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Libri/ Mandorle, Miele e Frutta Candita. Intervista a uno degli autori “Fabio Innamorati”


Fabio Innamorati
Fabio Innamorati

(Articolo promozionale esterno al blog) – Quando iniziamo a leggere un libro che ci cattura, che sia in spiaggia, sulla poltrona preferita, o in metro nei ritagli di tempo, le domande più frequenti sono: “Da quale cilindro è stata tirata fuori questa storia? E’ un prodotto di pura fantasia o sono frammenti di vita dei romanzieri?”. In redazione siamo stati incuriositi da un piacevole libro di recente pubblicazione e, in una tranquilla domenica estiva, abbiamo incontrato uno degli autori.

– Fabio Innamorati, un cognome che potrebbe simpaticamente fuorviare il lettore. Presentati in poche parole.

Sono un “comune” sognatore che ha realizzato uno dei suoi sogni: pubblicare un libro. La più gran parte delle persone ha una storia già scritta o in embrione in un cassetto della propria mente ma passare dalla teoria alla pratica è più difficile di quanto possa sembrare. Io sono stato fortunato a incrociare nella mia vita professionale la mia “socia”, la co-autrice Giovanna Ranaldo che, oltre a essere una brava giornalista e saper scrivere, ha saputo darmi la motivazione e le spinte giuste al momento giusto, per arrivare a questo risultato.

– Di cosa parla . 

Di vita. Quella semplice, quotidiana, fatta di piccole cose, come i colori della propria terra, le tradizioni di un popolo, il calore umano, ma anche di disfatte, dolori, incertezze. Max e Lara sono i due attori principali, lui un Capitano dei Carabinieri in missione in Afghanistan, lei una fotoreporter alla ricerca di sé. Si scontrano, si perdono e si rincontrano come due fili intrecciati in una trama, destinati comunque a formare lo stesso disegno. In più c’è un terzo personaggio – che si delinea compiutamente solo in epilogo – la cui presenza indica in qualche modo la direzione della storia; è una sorta di parallelo allegorico di ciò che accade ai due protagonisti. Sostanzialmente è un viaggio, o meglio più viaggi, nelle varie accezioni. C’è quello fisico, più evidente, che ci ha permesso di giocare con i colori, i sapori e gli odori di terre meravigliose come la Sardegna, e quello psicologico che i protagonisti compiono per affrontare i loro fantasmi e le loro paure.

Storie di vita tra l’Afghanistan, la Sardegna e Roma, da dove trae spunto la trama? 

In realtà il libro nasce per gioco, in una calda mattinata romana, mentre scherzavamo su come uomini e donne vedono la stessa cosa in maniere diametralmente opposte e ci è venuto in mente di scrivere su questa sorta di parallelismo. Ci siamo divertiti a inventare una trama, a costruire psicologicamente i personaggi, poi ne abbiamo indossato i rispettivi panni, limitandoci ad accostare le due storie di vita senza chiederci cosa stesse per accadere in un dato momento ma limitandoci a viverlo come se fosse reale, immaginando le reazioni spontanee di un uomo e una donna. Il resto è venuto da sé e il risultato credo si piacevole.

– Scrivere “a quattro mani” risulta essere un esercizio di livello superiore, nel senso che si lanciano in questo genere di metodologia coloro che hanno già esperienza nel settore. Com’è nata questa sinergia letteraria con la co-autrice?

Con Giovanna non avevamo in programma di scrivere un libro, così come non avevamo una trama da seguire. Tutto è nato dall’”incoscienza” e dalla necessità di avere un sostegno nell’affrontare il peso delle tante difficoltà che avremmo incontrato, senza sapere che è un po’ come sposarsi per tentare di risolvere dei problemi che da solo non avresti avuto. A parte gli scherzi, la nostra è un’amicizia fraterna e, grazie a qualche compromesso, non avendo mai avuto mire “editoriali”, è stato più facile condividere un progetto che affascinava entrambi.

– Una prefazione autorevole per questo esordio narrativo, a firma dello scrittore e giornalista Roberto Riccardi, pluripremiato autore di libri come “Sono stato un numero”, “La farfalla impazzita”, “Undercover” e tanti altri. Ciò che colpisce sta tra le righe: si percepisce quasi l’affetto di un vecchio amico.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo per motivi di lavoro, scoprendo che avevamo in comune l’amicizia di Giovanna. Nonostante gli impegni non gli diano tregua, ci ha supportati con tantissimo affetto. Siamo onorati della sua firma su MMFC, ci fa sentire “nati sotto una buona stella” e di questo lo ringraziamo moltissimo. Senza contare che, quando Giovanna gli ha raccontato cosa stavamo realizzando, si è dimostrato più entusiasta di noi!

– A proposito di grigliate, il romanzo contiene anche simpatiche ricette di cucina da riproporre in casa propria. Ti senti di consigliarle ai lettori?

Certamente, in particolare la focaccia di mia invenzione che ha sempre riscosso successo. Si tratta in realtà di un paio di piatti semplici ma molto gustosi e lo scopo della loro presenza nel libro risiede nel tentativo trascinare il lettore all’interno delle pagine stimolandone tutti e cinque i sensi, compresi il gusto e l’olfatto.

– La copertina racchiude un bel dipinto dell’artista sarda Irene Ruiu. Perché vi è raffigurato un cane? 

Avevamo visto i bellissimi quadri di Irene durante una mostra sull’isola e così le abbiamo chiesto di realizzare un dipinto su nostra indicazione. E’ uno spaccato del mare di Sardegna in contrapposizione al deserto Afghano sullo sfondo. Quello centrale non è un cane qualsiasi è tratto dalla foto di Ettore, uno dei miei Bovari del Bernese che ora non c’è più. Al di là dell’affetto per lui, la sua presenza nel quadro rappresenta la solitudine del viaggio, l’amore disinteressato – che è poco umano – e la ricerca di una casa (intesa in senso ampio) come meta finale.

Chiudiamo su un consiglio: Mandorle, miele e frutta candita, libro da relax o anche da regalare?

Entrambi. Ma anche da borsetta, da leggere prima di addormentarsi, da regalare all’amica delusa dall’amore, alla donna che vorremmo corteggiare o a quell’uomo che prende tutto troppo sul serio e a chiunque sia “lettore compulsivo”. Per sapere se ne vale la pena, basta chiedere a chi lo ha già letto, abbiamo una pagina facebook per questo,

MANDORLE, MIELE E FRUTTA CANDITA

E’ il libro di Fabio Innamorati e Giovanna Ranaldo, edito da Albatros Il filo, nella collana Nuove voci e sarà presentato ufficialmente il prossimo autunno anche se è già reperibile sul sito dell’editore e altri siti come IBS. Il romanzo si sviluppa tra la brulla terra Afghana e l’affascinante Sardegna, in un vortice narrativo che cattura il lettore e lo proietta tra i pertugi di vita di Max e Lara. Lui volitivo capitano dei Carabinieri in missione fuori-area si scontra con una fotoreporter sarda, forte e determinata, in fuga dalla vita e dai propri lutti. Il risultato è un’affascinante storia d’amore che s’intreccia con fresca leggerezza tra ginepri, mirto e assolati aeroporti. In breve il gioco è fatto e il pubblico si ritrova negli inaspettati panni di viandante, immerso in un viaggio “metaforico” caratterizzato dal riscatto di sé dal passato, unico passaporto per una nuova meta che prende il nome di “futuro”.

Fabio Innamorati è nato il primo gennaio del 1973 a Firenze e ha trascorso la gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza a Roma. Dopo il diploma è entrato nelle fila dell’Arma dei Carabinieri attraverso i corsi regolari dell’Accademia militare di Modena. Come Ufficiale della Benemerita, nel corso di un ventennio, ha ricoperto incarichi operativi in Campania, Molise, Lazio e Sardegna, partecipando a diverse missioni nell’area balcanica e in Medio Oriente.

Giovanna Ranaldo è nata nel 1975 in Puglia. Giornalista e docente di comunicazione, si è specializzata nel giornalismo di guerra “embedded” e ha viaggiato tra Afghanistan, Bosnia, Libano e Kosovo. Si è perfezionata in materia di comunicazione interculturale e operativa, tra gli USA e l’Italia, e coopera con lo Stato Maggiore della Difesa e diverse università. Direttrice delle varie edizioni del corso di “Comunicazione e giornalismo in aree di crisi”, in collaborazione con il dicastero, ha firmato numerosi reportage e pubblicazioni anche a carattere dottrinale.

Pagina ufficiale: http://www.ilfilo.eu/innamoratiranaldo/index.html

Per chi volesse contattare gli autori, lasciare un commento, condividere pareri con chi lo ha già letto, basta andare su Facebook: http://www.facebook.com/MandorleMieleEFruttaCandita

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Roma/ Fori Imperiali. La 66° Festa della Repubblica nelle foto di Giovanna Ranaldo


di Antonio Conte  – Roma, Via dei Fori Imperiali. E’ questa la strada che il 13° Reggimento Carabinieri “Friuli Venezia Giulia” – in questa foto-copertina tra quelle di foto di Giovanna Ranaldo – sta percorrendo al passo di marcia, in silenzio per rispetto delle vittime del terremoto, sotto il Palco delle Autorità. Siamo ancora in un clima di 2 Giugno ed è ancora la Festa della Repubblica di Italia che compie sessantasei anni.

Questi bellissimi scatti emozionano, specie per chi non è potuto essere presente. Veder sfilare questi uomini e queste donne che solo a fronte di uno stipendio si impegnano così tanto per elevare il senso della vita sociale italiana ed affermare la dignità di ciascuno, non è cosa da poco: direi che non è affatto scontato.

Ma forse non è solo loro questa emozione, anche per chi ha svolto il servizio di leva è la stessa: quella della prima marcia. Osservare con il cuore una parata è un momento solenne e che da’ i brividi, in cui si rinnova un giuramento. E’ incredibile che ciascuno, dei visi di chi sta sfilando, abbia la stessa luce e ci si riconosce in quel volto che sembra immobile, ma contiene e orienta lo sguardo marziale di un servitore tenace e ostinato nell’impegno per la difesa dei valori di Unità Nazionale.

Si sappia che una filata militare non è mai un mero sfoggio di colori, mai una povera esibizione di uniformi, e mai  l’ennesimo sventolio di una bandiera al vento. Non è solo esteriorità o peggio non è spreco di danaro pubblico. Queste immagini ufficiali della giornalista Giovanna Ranaldo rendono bene il senso di aderenza alle istituzioni, l’attaccamento al servizio e più ancora rendono qualcosa di autentico e di concreto.

Nelle sue foto sono esaltate le donne e gli uomini che davvero calcano la scena internazionale. In uniforme, sono come ambasciatori, sia pure nel loro piccolo e durante le missioni, che affermano i nostri valori di Patria, la nostra cultura e la nostra umanità.

Ed anche in Patria la loro professionalità non è mai negata. Troppo spesso, purtroppo, sono chiamati per soccorrere altri cittadini in difficoltà, come accade da sempre ed ancora in questi giorni.

Questa 66 Festa della Repubblica non è solo delle Forze Armate, non è solo delle Istituzioni, ma di ogni italiano che vive la Libertà e la Democrazia che essa Repubblica custodisce e difende.

Antonio Conte

Fonte: Ecco il link alle fotografie della giornalista di Giovanna Ranaldo.

Kosovo/ Media Tour 3-10 Aprile 2012. Tensione a nord per ordigno esploso poco dopo la foto (11 ore dopo).


In foto: Gruppo di Giornalisti a Mitrovica con noi i militari tra cui Ten. Cristiano NARDONE, PI Esercito KFOR, ed il Capitano dei Carabinieri Damiano DEL GIGANTE, MSU.

Insignia of the (KFOR). Magyar: KFOR.
Insignia of the (KFOR). Magyar: KFOR. (Photo credit: Wikipedia)

di Valentina Catanese – Volge al termine il Media Tour nel teatro operativo del Kosovo, organizzato dallo Stato Maggiore Difesa e dall’Ordine dei Giornalisti della Puglia, che ha visto protagonisti forze armate e aspiranti operatori “embedded”.

Il termine embedded, diventato famoso in occasione dell’invasione dell’Iraq da parte delle truppe Usa, tradotto vuol dire “incorporato, inserito in una struttura”. Oggi è utilizzato per definire i giornalisti al seguito degli eserciti sul fronte. Lo stage ha avuto come punto d’appoggio logistico “Villaggio Italia”, base dell’Esercito nei pressi della cittadina Pec/Peja. La presenza militare si rese necessaria a partire dal giugno del 1999, anno in cui Milosevic acconsentì al ritiro delle truppe serbe dal Kosovo, l’UCK accettò il disarmo ed il controllo fu assunto dalla KFOR della NATO.

Questo Media Tour nasce dall’esigenza di completare un corso di formazione e verificare sul campo le problematiche di questo territorio. Ora sono in vista le prossime elezioni presidenziali del 6 maggio 2012. Si tratta di un giusto coronamento di verifica sul campo degli strumenti acquisiti durante il precedente corso nazionale in “Giornalismo e comunicazione in aree di crisi”, tenutosi a Bari, promosso e diretto dalla dottoressa Giovanna Ranaldo, consulente in comunicazione. Scopo dell’incontro infatti è sia quello di formare professionalmente la figura dell’inviato “al seguito delle truppe”, sia far conoscere l’operato delle nostre Forze Armate in contesti internazionali.

Un attimo di tensione è stato al seguito della notizia dell’esplosione di un ordigno a Nord della città di Mitrovica, nella zona a maggioranza serba, dove 11 ore prima avevano operato i giornalisti italiani. Fatti però, si ritiene per la distanza temporale, non collegabili alle attività dei giornalisti. Tra i partecipanti di quest’anno: Valentina Catanese di Nuovo Quotidiano di Puglia, Nicola Lorusso addetto stampa della Regione Puglia, Vincenzo Rubano di Repubblica, Mirko Polisano e Roberto Caputo di Canale 10 Ostia.

Valentina Catanese

Kosovo/ La comunicazione come arma vincente.


kosovo/ Un momento di socialità a Casa italia

L’articolo del Gen. Fogari apparso il 5 luglio scorso sul “Liberal” a firma di Pierre Chiartano, e su altre testate di settore come ad esempio “Perseo News”, dimostra come sia stato utile sia l’attività svolta fin dal principio dalle Forze Armate KFOR in Kosovo, sia anche tutte le attività svolte a favore e con i giornalisti italiani a seguito dei reparti.

L’essere stato ospite in Kosovo nel “Villaggio Italia” con la missione “Joint Enterprise” certamente rende più liberi di poter spiegare cosa si è visto di persone con un elevato margine di sicurezza e di incolumità. Tuttavia tra i media che di gran lunga descrivono la realtà con immediatezza è la fotografia, e proprio con questa forse si riuscirà a dare una testimonianza più vera e meno filtrata, proprio fissando istantanee di alcuni momenti più salienti di un Media Tour.

Il discorso del Gen. Fogari, mi pare che dia un giusto inquadramento anche al 2° Corso Nazionale di “Giornalismo e Comunicazione”, diretto dalla giornalista Giovanna Ranaldo e a cura dello Stato Maggiore Difesa e Ordine dei Giornalisti di Puglia e del Media Tour tenuto nel periodo 11-18 Luglio 2011, presso KFOR al “Villaggio Italia” comandato ora dal Col. Vincenzo Cipullo. Qui in foto è presente l’Ambasciatore Italiano Dott. Michael Giffoni, il Gen. Enrico Spagnoli, Lo stosso Col. Cipullo, il Col. Russo c.te del MSU, il Ten. Col. V. Legrottaglie ed il gruppo di giornalisti inviati in Kosovo.

Antonio Conte

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Il microfono in prima linea

Parla il generale Fogari, responsabile della pubblica informazione dello Stato Maggiore della Difesa

«La comunicazione è diventata un’arma per vincere i conflitti. Servono dei veri professionisti per gestirla»

Dalla guerra del Vietnam con le cronache quotidiane di Walter Cronkite per la Cbs news, la comunicazione è diventata una vera arma per vincere o perdere i conflitti. Proprio oggi con le spoglie del nostro militare, morto in Afghanistan, arrivate all’aeroporto di Ciampino, sembra questo essere ancora il tema centrale: perché sostenere un conflitto?

Le guerre odierne per l’Occidente si combattono lontano dai propri confini, ma si vincono in patria. Lo dimostra anche la cronaca quotidiana con la scia di polemiche sull’utilità del nostro impegno all’estero che si è scatenata proprio a causa della morte del caporalmaggiore Gaetano Tuccillo. A tenere banco è la polemica politica. E’ utile fare un breve exursus storico sull’importanza dell’uso dei media nella “narrazione” degli eventi bellici.

Negli anni Sessanta e Settanta anchorman come Conkrite erano considerati dei veri opinion maker. «L’uomo che gode di maggior fiducia presso gli americani», recitava il titolo di un sondaggio di quegli anni. E il rapporto tra governo, Casa Bianca, establishment del potere e media era di confronto continuo, non di commistione d’interessi. Il vecchio detto sulla stampa «cane da guardia della democrazia» aveva un valore nell’America durante la guerra al comunismo nelle giungle asiatiche. E in parte lo ha tuttora.

Ma ci sono stati altri protagonisti della comunicazione in divisa che hanno saputo rompere gli schemi, tra questi un posto d’onore lo conquista Adrian Cronauer, dalla cui biografia è stato tratto il film Good Morning, Vietnam. Tutti «vogliono parlare», perché l’essere umano è un animale sociale e «un microfono è la finestra tra le tue idee e il mondo” Così spiegava a liberal lo scorso autunno l’esperto americano che con Radio Saigon aveva rotto gli schemi del linguaggio radiofonico made in Pentagono.

Ma c’è anche il detto che la prima vittima di una guerra sia la verità. Siamo nell’era dell’informazione globale e totale, ma spesso – vedi il caso Libia – non si può essere sicuri neanche di chi fa informazione contro-corrente, come al Jazeera.

ll compito di chi fa comunicazione per le forze armate è diverso da chi lo fa per il pubblico, ma col tempo le differenze si stanno livellando. E anche i militari hanno scoperto quanto sia potente l’arma dell’informazione quando non filtra, ma gestisce le notizie e punta alla trasparenza. Togliendo cosi l’acqua a chi fa la cosiddetta controinformazione. E potremmo arrivare al “paradosso” di ottenere notizie più attendibili da un ufficiale della pubblica informazione (Pio) che da un giornalista di al Jezeera, tanto per fare un esempio.

Le dirette della Cnn da una Bagdad ormai abbandonata dagli occidentali, prima dell’invasione del 2003, sono la cartina di tornasole di un’altra svolta, dove da un lato s’invadeva e si gettavano bombe, dall’altro si cercava di comunicare informazioni. Tutto sotto la stessa bandiera.

Ci ha aiutato nell’analisi uno dei massimi esperti del settore. il generale Massimo Fogari, responsabile dell’ufficio pubblica informazione dello stato maggiore Difesa. Uno dei primi ufficiali italiani ad operare nel settore pubblica informazione in campo Nato, durante le operazioni nei Balcani a metà anni Novanta.

«L’esempio americano della guerra nel Vietnam è accaduto molto prima del cambiamento nelle nostre forze armate», spiega il generale, sottintendendo che in Italia la svolta è “recente”. «Da noi il cambiamento sostanziale nel modo di comunicare e avvenuto attorno al 1995. Prima era un’esigenza per niente sentita. Le nostre forze armate erano ancora legate a un concetto della propria funzione di matrice risorgimentale. Ritenevano di essere l’Istituzione per eccellenza, non messa in discussione da nessuno, le cui funzioni erano pienamente condivise da tutti». Comunicare dunque era quasi superfluo.

«Esistono anche altri motivi. La sconfitta della Seconda guerra mondiale e le polemiche nate successivamente avevano portato a un distacco progressivo tra la realtà del Paese e quella delle forze armate. Siamo cosi arrivati alla fine degli anni Settanta. Poi abbiamo avuto la nostra prima missione all’estero, nel 1982 in Libano».

E come poter dimenticare la missione del generale Angioni, immortalata nelle avvincenti pagine del libro di Oriana Fallaci lnshallah. «Noi avevamo bisogno di far sapere al Paese cosa stavamo facendo su quella sponda del Mediterraneo e c’era un’enorme richiesta d’informazione da parte dei media. Unendo le due cose è scaturita una comunicazione che per l’epoca è stata eccellente. Oltre al libro della Fallaci abbiamo visto la nascita del giornalismo embedded ante litteram. Abbiamo ospitato decine di giornalisti, dando la possibilità di riportare una realtà altrimenti non percepibile».

All’epoca il clima del Paese era decisamente diverso da oggi. I politici erano terrorizzati dall’idea che potesse tornare in patria anche un solo feretro di nostri militari. Il concetto di responsabilità internazionale era compreso, a stento, dalla classe politica, figuriamoci dalla nazione. Quindi dal punto di vista della comunicazione il Libano del 1982 è stato come il Vietnam per gli Usa: una svolta.

«Poi dopo questa missione abbiamo avuto un altro periodo di sostanziale immobilità, fino alla seconda metà degli anni Novanta. C’erano nuovi ufficiali al comando, cresciuti nella cultura dei nuovi strumenti di comunicazione e in un clima dove i media contavano molto. Sullo sfondo avevamo il passaggio dall’esercito di leva a quello professionale. Con le missioni in Kosovo e Bosnia a condire il tutto». Per Fogari sono stati questi gli elementi del grande cambiamento che ha riavvicinato gli uomini in divisa al Paese, fino a farli percepire talmente vicini alla comunità e farceli apparire come dei «cittadini in divisa». E fu proprio l’esperienza dei Balcani a cambiare il modo con cui l’Italia guardava alla proprie forze armate.

«Non era più il soldatino in divisa armato di fucile. Non solo si dimostrò la diversa capacità dei nostri militari. ma questa capacità fu trasferita dai media al pubblico italiano. In Kosovo all’inizio c’erano dei problemi di politica internazionale per cui ci si doveva muovere con grande attenzione. All’epoca c’erano degli uffici Documentazione e attività promozionale e lo stato maggiore Difesa aveva un ufficio Pubblica informazione. Ma ognuno gestiva il proprio contingente come meglio credeva. La svolta è arrivata con la riforma dei vertici, con il riconoscimento del capo di stato maggiore Difesa come unico generale “a quattro stelle“. La legge 95 gli da competenze anche nella pubblica informazione».

Ma ciò che separava la comunicazione tout court da quella militare erano dei concetti di base legati alla sicurezza e in forma indiretta alla ricerca di consenso. «Occorre dividere l’attività di comunicazione da quella informativa. Con una libera traduzione dall’inglese. Nella Nato esistono le information operation che hanno come obiettivo il pubblico “nemico” e che si svolgono in parallelo con le operazioni militari. Il mio ufficio, che con la nuova legge opera come un vero ufficio stampa. ha invece il compito di informare i cittadini sulle nostre attività. In pratica perché e come si spendono i soldi per mantenere la struttura militare. E poi quello di far vedere cosa fanno i nostri soldati in Patria e all’estero. Dire la verità sulle nostre attività».

Argomento tornato alle cronache proprio nelle ultime ore. Per estensione è la creazione del consenso per l’attività di un’istituzione. «Non è un effetto diretto o voluto. E’ una conseguenza indiretta della nostra attività di comunicazione». Per essere chiari la prima mission «è la trasparenza». Di qui nasce il passaggio al concetto di «cittadini in divisa» per i militari, quale corpo vivo e attivo nella comunità e non corporazione o elite.

Un concetto che ha trasformato le forze armate italiane anche in un vero incubatore di classe dirigente. Ufficiali e soldati rappresentano il meglio – soprattutto fuori dai confini nazionali – della disciplina e dell’ingegno nazionale. Fanno fare al Paese una bella figura, in un momento in cui l’Italia abbonda di cattivi esempi. E chi aveva paura che un esercito di professionisti fosse ancor più separato dal Paese, non ha avuto ragione.

«La nostra maniera di comunicare è fondamentalmente legata alla cultura della tradizione orale. La scrittura è arrivata successivamente per codificare, all’inizio, la cultura e la liturgia religiosa. I nostri meccanismi d’apprendimento sono perciò influenzati da questa forma tradizionale e primordiale di scambio d’informazioni» sosteneva intervistato da liberal Cronauer.

E c’è un altro meccanismo di psicologia collettiva che spiega tanto sul nostro Paese, privo di riferimenti morali ed etici, sballotatto tra decaloghi per la sopravvivenza quotidiana e cattivi esempi. Parliamo del senso di comunanza sviluppato nei confronti dei nostri militari caduti.

«Basterebbe pensare all’emozione che suscitano certi eventi disgraziati e spiacevoli quando un nostro militare cade in azione – spiega il generale – l’intero Paese e coinvolto nell’emozione dell’evento».

Ma c’e di più e si è visto dopo la strage di Nassiriya. La morte è diventata per il disincantato popolo italiano l’unico momento di verità. Di fronte alle bare dei nostri soldati caduti non c’è menzogna.

«Sono momenti in cui si rinsaldano i valori d’unità e d’identità nazionale». Fino ad arrivare a episodi di spontanea condivisione. «Mi arrivano lettere di cordoglio da privati cittadini, dopo ogni perdita di vite umane. Fatto che da italiano mi riempie d’orgoglio».

Ma la comunicazione nel mondo dell’informazione globalizzata è un’arma potente per vincere i conflitti. «Tutto ciò che riporta un giornale nazionale viene poi ripreso e letto all‘estero. E’un’attività che svolgiamo, ma senza scopi operativi come avviene per le information operation, anche nei confronti dei media locali nei teatri dove ci troviamo ad operare. Invitiamo sempre i media locali alle nostre press conference».

Trasparenza che elimina anche la possibilità di disinformazione da parte di altri. «Assolutamente, infatti mentre in Italia per legge le attività informative e di comunicazione sono separate, in teatro operativo le due attività sono l’una in concorso dell’altra. Il fatto che si dica al cittadino afghano come sono andate esattamente le cose, toglie ossigeno a chi invece vorrebbe fare controinformazione». Insomma, la verità è sempre un’arma potentissima.

Pierre Chiartano, 5 luglio 2011

Fonte: Liberal > Perseo News

Gioia del Colle/ Aeronautica Militare. Media Day, Giornalisti Embedded (16 Maggio 2011)


Fotoreportage di Antonio Conte del Media Day a Gioia del Colle, presso Aeronautica Militare, in ambito del 2° Corso Nazionale per “Giornalismo e Comunicazione in Aree di Crisi”. Con Stato Maggiore Difesa ed Ordine dei Giornalisti di Puglia, direttore del corso giornalista Dott.ssa Giovanna Ranaldo.