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Libri/ Tra crisi e rete. Oltre la crisi del giornalismo


La crisi di reputazione e di mercato della professione giornalistica, e le vie d’uscita da questa situazione d’emergenza, saranno al centro della discussione a partire dal volume curato da Mario Morcellini “Neogiornalismo. Tra crisi e Rete, come cambia il sistema dell’informazione” (Mondadori Università, 2011).
Un incontro ospitato dalla Cattedra di Analisi dell’informazione e dei pubblici e aperto a tutti i corsi di Area Giornalismo del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, che avrà luogo martedì 22 novembre alle ore 17.00 presso l’Aula Oriana.
Negli ultimi anni, l’informazione ha perso credibilità, ma soprattutto sembra aver smarrito quel ruolo di mediazioneche caratterizzava la mission del giornalista in quanto soggetto terzo, vero e proprio ammortizzatore mediale deputato a stare in mezzo tra il potere politico ed economico da un lato ed il pubblico dall’altro.
Una riflessione anche autocritica su questi temi deve essere condotta attraverso l’impegno di studiosi e professionisti dell’informazione, che si incontrino sul terreno comune della ricerca di una nuova identità, quella del neogiornalismo.
Tra gli autori del volume, interverranno alla discussione Mario Morcellini, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, Giampiero Gramaglia, giornalista e consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali, Roberto Seghetti, giornalista e autore di numerosi saggi sul sistema dell’informazione, Francesca Rizzuto, docente presso l’Università di Palermo.

fonte

Libri/ I segni del corpo, di Raffaella Scelzi e Vincenzo Pellicani


I SEGNI DEL CORPO, Progedit 2011 pp.172 € 20,00, a cura di Raffaella Scelzi, Vincenzo Pellicani. I segni del corpo. Sport e danza, giornalismo e crisi di guerra, moda, cinema, arte e fumetto, letteratura. Collana diretta dalla prof.ssa Patrizia Calefato: CULTURE SEGNI COMUNICAZIONE

Progedit – I segni del corpo tra la parola e l’ascolto

www.progedit.com | www.progedit.com/libro-293.html

Nostra intenzione era quella di scrivere un libro che riuscisse a sondare, riconoscere e leggere, i segni del corpo presenti nei linguaggi non verbali che si palesano in gesti e microespressioni legati alla comunicazione non verbale sondando le particolarità e analogie con la LIS ovvero la Lingua dei segni italiana, vera e propria lingua non riconosciuta ufficialmente in Italia. Affascinati da sempre dalla LIS e dalla modalità comunicativa visuo-gestuale in accordo con tutti gli autori nel libro ci siamo serviti di foto, immagini e storie disegnate in fumetti per analizzare in una prospettiva socio-semiotica i segni del corpo, con riferimento ai settori dell’arte e della cultura, della moda, del cinema, della letteratura e dello sport (in particolare basket e rugby), del giornalismo praticato in teatri operativi quali le aree coinvolte da crisi di guerra.

Tali modalità di comunicazione non verbale focalizzano l’attenzione su parti del corpo, gesti e microespressioni osservati nei linguaggi non verbali oggetto di indagine, alla luce delle discipline che si occupano della comunicazione non verbale, tra cui la semiotica. Ragionando sulle lingue e sui linguaggi specialistici non-verbali e visuo-gestuali, con uno sguardo alla letteratura, si è colto un aspetto importante che lega, come un filo conduttore, le singole tematiche discusse nei saggi: comunicare con il corpo implica il manifestarsi di un’emozione senza filtri, difficilmente controllabile ma leggibile da chi si mette ‘in ascolto’.

Si intrecciano così “sguardi tra più discipline”, che aprono scenari di confronto con la Lis (lingua italiana dei segni in Italia non ancora ufficialmente riconosciuta come tale e pregna di elementi corporei che comunicano definiti Componenti non manuali) e con le ultime ricerche terminologiche in lingua straniera francese, il cui legame rimanda all’importanza e al ruolo della spontaneità delle emozioni che regola alcune forme espressive non verbali e le dinamiche inter-relazionali.

Il libro è parte di una collana presso la casa Editrice Progedit dal titolo Culture Segni Comunicazione curata dalla Prof.ssa Patrizia Calefato, professore associato presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” Facoltà di Lingue e letterature straniere ed è in adozione nell’A.A. 2011/2012 per il Corso di laurea di I livello in Culture delle lingue moderne e del turismo (L-11) curriculum: Lingue e culture per il turismo.

RAFFAELLA SCELZI VINCENZO PELLICANI

Kosovo/ La comunicazione come arma vincente.


kosovo/ Un momento di socialità a Casa italia

L’articolo del Gen. Fogari apparso il 5 luglio scorso sul “Liberal” a firma di Pierre Chiartano, e su altre testate di settore come ad esempio “Perseo News”, dimostra come sia stato utile sia l’attività svolta fin dal principio dalle Forze Armate KFOR in Kosovo, sia anche tutte le attività svolte a favore e con i giornalisti italiani a seguito dei reparti.

L’essere stato ospite in Kosovo nel “Villaggio Italia” con la missione “Joint Enterprise” certamente rende più liberi di poter spiegare cosa si è visto di persone con un elevato margine di sicurezza e di incolumità. Tuttavia tra i media che di gran lunga descrivono la realtà con immediatezza è la fotografia, e proprio con questa forse si riuscirà a dare una testimonianza più vera e meno filtrata, proprio fissando istantanee di alcuni momenti più salienti di un Media Tour.

Il discorso del Gen. Fogari, mi pare che dia un giusto inquadramento anche al 2° Corso Nazionale di “Giornalismo e Comunicazione”, diretto dalla giornalista Giovanna Ranaldo e a cura dello Stato Maggiore Difesa e Ordine dei Giornalisti di Puglia e del Media Tour tenuto nel periodo 11-18 Luglio 2011, presso KFOR al “Villaggio Italia” comandato ora dal Col. Vincenzo Cipullo. Qui in foto è presente l’Ambasciatore Italiano Dott. Michael Giffoni, il Gen. Enrico Spagnoli, Lo stosso Col. Cipullo, il Col. Russo c.te del MSU, il Ten. Col. V. Legrottaglie ed il gruppo di giornalisti inviati in Kosovo.

Antonio Conte

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Il microfono in prima linea

Parla il generale Fogari, responsabile della pubblica informazione dello Stato Maggiore della Difesa

«La comunicazione è diventata un’arma per vincere i conflitti. Servono dei veri professionisti per gestirla»

Dalla guerra del Vietnam con le cronache quotidiane di Walter Cronkite per la Cbs news, la comunicazione è diventata una vera arma per vincere o perdere i conflitti. Proprio oggi con le spoglie del nostro militare, morto in Afghanistan, arrivate all’aeroporto di Ciampino, sembra questo essere ancora il tema centrale: perché sostenere un conflitto?

Le guerre odierne per l’Occidente si combattono lontano dai propri confini, ma si vincono in patria. Lo dimostra anche la cronaca quotidiana con la scia di polemiche sull’utilità del nostro impegno all’estero che si è scatenata proprio a causa della morte del caporalmaggiore Gaetano Tuccillo. A tenere banco è la polemica politica. E’ utile fare un breve exursus storico sull’importanza dell’uso dei media nella “narrazione” degli eventi bellici.

Negli anni Sessanta e Settanta anchorman come Conkrite erano considerati dei veri opinion maker. «L’uomo che gode di maggior fiducia presso gli americani», recitava il titolo di un sondaggio di quegli anni. E il rapporto tra governo, Casa Bianca, establishment del potere e media era di confronto continuo, non di commistione d’interessi. Il vecchio detto sulla stampa «cane da guardia della democrazia» aveva un valore nell’America durante la guerra al comunismo nelle giungle asiatiche. E in parte lo ha tuttora.

Ma ci sono stati altri protagonisti della comunicazione in divisa che hanno saputo rompere gli schemi, tra questi un posto d’onore lo conquista Adrian Cronauer, dalla cui biografia è stato tratto il film Good Morning, Vietnam. Tutti «vogliono parlare», perché l’essere umano è un animale sociale e «un microfono è la finestra tra le tue idee e il mondo” Così spiegava a liberal lo scorso autunno l’esperto americano che con Radio Saigon aveva rotto gli schemi del linguaggio radiofonico made in Pentagono.

Ma c’è anche il detto che la prima vittima di una guerra sia la verità. Siamo nell’era dell’informazione globale e totale, ma spesso – vedi il caso Libia – non si può essere sicuri neanche di chi fa informazione contro-corrente, come al Jazeera.

ll compito di chi fa comunicazione per le forze armate è diverso da chi lo fa per il pubblico, ma col tempo le differenze si stanno livellando. E anche i militari hanno scoperto quanto sia potente l’arma dell’informazione quando non filtra, ma gestisce le notizie e punta alla trasparenza. Togliendo cosi l’acqua a chi fa la cosiddetta controinformazione. E potremmo arrivare al “paradosso” di ottenere notizie più attendibili da un ufficiale della pubblica informazione (Pio) che da un giornalista di al Jezeera, tanto per fare un esempio.

Le dirette della Cnn da una Bagdad ormai abbandonata dagli occidentali, prima dell’invasione del 2003, sono la cartina di tornasole di un’altra svolta, dove da un lato s’invadeva e si gettavano bombe, dall’altro si cercava di comunicare informazioni. Tutto sotto la stessa bandiera.

Ci ha aiutato nell’analisi uno dei massimi esperti del settore. il generale Massimo Fogari, responsabile dell’ufficio pubblica informazione dello stato maggiore Difesa. Uno dei primi ufficiali italiani ad operare nel settore pubblica informazione in campo Nato, durante le operazioni nei Balcani a metà anni Novanta.

«L’esempio americano della guerra nel Vietnam è accaduto molto prima del cambiamento nelle nostre forze armate», spiega il generale, sottintendendo che in Italia la svolta è “recente”. «Da noi il cambiamento sostanziale nel modo di comunicare e avvenuto attorno al 1995. Prima era un’esigenza per niente sentita. Le nostre forze armate erano ancora legate a un concetto della propria funzione di matrice risorgimentale. Ritenevano di essere l’Istituzione per eccellenza, non messa in discussione da nessuno, le cui funzioni erano pienamente condivise da tutti». Comunicare dunque era quasi superfluo.

«Esistono anche altri motivi. La sconfitta della Seconda guerra mondiale e le polemiche nate successivamente avevano portato a un distacco progressivo tra la realtà del Paese e quella delle forze armate. Siamo cosi arrivati alla fine degli anni Settanta. Poi abbiamo avuto la nostra prima missione all’estero, nel 1982 in Libano».

E come poter dimenticare la missione del generale Angioni, immortalata nelle avvincenti pagine del libro di Oriana Fallaci lnshallah. «Noi avevamo bisogno di far sapere al Paese cosa stavamo facendo su quella sponda del Mediterraneo e c’era un’enorme richiesta d’informazione da parte dei media. Unendo le due cose è scaturita una comunicazione che per l’epoca è stata eccellente. Oltre al libro della Fallaci abbiamo visto la nascita del giornalismo embedded ante litteram. Abbiamo ospitato decine di giornalisti, dando la possibilità di riportare una realtà altrimenti non percepibile».

All’epoca il clima del Paese era decisamente diverso da oggi. I politici erano terrorizzati dall’idea che potesse tornare in patria anche un solo feretro di nostri militari. Il concetto di responsabilità internazionale era compreso, a stento, dalla classe politica, figuriamoci dalla nazione. Quindi dal punto di vista della comunicazione il Libano del 1982 è stato come il Vietnam per gli Usa: una svolta.

«Poi dopo questa missione abbiamo avuto un altro periodo di sostanziale immobilità, fino alla seconda metà degli anni Novanta. C’erano nuovi ufficiali al comando, cresciuti nella cultura dei nuovi strumenti di comunicazione e in un clima dove i media contavano molto. Sullo sfondo avevamo il passaggio dall’esercito di leva a quello professionale. Con le missioni in Kosovo e Bosnia a condire il tutto». Per Fogari sono stati questi gli elementi del grande cambiamento che ha riavvicinato gli uomini in divisa al Paese, fino a farli percepire talmente vicini alla comunità e farceli apparire come dei «cittadini in divisa». E fu proprio l’esperienza dei Balcani a cambiare il modo con cui l’Italia guardava alla proprie forze armate.

«Non era più il soldatino in divisa armato di fucile. Non solo si dimostrò la diversa capacità dei nostri militari. ma questa capacità fu trasferita dai media al pubblico italiano. In Kosovo all’inizio c’erano dei problemi di politica internazionale per cui ci si doveva muovere con grande attenzione. All’epoca c’erano degli uffici Documentazione e attività promozionale e lo stato maggiore Difesa aveva un ufficio Pubblica informazione. Ma ognuno gestiva il proprio contingente come meglio credeva. La svolta è arrivata con la riforma dei vertici, con il riconoscimento del capo di stato maggiore Difesa come unico generale “a quattro stelle“. La legge 95 gli da competenze anche nella pubblica informazione».

Ma ciò che separava la comunicazione tout court da quella militare erano dei concetti di base legati alla sicurezza e in forma indiretta alla ricerca di consenso. «Occorre dividere l’attività di comunicazione da quella informativa. Con una libera traduzione dall’inglese. Nella Nato esistono le information operation che hanno come obiettivo il pubblico “nemico” e che si svolgono in parallelo con le operazioni militari. Il mio ufficio, che con la nuova legge opera come un vero ufficio stampa. ha invece il compito di informare i cittadini sulle nostre attività. In pratica perché e come si spendono i soldi per mantenere la struttura militare. E poi quello di far vedere cosa fanno i nostri soldati in Patria e all’estero. Dire la verità sulle nostre attività».

Argomento tornato alle cronache proprio nelle ultime ore. Per estensione è la creazione del consenso per l’attività di un’istituzione. «Non è un effetto diretto o voluto. E’ una conseguenza indiretta della nostra attività di comunicazione». Per essere chiari la prima mission «è la trasparenza». Di qui nasce il passaggio al concetto di «cittadini in divisa» per i militari, quale corpo vivo e attivo nella comunità e non corporazione o elite.

Un concetto che ha trasformato le forze armate italiane anche in un vero incubatore di classe dirigente. Ufficiali e soldati rappresentano il meglio – soprattutto fuori dai confini nazionali – della disciplina e dell’ingegno nazionale. Fanno fare al Paese una bella figura, in un momento in cui l’Italia abbonda di cattivi esempi. E chi aveva paura che un esercito di professionisti fosse ancor più separato dal Paese, non ha avuto ragione.

«La nostra maniera di comunicare è fondamentalmente legata alla cultura della tradizione orale. La scrittura è arrivata successivamente per codificare, all’inizio, la cultura e la liturgia religiosa. I nostri meccanismi d’apprendimento sono perciò influenzati da questa forma tradizionale e primordiale di scambio d’informazioni» sosteneva intervistato da liberal Cronauer.

E c’è un altro meccanismo di psicologia collettiva che spiega tanto sul nostro Paese, privo di riferimenti morali ed etici, sballotatto tra decaloghi per la sopravvivenza quotidiana e cattivi esempi. Parliamo del senso di comunanza sviluppato nei confronti dei nostri militari caduti.

«Basterebbe pensare all’emozione che suscitano certi eventi disgraziati e spiacevoli quando un nostro militare cade in azione – spiega il generale – l’intero Paese e coinvolto nell’emozione dell’evento».

Ma c’e di più e si è visto dopo la strage di Nassiriya. La morte è diventata per il disincantato popolo italiano l’unico momento di verità. Di fronte alle bare dei nostri soldati caduti non c’è menzogna.

«Sono momenti in cui si rinsaldano i valori d’unità e d’identità nazionale». Fino ad arrivare a episodi di spontanea condivisione. «Mi arrivano lettere di cordoglio da privati cittadini, dopo ogni perdita di vite umane. Fatto che da italiano mi riempie d’orgoglio».

Ma la comunicazione nel mondo dell’informazione globalizzata è un’arma potente per vincere i conflitti. «Tutto ciò che riporta un giornale nazionale viene poi ripreso e letto all‘estero. E’un’attività che svolgiamo, ma senza scopi operativi come avviene per le information operation, anche nei confronti dei media locali nei teatri dove ci troviamo ad operare. Invitiamo sempre i media locali alle nostre press conference».

Trasparenza che elimina anche la possibilità di disinformazione da parte di altri. «Assolutamente, infatti mentre in Italia per legge le attività informative e di comunicazione sono separate, in teatro operativo le due attività sono l’una in concorso dell’altra. Il fatto che si dica al cittadino afghano come sono andate esattamente le cose, toglie ossigeno a chi invece vorrebbe fare controinformazione». Insomma, la verità è sempre un’arma potentissima.

Pierre Chiartano, 5 luglio 2011

Fonte: Liberal > Perseo News

Libri/ Teste e Testi, di Giuseppe Mininni


Teste e Testi, di Giuseppe Mininni
Teste e Testi, di Giuseppe Mininni

Teste e Testi“, e sottotitolo “Per una psicologia del significare” è il libro del Prof. Giuseppe Minnini, Professore Ordinario presso l’Università barese. Si tratta, come sapete, dell’ultimo lavoro che il Prof. Giuseppe Mininni, ha pubblicato in concomitanza del suo corso di “Psicologia della Comunicazione” presso la Facoltà di Formazione dell’Università di Bari “Aldo Moro”, ottobre 2010.  Il ‘come sapete’, è ovvio, ma non scontato, in quanto è vero che gli articoli di questo blog  si rivolgono principalmente agli studenti di Scienze della Comunicazione, ed è fatto da uno di loro, ma gli autori di detti articoli sono ben lieti se a leggerli non sono soltanto loro. Si auspicano, infatti, molti altri lettori, tra i quali si attendono certamente i membri della comunità universitaria barese, i parenti, genitori ed amici degli studenti, ex studenti e colleghi di altre facoltà, nonché altri professori che così potrebbero sapere degli sviluppi in date materie, ecc.

Ragion per cui, questa ci pare la prima – si spera – di una lunga serie di recensioni. Ho detto, che questa è la prima, ma come si può dire ‘prima’ se non vi sia almeno una seconda? E nonostante, tutti i buoni propositi di farne seguire altre? Come si può dunque legittimare un aggettivo così arrogante? Noi speriamo solo di schivare gli ‘acuti fendenti’ del prof. Augusto Ponzio, docente ordinario di Filosofia del Linguaggio.

Ma, torniamo al testo, “Teste e Testi“, che “mira – cito testualmente alcune parole tratte da un sito che lo propone in vendita – a rintracciare la valenza psicologica delle procedure di significazione inerenti alle pratiche della conoscenza e della comunicazione umana. Tale obiettivo impegna la psicologia a caratterizzarsi come una conoscenza scientifica di tipo idiografico, interessata a far comprendere ‘che cosa si prova a essere persone’ “.

Un bel libro, a tratti molto interessante e fluido, altre volte un po impegnativo e sofisticato, ma si offre come una piacevole lettura soprattutto dopo essere stati iniziati al tema per niente scontato della Psicologia e dei tanti aspetti. E’ anche molto interessante in quanto si offre come una guida esperta e ragionata nell’analisi  delle problematiche come la scoperta di Se, dell’altro, della lingua e delle traduzioni, a livello cognitivo nell’uso della metafora nel parlato e nel testo. Un inno alla narrazione di se, il testo quale essenza, sostanza, esso stesso persona. Insomma una scoperta di se, dell’altro in chiave idiomatica, ovvero ciascuno è unico ed irripetibile, e dalla conoscenza specifica delle peculiarità si può arrivare a considerare la presenza di regole valide per tutti. In altre parole, la lettura e comprensione di questa opera è guidata dai seguenti quesiti: “Se ciascuno terrà conto dei ciascuno che lo circonda, forse la comunicazione e l’esistenza stessa di ciascuno avrà più senso ed un maggiore significato? La vita stessa sarà più degnamente ed intensamente vissuta?”.

Ovviamente ciascuno può commentare a suo modo!

Antonio Conte

I dialoghi su Platone, del Prof. Massimo Bonfantini


Prof. Massimo Bonfantini
Prof. Massimo Bonfantini

Platone in Dialogo” è il titolo del seminario del Prof. Massimo A. Bonfantini, tenuto con il Prof. Bruno Brunetti ed il Prof. Augusto Ponzio, in occasione della pubblicazione del libro “Platone“, Edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 2011. Si è tenuto nell’Aula AuditoriumMichele Dell’Aquila” dell’Università degli Studi di BariAldo Moro“, giovedì 5 maggio 2011 alle ore 12:00.

A patrocinare l’evento il Dipartimento di Lettere Lingue Arti, Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, Scuola di Dottorato in Scienze Umane, Dottorato di ricerca in Teoria del Linguaggio e Scienza dei segni, infine con il Dottorato di Ricerca in Diritti Umani, Globalizzazione e Libertà Fondamentali..

Nell’anticipo dei lavori vi è avuta la gradita presenza del Direttore del Corso Dott. Stefano Bronzini, che ha lodato il lungo lavoro, del Prof. Bonfantini, ricordando la lettura in passato di un suo vecchio libro e quindi la rilettura in tempi più coevi, da cui sarebbe emersa un’attualità dei contenuti. All’evento, a giudicare dagli applausi degli studenti, – il prof. Augusto Ponzio ha giustamente osservato di quelli che hanno già sostenuto il suo esame – la gradita presenza del Prof. Giuseppe Mininni, che ha continuato a stringere la mano e a scambiare saluti fino all’interruzione divertita, e sempre arguta, del Prof. Ponzio.

Due battute sugli enunciati. Interessante la distinzione narrativa che intercorre tra i testi dialogati ed i testi romanzati. Incontro di parole il primo, ben evidenti i virgolettati, e spesso pochi, o del tutto assenti i commenti dell’autore, che si rivela soltanto nel porgere la parola ora ad un protagonista ora all’altro. Nel romanzo invece, l’autore è tutto, il suo pensiero condisce e amalgama i fatti, i dialoghi, le descrizioni ambientali e paesaggistiche, legando o sciogliendo i virgolettati, solo qualche rara volta presenti. Un altro genere stilistico, diverso da primo, che permettete l’affondo narrativo in chiave narrante, in uno stile di “dialogo riportato”. Ma, non poteva mancare la citazione di Pier Paolo Pasolini e le sue riflessioni sulla sua visione del dialogo indiretto realizzato in narrativa e con la nascente arte audiovisiva.

Infine, come si conviene, in modo pragmatico e fuori da ogni riserva, la proposta del testo di filosofia su “Platone“, da parte del suo Autore, che sulle poche copie disponibili ha voluto apporre, umilmente, il suo segno autografo.

Antonio Conte

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