfancula, tutti ridono. Finalmente l’Ungheria. La svolta arriva dopo un paio d’ore, si arriva all’albergo che sono oramai le due del mattino. E’ un bell’hotel, centrale, davanti la metropolitana, dai mosaici colorati che abbelliscono la hall, da dove si vedono le luci della collina in cui sorge il centro storico. La stanchezza è tanta, come la voglia di una doccia e del letto, ma l’entusiasmo non è calato minimamente. Ritrovo alle otto per chi vuole farsi un giretto nella città sul Danubio, partenza alle 11. Da Sacile e San Quirino verso il Kosovo per portare un po’ di speranza, sembra davvero una grande avventura.

Lieta Zanatta

Il Programma del Viaggio

Fonte: http://messaggeroveneto.gelocal.it/cronaca/2012/04/26/news/da-pordenone-e-porcia-missione-in-kosovo-1.4424092

Bari/ Premiazioni. Giornalisti del Mediterraneo 2010


Caricato da  in data 28/dic/2010 – Giuseppe Perrone è Colonnello dell’Esercito della 132ª Brigata Corazzata “Ariete” di Pordenone, dove attualmente si occupa di comunicazione pubblica, ricoprendo il ruolo di responsabile con l’incarico di Ufficiale alla Pubblica Informazione. Ha partecipato a diverse missioni all’estero in qualità di Portavoce del Contingente nelle Missioni Militari oltre confine, svolte in Iraq e in Libano. E’ stato insignito dell’Onorificenza di “Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana”.