Archivi tag: Corriere della Sera

Editoriale/ Storia. Luigi Barzini tra la cronaca e la Tecnologia nel viaggio tra Parigi e Pechino


Questo slideshow richiede JavaScript.

Editoriale di Ottobre 2012

In Foto i marinai italiani e la Bandiera al vento

di Antonio Conte – Recentemente ho pubblicato su “Pafal News” – un organo di informazione aziendale di cui sono erroeamente Capo Redattore un articolo su quello che si ritiene uno tra i più bei reportage di viaggio al mondo, quello tra Parigi e Pechino in auto nel 1907, con Luigi Barzini.

Per Pafal Group la società titolare di Pafal News, sono anche il responsabile dell’Ufficio Stampa, si tratta di un’esperienza pilota che dura ormai dal Marzo 2010 ed ha raggiunto – mi dicono, vari obbiettivi.

Pafal News, si è in qualche modo conformata – ma ne rimangono del tutto estranei – con l’esperienza di “Rassegna Stampa Militare”, esclusivamente nei suoi aspetti editoriali. Detto questo non può essere altrimenti che anche l’organo di informazione aziendale “Pafal News” subisca il fascino di “RSM”, come dimostrerò tra breve, nella seconda parte di questo editoriale.

Pafal News”, è un magazine mensile online al suo terzo numero, che viene pubblicato come PDF online e di cui se ne stampano alcune copie mensili per uso interno e per i collaboratori e gli amici. E’ al suo terzo numero. Anche la distribuzione cartacea ad uso interno è gratuita, la si può ritirare presso la sede.

Insomma ho di fatti esportato positivamente il modello RSM in una azienda che ne sta facendo buon uso e con svariati consensi. Ma esiste Titel News”, il blog aziendale di Titel, che come si ben riconosce dalla grafica, quest’ultimo ha fatto da incubatore, e per circa due anni al nuovissimo Magazine di Pafal Group.

Tornando al tema di questo editoriale, in qualche modo ho strizzato l’occhio al prof. Vito Gallotta, che saluto cordialmente, in quanto so che è tra i nostri più affezionati lettori. Il Prof. Gallotta ha insegnato la Storia del Giornalismo italiano a molti comunicatori pugliesi del corso di Laurea di Scienze della Comunicazione dell’Università barese. La stessa disciplina l’ha insegnata anche agli studenti ed ai Marescialli della Marina Militare del Corso di Laurea in Scienze e Gestione Matittime, sempre dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” ma con sede a Taranto.

Questo articolo e queste poche parole sono davvero poca cosa per essere un ringraziamento formale per le sue lezioni, sempre dense di riflessioni, collegamenti e rimandi della Storia Italiana del Giornalismo ai fatti reali della nostra Nazione proiettata nel Mondo. Collegamenti con l’economia e lo sport. Rimandi alle maggiori testate ed organizzazioni culturali moderne, specie universitarie, nella ricerca dei tratti salienti della Comunicazione degli eventi della Storia Europea ed in particolar modo con lo spirito sociale che anima il cittadino degli Stati Uniti.

Nel mio commiato porgo un sincero augurio al Prof. Gallotta, instancabile ispiratore di una moltitudine di giovani meridionali alla professione del giornalismo più maturo. A mio modo ho avuto l’onore – ma, devo dire in modo unilaterale – di candidarlo quale membro di un costituendo Comitato Scientifico per RSM. Un augurio, di non perderci mai culturalmente di vista, e per continuare, magari a vantaggio dei lettori di RSM, la ricerca nella Storia d’Italia sul crinale dei nuovi stili e delle nuove forme giornalistiche.

Insomma si sta parlando di riempire un po’ di pagine bianche su questo blog, sappiamo che non è molto, ma è tutto ciò che possiamo offrire.

La nostra storia dedicata a Luigi Barzini, alla cui memoria è stato affidato un Premio Giornalistico, può forse, essere un piglio, per questa intricata matassa? E, può questa storia dimostrare che un Comitato Scientifico di RSM esiste davvero, a prescindere da esso? Certamente sì, e di Luigi Barzini solo ora possiamo ricordare il suo celeberrimo viaggio tra Parigi e Pechino. A tal proposito porgo un doveroso e speciale ringraziamento anche ai curatori del sito “Trento in Cina” [ http://www.trentoincina.it ] e di Overland.org per aver fornito ulteriori informazioni e alcune belle foto del reportage.

Ma ora lasciamo il campo alle esperienze di giornalismo di Barzini, mentre ai lettori porgo le mie scuse fin da ora, se per caso, io non abbia ben saputo raccontare la storia di questo Italianissimo viaggio. [AC]

Quando la tecnologia rende interessante la vacanza

La celebre cronaca di viaggio di Beato Luigi Barzini tra Parigi e Pechino con un’automobile del 1907

Una storia (quasi) tutta italiana.

di Antonio Conte – L’Italia, la tecnologia, i viaggi e le vacanze sono solo alcune di quelle alti ambizioni che spinge l’uomo (e la donna, non lo dimentichiamo) oltre, oltre l’orizzonte della ruotine e della vita cadenzata e tranquilla. Sono valori che spingono l’animo oltre l’ostacolo e che ci portano a cercare l’azione, il brivido della scoperta, anche oltre se stessi. Ecco il senso e il valore di questo celebre e faticoso, quanto difficile viaggio.

Il supporto prestato dalla Marina Militare; la tecnologia rappresentata dall’automobile Itala della FIAT, – di fattura italiana evidentemente; il viaggio di Scipione Borghese, principe, viaggiatore e politico italiano (era anche lo zio del celebre comandante del sommergibile Scirè della X Flottiglia MAS, Junio Valerio Borghese), Luigi Barzini corrispondente e disegnatore dell’italianissimo Corriere della Sera (il fascismo non aveva ancora intaccato l’integrità morale con le sue “veline”, e Luigi Albertini che ne era Direttore Editoriale già dal Gennaio 1900 era proprio al sorpasso del “Secolo” per numero di compie. Albertini rimase fino al 28 Novembre 1925, giorno in cui scrisse il suo memorabile “Commiato”), ed infine il fedele meccanico Ettore Guizzanti; la gara era stata lanciata dal quotidiano parigino “Le Matin”, che con il Corriere della Sera ed al Daily Telegraph, ne davano cronaca. L’avvincente evento è rimasto nella storia grazie alle corrispondenze di Barzini che riusciva ad inviarle dalle più sperdute stazioni telegrafiche, (grazie ad un’altra invenzione italiana, il telefono di Marconi), additate lungo il percorso soprattutto al Corriere della Sera, che – come già ricordato – era impegnato nella sfida d’essere primo quotidiano d’Italia e tra i più moderni in Europa.

La tecnologia avanzava con l’industrializzazione, l’innovazione la faceva da padrone, e la globalizzazione continua imperterrita ad affacciarsi a popolazioni più diverse, le automobili infatti erano del tutto sconosciute ai cinesi, mongoli, ed ai popoli della Siberia o della Russia. Immaginate la loro inedita emozione.

Fu infatti una sfida mai vista prima ed avvincente; su un centinaio di adesioni alla gara solo 5 si erano presentati alla partenza con auto veloci e leggere o con potenti e pesanti: chi avrebbe vinto? Era tutto da vedere, ma la vettura Itala di due tonnellate e da 40 cavalli non era uno scherzo, fu approntata e modificata per affrontare guadi di torrenti, melma e fanghiglia, sterrati e ogni altro genere di difficoltà. Viaggiavano armati e non esistevano di certo le strade asfaltate allora, ne esisteva una tratta ferroviaria che raggiungeva Pechino per eventuali soccorsi. D’altra parte ove vi fossero, quei vagoni non erano affatto sicuri dovendo attraversare molti stati di due continenti. Gli assalti armati non mancavano, le difficoltà diplomatiche, culturali e linguistiche erano la norma. Mentre i rifornimenti di carburante programmati a tappe regolari ed attuati grazie al trasporto dei multi era un imperativo.

Molte le “trovate” tecniche nel viaggio. All’Itala furono sostituiti parafanghi, non aveva il parabrezza, disponeva di corde per il traino in caso di difficoltà. Il bravo meccanico provvedeva alla sostituzione di pezzi con i ricambi o alla rimozione di alcune parti in caso di attraversamenti di torrenti. Una volta capitò che si ruppe una ruota, fu letteralmente fracassata nello sterrato pietroso, ma un bravo maestro d’ascia, incontrato nel viaggio, ne realizzò una che durò a lungo. Non è mancato il rovesciamento della grande Itala precipitata giù da un troppo esile ponte di corde.

Spesso infatti fu necessario affidarsi ad aiuti locali, pazientemente ricercati, per uscire dalle difficoltà, che come “orde d’animali e con questi – racconta Barzini tiravano con le corde la pesantissima automobile”.

La Marina Militare aveva dato il impagabile supporto con 5 marinai esperti ed abili: uno era fotografo e meccanico, il secondo cuoco ed infermiere, il terzo elettricista, un carpentiere ed infine l’interprete cinese. “I Marinai erano felici, com’è sempre felice un marinaio che fa una scampagnata, anche se piove”. Anche quella volta l’Itala avrebbe avuto la meglio e avrebbe ripreso da sola la sua corsa: “Per lungo tempo scorgemmo le bianche uniformi marinaresche nella mezza oscurità del crepuscolo, – ricorda il cronista – e udimmo rinnovarsi gli evviva, sempre più lontani e deboli, finché uomini e voci si persero nella distanza“.

Il tracciato del percorso era stato valutato a fondo, erano state scartate quelle senza strade percorribili in auto o con tratti inesistenti o in cui i valichi erano troppo stretti; i primi seicento chilometri furono ispezionati dal principe borghese a cavallo con sua moglie che con un bastone lungo quanto la larghezza della Itala, ne provava l’ampiezza dei valichi spesso ripidi e d’altura.

Parigi-Pechino è l’avventura di 60 giorni, era il 1907 e con questa avventura editoriale fece impennare
le vendite dei quotidiani italiani, inglesi e francesi, ma anche americani ormai connessi con il costoso telefono ed ovviamente la notorietà del cronista Barzini che ne volle scrivere anche un racconto fotografico diventando famoso in tutto il mondo: “La metà del mondo vista da un automobile. Da Pechino a Parigi in sessanta giorni” pubblicato nel 1908 contemporaneamente in undici lingue. L’editore, Hoepli lo definì un «raid editoriale» oltre che automobilistico, tanto che a suo nome è stato poi istituito, ma solo nel 1996, il premio giornalistico “Premio Luigi Barzini all’inviato speciale”.

“Quando la nostra automobile appare sul viale – scrive nel suo reportage Luigi Barzini scoppia un urlo formidabile. Il muro esterno della Legazione d’Italia è gremito di marinai nostri, che in piedi, come fossero sui pennoni delle loro navi, ci mandano il triplice saluto alla voce …”.

Bibliografia

Cyber War/ Robot. La Politica, la Finanza e finti Twitt.


Antonio Conte

di Antonio Conte – Non credo di essere un utente esperto, e tuttavia erogo corsi da esperto, ma molti pensano – credo proprio che ne siano convinti – che io lo sia, dicono anche che sono molto avanti rispetto a loro e che io abbia delle competenze inedite, comunque invidiabili nel settore informatico, alcuni in particolare specificano nell’uso dei social network. Io non sono, però d’accordo, nonostante mi sia impegnato negli ultimi 10 anni almeno in attività di questo genere.

La verità è che anche io, come loro, ogni giorno mi scopro indietro, mi accorgo di competenze molto più raffinate di alcuni miei colleghi nelle aree del design digitale per esempio o nella gestione digitale delle foto, ma anche (soprattutto per le finalità argomentative di questo articolo) nel settore delle reti e delle infrastrutture. Quest’ultimo tema non mi attira molto, mi incuriosisce però il contenuto che ci viaggia dentro ed l’approccio psicologico dell’utente. Per esempio segnalo a proposito l’articolo che propongo di seguito del Corriere della Sera e scritto da Federica Cocco, che trovo quanto meno geniale ed illuminante (leggilo dopo, è in fondo alla pagina).

Le implicazioni che emergono sono davvero sconcertanti. Negli ultimi mesi tutti i giornali a stampa, pubblicano i twitt di uomini politici italiani o la loro relazione con i social media. Dagli assessori e sindaci a parlamentari e ministri, non mancano sindacalisti che cercano visibilità in rete grazie ai social network salvo poi dare la colpa ai figli se beccati da attenti giornalisti, a fare dichiarazioni scomode. Dal loro canto il giornalisti stanno imparando a seguire le dinamiche di costruzione del consenso ed a segnalare i politici in cerca di notorietà a buon mercato tra le pieghe della rete. Nei social network non è previsto il pagamento della pubblicità elettorale, credo finora. Ma di questo ne parleremo più avanti. A proposito si possono segnalare alcuni recenti articoli. Il primo è di Alessandra Modica del 01 mar, 2012 dal titolo “Social network: quando il follower è un fantasma“, che mette in dubbio le modalità su come i politici italiani possano avere tanti follower o fan. Il secondo articolo di opinione diversa Gabriella Colarusso, pubblicato su Lettera43 Martedì, 03 Aprile 2012, in un’intervista a Michele Sorice, docente di comunicazione politica e nuovi media alla Luiss, costruisce in “Social Media, Twitter fa democrazia. Sorice: «Cinguettii dei politici, vantaggio per gli elettori»“, una visione più etica dei social media in politica da parte dei politici. Ed ancora la prestigiosa testata “Il Post” con un redazionale del 21 settembre 2011, dal titolo “La pubblicità dei politici su Twitter” ci notifica che il popolare social media da 140 caratteri, nel novembre scorso, con l’avvio delle presidenziali statunitensi, sta sperimentando la presenza a pagamento di 5 tra i candidati. Secondo il Secolo d’italia invece con l’artico del 18 marzo 2012 avvisa che “il Politico deve studiare meglio le dinamiche delle comunità online“. Per finire sarei propenso a ben considerare la posizione di FERPI espressa il 7 marzo 2012  nell’articolo “Elezioni.it: quando la politica si fa social“. Una delle principali tendenze del web è di essere semantico, per facilitare le ricerche e questo comporta una elevata specializzazione nella creazione delle pagine e nella fornitura di servizi, per cui mi pare di concordare con la tendenza che alcuni “social network” possano diviene o presentarsi con un certo vantaggio in modo settoriale come dei “political network“.

Ma la questione che si impianta con il tema portante di questo testo ed indicato nel titolo è che tutto questo sia messo in pericolo con i robot cloni, la cosa non sarebbe indifferente per l’elettore. Ma non è tutto. Pensiamo a quanto accaduto in Egitto in piazza Tahrir, in cui si dice che la gente si sia radunata grazie al passaparola ma soprattutto ai social network. Proprio un paio di giorni fa pubblicavo un articolo sul fenomeno dei slacktivist, sul blog di Titel, una società di formazione online, in cui si faceva notare che un minimo impegno potesse generare delle vere e proprie ole di consenso. Se tutto ciò, i robot intendo, è utilizzato in politica, in finanza e nelle cause a carattere religiose o a loro relative, magari in sintonia con vere e proprie campagne strategiche di comunicazione di massa come quella descritta da Soeren Kern nel suo articolo “Germania/ Un corano in ogni casa” gli effetti possono davvero essere imprevedibili.

Per alcune considerazioni su implicazioni sui mercati finanziari (il tranding online, per intenderci) si rimanda al seguente articolo. Ma la domanda che inquieta è: “Chi produce e chi usa i robot?”.

Antonio Conte

Intelligenza artificiale

Salve, sono un (ro)bot: un falso utente

Il 50% del traffico online nasce da programmi automatici, l’autore di un twitt su 4 non è una persona fisica. Il caso delle elezioni presidenziali iraniane e di quelle russe.

Il Corriere.it – «Probabilmente troverete ridicolo che io sia in guerra con il mio alter ego in versione robotica. La verità è che non so come fare per liberarmene». Chi parla non è Rick Deckard di Blade Runner, bensì Jon Ronson, ideatore di Esc & Ctrl — la miniserie di documentari in onda sul sito del «Guardian» — che è di recente entrato in polemica con gli ideatori di Weavr. Weavr non è altro che un software, inventato dalla Philter Phactory, in grado di creare un bot (abbreviazione di robot), ovvero un programma che simula l’esistenza di una persona online.

Circa un mese fa, Jon Ronson si è ritrovato «faccia a faccia» su Twitter con il suo alter ego virtuale, @jon_ronson, un bot satirico, creato daWeavr in riposta ad un episodio di Esc & Ctrl nel quale il giornalista ridicolizzava le pretese di chi crea agenti virtuali. Infastidito dalla presenza ingombrante del clone, Jon Ronson ha invitato a partecipare al programma tre membri della Philter Phactory: Dan O’Hara, Luke Robert Mason e David Bausola e ha chiesto loro l’eliminazione di @jon_ronson.

Nel corso di un acceso confronto tra Ronson e i suoi antagonisti, questi gli hanno raccontato come è avvenuta la creazione del bot: «Abbiamo estrapolato le informazioni dalla tua pagina di Wikipedia. Il bot opera automaticamente le associazioni». Ronson: «Non capisco. @jon_ronson fa commenti stupidi su cosa sta mangiando. L’altro giorno ha twittato che stava riflettendo sul tempo e sull’uccello». Bausola: «E allora? A te non capita mai di pensare al tempo e al tuo uccello?». Ronson non l’ha presa bene e insieme a lui molti altri hanno criticato la Philter Phactory via mail o Twitter.

«Troviamo curioso che Ronson si senta minacciato da dei banali algoritmi, o infomorfi», come amano definirli gli accademici. «In realtà, l’infomorfo non si impossessa dell’identità altrui, bensì capta i dati dai vari social media e li rielabora secondo i canoni dell’estetica infomorfica».

Dopo molte insistenze, O’Hara, Mason e Bausola hanno rivelato le loro vere motivazioni. I bot fungono da specchio per le allodole: «Vogliamo far conoscere alla gente il ruolo e il potere degli algoritmi. Le nostre risorse finanziarie a Wall Street sono in mano agli algoritmi. La crisi economica è anche colpa loro. Se l’unico modo per farlo capire è creare dei bot rompiscatole, ben venga».

«Troviamo curioso che Ronson si senta disturbato più dai banali tweet del suo clone digitale, invece che dalle pesanti ripercussioni provocate dai bot sull’economia del nostro Paese. Mentre un bot può essere eliminato, questi ultimi no».

Ciò che dunque spaventa seriamente gli autori della Philter Phactory sono l’ubiquità e il potere dei bot. Hanno ragione?

Diamo un’occhiata a questi dati. L’autore di un tweet su quattro non è un essere umano, è un bot. Il 70% del trading effettuato a Wall Street avviene attraverso programmi automatici, mentre il 24% del trading azionario in Inghilterra è effettuato da algoritmi. Il 50% del traffico web è generato da programmi automatici. Infine, tra i 30 editori di Wikipedia più attivi, ben 22 sono bot.

@JamesMTitus è neozelandese, vive a Christchurch, è appassionato di surf e ama i gatti, specialmente il suo gatto Benson. Adora fare tante domande, ma quando sono gli altri a fargliele rimane sul vago: «Interessante, dimmi di più» è una delle sue risposte preconfezionate. Ebbene, @JamesMTitus è diventato famoso dopo aver vinto la gara dei SocialBots promossa dal Web Ecology Project, gruppo di ricerca con sede a Boston, per essere risultato il bot più credibile.

Hanno partecipato tre diverse squadre attratte dal bando («Aiutate i robot a prendere il controllo del web»), dal premio di 500 dollari e dalla promessa di fama nel circolo della scienza sociale e dell’analisi dei network. Nel giro di sole due settimane il vincitore dell’esperimento ha avuto quasi 200 interazioni (tra retweet e risposte) e ha ottenuto ben 108 followers.

Gli ideatori della Philter Phactory promuovono i weavr come piattaforma per lo storytelling, motore di ricerca, e efficace strumento di marketing. Senza ombra di dubbio si tratta di un fondamentale esperimento nella scienza dell’intelligenza artificiale.

Una volta creati, i weavr hanno una vita propria. Sono in grado di utilizzare qualsiasi piattaforma con una Api (interfaccia di programmazione) come Twitter o Flickr, per tenere aggiornato il loro blog.

I due principali pionieri della cosiddetta «architettura sociale» sono proprio la Philter Phactory e il Web Ecology Project, un laboratorio indipendente di ricerca sulla cultura online che dal 2009 ha avviato uno studio sul se e come sia possibile infiltrare i social network ed avere un’influenza sulle masse. In particolare, lo studio si è concentrato sull’attività registrata su Twitter nel corso delle proteste in Iran durante le elezioni presidenziali del 2009. Ebbene, i ricercatori hanno realizzato che tra gli utenti Twitter, pochissimi di loro erano effettivamente manifestanti iraniani. A guidare il dibattito erano in gran parte web-celebrità occidentali. Il Web Ecology Project ha così osservato come online una minoranza di persone riesce ad avere un impatto incredibile.

All’interno di una comunità il ruolo di un leader è quello di facilitare le relazioni tra gli individui. Per i bot è semplice ricreare questo ruolo: connettere esseri umani con altri individui con gli stessi interessi.

«Ma come è facile per i bot creare relazioni tra diverse persone, ugualmente è facile per loro distruggerle», spiega Tim Hwang, ricercatore e portavoce del Web Ecology Project. «Abbiamo visto questo tipo di operazioni per le elezioni in Russia e le proteste in Siria. Il governo di Mosca ha liberato nell’arena web una serie di bot pro-Putin che incoraggiava gli utenti ad andare a votare. I bot siriani tendevano a dissuadere gli utenti dal partecipare alle proteste contro il regime di Assad». «I bot ricoprono un ruolo anche nella politica occidentale. Sono cruciali per creare influenza, per far apparire un individuo più potente online di quanto lo sia in realtà. Da poco si è scoperto chemolti dei follower del candidato statunitense alle presidenziali, Newt Gingrich, erano account falsi».

Tim Hwang sostiene che siamo ancora in una fase embrionale: «Per ora abbiamo sperimentato solo su gruppi di massimo 500 persone. In futuro abbiamo in programma esperimenti su più di 100mila persone. Ultimamente non sono più riuscito a distinguere i bot creati da me dagli esseri umani».

Grazie ai software di intelligenza artificialeWeavr, estrarre i dati da una pagina di Wikipedia e creare il bot basato su un personaggio storico o famoso è un gioco da ragazzi. Questo non è che uno tra gli utilizzi più innocui.

C’è infatti chi ha scelto di sperimentare le implicazioni sulla letteratura, come il progetto Maschmischine che utilizza il software della Philter Phactory per ricreare i personaggi di Alice nel paese delle meraviglie, trasponendoli a Berlino.

Sta inoltre emergendo il fenomeno di utenti veri che fingono di essere bot. O’Hara e i suoi colleghi l’hanno sperimentato sulla loro pelle dopo l’apparizione al programma Esc & Ctrl, quando una serie di individui hanno creato account su Twitter fingendo di essere loro cloni virtuali, come @jon_ronson lo era per il vero Jon Ronson.

«Persone che fingono di essere bot: questo è un segno che sta avvenendo un cambiamento della politica dell’identità online», hanno commentato amaramente O’Hara e Robert Mason in un editoriale sul «Guardian».
Twitter @federicacocco

Federica Cocco

Venosa/ Aree di Crisi. Dieci anni fa veniva ucciso il fotoreporter lucano Raffaele Ciriello


Raffaele Ciriello

di Redazione Basilicata24 – Fotoreporter di guerra. Da Ginestra si era trasferito a Milano. Con le sue immagini ha documentato gli scontri in Kosovo, Sierra Leone, AfghanistanQuesto il suo ultimo video prima di cadere sotto il colpi di un tank israeliano  http://www.youtube.com/watch?v=fHEU-dJ7mTU

13 Marzo 2002 13 marzo 2012. Dieci anni fa il fotoreporter di origini lucane Raffaele Ascanio Ciriello fu colpito a morte da un tank israeliano a Ramallah. Secondo la testimonianza di un giornalista che era con lui in quel momento non era in corso nessuna sparatoria, quando è sbucato un carro armato che ha cominciato a sparare colpendo il fotografo. Ciriello era a Ramallah, in Cisgiordania, per documentare gli scontri tra palestinesi e israeliani per il Corriere della Sera.

Raffaele Ciriello era nato nel 1959 a Venosa. Da Ginestra, paese d’origine della sua famiglia, i suoi genitori si trasferitoro a Milano quando Raffaele aveva solo due anni. Aveva iniziato la carriera negli anni Novanta, seguendo corse motociclistiche e rally come la Parigi-Dakar. Successivamente si era appassionato al fotogiornalismo di guerra, realizzando reportage in tutto il mondo: Libano, Afghanistan, Ruanda, Kosovo, Eritrea, Sierra Leone. Ciriello aveva all’attivo numerosi volumi di fotografie e ha lavorato al fianco di inviati come Ettore Mo, Fausto Biloslavo e Maria Grazia Cutuli, la giornalista del Corriere della Sera assassinata in Afghanistan. E sempre per il Corriere, Ciriello stava realizzando i suoi servizi.

Raffaele Ciriello, pur non possedendo nessun tesserino da giornalista, apparteneva alla categoria dei giornalisti-giornalisti. Di quelli che per raccontare i fatti ci vanno a mettere i piedi dentro, senza necessità di un pezzo di carta. E fu per raccontare gli scontri tra israeliani e palestinesi che Ciriello fu ucciso. Cadde sotto il fuoco di un tank israeliano mentre documentava la follia della guerra.

Ci piace ricordarlo, per l’esempio che può rappresentare per tutti noi che ogni giorno, se pure nel nostro piccolo, proviamo a documentare fatti per portarli nelle case della gente.

Ci piace ricordarlo quando i “baroni” dell’informazione ci danno lezioni su come si fa questo mestiere snocciolando regole apprese fra i banchi di fredde scuole di giornalismo. Preferiamo la lezione di Raffaele e di quelli come lui per i quali il giornalismo è passione. Una passione che nessun libro ti può insegnare. Grazie Raffaele!

Leggi anche:

Vulture/ La (ri)scoperta di uno stile italiano tra ‘il fare solidale’ ed ‘espedienti meschini’.


di Antonio Conte – Il tempo si sà, è sempre poco e scorre in fretta, ma ieri in sala attesa ad osservare il Vulture innevato, da quello che mi sembra un avveniristico Ospedale sulla Ricerca del Cancro in Rionero in Vulture – cioè mi meraviglia il fatto che si trovi in Basilicata, e benché noto mi vantavo di non averci mai messo piede – mi scopro ad avere alcune ore di tregua, benché l’ansia non fosse cessata per ciò che coinvolge alcune persone a me note. E, dunque ripongo una enorme speranza in questa struttura in quanto mi sembra un grande esempio di vera missione medica, contro una malattia sempre più diffusa in Basilicata.

Guardia di Finanza/ Il Dossier sull’evasore fiscale di Repubblica

Prendo comodamente posto su una poltrocina della sala di attesa e leggo un libro, o almeno ci provo, ma non si riesce ad assimilare nulla. Raggiungo il bar, consumo un caffè e sfoglio la copia di Repubblica, bello il Dossier sulla tipologia di evasioni del fisco: la Guardia di Finanza sta affinando le arti penso: bene. Sembra anche riscuotere un certo consenso dagli italiani, o almeno parte di essi. Mi piace pensare che questa cosa dovrebbe piacere a molti, ma anche che non dovrei scommetterci molto. Pare che siano stati tipizzati certi comportamenti degli evasori, ne citiamo uno per tutti: hanno notato che nei giorni precedenti la data della dichiarazione IVA ci sia un aumento del gettito IVA ed un aumento del numero di scontrini e fatture emesse. Indici che presuppongo ad una scarsa costanza nell’emissione, per cui può essere considerato un indizio di evasione. E, giù controlli, a ragion veduta.

Il tema del contrasto all’evasione fiscale piace molto alla gente, e l’opinionista del TG di Rai3, di solito un docente universitario, ma oggi era l’editorialista del Corriere della Sera, avverte: “Si passi al concreto“. Pare che la propaganda, pure necessaria nel lungo periodo come deterrenza, non basti.

Oltre alla mia copia di Repubblica sfoglio una rivista dedicata a “Le Scienze”. Ma solo oggi leggo anche la copia de “Famiglia Cristiana”, non sono un accanito lettore, anzi a volte la compravo in parrocchia, ma solo oggi la copro in edicola. Il segno dei tempi. Sto cambiando, i miei gusti in fatto di lettura si evolvono preferendo la cronaca e la politica estera, di quella più dura e difficile.

Per cui curo la mia inerzia professionale alimentando l’orrido ed il senso di crudeltà per quanto accade contro la gente in Africa, nei Balcani ed in Asia per mano di simili. Uno strano fenomeno che rende, però docili. Magari certi nostri parlamentari ne fossero anche loro consapevoli. Detto questo, credo che forse si tratti di una fuga dal teatro dei fatti nazionali, sebbene ultimamente si sia ritornati ad un livello più decente dei contenuti e rassicurati dal calo dello Spread.

Kenya/ La nostra prossima sfida: il bacino idrico

Tra le prime pagine de “La Famiglia Cristiana” leggo la pagina 15. E’ dedicata ad un progetto, si tratta di una informazione pubblicitaria. “Seminiamo per l’Africa” di CEFA. Promuove un progetto con Cannamela raggiungibile dal sito www.seminiamoperlafrica.it ed in particolare promuove un nuovo progetto per realizzare un Bacino Idrico. Ben poca cosa per le necessità del Kenia. Ma almeno è concreto. Percorro i link, leggo qualcosa, mi convince.

Come partecipare a questa iniziativa, mi chiedo. Credo che queste poche righe sia il minimo che io possa fare. Il mio seme, con questo articolino, l’ho messo a disposizione, e non che ora mi passa sentire a posto, beninteso! Ma, sarebbe davvero bello se ciascuno ne mettesse uno, sia pur modesto, magari iniziando pagare regolarmente le tasse.

Antonio Conte

Afghanistan/ Proteste contro USA e NATO a 10 anni dall’intervento militare


Il video è stato pubblicato su Youtube in data 06/ott/2011 da euronewsit – Centinaia di Afghani si sono riversati nelle strade di Kaboul per protestare contro la presenza degli Stati Uniti e della Nato a 10 anni esatti dall’intervento militare nel Paese. I manifestanti parlano “di occupazione”, denunciano “massacri contro i civili” e definiscono il presidente in carica Hamid Karzai una “marionetta nelle mani di Washington”. La popolazione è prostrata dagli stenti e dalla siccità. Aiuti urgenti sono stati richiesti alla comunità internazionale, ma non bastano. Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa – secondo il racconto nel video di euronews – annuncia il progressivo ritiro del contingente italiano dal 2012.

Fonte: http://it.euronews.net/