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Kosovo/ Il viaggio dei volontari di Pordenone per accendere la speranza del Kosovo.


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di Lieta Zanatta, pubblicato su il Messaggero Veneto il 4 Maggio 2012 – Da Nis (Serbia) all’ospedale di Silovo, enclave serba nel paese dei merli. Il diario di una missione pordenonese.

“Che magnifica giornata!”. Elisa afferra la macchina fotografica e corre fuori a catturare gli attimi di un mattino salutato da un sole spavaldo. Tutti i ragazzi sono già pronti per partire: stamani finalmente si entra in Kosovo. Fabio, il sacilese, telefona a Pordenone per avere notizie sull’ambulanza che oggi avrebbe dovuto essere consegnata all’ospedale dell’enclave serba di Silovo. “Niente da fare, oggi è domenica – risponde Federico da Porcia dall’altra parte del telefono – bisogna aspettare domani che riaprano le autofficine per controllare il mezzo”. Pazienza, intanto verranno consegnati i medicinali. Michael da Perugia, 21 anni, inesauribile entusiasmo, salta alla guida del pullmino.

Si parte verso ovest, verso le montagne. La strada verso il confine è quasi deserta, percorsa da qualche macchina vecchia, l’asfalto piuttosto disastrato. Il paesaggio della Serbia si sussegue verdissimo e placido, interpuntato da piccoli agglomerati urbani, semplici, caratterizzati da case costruite con mattoni di fango e paglia, che in questa parte dei Balcani esistono ancora, e coibentano dal caldo e dal freddo meglio di quelle nuove. Dei muri di forati rossi, aggiunti alle case di recente, i piccoli orti, l’ordine e la pulizia ovunque, restituiscono continuamente l’idea di gente povera ma dignitosa. Un cartello: Pristina 92 chilometri. Fabio chiede i passaporti a tutti, fra poco si passerà la linea amministrativa serba. Si devia in una strada secondaria decisamente disastrata, si passa in mezzo ad un villaggio dove sventolano ovunque i vessilli rossi con l’aquila bifronte della bandiera albanese e dell’UCK, e qualche bandiera gialla e azzurra dell’autoproclamato stato del Kosovo.

C’è anche un monumento all’UCK. Fabio, sorpreso, fa notare che solo qualche mese prima non c’era. Eppure, siamo ancora in Serbia. Ancora poche centinaia di metri, ed ecco il posto di blocco serbo sulla linea amministrativa tra Serbia e Kosovo. Passiamo, mentre il furgone con gli aiuti viene fermato e tarda un po’. Il cartello del Kosovo ci accoglie assieme all’immagine di una coppia anziana che ci cammina vicino, lui con il plis bianco, il copricapo dei capofamiglia albanesi, lei con il fazzolettone sui capelli, un’impermeabile abbottonato che la copre fino ai piedi. Poi, la dogana del Kosovo. L’assicurazione per i mezzi obbligatoria da pagare, 275 euro, e il furgone che viene nuovamente fermato e dirottato verso un’area di sosta a parte. Fabio sbuffa, ha paura che facciano difficoltà come al solito. Ma dopo aver parlato con i doganieri, ritorna un po’ più rilassato. Sono stati gentile, dice e bisogna aspettare, ma solo perché è la pausa pranzo, e non ci sono sostituti in turno. Infatti si riparte dopo poco più di un’oretta. I primi paesi del Kosovo offrono già la vista di minareti e moschee, un assembramento di persone segue un funerale all’interno di un cimitero su un pendìo della strada.

Tantissime case in costruzione, quasi tutte restate a mattone, perché la tassa sulla casa si paga al governo quando si arriva all’intonaco. Si svolta a sinistra ed ecco che cambiano le abitazioni. Sono più piccole, spartane, qualcuna a due piani, tante fatte con mattoni e paglia, strade piccole e sterrate, si vede e si sente povertà ovunque. Ci si ferma davanti un edificio bianco a tre piani, l’insegna della croce rossa con delle scritte in caratteri cirillici. Siamo arrivati all’ospedale dell’enclave serba di Silovo. Una donna vestita di nero, con una giacca di cuoio, i capelli rossi e gli occhi chiarissimi, dal viso stanco e provato, accoglie alla porta con lo sguardo che abbraccia tutti. E’ Jelica, la direttrice dell’ospedale. “Benvenuti – traduce l’interprete – è bello vedere tante facce nuove e quelle conosciute”. Gianluca da Pordenone apre i portelloni del furgone, e preciso e attento, organizza i ragazzi, inizia a scaricare i cartoni di medicinali. Intanto Fabio abbraccia Jelica, le spiega che l’ambulanza promessa è ancora ferma a Pordenone, ma arriverà tempo tre giorni. La direttrice annuisce, e poi vuole spiegare.

“E’ bello avere delle persone che pensano a noi. Quello che avete portato è molto importante. Qui la fornitura di materiale medico non è consentita, perché il governo del Kosovo ci considera una costituzione illegale nel territorio. Ebbene sì, c’è un posto al mondo dove un ospedale è illegale. Ammalarsi qui è illegale. Non abbiamo nessun aiuto, non un cent, per curare la gente del posto. Oramai non sappiamo più dove siamo. Avrete visto che le frontiere sono sotto il controllo del governo del Kosovo, e non permettono il passaggio di nessun tipo di medicinale. Le scatole che avete portato sono così importanti per curare le persone che arrivano da noi, serbi kosovari, ma non solo. Speriamo sempre che le cose qui si risolvano, ma più il tempo passa, e più siamo in difficoltà. Sono venute tante organizzazioni a trovarci, tante parole, tante foto. Qualche aiuto, quello che hanno voluto o potuto. Fabio è l’unico che chiede di cosa abbiamo bisogno, e ce lo porta”. I ragazzi annuiscono tutti, silenziosi.

Poi, Jelica fa entrare. Una stanza al primo piano è dedicata alla pediatria: sono quattro posti letto e una culla. Vicino, una stanzetta con un divano su cui è steso un telo bianco, dove sta il personale medico. In un’altra stanza stanno altri quattro letti, di cui uno reclinabile. C’è un solo monitor. Jelica dice con molta compostezza che avrebbero bisogno di un ecografo e un doppler. Giù, al piano terra, un’astanteria dove stanno delle panchine di legno verniciate di bianco. Qualcuno aspetta seduto, davanti alla porta di quello che è l’ambulatorio del Pronto Soccorso. Dentro, una scrivania, un armadio con medicinali, un lettino e una sedia consunti dall’uso. Tutto è ordinato, pulito. Jelica snocciola alcuni dati. Questo è l’ospedale che serve le 30mila persone del territorio. E’ solo un Day Hospital, per interventi chirurgici elementari. Il più vicino è a 50 chilometri, a Djacovica. Sennò, a 80 chilometri, ce n’è un altro, in Serbia. Nell’enclave sono dislocati 32 presidi ambulatoriali.

Una sola ambulanza, una van car vecchia, con centinaia di migliaia di chilometri alle spalle. Se ci sono più urgenze, si fa un trasporto alla volta, sennò bisogna arrangiarsi con mezzi propri. Ecco perché aspettano come una benedizione quell’ambulanza che il Comune di Villadossola ha regalato loro tramite il progetto “Accendiamo la speranza” di Sacile. La struttura sanitaria dell’enclave impiega 420 persone, 40 dottori, 7 dentisti. Sono tutti pagati dal governo serbo, che però non può fornire alcun materiale. “Questo piccolo ospedale necessita di essere ampliato – continua la direttrice – ma il governo del Kosovo non vuole concedere alcuna autorizzazione, siamo obbligati a stare qui…”.

La donna sospira, tutti tacciono. Poi qualcuno si accorge che tra i pazienti fuori l’ambulatorio c’è gente che sta male, uno ha un occhio rovinato. Si corre tutti fuori l’ambulatorio, a testa bassa, con vergogna, per non aver capito, per aver rubato del tempo all’emergenza di questa gente che se ne stava in silenzio, seduta, ad aspettare senza parlare. Fabio chiede come mai non ci sia più la bandiera serba che sventolava fuori l’ospedale. Jelica abbassa gli occhi, tace qualche secondo. Il silenzio diventa pesante. Si percepisce l’angoscia di chi è messo con le spalle contro a un muro, di chi non può reagire, quella di un popolo umiliato. La voce le vibra un po’, rauca. “Siamo stati obbligati dagli albanesi a toglierla, le sanzioni sono severe”. Eppure, l’hanno visto tutti, pochi chilometri più in là, dall’altra parte della linea amministrativa, in Serbia, c’è un paese albanese che sventola tranquillamente le bandiere rosse dell’UCK, il vessillo nel cuore dei kosovari albanesi. (continua)

Jelica vuole ringraziare, porta tutti in un vicino ritrovo dove mangiare del buon cibo, assaggiare il loro vino, bere la rakja, la grappa dei Balcani che viene offerta in piccoli bicchieri in segno di ospitalità, e che nessuno può rifiutare, neanche se sono le otto di mattina. Si esce dall’enclave, si ritorna nella strada principale. Si attraversano piccoli paesi, i minareti si alternano alle cupole delle chiese ortodosse. C’è una scuola intitolata ad un ragazzino albanese, venuto dalla Svizzera per combattere prima del 1999 con l’UCK. Sul cortile dell’edificio la sua tomba, l’effigie sulla lapide con il fucile imbracciato. Finalmente si arriva al locale per il desinare. Si ferma una macchina della Kosovo Police, dice qualcosa.

E’ serbo, perché all’interno di questa autorità, è prevista la rappresentanza di questa minoranza. A tavola Jelika risponde a tutte le domande che i ragazzi le pongono, soprattutto sulla situazione attuale del Kosovo, di cui nessuno parla, di cui si sa ben poco, nonostante i contingenti internazionali delle maggiori potenze internazionali siano ancora in questa regione dal 1999, quando la NATO bombardò la Serbia per 78 giorni. E non vanno via nonostante il loro programma lo preveda, perché le tensioni etniche sono tutt’altro che sopite. “Il problema sono le scuole – sottolinea Jelica – I vecchi delle due etnie conoscono sia il serbo che l’albanese. Adesso le scuole sono fisicamente separate, e ognuno impara solo la propria lingua. Tra trent’anni i bambini di oggi sono si parleranno più, non solo perché non vogliono, ma perché non avranno più imparato niente l’uno dell’altro…”.

Poi si parla delle elezioni, che si terranno il 6 maggio in Serbia, e anche nelle enclave, che si sentono e sono serbe, e che non vogliono essere lasciate alla deriva dalla madre patria. “Ci circonda un clima teso, di paura. In questi giorni sono state arrestate delle persone perché detenevano del materiale che riguardava le elezioni, persino alcuni poliziotti di etnia serba. Poi sono stati rilasciati, perché non c’era nessun motivo per trattenerli. Ma intanto si è instaurato un clima di terrore. Prima del 1999 qui attorno c’erano dei villaggi croati. Sono stati abbandonati completamente”. Intanto arrivano le portate, rafano con crema di latte, verze stufate, peperoni, cocomeri, della carne e delle trote. Qualcuno dei ragazzi chiede quale futuro si prospetta in questo lembo di terra… “Per un diciottenne non esiste alcun futuro. Non è più possibile esporre la nostra bandiera perché gli albanesi reagiscono. La gente sopravvive, i giovani lasciano. E’ quello che vogliono. I serbi sanno del grande lavoro che sta facendo il contingente italiano della KFOR (Kosovo Force) a guardia dei nostri monasteri in Metochia (= terra dei monasteri, la zona geografica ad ovest del Kosovo)

Il Programma del Viaggio

Bari/ Croazia. L’assessore Losito riceve una delegazione di studenti.


Venerdì 4 maggio, l’Assessore Losito riceve una delegazione di studenti croati ospiti dell’Istituto Zingarelli

Bari – Oggi, venerdì 4 maggio, alle ore 12, l’assessore alle Politiche educative e giovanili Fabio Losito ha ricevuto a Palazzo di Città una delegazione di studenti e docenti dell’Istituto comprensivo Pujanke di Spalato, in questi giorni ospiti dell’Istituto comprensivo Zingarelli di Bari.

La visita degli studenti croati si colloca nell’ambito delle attività di un progetto di gemellaggio con la scuola barese finalizzato a promuovere un confronto sui temi legati alla cittadinanza europea (la Croazia, come noto, è di recente entrata a far parte della UE) e alle competenze interculturali.

Bari/ Università. Relazioni Meridionali e Transculturalità. Ospite il Prof. Frassinelli docente in Sud Africa in Cultural Study


L’evento.

Antonio Conte

di Antonio Conte – L’evento si è svolto nell’Auditorium di via De Rossi, al numero 233, alle ore 15.00 di Venerdì 20 aprile scorso. E’ stato organizzato nell’ambito dei seminari del  Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” ed è stato denominato “Relazioni meridionali”. In occasione sono stati presentati dei volumi: “Orizzonte Sud” e “Anglo-Southern Relations” a cura di Luigi Cazzato.  Di Pier Paolo Frassinelli invece “Traversing Transnationalism. The Horizons of Literary and Cultural Studies” con Ronit Frenkel and David Watson (Eds.)

I lavori sono stati introdotti dalla Prof.ssa Paola Zaccaria, presidente del CdL in Scienze della Comunicazione e si è conversato con Franco Arminio, il noto poeta-paesologo di Bisaccia (AV) e con Pier Paolo Frassinelli (Monash University – Sud Africa). A coordinare i lavori è stato Luigi Cazzato, docente di Letteratura inglese.

Per gli studenti era previsto, su richiesta, l’attestato di partecipazione con i crediti formativi.

La Presentazione

Pier Paolo Frassinelli

La Prof.ssa Paola Zaccaria ha presentato i due libri di Luigi Cazzato ed ha poi introdotto il Poeta di Bisaccia. Di quest’ultimo ha elencato molti dei libri e spesso, ha notato la Zaccaria, si parla di “terra”, di “grafia” e “scrittura”, insomma di geografia e di narrazioni del territorio. Altri temi portanti sono stati il buongoverno, ovvero il governo ecologico e a misura d’uomo, che non stravolga il territorio. Emerge anche la natura poetica, attuale e disincantata della quotidianità, con un particolare gusto per il presente. Il ricco contatto con la gente, sapido e  teso, che continua on line in comunità provvisorie, ma concrete e che alimentano il “sacro fuoco” del dialogo nella costruzione della visione comune.

Paola Zaccaria

Segue Pier Paolo Frassinelli, tagliente e acuto, perfino simpatico e gioviale. Sembra proprio uno di noi. Parla di mercati globali, di culture e contaminazioni reciproche. Ma anche di interessi: di quelli grandi.  Insegna in una Università in Sud Africa, che è sempre più il nord economico del continente africano.  Ci dipinge una clessidra tagliata dall’equatore. Il caldo torrido sembra inaridire le economie al centro mentre ai poli del pianeta, alle estremità africana ed Europea prolifererebbe l’economia e le vivacità culturali e politiche. Il mercato delle Culture capitalistiche, supera gli interessi immediati e getta le sue nuove basi con i corsi di lingue e di Culture anglofone. L’inglese ormai prolifera ovunque, così che gli anglofoni vincono due volte: prima nella raccolta di denaro in cambio di corsi di lingua e poi in un maggior numero di parlanti, che di fatto allarga la base economica, come un investimento negli affari del futuro.

Cosa unisce un professore italiano docente in Sud Africa negli Studi Culturali ed un poeta-Paesologo (ma si vorrebbe significare filosofo dei paesi) del Sud Europa?  Innanzitutto che vi è sempre un Sud. L’interesse transculturale è di concreta attualità. La vita sociale nel borderline è sempre incerta, vaga, indefinita. Vi è spazio per nuovi Studi delle Culture: dal basso. Ma anche le linee di confine aumentano e si spostano, ormai sono ovunque, ognuno di noi è sempre più isola a Sé, e di fatto per ognuno esiste un confine. “Si sta insieme da soli?”. Il tema dell’intercultura è quindi la chiave di volta. Ma il considerarsi al Sud di un Nord, considerarsi a seguito di una motrice, in ritardo rispetto al puntuale non giova, si fa sempre il gioco dell’altro. L’Altro da Se! Emerge che …, si vuol fare emerge che al centro ci siamo noi, siamo il Nord di qualche cosa di altro e che a muovere la nostra economia deve essere la nostra motrice.

Certo gli altri diranno di noi, ma levati gli scudi, barricate le menti si affermi che nell’ombellico del mondo ci siamo noi, noi che ora siamo qui. Vi è ancora speranza!

Gli Studenti

Franco Arminio (Foto di Mario Dondero)

Un incontro come questo sarebbe stato  importante per la consapevolezza dello studente che si ponga davvero il tema della Comunicazione, ed in cui emerge in modo esemplare il poeta paesologo di Bisaccia che tra l’altro si è preso cura di una Comunità Provvisoria  per 4 lunghi anni, con migliaia di post e commenti, con ore ed ore di lettura e scrittura, revisioni e invii. Franco Arminio con molti libri scritti sui paesi tra la Basilicata, Campania e Puglia, ha colto i loro odori, i sapori, ha descritto le storie e le vicende di molti loro personaggi, che sognano il realizzarsi di un buongoverno mentre desidera un ambiente sano in cui continuare a vivere: per se ed i propri figli. Emancipa, quando la Comunità Provvisoria arriva a gemmazione (ma forse già durante lo sviluppo della stessa) con l’identificazione dei luoghi delle sentinelle, definisce in questi Studi Culturali la filosofia vincente, della quotidianità e dell’ottimismo. Ecco quindi un nuovo Umanesimo delle Montagne e l’amore per i paesi che muoiono.

Lo studente di Comunicazione può dunque a ragion veduta procedere con strumenti della rete per condurre, a costo zero, la sua ricerca personale, sostenere la sua causa, costruire i ponti tra culture, tra  poetica e politica dell’ospitalità. Insomma costruirsi un mestiere, specializzarsi.

Le Istituzioni

Probabilmente la Regione e la Città di Bari, le Provincie e la stessa Università degli Studi di Bari non hanno ancora chiaro l’importanza di un Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, ne il futuro professionale di questi numerosi studenti.

La dimostrazione è proprio Franco Arminio, che con un lavoro costante di poche ore al giorno, ha creato un centro di attenzione culturale importante.

La verità è che si investe poco in Formazione Universitaria. Servono infrastrutture seminari, corsi e presenze come quella di Pier Paolo Frassinelli che sebbene abbia parlato poco e scansato molte domande lasciandoci nella curiosità e nell’attesa di un suo ritorno, ha dato modo al Poeta-Paesologo di Bisaccia – come egli stesso si definisce – di mettersi in luce, ponendo importanti questioni sul nostro futuro sul tappeto.

Dei due di certo, e di Cazzato, non ci mancherà da leggere, ma si spera che non siano fotocopie.

Antonio Conte

Mediterraneo/ Card. Bagnasco. La Cristianofobia serpeggia in Medio Oriente e non solo


di Daniele Atzori (AGI, 27 GEN 2011) – Nella prolusione di lunedi’ 24 gennaio al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Bagnasco non si e’ solo occupato di vicende italiane, ma ha anche denunciato la crescente cristianofobia che serpeggia in Medio Oriente e non solo.

Il Cardinale ha, infatti, illustrato lo “stillicidio di situazioni persecutorie” che “hanno i cristiani come vittime designate”. Il Cardinale ha anche ricordato che il cristianesimo, in Medio Oriente, e’ tutt’altro che una religione importata, poiche’ anzi le radici della cristianita’ sono proprio in questa tormentata regione.

E’ quindi un paradosso che sempre piu’ spesso i cristiani del Medio Oriente siano visti e percepiti come una presenza estranea, come una sorta di quinta colonna dell’occidente innestata all’interno del mondo islamico. Purtroppo, lo “stillicidio di situazioni persecutorie” e’ sostenuto da ideologie islamiste radicali che presentano i cristiani come agenti del nemico da combattere e da estirpare dal Medio Oriente. Proprio per questo, essi divengono sempre piu’ frequentemente oggetto di odio ma anche di aperta violenza, soprattutto durante le festivita’ e le celebrazioni liturgiche. La stessa Alessandria d’Egitto, teatro della strage di cristiani di Capodanno, e’ una citta’ di antichissima presenza cristiana. La Chiesa di Alessandria fu fondata, secondo le tradizioni cristiane orientali e occidentali, dall’evangelista Marco, e il Patriarcato d’Alessandria fu per secoli uno dei principali centri della cristianita’.

Quando il Sommo Pontefice ha levato la sua voce per condannare l’attentato di Capodanno ad Alessandria, nel quale sono morti ventitre’ cristiani, l’imam Ahmad Al Tayeb ha denunciato l’intervento del Papa come un’inaccettabile ingerenza negli affari interni dell’Egitto. Al Tayeb e’ l’imam della moschea egiziana di Al Azhar e dunque una delle massime autorita’ dell’Islam sunnita. La situazione dei cristiani in Egitto non sarebbe, in sostanza, una questione che riguarda la Chiesa, che pur si proclama cattolica, cioe’ universale.

Nei secoli, le comunita’ cristiane che vivono nel dar al Islam (i territori nei quali l’Islam e’ la religione prevalente) sono state riconosciute dal punto di vista legale. Ma, come afferma il Professor Giorgio Vercellin nel suo classico “Istituzioni del mondo musulmano”, “tale riconoscimento non implica affatto l’eguaglianza tra musulmani e non musulmani, in quanto i primi grazie alla Rivelazione coranica e alla scelta compiuta da Dio a loro favore detengono la Verita’ ultima e sono percio’ superiori ai fedeli di altre fedi”. Le minoranze non musulmane potevano quindi scegliere tra la conversione all’islam e la dhimma, cioe’ “il riconoscimento di un’ineguaglianza acclarata, permanente e ammessa da entrambe le parti in causa” che si estrinsecava tra l’altro, nel pagamento di un’imposta, la jizya, che esprimeva “una forma di capitazione esprimente appunto la soggezione di un individuo”.

Oggi, nel XXI secolo, i cristiani del Medio Oriente sono molto spesso discriminati, ove non apertamente perseguitati. Anche nei paesi apparentemente piu’ liberali, nei quali cioe’ i cristiani hanno una sia pur limitata liberta’ di culto, l’eventuale conversione di un musulmano al cristianesimo porta a conseguenze terribili.

Perfino la Giordania, che e’ uno dei paesi apparentemente piu’ tolleranti del Medio Oriente, offre esempi drammatici a riguardo. Come riportato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, la conversione di un musulmano al cristianesimo lo trasforma, dal punto di vista legale, in apostata. Qualora un qualunque cittadino denunci per apostasia un musulmano convertito al cristianesimo, i tribunali islamici hanno la facolta’ di annullare il matrimonio del convertito, negargli la patria potesta’ trasferendo la custodia dei figli a un altro membro musulmano della famiglia e possono infine privarlo di molti diritti civili.

Cio’ e’ quanto e’ accaduto, per esempio, al cittadino giordano Muhammad Abbad Abbad. Convertitosi dall’Islam al cristianesimo, il 22 aprile del 2008 Abbad e’ stato dichiarato apostata, il suo matrimonio e’ stato annullato ed e’ stato inoltre condannato a una pena detentiva per “disprezzo della corte”. Abbad e la sua famiglia sono fuggiti dalla Giordania e il governo ha emesso un mandato di arresto. Sempre in Giordania, tra il 2007 e il 2008, circa trenta cittadini stranieri, membri di chiese evangeliche e residenti in Giordania, sono stati espulsi dal paese, alcuni di essi dopo essere stati interrogati e detenuti.

Questo e’ cio’ che avviene in un paese moderato e filoccidentale; in altri paesi, come la Mauritania e l’Iran, la conversione al cristianesimo e’ formalmente punita con la morte. In Arabia Saudita, Yemen e Maldive i cristiani, anche stranieri, non possono praticare la propria fede, se non segretamente: sono le nuove catacombe.

La lettura del 2010 Report on International Religious Freedom, disponibile sul sito internet del Dipartimento di Stato USA, suffraga coi fatti l’affermazione del Cardinale Bagnasco secondo cui i cristiani “da tempo sono diventati il gruppo religioso che deve affrontare il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede”.

L’associazione internazionale Open Doors, che sostiene i cristiani perseguitati nel mondo, ha appena pubblicato la World Watch List 2011 dei paesi nei quali essere cristiani e’ piu’ pericoloso: tra i primi dieci, ben otto sono a maggioranza musulmana.

Gli esempi purtroppo abbondano. In Iraq, il terribile massacro del 31 ottobre, nel quale sono stati uccisi in chiesa piu’ di 50 cristiani, ha rappresentato solo la sanguinaria apoteosi di un generale clima di violenza e persecuzioni. In Egitto, la minoranza copta e’ sempre piu’ vittima di discriminazioni e di attacchi. In Pakistan, la condanna a morte della cristiana Asia Bibi, accusata di blasfemia, e’ sintomo di una drammatica crescita dell’intolleranza religiosa. In Malaysia, paese in cui ai cristiani era stato proibito di chiamare Dio con l’espressione Allah (termine arabo da sempre usato anche dai cristiani), le chiese cristiane sono state recentemente oggetto dell’ira delle folle. In Turchia, il martirio di padre Santoro e del vescovo Padovese ci ricorda come la cristianofobi’a sia giunta anche ai confini dell’Europa.

Molti cristiani del Medio Oriente, spaventati da quello che considerano un imminente genocidio, stanno fuggendo dai propri paesi. Sono molti coloro che pero’ non se lo possono permettere. Naturalmente, vi sono anche moltissimi cristiani che, nonostante tutto, si rifiutano di abbandonare le loro case.

Come ha affermato il Cardinale Kurt Koch a Radio Vaticana, per il mondo occidentale e’ “della massima urgenza prendere coscienza della moderna persecuzione dei cristiani”. Infatti, cio’ che amareggia i cristiani del Medio Oriente, forse ancora piu’ delle persecuzioni e delle discriminazioni, e’ l’indifferenza con cui tanti cristiani d’occidente rispondono al loro disperato grido d’aiuto.

Gennaio 2011

Venosa/ Aree di Crisi. Dieci anni fa veniva ucciso il fotoreporter lucano Raffaele Ciriello


Raffaele Ciriello

di Redazione Basilicata24 – Fotoreporter di guerra. Da Ginestra si era trasferito a Milano. Con le sue immagini ha documentato gli scontri in Kosovo, Sierra Leone, AfghanistanQuesto il suo ultimo video prima di cadere sotto il colpi di un tank israeliano  http://www.youtube.com/watch?v=fHEU-dJ7mTU

13 Marzo 2002 13 marzo 2012. Dieci anni fa il fotoreporter di origini lucane Raffaele Ascanio Ciriello fu colpito a morte da un tank israeliano a Ramallah. Secondo la testimonianza di un giornalista che era con lui in quel momento non era in corso nessuna sparatoria, quando è sbucato un carro armato che ha cominciato a sparare colpendo il fotografo. Ciriello era a Ramallah, in Cisgiordania, per documentare gli scontri tra palestinesi e israeliani per il Corriere della Sera.

Raffaele Ciriello era nato nel 1959 a Venosa. Da Ginestra, paese d’origine della sua famiglia, i suoi genitori si trasferitoro a Milano quando Raffaele aveva solo due anni. Aveva iniziato la carriera negli anni Novanta, seguendo corse motociclistiche e rally come la Parigi-Dakar. Successivamente si era appassionato al fotogiornalismo di guerra, realizzando reportage in tutto il mondo: Libano, Afghanistan, Ruanda, Kosovo, Eritrea, Sierra Leone. Ciriello aveva all’attivo numerosi volumi di fotografie e ha lavorato al fianco di inviati come Ettore Mo, Fausto Biloslavo e Maria Grazia Cutuli, la giornalista del Corriere della Sera assassinata in Afghanistan. E sempre per il Corriere, Ciriello stava realizzando i suoi servizi.

Raffaele Ciriello, pur non possedendo nessun tesserino da giornalista, apparteneva alla categoria dei giornalisti-giornalisti. Di quelli che per raccontare i fatti ci vanno a mettere i piedi dentro, senza necessità di un pezzo di carta. E fu per raccontare gli scontri tra israeliani e palestinesi che Ciriello fu ucciso. Cadde sotto il fuoco di un tank israeliano mentre documentava la follia della guerra.

Ci piace ricordarlo, per l’esempio che può rappresentare per tutti noi che ogni giorno, se pure nel nostro piccolo, proviamo a documentare fatti per portarli nelle case della gente.

Ci piace ricordarlo quando i “baroni” dell’informazione ci danno lezioni su come si fa questo mestiere snocciolando regole apprese fra i banchi di fredde scuole di giornalismo. Preferiamo la lezione di Raffaele e di quelli come lui per i quali il giornalismo è passione. Una passione che nessun libro ti può insegnare. Grazie Raffaele!

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