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Oltre l’Adriatico/ Il VI corso di Cesforia, intervista al prof. Franco Botta, Università di Bari


di Vincenzo Legrottaglie – Bari. Si è concluso da poco il VI corso di relazioni interadriatiche promosso dall’Università degli Studi “Aldo Moro”, Regione Puglia Assessorato al Mediterraneo e alla Cultura. Per quasi due settimane docenti e studenti italiani e dei Balcani Occidentali si sono confrontati nel capoluogo pugliese sull’avvincete tema: “Raccontare e costruire un’Europa Adriatica”. A conclusione dell’evento la redazione di “Rassegna Stampa Militare” ha voluto approfondire le tematiche di oltre Adriatico con l’organizzatore principale del corso, il professor Franco Botta, docente di economia e politica del lavoro presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Bari e attualmente presidente del CESFORIA (centro di studi e formazione nelle relazioni interadriatiche).

Il corso è stato realizzato anche grazie all’impegno profuso dal comitato organizzativo composto da: Vito Buono, Antonella Strisciuglio, Marco Di Sapia, Giovanni Calabrese, Natale Parisi e M. Irene Paolino.

1) D. (Legrottaglie) Come nasce il Cesforia?

R. (Prof. Botta) Sono un docente di politica economica. Ho dedicato particolare attenzione alle questioni dello sviluppo ed ho molto lavorato sulla Puglia. Ho pensato che la fine della separazione tra le due rive potesse essere una buona occasione per fare sviluppo. Quando i nostri vicini sono tornati si è intensificata la possibilità di fare scambi e di andare in quei paesi, a partire dall’Albania, e per loro di tornare in Italia.  Mi è sembrato che potesse essere una buona occasione, perché ho molto lavorato sull’idea che la prossimità possa essere una risorsa. Quando si è vicini ci si conosce. Si possono avere rapporti di buon vicinato o rapporti più intensi. Da questo nasce l’idea. Ne ho parlato con i presidi di due facoltà dell’Università di Bari: quello di scienze politiche e di lingue e letterature straniere che sono i soggetti promotori di Cesforia. Sono loro che mi hanno dato una mano sulla possibilità di un centro che lavorasse proprio sulle relazioni interadriatiche per creare un luogo di incontro, di scambio di idee.

2) D. Come si concretizza in realtà l’incontro tra le due sponde dell’Adriatico?

R. Una delle prime idee che ci è venuta è quella di offrire in Italia uno spazio per gli studenti che lì facevano fatica a parlarsi. Lei sa che gli albanesi e i serbi non si parlano, ma anche i croati e i serbi, idem i macedoni e gli albanesi. Abbiamo pensato di organizzare un corso di  due settimane in Italia usando la nostra lingua, la lingua italiana per incontrare studenti, per parlare e per fare in modo che loro si parlassero e questo ha funzionato benissimo. Siamo già al sesto anno di questo corso. E’ un corso riservato agli studenti della riva orientale che conoscono l’italiano. Aver scelto l’italiano è una risorsa, ma nel contempo un limite. E’ una rete che si costruisce in primo luogo con gli istituti di italianistica di quei paesi e loro ci aiutano a selezionare gli studenti. Noi chiediamo studenti che non siano solo studenti di facoltà letterarie, economia, scienze politiche, giornalismo. Ogni anno c’è sempre un’apprendista giornalista. Progressivamente abbiamo capito che non si trattava di far conoscere loro la nostra cultura, ma che sempre di più avremmo potuto lavorare sulle relazioni interadriatiche.

3) D. Da quanti anni è nato il Cesforia?

R. Siamo partiti come facoltà di scienze politiche e di lingue e letterature straniere poi progressivamente è nato il Cesforia. Il centro è nato da due anni. Poi, finalmente siamo riusciti ad avere l’adesione della Regione Puglia che ci aiuta a finanziare l’iniziativa. Agli studenti che vengono qui noi offriamo vitto e alloggio, ma chiediamo loro di pagarsi il viaggio.

4) D.. Quali sono stati i punti di forza del VI corso di relazioni interadriatiche?

R. Ogni corso ha un tema monografico; ha una questione che sta al centro del lavoro che svolgiamo. Quest’anno era costruire e raccontare l’Adriatico. E’ stato molto interessante poiché abbiamo colto una minore tensione verso le questioni nazionali e come se sull’altra sponda si avesse più voglia di parlare di Europa, di relazioni tra le due sponde. In alcuni anni abbiamo avuto un po’ di difficoltà: le questioni albanesi, le questioni del Kosovo, della Serbia creavano tensione dentro. La novità è che questo nostro corso attira sempre di più anche studenti italiani. Ormai abbiamo una forte domanda di uditori, di giovani studenti che sono incuriositi dalle questioni adriatiche.

5) D. Se avete percepito minori tensioni interetniche e statali non crede che questo sia dovuto al ricambio generazionale? A vent’anni dell’inizio delle guerre nei Balcani i giovani di oggi possono non avere ricordi di quegli avvenimenti tragici?

R. Si, certamente. Questo lo si coglie negli studenti che provengono dalla ex Jugoslavia. Quest’anno era molto bello. I serbi, i croati, i macedoni parlavano tra di loro facilmente in quella lingua che ormai non esiste più: il serbo-croato. Adesso c’è un grande impegno affinché il Montenegro abbia il montenegrino e la Croazia usi  la sua lingua. Malgrado questi sforzi per creare una separazione gli studenti erano lì tutti insieme e chiacchieravano in una lingua che li unisce ancora. Con gli albanesi è un po’ più complicato. Loro devono parlare necessariamente in italiano se vogliono intendersi con gli slavi.

6) D. Le edizioni Besa Controcorrente divulgano in italiano gli scrittori balcanici. Questo vi aiuta nella vostra missione?

R. Livio Muci, che è editore di Besa, ha una storia più lunga della nostra. Lui è un editore avventuroso. Livio è stato in Albania in anni difficili. Ha molto lavorato ed ha messo su una casa editrice prima nel Paese delle Aquile e poi in Italia; si è sempre occupato in modo particolare di letteratura albanese. La sinergia nasce dal fatto che da qualche anno lavoriamo anche insieme. Lui prima di noi aveva dedicato attenzione l’Albania e a quei paesi. Abbiamo fatto spedizioni insieme nella penisola balcanica. Muci è davvero una persona di grande fascino e uomo intelligente e curioso. E’ un imprenditore vero che scopre talenti.

7) D. La sorpresa di quest’anno è stata la presentazione di un’antologia sulla letteratura macedone. Come è stato divulgare la letteratura macedone ai pugliesi?

R. Non è stata la prima volta. L’anno scorso per esempio abbiamo presentato la letteratura montenegrina e Besa ne sta preparando altre. Non c’è stata l’emozione della prima volta. C’è stata invece una conferma della bontà di questa operazione. Io credo che per essere buoni vicini bisogna conoscersi. Queste antologie che Besa promuove sono ottime occasioni per conoscere una letteratura che è molto intrigante ed interessante.

8) D. I paesi della ex Jugoslavia si presentano ancora nell’immaginario collettivo come un luogo di sofferenza, un luogo pericoloso in cui forse è meglio non andare con riferimento a questioni internazionali ancora non risolte. Invece, si scopre che oltre Adriatico ci sono poeti, scrittori, registi e un grande fermento culturale. Non crede che questo vostro corso contribuisca ad abbattere i pregiudizi?

R. C’è una scarsa attenzione nei confronti di questi paesi. Noi con il nostro corso contribuiamo a fornire informazione e quindi facciamo un lavoro utile. La verità è che gli scambi tra le due rive sono ormai molto intensi e miglior, rispetto al passato. Chi fa turismo nautico racconta che i rapporti con i croati siano in qualche modo più distesi rispetto a qualche anno fa. Io conosco parecchia gente che prima preferiva andare in Grecia con la propria barca anziché in Croazia, perché diceva che i greci erano più cordiali, ma ora ha cambiato idea. Forse perché ci si conosce meglio, forse perché l’Italia ha rinunciato a qualunque ambizione territoriale, certo è che  i rapporti tra i croati e gli italiani sono molto migliorati. Chi poi frequenta quei paesi scopre come la situazione è interessante, piacevole sia per vacanza che per fare impresa. I dati economici dicono che il commercio estero, le importazioni e le esportazioni sono davvero molto significative. Per un paese come l’Albania, la Puglia è certamente ai primi posti per la presenza di imprese e tutti raccontano che si lavora bene con gli albanesi.

9) D. L’autovettura Fiat 500 Lounge viene prodotta in Serbia. Lei come vede lo sviluppo serbo alla luce della delocalizzazione di imprese italiane e internazionali?

R. La delocalizzazione delle imprese e gli investimenti esteri, la presenza italiana in tutti quei paesi è ormai una realtà consolidata. La novità di questi anni sta nel rilancio di una forte presenza che c’era già nel passato. Quindi non è una novità assoluta. Credo che sia una cosa interessante che si intensifichino le relazioni economiche con questi paesi. I problemi ci sono, ma sono legati non tanto agli investimenti in Serbia ma al fatto che bisognerebbe fare investimenti anche in Italia. Cosa che la Fiat in questi anni non ha fatto. Penso che bisogna costruire buone relazioni con i nostri vicini. Gli economisti vedono da sempre i mercati di quei paesi e i mercati italiani come complementari. Essere complementari significa che in qualche modo i mercati e le economie possono integrarsi facilmente. I paesi balcanici hanno materie prime che noi non abbiamo ed hanno competenze che possono esserci utili. Si può lavorare bene insieme. Quando le cose hanno funzionato, quando non c’erano ostacoli politici la complementarietà ha dato il meglio di sé, ha portato buoni risultati sia da noi che nei paesi vicini.

10) D. I Balcani quindi sono un’opportunità per l’economia italiana. A Bari si è conclusa non da molto la Fiera del Levante. La 76^ edizione è stata caratterizzata dall’assenza dei paesi di oltre Adriatico. Lei in questo non vede una contraddizione?

R. La Fiera del Levante sta attraversando un periodo difficile, come tutte le fiere. Spero che la Fiera torni ad svolgere il ruolo di essere un buon ponte. Si è progettata sempre come una fiera del Levante,  guardando più al Mediterraneo che ai paesi balcanici. Io che auspico un’Europa adriatica, un pezzo di Europa che aiuti il resto della Unione a misurarsi con il Mediterraneo, auspico che la Fiera possa svolgere un ruolo in questa costruzione. Abbiamo bisogno di portare in Europa quei paesi europei che sono nei Balcani, ma che non sono ancora nella Unione. L’Europa ha bisogno di quel pezzo di Europa che sta nell’Adriatico e che guarda al Mediterraneo. Spero veramente che la Fiera del Levante possa contribuire a questo nostro progetto.

Vincenzo LEGROTTAGLIE

Balcani/ Letteratura. Macedonia Mon Amour


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di Vincenzo Legrottaglie – Per i tipi della casa editrice Besa di Nardò, in provincia di Lecce, è stato pubblicato il volume Macedonia: la letteratura del sogno a cura di Anastasija Gjurcinova. L’opera, nei giorni, scorsi, è stata presentata in una libreria di Bari e presso i Cantieri Teatrali Koreja di Lecce. Il volume abbraccia un ventennio di letteratura macedone dal 1991 al 2011 e contiene tre frammenti di romanzi, quattordici racconti e ventotto poesie.

Lo scrittore macedone Aleksandar Prokopiev.

In Macedonia per nuova letteratura si intende quella sviluppatasi all’inizio dell’Ottocento quando vi fu una rinascita della cultura e dei sentimenti nazionali come in tutti quanti i paesi dell’area. Dopo la seconda guerra mondiale si parla ancora di nuova letteratura in concomitanza della codificazione della lingua nazionale. Il volume curato dalla professoressa Gjurcinova si riferisce alla nuovissima letteratura quella nata negli anni Novanta del secolo scorso contemporaneamente ai grandi sconvolgimenti politici dei Balcani. La Macedonia è “uno stato che oggi cerca di imporsi nel senso politico ma anche culturale per stabilire le proprie posizioni nell’ambito dei paesi del Sud_Est europeo” – precisa la curatrice della raccolta. A livello internazionale ci sono problemi sul nome del paese e una contesa di confine con la Grecia. Attualmente le cancellerie stanno lavorando per accreditare la patria di Alessandro il Grande come Alta Macedonia, mentre il suo nome ufficiale continua a rimanere FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia).

A causa degli sconti etnici tra slavofoni ed albanesi, dell’instabilità politica della regione e del rischio della guerra nei pesi limitrofi, la vita in Macedonia è stata imprevedibile in questi due ultimi decenni, piena di ansie e di incertezze per il futuro, ma comunque dominata da uno spirito di viva energia ed entusiasmo. Tutto questo ha prodotto una nuova riflessione letteraria con le seguenti caratteristiche: l’ibridizzazione, la pratica ipertestuale, l’intercultura e le relazioni imagologiche.

Uno degli scrittori della “nuovissima” letteratura macedone è Aleksandar Prokopiev vincitore del premio Balkanika 2012 con il romanzo Voyeur già pubblicato in italiano da Besa. Prokopiev, incontrato dalla redazione di Rassegna Stampa Militare a Bari, ha affermato di vedere “molte similitudini tra l’Italia e la Macedonia” e ritiene che “il paesaggio della Puglia sia meraviglioso.” All’antologia lo scrittore contribuisce con il racconto Due Case tratto dalla raccolta Immagini delle vite precedenti. Il macedone era accompagnato da Livio Muci, editore salentino. La casa editrice Besa rivolge la sua  l’attenzione a quegli ambienti letterari che sono da sempre stati penalizzati dal grande circuito editoriale: il travaglio dei Balcani, il crogiuolo multietnico dell’Europa Centro-Orientale, l’allargamento agli scrittori bulgari e rumeni, l’irruzione della Turchia anche sul fronte letterario. Il volume Macedonia: la letteratura del sogno è stato realizzato grazie al Ministero della Cultura macedone, alla Società Dante Alighieri e il dipartimento di Italianistica dell’università di Skopje.

In Foto: Alcune immagini del lago di Ocrida, del centro di Skopje e dello scrittore Aleksandar Prokopiev.

Macedonia/ Serbia. L’asterisco sul Kosovo che piace alla Macedonia


di Valentina Di Cesare – Dopo la decisione di Bruxelles (seppur ritardata dall’intervento della Romania sulla minoranza romena in Serbia) che ha conferito a Belgrado lo status di candidato all’ingresso nell’Unione Europea, è tornata nuovamente in auge la nota questione del Kosovo.

Tadic nonostante l’intenzione di proseguire il dialogo con Pristina sull’energia, le telecomunicazioni e la libera circolazione del personale Kfor ed Eulex, ha dichiarato apertamente di non potere nè volere mai riconoscere l’indipendenza delKosovo. Dopo la lunga maratona con cui i governi serbo e kosovaro hanno raggiunto l’accordo sulla rappresentanza regionale e sui valichi di frontiera, un piccolo asterisco sul nome del Kosovo sarà il passpartout di Pristina nei forum internazionali, finora delegati all’Unmik, un asterisco che, come nelle note dei libri di scuola, rimanderà alla nota Risoluzione 1244 e al parere della Corte Internazionale sulla dichiarazione d’indipendenza del
Kosovo.

Il successo di un simbolo, “grottescamente” in grado di mettere d’accordo per motivi opposti e sotto differenti interpretazioni le autorità serbe e kosovare, è sembrato alla Repubblica di Macedonia un buon esempio da seguire per tamponare l’annosa disputa del nome che coinvolge Skopje e Atene da più di vent’anni. Il presidente macedone Ivanov, lamentando la mancata collaborazione dei greci nei dialoghi di risoluzione, si dice molto ansioso per l’ingresso della Macedonia nell’Unione ritardato dalla vicina Grecia, che ad Ivanov sembra troppo refrattaria ad una tregua; la Macedonia fa da spettatore agli accordi serbo-kosovari o a quelli meno recenti croato-sloveni e si dice delusa di come tutto ciò non sia possibile con la Grecia. Per accelerare il processo di adesione all’UE ed alla NATO perciò il governo macedone ha pensato alla soluzione dell’asterisco anche perchè secondo Ivanov non è più tollerabile che sia la questione del nome a ritardare un processo così importante per la Macedonia come l’ingresso nell’UE.

Neanche nel summit della NATO previsto a Chicago per il mese di maggio 2012 infatti, è stata inserita in agenda la questione della Macedonia, mentre la disputa sul nome è stata nuovamente discussa dai due primi ministri greco e macedone nei giorni scorsi a Bruxelles ma la Macedonia sembra non aver affatto intenzione di indietreggiare sulla questione che secondo il primo ministro Gruevski è in linea con la propria storia ed è l’unico nome che il piccolo stato dell’Europa meridionale potesse scegliere dopo la dissoluzione della Jugoslavia.

Dalla Grecia il premier Papademos aveva già fatto sapere che l’urgenza della situazione interna, non avrebbe permesso ai greci almeno nell’immediato futurodi concentrarsi sulle dispute relative al nome, e sulla soluzione dello strategico asterisco.  [ http://eastjournal.net ]