Archivi categoria: Pag.26 Mediterraneo

Otranto/ Premi. La Palestina “abbraccia” i Giornalisti del Mediterraneo


IN PUGLIA LA DIPLOMAZIA INTERNAZIONALE PER PARLARE DI PACE E COOPERAZIONE.  Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato una Medaglia di Bronzo

OTRANTO – Giornalisti del Mediterraneo: la Diplomazia internazionale ad Otranto per incontrare i 30 giornalisti ospiti dell’evento. S.E. Mai Alkaila, Ambasciatrice della Stato di Palestina, incontrerà nel corso della tre giorni, 11, 12 e 13 settembre, le istituzioni locali; l’assessore al Mediterraneo, Silvia Godelli; il sindaco di Otranto, Luciano Cariddi, il giornalista Tommaso Forte, organizzatore del premio e i  reporter di guerra che hanno vinto le sezioni del concorso e, soprattutto, per portare un saluto alla stampa internazionale, la quale da sempre si è occupata dei conflitti in Medio Oriente. L’obiettivo è, dunque, raccontare la verità sugli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto dal punto di vista umano e sociale il mondo.

Mai Al Kaila, legata al partito Al Fatah, di cui è stata membro del comitato direttivo, è stata Ambasciatrice palestinese in Cile; inoltre, ha lavorato per circa 17 anni per l’Agenzia delle Nazioni Unite, assistendo i rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e della Striscia di Gaza. E’  stata prigioniera politica nelle carceri israeliane.

Al concorso hanno partecipato le più importanti testate giornalistiche nazionali e internazionali, tra cui AljazeeraRadio VaticanaL’Osservatore RomanoAnsaAnsa MedCorriere della SeraL’EspressoRSI Radiotelevisione SvizzeraLa RepubblicaMarie Claire, solo per citarne alcune.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, anche quest’anno, ha inviato la Medaglia di Bronzo, quale premio di rappresentata istituzionale.

La 6° edizione del concorso è stata vinta da Tamara Ferrari del settimana Vanity Fair, col reportage sulla terribile condizione dei rifugiati nei campi del Sudan, una drammatica testimonianza sull’universalità della sofferenza umana. Ecco la motivazione: “Con toni carichi di pathos e di civile partecipazione, la tremenda condizione dei rifugiati nei campi  in Sudan assume, nel racconto di Tamara Ferrari, una dimensione universale della sofferenza umana in ogni tempo e in ogni luogo. Questa corrispondenza è un alto esempio di coraggioso giornalismo sul campo, oltre che un urlo dal silenzio per tutti noi”.

La cerimonia si svolgerà in Largo Porta Alfonsina, borgo medioevale di Otranto, il 13 settembre alle 18.

Ecco i premiati. Michele Sasso (L’Espresso); Daniele Bellocchio (Nigrizia); Vincenzo Mattei (Al Jazeera); Kami Fares, (Repubblica.it)Paola Nurnberg (Radio Televisione Svizzera); Luciana Borsatti (Ansa); Manu Brabo (Pulitzer 2013); Massimiliano Menichetti (Radio Vaticana); Valeria De Simone Domenico Grimaldi (Master Biennale di Giornalismo dell’Università di Bari); Marco Cesario (Linkiesta); Nicoletta Masetto (Il Messaggero di Sant’Antonio); Hassan Abouyoub (Ambasciatore del Regno del Marocco in Italia); August Parengkuan (Ambasciatore della Repubblica d’Indonesia in Italia); Martin Micallef (Malta News Agency); Roberto Gervaso (giornalista e scrittore); Soufiane Ben Farhat (La Presse de Tunisie); Zouhir Louassini (Rai News 24); Ugo Bassi (Direttore della Commissione Europea DG Mercato Interno); Carmen Lasorella (Rai); Attilio Romita (Rai); Armando Massarenti (Il Sole 24 Ore); Giovanni Valentini (La Repubblica); Italo Cucci (Italpress); Angelo Rossano (Corriere del Mezzogiorno); Vincenzo Magistà (Telenorba); Edoardo Winspeare (Regista cinematografico).

 

 

Bari/ Tavola Rotonda WFP-ONU. Mediterraneo: Sicurezza e Solidarietà


staffandemistura-bari

Bari – Si segnala l’incontro che si terrà a Bari, nell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e che verte sul tema Mediterraneo sicurezza e solidarietà. L’appuntamento è per il 12 Dicembre 2013 alle ore 9:30.

L’incontro è frutto di una collaborazione WFP (ONU) e l’Università. Saranno presenti varie personalità tra cui Staffan De Mistura, il diplomatico svedese naturalizzato italiano, parla correntemente svedese, italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e arabo ed è stato inviato dal Governo per le vicende dei Marò in India. Sarà ancora presente Nichi Vendola Presidente della Regione Puglia e la Croce Rossa Italiana di Bari nonché altri enti, istituzioni.

Antonio Conte

Programma

Saluti istituzionali

  • Magnifico Rettore Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” – prof. Antonio F. Uricchio
  • Direttore Dipartimento di Scienze Politiche – prof. Umberto Carabelli
  • Presidente Regione Puglia – on. Nichi Vendola
  • Presidente Provincia di Bari – prof. Francesco Schittulli
  • Sindaco di Bari – dott. Michele Emiliano

Interventi Tavola rotonda

  • Staffan de Mistura – Inviato speciale Governo italiano
  • Natalino Madeddu – Generale di Brigata Comandante territoriale della Puglia – Bari
  • Pasquale Guerra – Contrammiraglio Comandante Forze da sbarco – Brindisi
  • prof. Nicola Neri – Docente di Storia dei Trattati e Politica internazionale
  • prof.ssa Michela C. Pellicani – vice-Presidente Association Internationale des Démographes de Langue Française
  • Croce Rossa Italiana
  • S.E. Mons. Francesco Cacucci – Arcivescovo di Bari
  • S.E. Mario Tafaro – Prefetto di Bari
  • Parlamentari nazionali
  • Parlamentari europei

Partecipanti

  • ANCI
  • Camera di Commercio Bari
  • Camera di Commercio Foggia
  • Camera di Commercio Brindisi
  • Camera di Commercio Taranto
  • Camera di Commercio Lecce
  • Camera di Commercio Italo Orientale
  • Confartigianato
  • Confcommercio
  • Confesercenti
  • Coldiretti
  • Confindustria Bari e Barletta Andria Trani
  • Istituto Agronomico Mediterraneo
  • Ordine dei Commercialisti di Bari
  • Banca Popolare Pugliese
  • Banco Di Napoli di Bitonto
  • Sportello Deutsche Bank Easy
  • BOSCH Bari Tecnologie Diesel E Sistemi Frenanti S.P.A.
  • Getrag Bari
  • Industria Farmaceutica Serono
  • Cantine Crifo
  • Cantine Torrevento S.r.l.
  • Coop
  • De Santis Olio
  • F. Divella S.P.A
  • Eataly
  • Masmec S.P.A.
  • Megamark S.R.L.
  • Pasta Ambra
  • Supermercati Di Meglio
  • Toto’ Paride

Mediterraneo/ Conferenza Osce, l’Italia per rafforzare il partenariato


Mar Mediterraneo
Mar Mediterraneo

(Mae) – “Oggi c’è bisogno di un ponte tra le due sponde del Mediterraneo” per favorire il processo democratico in Nord Africa ed in questo “l’Osce ha un ruolo da giocare, insieme con l’Italia”. Lo ha detto il sottosegretario Staffan De Mistura aprendo i lavori della conferenza “mediterranea” dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, alla Farnesina.

L’Osce, ha sottolineato De Mistura, può fornire alle giovani democrazie del Mediterraneo la “propria esperienza nella transizione democratica” maturata negli anni Novanta dopo il crollo del muro di Berlino. E l’Italia, per “naturali ragioni geografiche e politiche”, ritiene che il partenariato mediterraneo dovrebbe essere “rafforzato per sostenere il percorso verso la stabilità e la democratizzazione, coerentemente con l’approccio sulla sicurezza patrimonio dell’Osce”. De Mistura ha poi ricordato che l’ultima conferenza dell’Osce sul Mediterraneo, lo scorso maggio alla Farnesina, “ha aperto la strada alla creazione di nuovi modelli di cooperazione multilaterale accademica”, attraverso la proposta del ministro Giulio Terzi di un progetto Osce-Med: una piattaforma di discussione tra esperti Osce, i maggiori think tank e centri accademici europei e rappresentanti della società civile per realizzare iniziative che consolidino i rapporti con la sponda sud del Mediterraneo.

Su impulso del Ministro Giulio Terzi, l’Italia svolge un ruolo di primo piano nel promuovere i rapporti fra Osce e i sei Paesi del Mediterraneo – Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania, Israele – che, dal 1996, ne sono partner. È forte convinzione dell’Italia che, dopo la stagione delle primavere arabe, la storia, l’esperienza e gli strumenti dell’Osce possano essere particolarmente efficaci per favorire la stabilizzazione dei processi democratici nella regione.

“Conferenza Mediterranea” alla Farnesina

Nel contesto dell’azione italiana per lo sviluppo del partenariato mediterraneo dell’Osce, si è svolta nei giorni scorsi alla Farnesina, la “Conferenza Mediterranea” dell’Organizzazione, il cui incarico più alto, quello di Segretario Generale, è rivestito, dal luglio dello scorso anno, da un diplomatico italiano, Lamberto Zannier. La “due giorni” è stato il più importante appuntamento annuale della partnership, dedicato alla cooperazione economica con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, fattore fondamentale per consolidare gli assetti dei Paesi in transizione, e favorire sia lo sviluppo dell’area, che la coesistenza fra tutte le componenti di quei popoli. All’evento hanno preso parte i rappresentanti dei 56 Stati membri dell’OSCE, i sei partner mediterranei, la Libia, il Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la Libia Tarek Mitri, l’Autorità Nazionale Palestinese, istituzioni finanziarie e organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ed esponenti del mondo accademico e della società civile.

Fonte: Europuglia – MAE

Oltre l’Adriatico/ Il VI corso di Cesforia, intervista al prof. Franco Botta, Università di Bari


di Vincenzo Legrottaglie – Bari. Si è concluso da poco il VI corso di relazioni interadriatiche promosso dall’Università degli Studi “Aldo Moro”, Regione Puglia Assessorato al Mediterraneo e alla Cultura. Per quasi due settimane docenti e studenti italiani e dei Balcani Occidentali si sono confrontati nel capoluogo pugliese sull’avvincete tema: “Raccontare e costruire un’Europa Adriatica”. A conclusione dell’evento la redazione di “Rassegna Stampa Militare” ha voluto approfondire le tematiche di oltre Adriatico con l’organizzatore principale del corso, il professor Franco Botta, docente di economia e politica del lavoro presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Bari e attualmente presidente del CESFORIA (centro di studi e formazione nelle relazioni interadriatiche).

Il corso è stato realizzato anche grazie all’impegno profuso dal comitato organizzativo composto da: Vito Buono, Antonella Strisciuglio, Marco Di Sapia, Giovanni Calabrese, Natale Parisi e M. Irene Paolino.

1) D. (Legrottaglie) Come nasce il Cesforia?

R. (Prof. Botta) Sono un docente di politica economica. Ho dedicato particolare attenzione alle questioni dello sviluppo ed ho molto lavorato sulla Puglia. Ho pensato che la fine della separazione tra le due rive potesse essere una buona occasione per fare sviluppo. Quando i nostri vicini sono tornati si è intensificata la possibilità di fare scambi e di andare in quei paesi, a partire dall’Albania, e per loro di tornare in Italia.  Mi è sembrato che potesse essere una buona occasione, perché ho molto lavorato sull’idea che la prossimità possa essere una risorsa. Quando si è vicini ci si conosce. Si possono avere rapporti di buon vicinato o rapporti più intensi. Da questo nasce l’idea. Ne ho parlato con i presidi di due facoltà dell’Università di Bari: quello di scienze politiche e di lingue e letterature straniere che sono i soggetti promotori di Cesforia. Sono loro che mi hanno dato una mano sulla possibilità di un centro che lavorasse proprio sulle relazioni interadriatiche per creare un luogo di incontro, di scambio di idee.

2) D. Come si concretizza in realtà l’incontro tra le due sponde dell’Adriatico?

R. Una delle prime idee che ci è venuta è quella di offrire in Italia uno spazio per gli studenti che lì facevano fatica a parlarsi. Lei sa che gli albanesi e i serbi non si parlano, ma anche i croati e i serbi, idem i macedoni e gli albanesi. Abbiamo pensato di organizzare un corso di  due settimane in Italia usando la nostra lingua, la lingua italiana per incontrare studenti, per parlare e per fare in modo che loro si parlassero e questo ha funzionato benissimo. Siamo già al sesto anno di questo corso. E’ un corso riservato agli studenti della riva orientale che conoscono l’italiano. Aver scelto l’italiano è una risorsa, ma nel contempo un limite. E’ una rete che si costruisce in primo luogo con gli istituti di italianistica di quei paesi e loro ci aiutano a selezionare gli studenti. Noi chiediamo studenti che non siano solo studenti di facoltà letterarie, economia, scienze politiche, giornalismo. Ogni anno c’è sempre un’apprendista giornalista. Progressivamente abbiamo capito che non si trattava di far conoscere loro la nostra cultura, ma che sempre di più avremmo potuto lavorare sulle relazioni interadriatiche.

3) D. Da quanti anni è nato il Cesforia?

R. Siamo partiti come facoltà di scienze politiche e di lingue e letterature straniere poi progressivamente è nato il Cesforia. Il centro è nato da due anni. Poi, finalmente siamo riusciti ad avere l’adesione della Regione Puglia che ci aiuta a finanziare l’iniziativa. Agli studenti che vengono qui noi offriamo vitto e alloggio, ma chiediamo loro di pagarsi il viaggio.

4) D.. Quali sono stati i punti di forza del VI corso di relazioni interadriatiche?

R. Ogni corso ha un tema monografico; ha una questione che sta al centro del lavoro che svolgiamo. Quest’anno era costruire e raccontare l’Adriatico. E’ stato molto interessante poiché abbiamo colto una minore tensione verso le questioni nazionali e come se sull’altra sponda si avesse più voglia di parlare di Europa, di relazioni tra le due sponde. In alcuni anni abbiamo avuto un po’ di difficoltà: le questioni albanesi, le questioni del Kosovo, della Serbia creavano tensione dentro. La novità è che questo nostro corso attira sempre di più anche studenti italiani. Ormai abbiamo una forte domanda di uditori, di giovani studenti che sono incuriositi dalle questioni adriatiche.

5) D. Se avete percepito minori tensioni interetniche e statali non crede che questo sia dovuto al ricambio generazionale? A vent’anni dell’inizio delle guerre nei Balcani i giovani di oggi possono non avere ricordi di quegli avvenimenti tragici?

R. Si, certamente. Questo lo si coglie negli studenti che provengono dalla ex Jugoslavia. Quest’anno era molto bello. I serbi, i croati, i macedoni parlavano tra di loro facilmente in quella lingua che ormai non esiste più: il serbo-croato. Adesso c’è un grande impegno affinché il Montenegro abbia il montenegrino e la Croazia usi  la sua lingua. Malgrado questi sforzi per creare una separazione gli studenti erano lì tutti insieme e chiacchieravano in una lingua che li unisce ancora. Con gli albanesi è un po’ più complicato. Loro devono parlare necessariamente in italiano se vogliono intendersi con gli slavi.

6) D. Le edizioni Besa Controcorrente divulgano in italiano gli scrittori balcanici. Questo vi aiuta nella vostra missione?

R. Livio Muci, che è editore di Besa, ha una storia più lunga della nostra. Lui è un editore avventuroso. Livio è stato in Albania in anni difficili. Ha molto lavorato ed ha messo su una casa editrice prima nel Paese delle Aquile e poi in Italia; si è sempre occupato in modo particolare di letteratura albanese. La sinergia nasce dal fatto che da qualche anno lavoriamo anche insieme. Lui prima di noi aveva dedicato attenzione l’Albania e a quei paesi. Abbiamo fatto spedizioni insieme nella penisola balcanica. Muci è davvero una persona di grande fascino e uomo intelligente e curioso. E’ un imprenditore vero che scopre talenti.

7) D. La sorpresa di quest’anno è stata la presentazione di un’antologia sulla letteratura macedone. Come è stato divulgare la letteratura macedone ai pugliesi?

R. Non è stata la prima volta. L’anno scorso per esempio abbiamo presentato la letteratura montenegrina e Besa ne sta preparando altre. Non c’è stata l’emozione della prima volta. C’è stata invece una conferma della bontà di questa operazione. Io credo che per essere buoni vicini bisogna conoscersi. Queste antologie che Besa promuove sono ottime occasioni per conoscere una letteratura che è molto intrigante ed interessante.

8) D. I paesi della ex Jugoslavia si presentano ancora nell’immaginario collettivo come un luogo di sofferenza, un luogo pericoloso in cui forse è meglio non andare con riferimento a questioni internazionali ancora non risolte. Invece, si scopre che oltre Adriatico ci sono poeti, scrittori, registi e un grande fermento culturale. Non crede che questo vostro corso contribuisca ad abbattere i pregiudizi?

R. C’è una scarsa attenzione nei confronti di questi paesi. Noi con il nostro corso contribuiamo a fornire informazione e quindi facciamo un lavoro utile. La verità è che gli scambi tra le due rive sono ormai molto intensi e miglior, rispetto al passato. Chi fa turismo nautico racconta che i rapporti con i croati siano in qualche modo più distesi rispetto a qualche anno fa. Io conosco parecchia gente che prima preferiva andare in Grecia con la propria barca anziché in Croazia, perché diceva che i greci erano più cordiali, ma ora ha cambiato idea. Forse perché ci si conosce meglio, forse perché l’Italia ha rinunciato a qualunque ambizione territoriale, certo è che  i rapporti tra i croati e gli italiani sono molto migliorati. Chi poi frequenta quei paesi scopre come la situazione è interessante, piacevole sia per vacanza che per fare impresa. I dati economici dicono che il commercio estero, le importazioni e le esportazioni sono davvero molto significative. Per un paese come l’Albania, la Puglia è certamente ai primi posti per la presenza di imprese e tutti raccontano che si lavora bene con gli albanesi.

9) D. L’autovettura Fiat 500 Lounge viene prodotta in Serbia. Lei come vede lo sviluppo serbo alla luce della delocalizzazione di imprese italiane e internazionali?

R. La delocalizzazione delle imprese e gli investimenti esteri, la presenza italiana in tutti quei paesi è ormai una realtà consolidata. La novità di questi anni sta nel rilancio di una forte presenza che c’era già nel passato. Quindi non è una novità assoluta. Credo che sia una cosa interessante che si intensifichino le relazioni economiche con questi paesi. I problemi ci sono, ma sono legati non tanto agli investimenti in Serbia ma al fatto che bisognerebbe fare investimenti anche in Italia. Cosa che la Fiat in questi anni non ha fatto. Penso che bisogna costruire buone relazioni con i nostri vicini. Gli economisti vedono da sempre i mercati di quei paesi e i mercati italiani come complementari. Essere complementari significa che in qualche modo i mercati e le economie possono integrarsi facilmente. I paesi balcanici hanno materie prime che noi non abbiamo ed hanno competenze che possono esserci utili. Si può lavorare bene insieme. Quando le cose hanno funzionato, quando non c’erano ostacoli politici la complementarietà ha dato il meglio di sé, ha portato buoni risultati sia da noi che nei paesi vicini.

10) D. I Balcani quindi sono un’opportunità per l’economia italiana. A Bari si è conclusa non da molto la Fiera del Levante. La 76^ edizione è stata caratterizzata dall’assenza dei paesi di oltre Adriatico. Lei in questo non vede una contraddizione?

R. La Fiera del Levante sta attraversando un periodo difficile, come tutte le fiere. Spero che la Fiera torni ad svolgere il ruolo di essere un buon ponte. Si è progettata sempre come una fiera del Levante,  guardando più al Mediterraneo che ai paesi balcanici. Io che auspico un’Europa adriatica, un pezzo di Europa che aiuti il resto della Unione a misurarsi con il Mediterraneo, auspico che la Fiera possa svolgere un ruolo in questa costruzione. Abbiamo bisogno di portare in Europa quei paesi europei che sono nei Balcani, ma che non sono ancora nella Unione. L’Europa ha bisogno di quel pezzo di Europa che sta nell’Adriatico e che guarda al Mediterraneo. Spero veramente che la Fiera del Levante possa contribuire a questo nostro progetto.

Vincenzo LEGROTTAGLIE

Mediterraneo/ Card. Bagnasco. La Cristianofobia serpeggia in Medio Oriente e non solo


di Daniele Atzori (AGI, 27 GEN 2011) – Nella prolusione di lunedi’ 24 gennaio al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Bagnasco non si e’ solo occupato di vicende italiane, ma ha anche denunciato la crescente cristianofobia che serpeggia in Medio Oriente e non solo.

Il Cardinale ha, infatti, illustrato lo “stillicidio di situazioni persecutorie” che “hanno i cristiani come vittime designate”. Il Cardinale ha anche ricordato che il cristianesimo, in Medio Oriente, e’ tutt’altro che una religione importata, poiche’ anzi le radici della cristianita’ sono proprio in questa tormentata regione.

E’ quindi un paradosso che sempre piu’ spesso i cristiani del Medio Oriente siano visti e percepiti come una presenza estranea, come una sorta di quinta colonna dell’occidente innestata all’interno del mondo islamico. Purtroppo, lo “stillicidio di situazioni persecutorie” e’ sostenuto da ideologie islamiste radicali che presentano i cristiani come agenti del nemico da combattere e da estirpare dal Medio Oriente. Proprio per questo, essi divengono sempre piu’ frequentemente oggetto di odio ma anche di aperta violenza, soprattutto durante le festivita’ e le celebrazioni liturgiche. La stessa Alessandria d’Egitto, teatro della strage di cristiani di Capodanno, e’ una citta’ di antichissima presenza cristiana. La Chiesa di Alessandria fu fondata, secondo le tradizioni cristiane orientali e occidentali, dall’evangelista Marco, e il Patriarcato d’Alessandria fu per secoli uno dei principali centri della cristianita’.

Quando il Sommo Pontefice ha levato la sua voce per condannare l’attentato di Capodanno ad Alessandria, nel quale sono morti ventitre’ cristiani, l’imam Ahmad Al Tayeb ha denunciato l’intervento del Papa come un’inaccettabile ingerenza negli affari interni dell’Egitto. Al Tayeb e’ l’imam della moschea egiziana di Al Azhar e dunque una delle massime autorita’ dell’Islam sunnita. La situazione dei cristiani in Egitto non sarebbe, in sostanza, una questione che riguarda la Chiesa, che pur si proclama cattolica, cioe’ universale.

Nei secoli, le comunita’ cristiane che vivono nel dar al Islam (i territori nei quali l’Islam e’ la religione prevalente) sono state riconosciute dal punto di vista legale. Ma, come afferma il Professor Giorgio Vercellin nel suo classico “Istituzioni del mondo musulmano”, “tale riconoscimento non implica affatto l’eguaglianza tra musulmani e non musulmani, in quanto i primi grazie alla Rivelazione coranica e alla scelta compiuta da Dio a loro favore detengono la Verita’ ultima e sono percio’ superiori ai fedeli di altre fedi”. Le minoranze non musulmane potevano quindi scegliere tra la conversione all’islam e la dhimma, cioe’ “il riconoscimento di un’ineguaglianza acclarata, permanente e ammessa da entrambe le parti in causa” che si estrinsecava tra l’altro, nel pagamento di un’imposta, la jizya, che esprimeva “una forma di capitazione esprimente appunto la soggezione di un individuo”.

Oggi, nel XXI secolo, i cristiani del Medio Oriente sono molto spesso discriminati, ove non apertamente perseguitati. Anche nei paesi apparentemente piu’ liberali, nei quali cioe’ i cristiani hanno una sia pur limitata liberta’ di culto, l’eventuale conversione di un musulmano al cristianesimo porta a conseguenze terribili.

Perfino la Giordania, che e’ uno dei paesi apparentemente piu’ tolleranti del Medio Oriente, offre esempi drammatici a riguardo. Come riportato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, la conversione di un musulmano al cristianesimo lo trasforma, dal punto di vista legale, in apostata. Qualora un qualunque cittadino denunci per apostasia un musulmano convertito al cristianesimo, i tribunali islamici hanno la facolta’ di annullare il matrimonio del convertito, negargli la patria potesta’ trasferendo la custodia dei figli a un altro membro musulmano della famiglia e possono infine privarlo di molti diritti civili.

Cio’ e’ quanto e’ accaduto, per esempio, al cittadino giordano Muhammad Abbad Abbad. Convertitosi dall’Islam al cristianesimo, il 22 aprile del 2008 Abbad e’ stato dichiarato apostata, il suo matrimonio e’ stato annullato ed e’ stato inoltre condannato a una pena detentiva per “disprezzo della corte”. Abbad e la sua famiglia sono fuggiti dalla Giordania e il governo ha emesso un mandato di arresto. Sempre in Giordania, tra il 2007 e il 2008, circa trenta cittadini stranieri, membri di chiese evangeliche e residenti in Giordania, sono stati espulsi dal paese, alcuni di essi dopo essere stati interrogati e detenuti.

Questo e’ cio’ che avviene in un paese moderato e filoccidentale; in altri paesi, come la Mauritania e l’Iran, la conversione al cristianesimo e’ formalmente punita con la morte. In Arabia Saudita, Yemen e Maldive i cristiani, anche stranieri, non possono praticare la propria fede, se non segretamente: sono le nuove catacombe.

La lettura del 2010 Report on International Religious Freedom, disponibile sul sito internet del Dipartimento di Stato USA, suffraga coi fatti l’affermazione del Cardinale Bagnasco secondo cui i cristiani “da tempo sono diventati il gruppo religioso che deve affrontare il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede”.

L’associazione internazionale Open Doors, che sostiene i cristiani perseguitati nel mondo, ha appena pubblicato la World Watch List 2011 dei paesi nei quali essere cristiani e’ piu’ pericoloso: tra i primi dieci, ben otto sono a maggioranza musulmana.

Gli esempi purtroppo abbondano. In Iraq, il terribile massacro del 31 ottobre, nel quale sono stati uccisi in chiesa piu’ di 50 cristiani, ha rappresentato solo la sanguinaria apoteosi di un generale clima di violenza e persecuzioni. In Egitto, la minoranza copta e’ sempre piu’ vittima di discriminazioni e di attacchi. In Pakistan, la condanna a morte della cristiana Asia Bibi, accusata di blasfemia, e’ sintomo di una drammatica crescita dell’intolleranza religiosa. In Malaysia, paese in cui ai cristiani era stato proibito di chiamare Dio con l’espressione Allah (termine arabo da sempre usato anche dai cristiani), le chiese cristiane sono state recentemente oggetto dell’ira delle folle. In Turchia, il martirio di padre Santoro e del vescovo Padovese ci ricorda come la cristianofobi’a sia giunta anche ai confini dell’Europa.

Molti cristiani del Medio Oriente, spaventati da quello che considerano un imminente genocidio, stanno fuggendo dai propri paesi. Sono molti coloro che pero’ non se lo possono permettere. Naturalmente, vi sono anche moltissimi cristiani che, nonostante tutto, si rifiutano di abbandonare le loro case.

Come ha affermato il Cardinale Kurt Koch a Radio Vaticana, per il mondo occidentale e’ “della massima urgenza prendere coscienza della moderna persecuzione dei cristiani”. Infatti, cio’ che amareggia i cristiani del Medio Oriente, forse ancora piu’ delle persecuzioni e delle discriminazioni, e’ l’indifferenza con cui tanti cristiani d’occidente rispondono al loro disperato grido d’aiuto.

Gennaio 2011