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Oltre l’Adriatico/ Il VI corso di Cesforia, intervista al prof. Franco Botta, Università di Bari


di Vincenzo Legrottaglie – Bari. Si è concluso da poco il VI corso di relazioni interadriatiche promosso dall’Università degli Studi “Aldo Moro”, Regione Puglia Assessorato al Mediterraneo e alla Cultura. Per quasi due settimane docenti e studenti italiani e dei Balcani Occidentali si sono confrontati nel capoluogo pugliese sull’avvincete tema: “Raccontare e costruire un’Europa Adriatica”. A conclusione dell’evento la redazione di “Rassegna Stampa Militare” ha voluto approfondire le tematiche di oltre Adriatico con l’organizzatore principale del corso, il professor Franco Botta, docente di economia e politica del lavoro presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Bari e attualmente presidente del CESFORIA (centro di studi e formazione nelle relazioni interadriatiche).

Il corso è stato realizzato anche grazie all’impegno profuso dal comitato organizzativo composto da: Vito Buono, Antonella Strisciuglio, Marco Di Sapia, Giovanni Calabrese, Natale Parisi e M. Irene Paolino.

1) D. (Legrottaglie) Come nasce il Cesforia?

R. (Prof. Botta) Sono un docente di politica economica. Ho dedicato particolare attenzione alle questioni dello sviluppo ed ho molto lavorato sulla Puglia. Ho pensato che la fine della separazione tra le due rive potesse essere una buona occasione per fare sviluppo. Quando i nostri vicini sono tornati si è intensificata la possibilità di fare scambi e di andare in quei paesi, a partire dall’Albania, e per loro di tornare in Italia.  Mi è sembrato che potesse essere una buona occasione, perché ho molto lavorato sull’idea che la prossimità possa essere una risorsa. Quando si è vicini ci si conosce. Si possono avere rapporti di buon vicinato o rapporti più intensi. Da questo nasce l’idea. Ne ho parlato con i presidi di due facoltà dell’Università di Bari: quello di scienze politiche e di lingue e letterature straniere che sono i soggetti promotori di Cesforia. Sono loro che mi hanno dato una mano sulla possibilità di un centro che lavorasse proprio sulle relazioni interadriatiche per creare un luogo di incontro, di scambio di idee.

2) D. Come si concretizza in realtà l’incontro tra le due sponde dell’Adriatico?

R. Una delle prime idee che ci è venuta è quella di offrire in Italia uno spazio per gli studenti che lì facevano fatica a parlarsi. Lei sa che gli albanesi e i serbi non si parlano, ma anche i croati e i serbi, idem i macedoni e gli albanesi. Abbiamo pensato di organizzare un corso di  due settimane in Italia usando la nostra lingua, la lingua italiana per incontrare studenti, per parlare e per fare in modo che loro si parlassero e questo ha funzionato benissimo. Siamo già al sesto anno di questo corso. E’ un corso riservato agli studenti della riva orientale che conoscono l’italiano. Aver scelto l’italiano è una risorsa, ma nel contempo un limite. E’ una rete che si costruisce in primo luogo con gli istituti di italianistica di quei paesi e loro ci aiutano a selezionare gli studenti. Noi chiediamo studenti che non siano solo studenti di facoltà letterarie, economia, scienze politiche, giornalismo. Ogni anno c’è sempre un’apprendista giornalista. Progressivamente abbiamo capito che non si trattava di far conoscere loro la nostra cultura, ma che sempre di più avremmo potuto lavorare sulle relazioni interadriatiche.

3) D. Da quanti anni è nato il Cesforia?

R. Siamo partiti come facoltà di scienze politiche e di lingue e letterature straniere poi progressivamente è nato il Cesforia. Il centro è nato da due anni. Poi, finalmente siamo riusciti ad avere l’adesione della Regione Puglia che ci aiuta a finanziare l’iniziativa. Agli studenti che vengono qui noi offriamo vitto e alloggio, ma chiediamo loro di pagarsi il viaggio.

4) D.. Quali sono stati i punti di forza del VI corso di relazioni interadriatiche?

R. Ogni corso ha un tema monografico; ha una questione che sta al centro del lavoro che svolgiamo. Quest’anno era costruire e raccontare l’Adriatico. E’ stato molto interessante poiché abbiamo colto una minore tensione verso le questioni nazionali e come se sull’altra sponda si avesse più voglia di parlare di Europa, di relazioni tra le due sponde. In alcuni anni abbiamo avuto un po’ di difficoltà: le questioni albanesi, le questioni del Kosovo, della Serbia creavano tensione dentro. La novità è che questo nostro corso attira sempre di più anche studenti italiani. Ormai abbiamo una forte domanda di uditori, di giovani studenti che sono incuriositi dalle questioni adriatiche.

5) D. Se avete percepito minori tensioni interetniche e statali non crede che questo sia dovuto al ricambio generazionale? A vent’anni dell’inizio delle guerre nei Balcani i giovani di oggi possono non avere ricordi di quegli avvenimenti tragici?

R. Si, certamente. Questo lo si coglie negli studenti che provengono dalla ex Jugoslavia. Quest’anno era molto bello. I serbi, i croati, i macedoni parlavano tra di loro facilmente in quella lingua che ormai non esiste più: il serbo-croato. Adesso c’è un grande impegno affinché il Montenegro abbia il montenegrino e la Croazia usi  la sua lingua. Malgrado questi sforzi per creare una separazione gli studenti erano lì tutti insieme e chiacchieravano in una lingua che li unisce ancora. Con gli albanesi è un po’ più complicato. Loro devono parlare necessariamente in italiano se vogliono intendersi con gli slavi.

6) D. Le edizioni Besa Controcorrente divulgano in italiano gli scrittori balcanici. Questo vi aiuta nella vostra missione?

R. Livio Muci, che è editore di Besa, ha una storia più lunga della nostra. Lui è un editore avventuroso. Livio è stato in Albania in anni difficili. Ha molto lavorato ed ha messo su una casa editrice prima nel Paese delle Aquile e poi in Italia; si è sempre occupato in modo particolare di letteratura albanese. La sinergia nasce dal fatto che da qualche anno lavoriamo anche insieme. Lui prima di noi aveva dedicato attenzione l’Albania e a quei paesi. Abbiamo fatto spedizioni insieme nella penisola balcanica. Muci è davvero una persona di grande fascino e uomo intelligente e curioso. E’ un imprenditore vero che scopre talenti.

7) D. La sorpresa di quest’anno è stata la presentazione di un’antologia sulla letteratura macedone. Come è stato divulgare la letteratura macedone ai pugliesi?

R. Non è stata la prima volta. L’anno scorso per esempio abbiamo presentato la letteratura montenegrina e Besa ne sta preparando altre. Non c’è stata l’emozione della prima volta. C’è stata invece una conferma della bontà di questa operazione. Io credo che per essere buoni vicini bisogna conoscersi. Queste antologie che Besa promuove sono ottime occasioni per conoscere una letteratura che è molto intrigante ed interessante.

8) D. I paesi della ex Jugoslavia si presentano ancora nell’immaginario collettivo come un luogo di sofferenza, un luogo pericoloso in cui forse è meglio non andare con riferimento a questioni internazionali ancora non risolte. Invece, si scopre che oltre Adriatico ci sono poeti, scrittori, registi e un grande fermento culturale. Non crede che questo vostro corso contribuisca ad abbattere i pregiudizi?

R. C’è una scarsa attenzione nei confronti di questi paesi. Noi con il nostro corso contribuiamo a fornire informazione e quindi facciamo un lavoro utile. La verità è che gli scambi tra le due rive sono ormai molto intensi e miglior, rispetto al passato. Chi fa turismo nautico racconta che i rapporti con i croati siano in qualche modo più distesi rispetto a qualche anno fa. Io conosco parecchia gente che prima preferiva andare in Grecia con la propria barca anziché in Croazia, perché diceva che i greci erano più cordiali, ma ora ha cambiato idea. Forse perché ci si conosce meglio, forse perché l’Italia ha rinunciato a qualunque ambizione territoriale, certo è che  i rapporti tra i croati e gli italiani sono molto migliorati. Chi poi frequenta quei paesi scopre come la situazione è interessante, piacevole sia per vacanza che per fare impresa. I dati economici dicono che il commercio estero, le importazioni e le esportazioni sono davvero molto significative. Per un paese come l’Albania, la Puglia è certamente ai primi posti per la presenza di imprese e tutti raccontano che si lavora bene con gli albanesi.

9) D. L’autovettura Fiat 500 Lounge viene prodotta in Serbia. Lei come vede lo sviluppo serbo alla luce della delocalizzazione di imprese italiane e internazionali?

R. La delocalizzazione delle imprese e gli investimenti esteri, la presenza italiana in tutti quei paesi è ormai una realtà consolidata. La novità di questi anni sta nel rilancio di una forte presenza che c’era già nel passato. Quindi non è una novità assoluta. Credo che sia una cosa interessante che si intensifichino le relazioni economiche con questi paesi. I problemi ci sono, ma sono legati non tanto agli investimenti in Serbia ma al fatto che bisognerebbe fare investimenti anche in Italia. Cosa che la Fiat in questi anni non ha fatto. Penso che bisogna costruire buone relazioni con i nostri vicini. Gli economisti vedono da sempre i mercati di quei paesi e i mercati italiani come complementari. Essere complementari significa che in qualche modo i mercati e le economie possono integrarsi facilmente. I paesi balcanici hanno materie prime che noi non abbiamo ed hanno competenze che possono esserci utili. Si può lavorare bene insieme. Quando le cose hanno funzionato, quando non c’erano ostacoli politici la complementarietà ha dato il meglio di sé, ha portato buoni risultati sia da noi che nei paesi vicini.

10) D. I Balcani quindi sono un’opportunità per l’economia italiana. A Bari si è conclusa non da molto la Fiera del Levante. La 76^ edizione è stata caratterizzata dall’assenza dei paesi di oltre Adriatico. Lei in questo non vede una contraddizione?

R. La Fiera del Levante sta attraversando un periodo difficile, come tutte le fiere. Spero che la Fiera torni ad svolgere il ruolo di essere un buon ponte. Si è progettata sempre come una fiera del Levante,  guardando più al Mediterraneo che ai paesi balcanici. Io che auspico un’Europa adriatica, un pezzo di Europa che aiuti il resto della Unione a misurarsi con il Mediterraneo, auspico che la Fiera possa svolgere un ruolo in questa costruzione. Abbiamo bisogno di portare in Europa quei paesi europei che sono nei Balcani, ma che non sono ancora nella Unione. L’Europa ha bisogno di quel pezzo di Europa che sta nell’Adriatico e che guarda al Mediterraneo. Spero veramente che la Fiera del Levante possa contribuire a questo nostro progetto.

Vincenzo LEGROTTAGLIE

Bari/ Croazia. L’assessore Losito riceve una delegazione di studenti.


Venerdì 4 maggio, l’Assessore Losito riceve una delegazione di studenti croati ospiti dell’Istituto Zingarelli

Bari – Oggi, venerdì 4 maggio, alle ore 12, l’assessore alle Politiche educative e giovanili Fabio Losito ha ricevuto a Palazzo di Città una delegazione di studenti e docenti dell’Istituto comprensivo Pujanke di Spalato, in questi giorni ospiti dell’Istituto comprensivo Zingarelli di Bari.

La visita degli studenti croati si colloca nell’ambito delle attività di un progetto di gemellaggio con la scuola barese finalizzato a promuovere un confronto sui temi legati alla cittadinanza europea (la Croazia, come noto, è di recente entrata a far parte della UE) e alle competenze interculturali.

Bosnia/ Minacce alla Jolie per il film su guerra.


Minacce alla Jolie per il film su guerra in Bosnia.
È IL SUO DEBUTTO DA REGISTA. LA PELLICOLA PRESENTATA LUNEDÌ AL FESTIVAL DI BERLINO

Auto rovinate e messaggi offensivi anche al resto del cast di «In the Land of Blood and Honey»

MILANO – Angelina Jolie ha ricevuto delle minacce per il suo primo film da regista «In the Land of Blood and Honey» (Nella terra del sangue e del miele), che ricorda al mondo gli orrori della guerra in Bosnia cominciata vent’anni fa. Invece di scatenare un dibattito tra i bosniaci su quanto accaduto e perchè, la pellicola è riuscita a far tornare a galla le profonde divisioni del paese balcanico, che, secondo molti, si sta allontanando dallo spirito di riconciliazione per piombare nuovamente nell’instabilità, scrive The Guardian.

Da quando il film è stato presentato, lunedì al Festival di Berlino, dove ha ricevuto un premio per la pace, e alla premiere a Sarajevo davanti a 5mila spettatori martedì sera, l’attrice americana e diversi attori serbi del cast sono stati minacciati. «Mi sono state spedite delle cose, altre sono state postate online», ha rivelato al Guardian la star 36enne a Sarajevo. «Il cast non mi ha mai riferito di queste minacce, ma ho saputo da altre persone cosa stava accadendo – ha proseguito – uno di loro si è ritrovato i finestrini dell’auto in frantumi, un altro ha avuto un problema con il telefonino nel mirino degli hacker, con l’invio di e-mail offensive». «Erano pensieri terrificanti, quelli finiti in quelle righe», ha aggiunto Jolie, spiegando di avere dato agli attori l’opportunità di lasciare la regione, ma nessuno di loro ha accettato.

English: Angelina Jolie and Brad Pitt at the C...
Image via Wikipedia

NIENTE PRIMA – La compagna di Brad Pitt – scrive il Guardian – ha rinunciato a partecipare alla prima nella capitale serbia, Belgrado, smentendo che ciò abbia a che fare con le minacce. «Non sono tanto le minacce fisiche a disturbarmi – ha spiegato – il fatto è che non voglio che un film come questo sia usato in modo strumentale, soprattutto in questo anno elettorale (sono in programma le amministrative, ndr), mentre la gente ha deciso di etichettarlo senza averlo visto, per incitare alla violenza e alle aggressioni». «Nel paese del sangue e del miele» è un ritratto brutale, spesso scioccante della guerra nella ex Jugoslavia. Racconta la storia d’amore tra una donna bosniaca e un militare serbo, ma mostra anche le esecuzioni sommarie e gli stupri sistematici di donne croate e musulmane da parte dei militari serbi (fonte: TmNews).

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MarieClaire.it/ Intervista esclusiva ad Angelina Jolie

Il volto più iconico del cinema racconta il suo film a una giornalista che sotto le bombe di Sarajevo c’era davvero.

INTERVISTE – Venerdì 27 Gennaio 2012 – Seduta in un ristorante del centro di Budapest, mi sembrava di trovarmi in compagnia di uno di quei giornalisti o cooperanti che ho incontrato nel corso degli anni, anziché accanto a una megastar del cinema. Angelina Jolie è appena tornata dalla città libica di Misurata, teatro di una delle più sanguinose battaglie della guerra civile, eppure, malgrado quello che ha visto laggiù, non sembra scossa. Mi racconta, saltando da un argomento a un altro, della sua prima esperienza come regista, dello stupro sistematico delle donne bosniache, dei viaggi in Darfur, del flusso dei rifugiati nel Corno d’Africa. «Quando vado da qualche parte voglio sempre imparare qualcosa», dice. «Mi informo, leggo, parlo con la gente. Voglio tornare a casa con la consapevolezza di cosa succede lì, in modo da poter prendere il telefono, chiamare qualcuno e cercare di fare qualcosa». Lo stesso approccio diretto e scrupoloso che ha adottato per la regia del suo primo film, In the Land of Blood and Honey, uscito a dicembre nelle sale Usa e ora in quelle europee (ma non ancora in Italia). «Molti dei miei attori hanno vissuto in prima persona la guerra», mi dice. «Ho ascoltato le loro storie e ho cercato di incorporarle nel mio lavoro». Il film racconta la storia d’amore tra un soldato serbo e una ragazza bosniaca, sullo sfondo del conflitto nella ex Jugoslavia. È difficile non ammirare Jolie dopo averlo visto.

Alle tre del mattino, dopo aver parlato soprattutto degli orrori della guerra serbocroata – scoppiata nel ’91 con lo smembramento della Jugoslavia e finita nel ’95 lasciando sul campo quasi centomila morti – è spuntata la sua guardia del corpo per ricordarle gentilmente che si era fatto tardi. Avevamo bevuto e chiacchierato per otto ore di fila; Jolie ha insistito per accompagnarmi all’hotel: «Voglio assicurarmi che arrivi sana e salva».Quando ero inviata di guerra, durante l’assedio di Sarajevo, ho visto musulmani, serbi e croati, da sempre amici, prendersela brutalmente l’uno con l’altro. Ho visto la pulizia etnica, le case incendiate, i rifugiati che fuggivano dal paese, per strada ho visto un cane correre con in bocca la mano di un uomo. Ammetto di essere andata a vedere il film con un velo di diffidenza, pronta a scoprire eventuali dettagli inautentici. Altre pellicole sulla Bosnia mi avevano irritato e infastidito: perché il regista non si era documentato più a fondo? Perché non si riusciva a raccontare la storia vera di quella guerra crudele?

Sono uscita dalla proiezione davvero impressionata. Nell’aprile del ’92, quando il conflitto ha travolto la Bosnia, Angelina Jolie aveva appena 17 anni: come ha fatto a catturare così perfettamente l’orrore di una guerra che ha colpito in modo brutale e indiscriminato soprattutto i civili? «All’epoca non avevo idea delle dimensioni dell’atrocità», ammette con onestà Jolie. Ma il suo lavoro come ambasciatrice di pace dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati l’ha esposta alla difficile situazione dei bosniaci e alle sue perduranti conseguenze. Le donne violentate negli infami “campi di stupro” in Bosnia ancora soffrono le ricadute emotive del trauma; questo punto l’ha toccata nel profondo. Così Jolie, che ha sempre interpretato i suoi personaggi con spaventosa intensità, si è messa a leggere tutto ciò che poteva sulla guerra nell’ex Jugoslavia.Ha ricostruito la città di Sarajevo, vittima del più lungo assedio della storia moderna, esattamente come la ricordavo: i convogli umanitari abbattuti dai miliziani croati, la giovane vittima di stupri che impazzisce lentamente, i cecchini che mirano al padre e al figlio che attraversano un ponte. Il film descrive l’isolamento di quella guerra. Ricordo i bombardamenti intensi, il freddo e la fame, le passeggiate con la paura dei cecchini.

Ho visto bambini colpiti per aver costruito un pupazzo di neve. Ho visto anziani abbandonati nelle case di riposo sul confine morire nei loro letti. All’inizio della guerra gli Stati Uniti si tenevano alla larga, lo consideravano un mero problema dell’Europa, una lotta maledettamente complicata tra fazioni in eterno conflitto (cristiani contro musulmani, serbi contro croati). Quando la guerra si è allargata a Croazia, Bosnia e Serbia, sono entrate in gioco le Nazioni Unite. Ma è stato solo dopo l’intervento della Nato nel ’94 che le parti sono state fatte sedere al tavolo dei negoziati, dove gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo importante nel riportare la pace. Eppure la gente aveva da subito messo la bandiera americana alla finestra: «Verranno a salvarci? Quando arrivano gli americani?», mi chiedevano tirandomi per la manica. Era straziante. Il film mostra che cosa significa essere uno di loro – un poeta, un bancario, un’insegnante, una madre – e trovarsi di colpo trasformati dalla crudeltà della guerra. «Si sentivano come se il mondo li avesse dimenticati», dice Jolie. «È stato un periodo di grande dolore e io ho voluto descrivere quanto sia stata coraggiosa quella gente. Spero serva a tutti per ricordare, ma solo pochi capiranno veramente». È per questo, forse, che ha deciso di far uscire il film prima in bosniaco, con sottotitoli in inglese.L’autenticità di In the Land of Blood and Honey è merito di un cast di attori dell’ex Jugoslavia, un misto di serbi, musulmani e croati, tutti bravissimi. Molti hanno visto i combattimenti da vicino. Alma Terzich ha perso ventotto membri della sua famiglia, Vanesa Glodjo è stata ferita più volte. L’attore protagonista, Goran Kostic, viene da una nota famiglia di militari. Ermin Bravo, che all’epoca dell’assedio era ancora bambino, durante le riprese ha indossato i calzoni logori che portava il fratello combattendo per Sarajevo.

Le sfumature narrative sono importanti quanto l’autenticità degli attori. In una scena si vede una bottiglia di Slivovitz sulla scrivania del comandante: Jolie conosceva l’importanza di questo liquore di prugne con il quale gli artiglieri si prendevano solenni ubriacature, rendendo così il mattino presto, mentre dormivano, il momento migliore per attraversare la strada da loro presidiata. Descrive anche l’impotenza degli operatori di pace, obbligati per mandato a proteggere solo gli operatori umanitari e non i civili (ma ci fu chi trasgredì alle regole). «Metà è sceneggiatura, metà improvvisazione», mi spiega. «La maglietta bianca che indossa il protagonista rimaneva bianca anche durante le scene nei campi di stupro, e questo m’infastidiva». Il film non è stato esente da controversie. Nel luglio 2010, quando ero a Sarajevo per il 15esimo anniversario del massacro di Srebrenica, si sparse la notizia che Angelina Jolie e Brad Pitt fossero a Foca, nella Bosnia orientale. Quello era il teatro degli agghiaccianti “campi di stupro” dove le bosniache venivano radunate e violentate dai soldati serbi; alcune vittime mi hanno raccontato di essere state stuprate anche dieci volte al giorno. I giornali riferirono impropriamente che la Jolie voleva fare un film su una donna che si innamora del suo stupratore (per questo le fu inizialmente negato di girare a Sarajevo, ndr). In realtà è molto più complicato. È la storia d’amore di una coppia che s’incontra prima della guerra e di una donna che viene mandata nei campi. Ma è anche una storia di tradimento, di passione e, talvolta, di speranza.

I viaggi umanitari hanno dato a Jolie l’esperienza necessaria per scrivere la sua sceneggiatura, che ha richiesto «un mese di lavoro, varie revisioni, poi l’ha letta Brad, poi altre persone», ma fare anche la regia dev’essere stato un impegno non invidiabile. Con sei bambini, Jolie riesce ancora a visitare questi paesi. Viaggia leggera, senza troppa sorveglianza, usando le stesse strade accidentate, gli stessi aerei inaffidabili che prendevo come inviata di guerra. Non c’è red carpet in Libia o in Sudan. Ha realizzato Blood and Honey con 13 milioni di dollari e molta umiltà. E con lo stesso atteggiamento con cui svolge la sua missione di Ambasciatrice per le Nazioni Unite, come una studentessa. «Ho studiato. Ho osservato, ascoltato. Volevo solo raccontare la verità. Volevo rispettare la gente. Se non sapevo, chiedevo».Jolie è diversa dalle altre celeb, ha una disinvoltura naturale, un calore che trasmette anche agli attori. Durante la cena mi parla dell’amore che nutre per la sua famiglia, di come cerchi di educare i figli nella loro cultura. Di quando, single 27enne «che non aveva neppure mai fatto la babysitter», riuscì comunque a prendersi cura di Maddox. «Non sapevo se dargli un biberon o trenta – ride, – Allora chiamai mia madre». Marcheline Bertrand, attrice e produttrice morta nel 2007 a 58 annni, era molto importante per lei. Jolie l’adorava. In punto di morte le disse che aveva vissuto esattamente come aveva voluto, prendendosi semplicemente cura dei figli. «La sua bontà ha avuto un grande impatto su di me. A volte negli alberghi i fattorini mi chiedono di lei. Mia madre aveva l’abitudine di scrivere loro due righe per la nascita o il battesimo dei loro figli. Era fatta così, tutti la adoravano».Il suo film ti rimane addosso. In una scena vivida e terribile una madre lascia il figlio per correre a cercare medicine in una farmacia bombardata. Quando torna a casa lo trova morto, ucciso dai colpi di un cecchino. Le sue grida di dolore non sono recitazione: in quei giorni i bambini che uscivano per giocare nella neve venivano uccisi. Ma il cuore del film è la storia d’amore. La coppia si incontra prima della guerra, in una Sarajevo piena d’arte, musica e poesia. Attraverso i loro occhi vediamo il disintegrarsi di una società, e il male che gli uomini sono in grado d’infliggersi a vicenda.

Janine di Giovanni > Fonte: Marie Claire

San Remo/ Goran Bregovic impazza l’Ariston con ovazione tu-tu al passo della foca di Rocco Papaleo


Mentre Goran Bregovic incanta con il folk gitano, Rocco Papaleo sfodera il tu-tu e inquadra l’Ariston al passo della foca

di Antonio Conte, Bari – Ormai in scena sul palco dell’Ariston Goran Bregovic e Samuele Bersani, nonostante le gaffe di Morandi sul nome del cantante gitano accade di tutto. a cominciare dai saluti. passati di competenza del lucano Papaleo.

E’ stato davvero commovente la stretta di mano con bacio prolungato di Rocco Papaleo che ha così omaggiato il maestro Goran Bregovic del folk gitano d’oltre Adriatico, che canta una versione arrangiata inedita di “Romagna mia” con Samuele Bersani. Samuele ha detto che non si aspettava davvero di cantare proprio questa canzone tradizione della romagna, anche se tradotta in molte lingue compreso il cinese e l’ebraico. E’ stata apprezzata. Emozioni? Tante. E’ proprio Bersani a dire che fa sentire come se il Mare Adriatico fosse prosciugato, quasi a dire che tra Italia e i Balcani non ci sono più barriere, e si è come uniti in un unico luogo.

La versione folk suona contaminata dalla verve del grande musicista, ha trascinato applausi al ritmo gitano, fatto di un sound misto, unico e particolare. Il musicista gitano ha poi spiegato – sintetizzando il suo impegno – che la sua è una nazione che ha moltiplicato la sua identità in molti Stati, ognuno è adesso alla ricerca delle tradizioni, dei propri suoni e musiche.

Pare inoltre che il maestro e la sua band abbiano un particolare successo con i matrimoni in cui sono chiamati ad esibirsi. Stranezze del genere folk?

Ma la contaminazione ormai è partita, e subito dopo il co-presentatore tecnico, Rocco Papaleo, insistendo un po’ trascina prima Gianni Morandi e poi tutto l’Ariston al ritmo del Tu-Tu, inquadrando tutti i presenti in un esilarante  passo della foca, e questo basterebbe per consegnare alla storia la 62° Edizione del Festival.

Antonio Conte


Concerti, Goran Bregovic: una data a Padova l’11 febbraio

13 gen 2011 – Goran Bregovic sarà in Italia a febbraio per una data del suo tour. Il musicista balcanico si esibirà con la sua Wedding & Funeral Band l’11 febbraio al Gran Teatro Geox di Padova. Il concerto sarà un’anteprima dello Sherwood Festival, manifestazione che si svolgerà dal 16 giugno al 17 luglio presso lo Stadio Euganeo della città veneta. I biglietti per assistere al live sono disponibili presso tutti i circuiti autorizzati al prezzo di 20 euro più diritti di prevendita ed eventuali commissioni addizionali. Goran Bregovic, musicista e compositore serbo, ha esordito nel 1976 con un album eponimo; il suo ultimo disco si intitola “Alkohol” ed è stato pubblicato nel 2008. Bregovic ha preso parte anche ad alcune pellicole cinematografiche come attore, tra le quali ” I giorni dell’abbandono” di Roberto Faenza.


Goran Bregovic a Sanremo: «Ma da vecchio tornerò a vivere a casa di mio padre»

26 feb 2000 – Il suo più recente album, “Ederlezi”, ha raggiunto il disco d’oro in Italia, segno di una popolarità che va ben oltre il fenomeno ‘gitano’. Goran Bregovic è amato e apprezzato, da noi, e la sua presenza nella giuria di qualità del Festival è un’ulteriore dimostrazione d’affetto, che lui ricambia sfoderando un italiano fluente. «A Sanremo non si può dire di no, e così eccomi qua. Del resto i miei ricordi dell’Italia, sin da bambino, sono legati a Sanremo, al Festival che veniva trasmesso sempre in tutti i paesi comunisti. E il giorno dopo, tutti i ristoranti avevano registrato dalla televisione le canzoni e le suonavano in continuazione. Quello di Sanremo è un kitsch molto diverso dal mio, ma è comunque qualcosa che simboleggia un’Italia a cui tengo molto».

E’ stato di recente a Sarajevo? «Arrivo adesso proprio da lì. E’ ancora una situazione molto triste, quella che si respira a Sarajevo. I giovani vogliono partire, andare via. La democrazia è arrivata all’improvviso, e quando la democrazia arriva in un posto dove la gente muore di fame, ci si ammazza subito per qualsiasi cosa».

Ti pesa vivere lontano da dove sei nato? «Io e mia moglie viviamo a Parigi, dove vogliamo che crescano i nostri figli. Mi dispiace l’idea che mio figlio sarà francese, ma penso che il suo futuro sia tutelato meglio, in questo modo. Comunque io lavoro a Belgrado, e ho di recente recuperato la mia casa di Sarajevo, che era stata data in prestito ai rifugiati della guerra. Inoltre, mio padre morendo mi ha lasciato una piccola casa in montagna, in Croazia, dove c’è una bella vigna. Ecco, quando mi immagino a 65 anni, è lì che vorrei essere. Nella vigna di mio padre, e parlare ancora la mia lingua».


Goran Bregovic a Sanremo e a un matrimonio nel sud

05 gen 2000 – ( www.rockol.it ) Goran Bregovic, dividerà il palco del Palasport di Firenze coi Csi. «In Italia mi stanno succedendo cose strane. Mi hanno invitato a suonare con la mia orchestra per un matrimonio al Sud». Ci vogliono molti soldi per avere Bregovic alle nozze? «Meno di quel che pensate. (…) Sarò ospite al Festival di Sanremo. Anche negli ex Paesi comunisti le strade si svuotavano per Sanremo, ha influenzato la musica leggera dell’Est. (…) Tra poco escono due miei dischi, una compilation. Poi suonerò con musicisti della mia terra, il disco lo chiamerò “Il sound dei Balcani”».


Biografia

Goran Bregovic nasce a Sarajevo il 22 marzo 1950. Incomincia la sua carriera musicale nel 1966 come bassista in una rock band locale chiamata Bestije. Dopo alcuni anni passati a suonare con altri gruppi, forma nel 1974 i Bijelo Dugme, una delle band più importanti e significative del Paese fino alla rottura, avvenuta nel 1988.

Compone la prima colonna sonora nel 1978 per il film di Mica Milosevic “Nije Nego”, ma la sua collaborazione più prolifica è quella con Emir Kusturika, per il quale realizza le musiche per esempio di “Dom Za Vesanje”(1989), “Arizona Dream” (1993) e “Underground” (1995).

Nel 1996 realizza invece l’album solista P.S. a cui fanno seguito EDERLEZI, del 1999 e SONGBOOK del 2000. Nel 2004 è la volta di MUSIC FOR FILMS, che precede MUSIC INSPIRED AND TAKEN FROM UNDERGROUND (2005) e KARMEN (WITH AN HAPPY END) del 2007. L’ultimo lavoro in studio – GORAN BREGOVIC – è del febbraio 2008 ed è seguito dal disco dal vivo ALKOHOL! Del 2009.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE

  • EDERLEZI 1998 Mercury
  • KAYAH – BREGOVIC (con Kayah) 2000 Bmg
  • SONGBOOK 2000 Universal
  • MUSIC FOR FILMS 2004 Polygram International
  • MUSIC INSPIRED AND TAKEN FROM UNDERGROUND 2005 Mercury
  • KARMEN (WITH AN HAPPY END) 2007 Mercury
  • GORAN BREGOVIC 2008 FM
  • ALKOHOL! [live] 2009 Wrasse Records

Croazia/ Gasdotto. Il progetto di South Stream non attraverserà lo Stato


Zagabria – L’Ambasciatore della Federazione Russa in Croazia, Robert Vartanovich Markaryan, in un’intervista per Tportal di questo martedì 14 febbraio, ha dichiarato che la Croazia, in via definitiva, non sarà un Paese di transito al gasdotto South Stream, ma potrà accedere ad esso. Questo è il risultato dello studio della fattibilità che è stato effettuato dalla Gazprom e Plinacro e che è stata consegnata alla Gazprom.

“Nel marzo del 2010, durante la visita dell’ex Primo Ministro Jadranka Kosor a Mosca, è stato firmato l’accordo intergovernativo sull’adesione della Croazia al progetto del South Stream. Le società Gazprom e Plinacro hanno stabilito i contatti di lavoro attivi. L’accordo detto oggi viene considerato come parte del progetto di South Stream e in tal senso la Croazia è la parte del South Stream.

Il problema è che essa non sarà un Paese di transito, ma dal gasdotto principale verrà costruito un accesso solo per le sue necessità”, ha detto l’ambasciatore. Ha aggiunto che sarebbe stato tutto differente se la parte croata avesse reagito in tempi  rapidi alla loro offerta.

“Ricordo che già nel giugno del 2007, l’ex Presidente Vladimir Putin, nel corso del Summit dell’Energia a Zagabria, per la prima volta ha parlato di questo e ha proposto ai tutti Paesi di partecipare a questo progetto. Tutti i paesi vicini hanno reagito rapidamente e hanno dato il loro consenso. Solo Zagabria ha taciuto. Da questo si è giunti alla conclusione che la Croazia non è interessata. La costruzione del South Stream dovrebbe iniziare il prossimo anno”, ha detto Vartanovich Markaryan.

L’Ambasciatore ha parlato anche dei problemi che le società croate hanno in Croazia, menzionando il gruppo Adria come progetto eccellente che sarebbe assolutamente conveniente per la Croazia. In riferimento alla visita della delegazione di società Zarubezhneft, annunciando ufficialmente che vuole investire più di un miliardo di euro nel settore energetico croato,  ha notato che vi sono stati molti commenti nei media croati che accusano questa società e mettono in dubbio le sue intenzioni. E infatti si tratta di una società di fama mondiale, e sappiamo quanto valgono questi investimenti in Croazia in condizioni di crisi.

La gente che lavora in Russia monitorano attentamente quello che viene scritto in questi Paesi. Sono convinto che dietro questa campagna non ci sono i funzionari della Croazia. Ma qualcuno a cui fa comodo per scrivere questi articoli permettendo così di distorcere i fatti, ha concluso l’ambasciatore.

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