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Roma/ Arte libica. “Anime di materia”


Francesca Cannataro
Francesca Cannataro
Valentina Cosco
Valentina Cosco

Testo di Francesca Cannataro e foto di Valentina Cosco – Si chiama “Anime di materia” ed è la mostra con la quale l’artista libico Ali Wak wak ha portato in esposizione al Complesso del Vittoriano quaranta sculture realizzate a partire dall’aprile del 2011, ovvero due mesi dopo la rivolta libica. Una mostra che si sente, prima ancora che coinvolgere la vista invade tutti i sensi. Si percepisce quasi epidermicamente. Ti coglie e colpisce nel profondo per le sensazioni che è capace di trasmetterti. Sculture antropomorfe e zoomorfe prendono vita da munizioni, pistole, elmetti, serbatoi, fucili, mitragliatori, veicoli militari e schegge di ordigni, saldati sapientemente e meticolosamente l’uno accanto all’altro a raccontare, con struggente coinvolgimento emotivo, la guerra con tutto il pesante fardello di atrocità e orrori che essa porta con sé. Ma non solo. È un anelito di libertà e di speranza, quello che al contempo si sprigiona dalle opere di Ali Wak Wak, oggi considerato il più importante scultore libico contemporaneo. Una speranzosa rinascita che parte proprio da quegli elementi metallici che ormai in “disuso” rispetto al loro ruolo di creazione originario, generano un’arte che racconta e che vuole essere monito e al tempo stesso messaggio primo di rinascita a una nuova vita. La vita si ricrea dalla morte. La rinascita dopo la distruzione è raccontata in ognuno di quei soggetti che prendono forma e si impongono alla vista. Ciò che ha distrutto prende vita e si straforma in qualcosa di nuovo e di bello. Una mostra unica e speciale. Capace di far vibrare le più recondite corde dell’animo umano.  Di concedere un momento di riflessione intimo e profondo. (Fran. Can.)

Roma/ Musei. Mostra sulla “Via della seta”


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Vincenzo Legrottaglie
Vincenzo Legrottaglie

Vincenzo Legrottaglie – Roma. Rimarrà aperta fino al 10 marzo al Palazzo delle Esposizioni la mostra sulla “Via della seta” organizzata dall’American Museum of Natural History di New York e l’Azienda Speciale Palaexpo e Codice. Idee per la cultura di Torino. Il percorso espositivo, ideato dallo statunitense Mark Norell,  presenta una sezione italiana a cura di Luca Molà, Maria Ludovica Rosati eAlexandra Wetzel.

Nessuno sa come sia nata la Via della seta. Il suggestivo nome non è nato insieme alla strada stessa: fu coniato solo nel 1877 dal barone Ferdinand von Richthofen, esploratore e geografo tedesco che per primo la definì Seidenstrasse. Parte del successivo interesse potrebbe essere attribuito al fascino evocativo del termine, benché un po’ ingannevole. Infatti, le merci passavano di mano in mano affidate a diversi intermediari e varie carovane per giungere finalmente a destinazione in Estremo Oriente.

Le sezioni sono dedicate a Chang’An (XI’An) città della Cina, all’oasi di Turfan compresa tra il deserto del Taklamakan e l’estremità occidentale del deserto del Gobi nello Xinjiang in Cina, Samarcanda situata in Uzbekistan, Baghdad sede del califfato ed oggi capitale dell’Irak, al commercio via mare, all’Italia del Tardo Medioevo, alla seta e all’Oriente.

Una mostra ricca di stimoli per tutti, dagli adulti ai bambini, che vivranno il racconto di alcuni eccezionali capitoli della diffusione di tecnologie come la sericoltura e la fabbricazione della seta, le tecniche di irrigazione, la lavorazione della carta, dei metalli e del vetro, l’invenzione di straordinari meccanismi come la riproduzione di un orologio ad acqua della Bagdad del XIII secolo. I visitatori potranno inoltre esercitarsi con la replica di un antico astrolabio, lo strumento che gli astronomi islamici usavano per comprendere il firmamento, e con la riproduzione di una porzione della volta celeste imparando a fare il punto nave in mare così come facevano i naviganti di  una volta, per i quali gli unici riferimenti, lontani dalla costa, erano i corpi celesti.

In concomitanza con la mostra Il Palazzo delle Esposizioni organizza tre importanti eventi per approfondire il tema: “Incontri sulla Via della seta”, ciclo di appuntamenti con studiosi, scrittori, giornalisti, scienziati e viaggiatori, tra i maggiori esperti dell’argomento; la rassegna cinematografica “A Oriente!”, alla scoperta della “Via della seta” attraverso il cinema; “Fatti un film”, seconda edizione del concorso internazionale di cortometraggi, inediti e non, che invita gli autori cinematografici a ripensare i temi portanti della mostra attraverso le immagini in movimento.

Il laboratorio d’arte propone per bambini e ragazzi “Trame d’Oriente”, visita e laboratorio. “Per filo e per segno” è un’installazione di fili intrecciati creata dall’illustratrice Vittoria Facchini, per tessere insieme sorprendenti trame di storie colorate e connettere le storie millenarie di mercanti, pellegrini, soldati ed ambasciatori. (VL)

Foto: in allegato fornite dall’Ufficio Stampa del Palazzo delle Esposizioni.

Cosenza/ Tutela Patrimonio Culturale. A buon fine l’Operazione “Ginestra”


Francesca Cannataro – Duecentotrentadue dipinti, di vari artisti contemporanei quali: Renato Guttuso, Eliano Fantuzzi, Mario Schifano, Sergio Scatizzi, Enotrio Pugliese ed altri ancora, il cui valore ammonta ad oltre ottocento mila euro. È questo quanto hanno sequestrato  i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza. Opere che venivano commercializzate sui canali telematici. Si chiama operazione “Ginestra” l’importante attività svolta dai militari del nucleo speciale dell’Arma comandato dal Maggiore Raffaele Giovinazzo che ha portato alla scoperta di una vera e propria centrale del falso d’arte in Calabria.

Le opere abilmente contraffatte venivano commercializzate, tramite piattaforma informatica, su tutto il territorio nazionale, accompagnate dalla produzione di falsi certificati di autenticità. Le indagini, avviate alla fine del 2011, sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Lamezia Terme nella persona del Sostituto Procuratore Dottoressa Rossana Esposito. Tutto ha inizio a seguito di un’attività di monitoraggio del sito “ebay”, ginestra era proprio il nickname utilizzato dal soggetto indagato per commercializzare in internet le opere.

Tra le tante attività condotte dai militari del Tpc vi è anche un attento controllo della commercializzazione telematica, ormai nuova frontiera anche per il traffico dei beni culturali. All’attività di monitoraggio, a seguito dell’attività investigativa, si è passato poi alle perquisizioni nella casa del soggetto dove sono stati rinvenuti tutti gli strumenti necessari alla contraffazione. Uno scanner, pennelli, colori, smalti e anche certificati di autenticità in bianco. Si è poi risalito agli acquirenti delle opere, certificate poi a seguito di una serie di expertise fatte condurre dai militari dell’Arma come false.

Circa sessanta sono state le persone che incautamente, e loro malgrado, si sono trovate ad acquistare in tutta Italia tali “opere d’arte” tra la fine del 2010 e la fine del 2012. Al soggetto, denunciato a piede libero, sono stati contestati i reati di contraffazione, di cui all’articolo 178 del Decreto Legislativo 42 del 2004,  e a seguito delle denunce esposte da alcuni degli ignari acquirenti, anche quello di truffa di cui all’articolo 640 del codice penale. (Francesca Cannataro)

Bari/ Arti figurative. La rassegna delle artiste di origini slave


Vincenzo Legrottaglie

Vincenzo Legrottaglie – Negli anni Settanta del secolo scorso nel Castello Svevo di Bari si svolse una grande mostra di arte naif. Quella fu una delle poche suggestioni che all’epoca venivano dai Balcani. In quegli anni il capoluogo pugliese aveva dimenticato di avere un porto e l’Adriatico si era trasformato in un lago in cui si viaggiava più lungo le coste nazionali che in diagonale da una sponda all’altra, in barba alle teoria di Fernand Braudel sull’area mediterranea come luogo di confronto, di scambio e di fusione di civiltà differenti.

Mostra – Colonnato Provincia Bari

Il Venerdì all’improvviso accadeva qualcosa, arrivava a Bari un traghetto carico di cittadini jugoslavi che si intrufolavano nel borgo antico  e acquistavano molte merci. All’epoca il centro storico svolgeva ancora le sue funzioni di bazar e di spazio commerciale diffuso per chi voleva spendere a prezzi convenienti. Questi ricordi sono riaffiorati tutti durante una mostra di pittura tenuta nel colonnato della Provincia in cui si esponevano, tra le altre, le opere di Aldina H Baganovic Todorovic e di Kristina Milakovic.

Aldina è nata a Bijeljina (ex Yugoslavia), oggi Bosnia Herzegovina nel 1963. I suoi genitori sono slavi, esattamente bosniaci. Ha finito la scuola superiore, il ginnasio, a Bijeljina e poi si  è  iscritta agli studi di medicina sempre in Bosnia. Nel 1990 si è sposata con l’ingegnere Mladen Todorovic, nato a Bijeljina, che viveva e lavorava a Belgrado. Con il matrimonio ha cambiato il suo cognome in Todorovic. Si è trasferita nella capitale serba e ha continuato lì gli studi per un breve periodo.

La liberta’, Acquerello,70x100cm. Autore: Aldina H Baganovic Todorovic

Nel 1991 il marito si trasferisce in Italia (Valenzano) per fare un master. Nella primavera nel 1992 è venuta in Italia con il figlio per una visita al marito e non è più tornata in patria finché la guerra non è finita. Si è laureata in Terapia della riabilitazione nel 2000 presso Facoltà di Medicina e Chirurgia a Bari, ha seguito un  master biennale a Roma presso Sipea Onlus conseguendo il titolo in “Il Counseling nella relazione d’aiuto e nelle tecniche espressive” nel 2011. Adesso sta concludendo la Specializzazione in Arti Terapie – Linguaggio Artistico Espressivo a Roma. Lavora presso la Cooperativa Studi Interventi Socio Educativi; Comunità Riabilitativa per la Riabilitazione Psichiatrica a Triggiano dal 2006. Attualmente è solo cittadina italiana, con la cittadinanza è dovuta ritornare al suo cognome paterno H Beganovic (H significa Hadzi).

Sui temi cari a “RSM” e sulle vicende inerenti alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia Aldina H Beganovic Todorovic ha dichiarato: “Nella mia famiglia ci sono sempre stati matrimoni misti tra appartenenti ai vari popoli e nazioni: Serbi, Croati, Ungheresi, Turchi, Albanesi, Americani, Austriaci, Macedoni e Tedeschi. Essere Bosniaco-musulmano o Bosniaco-serbo-ortodosso o Bosniaco-croato-cattolico indica semplicemente l’orientamento religioso che è una questione personale che può anche cambiare nel percorso della vita, quindi non ritengo opportuno suddividere i popoli della ex Yugoslavia e della Bosnia, che fino a poco tempo fa hanno vissuto insieme nella pace e nella fratellanza” – ha concluso l’artista.

I gioielli delle montagne,acrilico,70x10cm. Autore: Aldina H Baganovic Todorovic

Aldina ha esposto quattro opere nella sede della Provincia di Bari: La Libertà, Whenyou hit colors, Spirale colorata, I gioielli delle montagne.

I suoi dipinti sono particolarmente audaci per l’uso del colore, che si addensa nel dare vita a forme naturali dal sapore idilliaco e poetico. In particolare predominano i verdi e i blu, colori che spingono a riflettere e a sognare, cosicché lo spettatore intuisce la profondità dell’essere della pittrice. Le pennellate sono sicure ma mai violente, poiché la poesia della sua arte passa attraverso il connubio tra reale e irreale, colore e forma, sensibilità ed emozione. Si nota, infatti, la necessità da parte dell’artista d’imporre una sostanza materiale alle proprie emozioni individuali, di rivolgere le proprie ricerche non tanto alle tecniche pittoriche, quanto alle realtà intime ed emozionali. Aldina Todorovic compie, dunque, un viaggio personale all’interno del suo Io e l’osservatore la insegue ammaliato dall’incantesimo esercitato dalla sua pittura fortemente suggestiva (dott. Nadine Giove).

Aldina è un’artista ecclettica anche nell’approccio alle nuove tecnologie tanto che a maggio 2012 ha partecipato ad un concorso on line Art Takes Times Square a NewYork City e ad un concorso on line SEE.ME sempre nella Grande Mela.

Paesaggio urbano, acrilico su tela. 80x40cm. 2012. Autore: Kristina Milakovic

Altra presenza importante a Bari è stata quella di Kristina Milakovic  che si definisce “un’artista europea, dicittadinanza italiana, operante e residente a Roma”. Kristina è nata nel 1976 nella Città di Belgrado, in quel tempo capitale federale della Repubblica Socialista Jugoslava. Dal 1993 al 1994 studia presso l’atelier della pittrice Etela Merc a Belgrado. Qui nel 1994 consegue il Diploma della Scuola Superiore di Architettura. Dal 1994 al 1995, sempre nella Città Bianca (altro nome di Belgrado), frequenta il Corso di Scultura del professor Milan Rakocevic e il Corso d’Iconografia Bizantina del professor Slobodan Vitkovic.

Dal 1996 è presente in Italia presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, e dal 1997 si trasferisce a Roma. Qui si scrive al quadriennio dell’Accademia di Belle Arti e studia presso la 1^ Cattedra di Pittura del Professore Nunzio Solendo, dove ha maturato la sua esperienza artistica e culturale, perfezionando la sua naturale attitudine di immagine creativa. Nel 2003 a compimento degli studi, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, con la valutazione di 110/110 consegue il Diploma di Laurea in Pittura. Dal 2010 svolge la propria attività nel territorio del Primo Municipio. E’ una dei soci fondatori e coordinatrice dell’associazione culturale Saman con galleria d’arte sita in via Giulia 194/a, nell’Urbe.

Nel corso della sua carriera ha partecipato a numerose mostre tenutesi a Roma, Caserta e Milano, nel Lazio, Umbria, Toscana, in Cina e Stati Uniti d’America. A Bari ha presentato una sola opera dal titolo Paesaggio Urbano che rappresenta un’area industriale dismessa come quelle che si vedono nei paesi una volta appartenenti al blocco socialista. Colpisce l’astrazione lirica, la concentrazione emotiva, la spontaneità improvvisa. Il fiume giallo indica l’ennesima violenza all’ambiente in un paesaggio da archeologia industriale.

L’artista Kristina Milakovic propone e dispone un’interpretazione soggettiva della natura e della mente, dei luoghi di memoria strutturati con segno e disegno compositivo, con accurata materialità cromatica, nella formale realizzazione originale di eco architettonica, naturalistica nella scelta iconografica bidimensionale di potente delicata suggestione riflessiva emergente dal proprio inconscio, palesemente cripto, nel silenzio assordante della creatività artistica (prof. Nunzio Solendo).

Ammirando le opere di Aldina e di Kristina e percependo la profonda sensibilità delle artiste ritornano alla mente le parole scritte da Ivo Andrić (premio Nobel per la letteratura nel 1961) in Ex Ponto: “ E tutto quello che guardo è poesia e tutto quello che tocco è dolore”.

Vincenzo LEGROTTAGLIE

Kosovo/ Musica. Nuove stelle per un nuovo Stato


 

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di Vincenzo Legrottaglie – Pejë, Kosovo. Euterpe non ha mai smesso di cantare in Kosovo neppure durante gli anni bui della guerra e della fuga in Albania dei profughi scampati alla pulizia etnica. I reduci raccontano che nelle tendopoli improvvisate a Kukës, in piena catastrofe umanitaria, la sera intorno al fuoco la quarta musa ispirava i cantanti. In effetti nei Balcani c’è una grande sensibilità musicale sia tra gli slavi che tra gli albanesi. Tradizioni diverse pur molto simili. Oltre Adriatico tante cose camminano parallele,  spesso sullo stesso terreno, senza mai apparentemente toccarsi.

La musica kosovara è influenzata da cinque secoli di dominazione ottomana. Gli strumenti tradizionali sono i flauti, i tamburi ricoperti di pelle di capra, le cornamuse e una singolare chitarra a due corde.

Se “Repubblica” dedica un articolo a Rita Ora e “Glamour” la mette in copertina (nel numero 249) significa che la musica “made in Kosovo” è pronta a sbarcare nelle classifiche internazionali. Rita è stata proclamata la nuova Rihanna sia per le similitudini canore con la diva delle Barbados sia per avere firmato un contratto con la stessa casa discografica. Lascia perplessi il fatto che per parlare di musica kosovaro-albanese bisogna andare a Londra anziché a Pristina. Rita Ora, all’anagrafe Sahatçiu, è naturalizzata inglese ed è figlia della grande diaspora. Se, invece, si ascoltasse un canale radio in emissione da Pejë o da Gjakovë si alzerebbe il sipario su un folto numero di cantanti e di gruppi molto attivi. La musica albanese ha un ampio bacino di ascolto: dal Paese delle Aquile al Kosovo, dal Montenegro alla Macedonia e horribile dictu nella valle di Prescevo, in Serbia, fino al nord della Grecia. Quindi, si parla di un vastissimo mercato con punte di ascolto anche nell’Europa occidentale, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia. Dovunque siano presenti comunità albanesi.

Eroine indiscusse dello star system locale sono Kaltrina Selimi, Dafina Zeqiri e la NRG band. La notte di Capodanno del 2012 RTV 21, una televisione privata kosovara ha trasmesso uno spettacolo esilarante “Op Labi Party” con tutti i cantanti del momento. Una simile parata di voci, di musica, di ritmo e di bellezza colpisce sicuramente gli spettatori stranieri. La musica in Kosovo conserva ancora la sua capacità di esprimere emozioni, di rappresentare lo stato d’animo della gente, di raccontare con i moderni mezzi dei video clip una narrazione che si dipana attraverso gli affanni di una vita che anche in quel territorio sta diventando troppo veloce. Come lo sviluppo del paese. La musica è il non luogo in cui si sintetizzano armonicamente modernità e tradizione. I computer accanto alla çifltelia, la tradizionale chitarra a due corde come le matrici della musica techno e i suoni del fjell, un flauto arcaico. Il linguaggio dei video esprime grande creatività pur nella limitatezza delle risorse. I giovani registi di clip raccontano le tensioni della società kosovara attenta alla cultura autoctona da una parte e dall’altra contaminata da un nuovo stile di vita. Quello che colpisce è la pulizia dei visi, i sorrisi, i valori e le storie a lieto fine. Nei video le cantanti o le modelle posano con gli abiti tradizionali, da sposa o da cerimonia. La morale islamica non consente oscenità. Eleganti principesse, in bilico tra la minigonna e lo xhamadan, il corpetto etnico, cantano l’amore, il matrimonio, il desiderio di una vita diversa, la famiglia, l’attaccamento alla loro piccola patria.

La musica albanese del Kosovo è la colonna sonora di un popolo che ha voglia di vivere, di svilupparsi e di essere spensierato. E se nei Balcani ci si affidasse ad una canzone? Forse il suo messaggio arriverebbe più lontano di quanto non abbiano fatto finora le voci grosse degli opposti estremismi.