Archivi tag: Dossier “BosniaErzegovina”

Bosnia/ 3 Settembre 1992. Commemorazione dei Caduti del “Lyra 34”


La Presidente della Camera dei Deputati ha reso omaggio ai Caduti dell’Aeronautica Militare

09/07/2015 Sarajevo– Su una cima del Monte Zec, ad ovest di Sarajevo, si è svolta la cerimonia di deposizione delle corone di fiori al Monumento alla memoria degli Aviatori del “Lyra34” dell’Aeronautica Militare, che caddero il 3 settembre del 1992 durante il conflitto in Bosnia Erzegovina (BiH).

La cerimonia e’ stata presenziata dalla Presidente della Camera dei Deputati, On. Laura Boldrini, accompagnata dall’Ambasciatore d’Italia a Sarajevo, Dott. Ruggero Corrias, insieme al Ministro della Difesa BiH, Marina Pendeš. Hanno partecipato, inoltre, l’addetto militare presso l’Ambasciata d’Italia a Belgrado, colonnello E.I. Paolo Pappalardo ed il SNR ITA (Senior National Representative) accompagnato dalla delegazione italiana impegnata nella missione Operation ALTHEA presso EUFOR HQ (European Union Force HeadQuarters) in Sarajevo di Camp Butmir BiH (Bosnia Erzegovina).

L’iscrizione, incisa nel granito del Monumento a lettere cubitali, recita: “In memoria di Marco Betti, Marco Rigliaco, Giuseppe Buttaglieri e Giuliano Velardi Medaglie d’Oro al Valor Militare, Caduti perche’ vivano gli altri – Cieli BiH, 3 settembre 1992” e continuando, trascritto anche in lingua bosniaca-croata e serba: “… La 46 ma Brigata Aereanel solco di un’eroica tradizione di guerra e pace, consacrata dal sacrificio degli equipaggi caduti nell’adempimento del dovere, ha scritto pagine di storie che costituiscono glorioso patrimonio di virtu’ militari che hanno dato lustro e prestigio all’Aeronautica Militare e all’Italia”.

IL velivolo G-222 della 46^ Brigata Aerea di Pisa, il “Lyra 34″, che trasportava aiuti umanitari destinati alla popolazione di Sarajevo sotto assedio, venne colpito da due missili terra-aria nei pressi della cima del Monte Zec dove persero la vita i due Ufficiali ed i due Marescialli.

Il contingente italiano a Camp Butmir Sarajevo, arrivato nel dicembre del 1995 con la Forza di pace a guida Nato (IFOR/SFOR) per far applicare l’accordo di pace di Dayton, dal dicembre 2004 e’ stato ridotto significativamente, continuando ad operare nell’ambito della Forza europea di ricostruzione e stabilizzazione, EUFOR. L’Italia e’ presente con alcuni ufficiali e sottufficiali dell’Esercito e dell’Aeronautica militare sia nel comando dell’EUFOR sia nel quartier generale della NATO di Sarajevo. L’operazione EUFOR Althea in Bosnia Erzegovina, permette di migliorare  costantemente il livello di sicurezza generale, grazie anche al contributo dei militari italiani, avviando il Paese verso l’integrazione europea ed euro-atlantica.

 

Bari/ Arti figurative. La rassegna delle artiste di origini slave


Vincenzo Legrottaglie

Vincenzo Legrottaglie – Negli anni Settanta del secolo scorso nel Castello Svevo di Bari si svolse una grande mostra di arte naif. Quella fu una delle poche suggestioni che all’epoca venivano dai Balcani. In quegli anni il capoluogo pugliese aveva dimenticato di avere un porto e l’Adriatico si era trasformato in un lago in cui si viaggiava più lungo le coste nazionali che in diagonale da una sponda all’altra, in barba alle teoria di Fernand Braudel sull’area mediterranea come luogo di confronto, di scambio e di fusione di civiltà differenti.

Mostra – Colonnato Provincia Bari

Il Venerdì all’improvviso accadeva qualcosa, arrivava a Bari un traghetto carico di cittadini jugoslavi che si intrufolavano nel borgo antico  e acquistavano molte merci. All’epoca il centro storico svolgeva ancora le sue funzioni di bazar e di spazio commerciale diffuso per chi voleva spendere a prezzi convenienti. Questi ricordi sono riaffiorati tutti durante una mostra di pittura tenuta nel colonnato della Provincia in cui si esponevano, tra le altre, le opere di Aldina H Baganovic Todorovic e di Kristina Milakovic.

Aldina è nata a Bijeljina (ex Yugoslavia), oggi Bosnia Herzegovina nel 1963. I suoi genitori sono slavi, esattamente bosniaci. Ha finito la scuola superiore, il ginnasio, a Bijeljina e poi si  è  iscritta agli studi di medicina sempre in Bosnia. Nel 1990 si è sposata con l’ingegnere Mladen Todorovic, nato a Bijeljina, che viveva e lavorava a Belgrado. Con il matrimonio ha cambiato il suo cognome in Todorovic. Si è trasferita nella capitale serba e ha continuato lì gli studi per un breve periodo.

La liberta’, Acquerello,70x100cm. Autore: Aldina H Baganovic Todorovic

Nel 1991 il marito si trasferisce in Italia (Valenzano) per fare un master. Nella primavera nel 1992 è venuta in Italia con il figlio per una visita al marito e non è più tornata in patria finché la guerra non è finita. Si è laureata in Terapia della riabilitazione nel 2000 presso Facoltà di Medicina e Chirurgia a Bari, ha seguito un  master biennale a Roma presso Sipea Onlus conseguendo il titolo in “Il Counseling nella relazione d’aiuto e nelle tecniche espressive” nel 2011. Adesso sta concludendo la Specializzazione in Arti Terapie – Linguaggio Artistico Espressivo a Roma. Lavora presso la Cooperativa Studi Interventi Socio Educativi; Comunità Riabilitativa per la Riabilitazione Psichiatrica a Triggiano dal 2006. Attualmente è solo cittadina italiana, con la cittadinanza è dovuta ritornare al suo cognome paterno H Beganovic (H significa Hadzi).

Sui temi cari a “RSM” e sulle vicende inerenti alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia Aldina H Beganovic Todorovic ha dichiarato: “Nella mia famiglia ci sono sempre stati matrimoni misti tra appartenenti ai vari popoli e nazioni: Serbi, Croati, Ungheresi, Turchi, Albanesi, Americani, Austriaci, Macedoni e Tedeschi. Essere Bosniaco-musulmano o Bosniaco-serbo-ortodosso o Bosniaco-croato-cattolico indica semplicemente l’orientamento religioso che è una questione personale che può anche cambiare nel percorso della vita, quindi non ritengo opportuno suddividere i popoli della ex Yugoslavia e della Bosnia, che fino a poco tempo fa hanno vissuto insieme nella pace e nella fratellanza” – ha concluso l’artista.

I gioielli delle montagne,acrilico,70x10cm. Autore: Aldina H Baganovic Todorovic

Aldina ha esposto quattro opere nella sede della Provincia di Bari: La Libertà, Whenyou hit colors, Spirale colorata, I gioielli delle montagne.

I suoi dipinti sono particolarmente audaci per l’uso del colore, che si addensa nel dare vita a forme naturali dal sapore idilliaco e poetico. In particolare predominano i verdi e i blu, colori che spingono a riflettere e a sognare, cosicché lo spettatore intuisce la profondità dell’essere della pittrice. Le pennellate sono sicure ma mai violente, poiché la poesia della sua arte passa attraverso il connubio tra reale e irreale, colore e forma, sensibilità ed emozione. Si nota, infatti, la necessità da parte dell’artista d’imporre una sostanza materiale alle proprie emozioni individuali, di rivolgere le proprie ricerche non tanto alle tecniche pittoriche, quanto alle realtà intime ed emozionali. Aldina Todorovic compie, dunque, un viaggio personale all’interno del suo Io e l’osservatore la insegue ammaliato dall’incantesimo esercitato dalla sua pittura fortemente suggestiva (dott. Nadine Giove).

Aldina è un’artista ecclettica anche nell’approccio alle nuove tecnologie tanto che a maggio 2012 ha partecipato ad un concorso on line Art Takes Times Square a NewYork City e ad un concorso on line SEE.ME sempre nella Grande Mela.

Paesaggio urbano, acrilico su tela. 80x40cm. 2012. Autore: Kristina Milakovic

Altra presenza importante a Bari è stata quella di Kristina Milakovic  che si definisce “un’artista europea, dicittadinanza italiana, operante e residente a Roma”. Kristina è nata nel 1976 nella Città di Belgrado, in quel tempo capitale federale della Repubblica Socialista Jugoslava. Dal 1993 al 1994 studia presso l’atelier della pittrice Etela Merc a Belgrado. Qui nel 1994 consegue il Diploma della Scuola Superiore di Architettura. Dal 1994 al 1995, sempre nella Città Bianca (altro nome di Belgrado), frequenta il Corso di Scultura del professor Milan Rakocevic e il Corso d’Iconografia Bizantina del professor Slobodan Vitkovic.

Dal 1996 è presente in Italia presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, e dal 1997 si trasferisce a Roma. Qui si scrive al quadriennio dell’Accademia di Belle Arti e studia presso la 1^ Cattedra di Pittura del Professore Nunzio Solendo, dove ha maturato la sua esperienza artistica e culturale, perfezionando la sua naturale attitudine di immagine creativa. Nel 2003 a compimento degli studi, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, con la valutazione di 110/110 consegue il Diploma di Laurea in Pittura. Dal 2010 svolge la propria attività nel territorio del Primo Municipio. E’ una dei soci fondatori e coordinatrice dell’associazione culturale Saman con galleria d’arte sita in via Giulia 194/a, nell’Urbe.

Nel corso della sua carriera ha partecipato a numerose mostre tenutesi a Roma, Caserta e Milano, nel Lazio, Umbria, Toscana, in Cina e Stati Uniti d’America. A Bari ha presentato una sola opera dal titolo Paesaggio Urbano che rappresenta un’area industriale dismessa come quelle che si vedono nei paesi una volta appartenenti al blocco socialista. Colpisce l’astrazione lirica, la concentrazione emotiva, la spontaneità improvvisa. Il fiume giallo indica l’ennesima violenza all’ambiente in un paesaggio da archeologia industriale.

L’artista Kristina Milakovic propone e dispone un’interpretazione soggettiva della natura e della mente, dei luoghi di memoria strutturati con segno e disegno compositivo, con accurata materialità cromatica, nella formale realizzazione originale di eco architettonica, naturalistica nella scelta iconografica bidimensionale di potente delicata suggestione riflessiva emergente dal proprio inconscio, palesemente cripto, nel silenzio assordante della creatività artistica (prof. Nunzio Solendo).

Ammirando le opere di Aldina e di Kristina e percependo la profonda sensibilità delle artiste ritornano alla mente le parole scritte da Ivo Andrić (premio Nobel per la letteratura nel 1961) in Ex Ponto: “ E tutto quello che guardo è poesia e tutto quello che tocco è dolore”.

Vincenzo LEGROTTAGLIE

Bosnia/ Minacce alla Jolie per il film su guerra.


Minacce alla Jolie per il film su guerra in Bosnia.
È IL SUO DEBUTTO DA REGISTA. LA PELLICOLA PRESENTATA LUNEDÌ AL FESTIVAL DI BERLINO

Auto rovinate e messaggi offensivi anche al resto del cast di «In the Land of Blood and Honey»

MILANO – Angelina Jolie ha ricevuto delle minacce per il suo primo film da regista «In the Land of Blood and Honey» (Nella terra del sangue e del miele), che ricorda al mondo gli orrori della guerra in Bosnia cominciata vent’anni fa. Invece di scatenare un dibattito tra i bosniaci su quanto accaduto e perchè, la pellicola è riuscita a far tornare a galla le profonde divisioni del paese balcanico, che, secondo molti, si sta allontanando dallo spirito di riconciliazione per piombare nuovamente nell’instabilità, scrive The Guardian.

Da quando il film è stato presentato, lunedì al Festival di Berlino, dove ha ricevuto un premio per la pace, e alla premiere a Sarajevo davanti a 5mila spettatori martedì sera, l’attrice americana e diversi attori serbi del cast sono stati minacciati. «Mi sono state spedite delle cose, altre sono state postate online», ha rivelato al Guardian la star 36enne a Sarajevo. «Il cast non mi ha mai riferito di queste minacce, ma ho saputo da altre persone cosa stava accadendo – ha proseguito – uno di loro si è ritrovato i finestrini dell’auto in frantumi, un altro ha avuto un problema con il telefonino nel mirino degli hacker, con l’invio di e-mail offensive». «Erano pensieri terrificanti, quelli finiti in quelle righe», ha aggiunto Jolie, spiegando di avere dato agli attori l’opportunità di lasciare la regione, ma nessuno di loro ha accettato.

English: Angelina Jolie and Brad Pitt at the C...
Image via Wikipedia

NIENTE PRIMA – La compagna di Brad Pitt – scrive il Guardian – ha rinunciato a partecipare alla prima nella capitale serbia, Belgrado, smentendo che ciò abbia a che fare con le minacce. «Non sono tanto le minacce fisiche a disturbarmi – ha spiegato – il fatto è che non voglio che un film come questo sia usato in modo strumentale, soprattutto in questo anno elettorale (sono in programma le amministrative, ndr), mentre la gente ha deciso di etichettarlo senza averlo visto, per incitare alla violenza e alle aggressioni». «Nel paese del sangue e del miele» è un ritratto brutale, spesso scioccante della guerra nella ex Jugoslavia. Racconta la storia d’amore tra una donna bosniaca e un militare serbo, ma mostra anche le esecuzioni sommarie e gli stupri sistematici di donne croate e musulmane da parte dei militari serbi (fonte: TmNews).

——–

MarieClaire.it/ Intervista esclusiva ad Angelina Jolie

Il volto più iconico del cinema racconta il suo film a una giornalista che sotto le bombe di Sarajevo c’era davvero.

INTERVISTE – Venerdì 27 Gennaio 2012 – Seduta in un ristorante del centro di Budapest, mi sembrava di trovarmi in compagnia di uno di quei giornalisti o cooperanti che ho incontrato nel corso degli anni, anziché accanto a una megastar del cinema. Angelina Jolie è appena tornata dalla città libica di Misurata, teatro di una delle più sanguinose battaglie della guerra civile, eppure, malgrado quello che ha visto laggiù, non sembra scossa. Mi racconta, saltando da un argomento a un altro, della sua prima esperienza come regista, dello stupro sistematico delle donne bosniache, dei viaggi in Darfur, del flusso dei rifugiati nel Corno d’Africa. «Quando vado da qualche parte voglio sempre imparare qualcosa», dice. «Mi informo, leggo, parlo con la gente. Voglio tornare a casa con la consapevolezza di cosa succede lì, in modo da poter prendere il telefono, chiamare qualcuno e cercare di fare qualcosa». Lo stesso approccio diretto e scrupoloso che ha adottato per la regia del suo primo film, In the Land of Blood and Honey, uscito a dicembre nelle sale Usa e ora in quelle europee (ma non ancora in Italia). «Molti dei miei attori hanno vissuto in prima persona la guerra», mi dice. «Ho ascoltato le loro storie e ho cercato di incorporarle nel mio lavoro». Il film racconta la storia d’amore tra un soldato serbo e una ragazza bosniaca, sullo sfondo del conflitto nella ex Jugoslavia. È difficile non ammirare Jolie dopo averlo visto.

Alle tre del mattino, dopo aver parlato soprattutto degli orrori della guerra serbocroata – scoppiata nel ’91 con lo smembramento della Jugoslavia e finita nel ’95 lasciando sul campo quasi centomila morti – è spuntata la sua guardia del corpo per ricordarle gentilmente che si era fatto tardi. Avevamo bevuto e chiacchierato per otto ore di fila; Jolie ha insistito per accompagnarmi all’hotel: «Voglio assicurarmi che arrivi sana e salva».Quando ero inviata di guerra, durante l’assedio di Sarajevo, ho visto musulmani, serbi e croati, da sempre amici, prendersela brutalmente l’uno con l’altro. Ho visto la pulizia etnica, le case incendiate, i rifugiati che fuggivano dal paese, per strada ho visto un cane correre con in bocca la mano di un uomo. Ammetto di essere andata a vedere il film con un velo di diffidenza, pronta a scoprire eventuali dettagli inautentici. Altre pellicole sulla Bosnia mi avevano irritato e infastidito: perché il regista non si era documentato più a fondo? Perché non si riusciva a raccontare la storia vera di quella guerra crudele?

Sono uscita dalla proiezione davvero impressionata. Nell’aprile del ’92, quando il conflitto ha travolto la Bosnia, Angelina Jolie aveva appena 17 anni: come ha fatto a catturare così perfettamente l’orrore di una guerra che ha colpito in modo brutale e indiscriminato soprattutto i civili? «All’epoca non avevo idea delle dimensioni dell’atrocità», ammette con onestà Jolie. Ma il suo lavoro come ambasciatrice di pace dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati l’ha esposta alla difficile situazione dei bosniaci e alle sue perduranti conseguenze. Le donne violentate negli infami “campi di stupro” in Bosnia ancora soffrono le ricadute emotive del trauma; questo punto l’ha toccata nel profondo. Così Jolie, che ha sempre interpretato i suoi personaggi con spaventosa intensità, si è messa a leggere tutto ciò che poteva sulla guerra nell’ex Jugoslavia.Ha ricostruito la città di Sarajevo, vittima del più lungo assedio della storia moderna, esattamente come la ricordavo: i convogli umanitari abbattuti dai miliziani croati, la giovane vittima di stupri che impazzisce lentamente, i cecchini che mirano al padre e al figlio che attraversano un ponte. Il film descrive l’isolamento di quella guerra. Ricordo i bombardamenti intensi, il freddo e la fame, le passeggiate con la paura dei cecchini.

Ho visto bambini colpiti per aver costruito un pupazzo di neve. Ho visto anziani abbandonati nelle case di riposo sul confine morire nei loro letti. All’inizio della guerra gli Stati Uniti si tenevano alla larga, lo consideravano un mero problema dell’Europa, una lotta maledettamente complicata tra fazioni in eterno conflitto (cristiani contro musulmani, serbi contro croati). Quando la guerra si è allargata a Croazia, Bosnia e Serbia, sono entrate in gioco le Nazioni Unite. Ma è stato solo dopo l’intervento della Nato nel ’94 che le parti sono state fatte sedere al tavolo dei negoziati, dove gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo importante nel riportare la pace. Eppure la gente aveva da subito messo la bandiera americana alla finestra: «Verranno a salvarci? Quando arrivano gli americani?», mi chiedevano tirandomi per la manica. Era straziante. Il film mostra che cosa significa essere uno di loro – un poeta, un bancario, un’insegnante, una madre – e trovarsi di colpo trasformati dalla crudeltà della guerra. «Si sentivano come se il mondo li avesse dimenticati», dice Jolie. «È stato un periodo di grande dolore e io ho voluto descrivere quanto sia stata coraggiosa quella gente. Spero serva a tutti per ricordare, ma solo pochi capiranno veramente». È per questo, forse, che ha deciso di far uscire il film prima in bosniaco, con sottotitoli in inglese.L’autenticità di In the Land of Blood and Honey è merito di un cast di attori dell’ex Jugoslavia, un misto di serbi, musulmani e croati, tutti bravissimi. Molti hanno visto i combattimenti da vicino. Alma Terzich ha perso ventotto membri della sua famiglia, Vanesa Glodjo è stata ferita più volte. L’attore protagonista, Goran Kostic, viene da una nota famiglia di militari. Ermin Bravo, che all’epoca dell’assedio era ancora bambino, durante le riprese ha indossato i calzoni logori che portava il fratello combattendo per Sarajevo.

Le sfumature narrative sono importanti quanto l’autenticità degli attori. In una scena si vede una bottiglia di Slivovitz sulla scrivania del comandante: Jolie conosceva l’importanza di questo liquore di prugne con il quale gli artiglieri si prendevano solenni ubriacature, rendendo così il mattino presto, mentre dormivano, il momento migliore per attraversare la strada da loro presidiata. Descrive anche l’impotenza degli operatori di pace, obbligati per mandato a proteggere solo gli operatori umanitari e non i civili (ma ci fu chi trasgredì alle regole). «Metà è sceneggiatura, metà improvvisazione», mi spiega. «La maglietta bianca che indossa il protagonista rimaneva bianca anche durante le scene nei campi di stupro, e questo m’infastidiva». Il film non è stato esente da controversie. Nel luglio 2010, quando ero a Sarajevo per il 15esimo anniversario del massacro di Srebrenica, si sparse la notizia che Angelina Jolie e Brad Pitt fossero a Foca, nella Bosnia orientale. Quello era il teatro degli agghiaccianti “campi di stupro” dove le bosniache venivano radunate e violentate dai soldati serbi; alcune vittime mi hanno raccontato di essere state stuprate anche dieci volte al giorno. I giornali riferirono impropriamente che la Jolie voleva fare un film su una donna che si innamora del suo stupratore (per questo le fu inizialmente negato di girare a Sarajevo, ndr). In realtà è molto più complicato. È la storia d’amore di una coppia che s’incontra prima della guerra e di una donna che viene mandata nei campi. Ma è anche una storia di tradimento, di passione e, talvolta, di speranza.

I viaggi umanitari hanno dato a Jolie l’esperienza necessaria per scrivere la sua sceneggiatura, che ha richiesto «un mese di lavoro, varie revisioni, poi l’ha letta Brad, poi altre persone», ma fare anche la regia dev’essere stato un impegno non invidiabile. Con sei bambini, Jolie riesce ancora a visitare questi paesi. Viaggia leggera, senza troppa sorveglianza, usando le stesse strade accidentate, gli stessi aerei inaffidabili che prendevo come inviata di guerra. Non c’è red carpet in Libia o in Sudan. Ha realizzato Blood and Honey con 13 milioni di dollari e molta umiltà. E con lo stesso atteggiamento con cui svolge la sua missione di Ambasciatrice per le Nazioni Unite, come una studentessa. «Ho studiato. Ho osservato, ascoltato. Volevo solo raccontare la verità. Volevo rispettare la gente. Se non sapevo, chiedevo».Jolie è diversa dalle altre celeb, ha una disinvoltura naturale, un calore che trasmette anche agli attori. Durante la cena mi parla dell’amore che nutre per la sua famiglia, di come cerchi di educare i figli nella loro cultura. Di quando, single 27enne «che non aveva neppure mai fatto la babysitter», riuscì comunque a prendersi cura di Maddox. «Non sapevo se dargli un biberon o trenta – ride, – Allora chiamai mia madre». Marcheline Bertrand, attrice e produttrice morta nel 2007 a 58 annni, era molto importante per lei. Jolie l’adorava. In punto di morte le disse che aveva vissuto esattamente come aveva voluto, prendendosi semplicemente cura dei figli. «La sua bontà ha avuto un grande impatto su di me. A volte negli alberghi i fattorini mi chiedono di lei. Mia madre aveva l’abitudine di scrivere loro due righe per la nascita o il battesimo dei loro figli. Era fatta così, tutti la adoravano».Il suo film ti rimane addosso. In una scena vivida e terribile una madre lascia il figlio per correre a cercare medicine in una farmacia bombardata. Quando torna a casa lo trova morto, ucciso dai colpi di un cecchino. Le sue grida di dolore non sono recitazione: in quei giorni i bambini che uscivano per giocare nella neve venivano uccisi. Ma il cuore del film è la storia d’amore. La coppia si incontra prima della guerra, in una Sarajevo piena d’arte, musica e poesia. Attraverso i loro occhi vediamo il disintegrarsi di una società, e il male che gli uomini sono in grado d’infliggersi a vicenda.

Janine di Giovanni > Fonte: Marie Claire

Bosnia/ Processo a Mladic si aprirà il 14 marzo


E’ accusato di genocidio e crimini di guerra

Roma, 15 feb. (TMNews) – Il processo presso il Tribunale Penale Internazionale per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia (Tpi) nei confronti dell’ex capo militare dei serbi di Bosnia Ratko Mladic s’aprirà il 14 marzo. L’ha annunciato oggi il Tpi.

Il procedimento inizierà il 14 marzo 2012 con la dichiarazione preliminare dell’accusa“, hanno ordinato i giudici del Tpi in una decisione. “La procedura – continua il comunicato – prevede poi la dichiarazione preliminare della difesa, se vi sarà“.

Mladic è accusato di molti reati, tra i quali quello di genocidio e crimini di guerra, per gli atti commessi dai soldati serbo-bosniaci ai suoi ordini nella guerra di Bosnia del 1992-1995. E’ stato arrestato il 26 maggio 2011 in Serbia, dopo 16 anni di latitanza. (Fonte Afp)

Balcani/ Irruzioni. I due/Terzi del referendum per l’Europa. Anche Montenegro e Serbia presto nell’Ue


Per la foto si ringrazia http://www.spazioso.net/zagabria.html

Di Massimiliano Santalucia (http://affaritaliani.libero.it) – La grande crisi che sta attanagliando l’Europa non fa poi necessariamente così paura. Almeno questo sembra essere il parere dei cittadini croati i quali hanno votato in massa per l’entrata di Zagabria nell’Unione Europea in occasione di un referendum nazionale lo scorso 23 Gennaio. Non era un esito scontato, oltre al timore suscitato dalla crisi del debito di alcuni stati membri vi era la concreta possibilità che il sempre forte sentimento nazionalista croato alla fine prevalesse. Alcuni esponenti politici avevano descritto l’adesione a Bruxelles come una perdita dell’indipendenza conquistata 20 anni prima con la guerra nella ex-Jugoslavia e avevano sottolineato il ruolo secondario che Zagabria avrebbe potuto avere in un contesto dominato da Francia e Germania. Tali discorsi, uniti alla retorica nazionalista ereditata dal periodo post-bellico, sembrava potessero mettere in discussione l’adesione. Invece no, alla fine i croati hanno scelto l’Europa e lo hanno fatto con una schiacciante maggioranza di due terzi.

L’appuntamento con Bruxelles è stato preparato con cura, prima di veder accettata la sua candidatura Zagabria ha dovuto mostrare maggior cooperazione con il Tribunale penale dell’Aja per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia e ha dovuto riformare il suo sistema giudiziario così da renderlo compatibile con il diritto europeo. Tuttavia tali cambiamenti sono stati effettuati in tempi brevi, troppa era la voglia di Zagabria di riunirsi all’Europa a cui si è sempre sentita maggiormente legata rispetto ai suoi vicini nella regione. Benché la Croazia non sia il primo paese della ex-Jugoslavia ad aderire all’UE, il suo ingresso è un evento carico di significato. La precedente adesione della Slovenia è passata quasi inosservata in quanto il paese rappresentava la periferia della vecchia federazione jugoslava ed era stato toccato in modo marginale dalla guerra. Ma la Croazia è diversa; essa ero uno dei pilastri del sistema messo in piedi da Tito ed il suo ruolo (ancor oggi molto ambiguo) nella guerra civile fu di primo piano. Ora invece Zagabria è il primo paese balcanico ad aderire all’UE aprendo un nuovo capitolo sul tema dell’allargamento, recentemente messo in secondo piano dalla crisi.

Dopo la Croazia altri paesi della regione potrebbero entrare a far parte dell’Unione. La Serbia, che appena 13 anni fa combatté una guerra con i principali paesi europei, otterrà lo status di paese candidato a Marzo, il Montenegro dovrebbe avviare i colloqui preliminari a Giugno e la Bosnia potrebbe fare lo stesso entro la fine dell’anno. Anche in questi paesi il sentimento europeista è molto forte; la voglia di lasciarsi alle spalle l’eredità della guerra e di entrare a far parte dell’Europa più ricca esercita un forte magnetismo sulle opinioni pubbliche balcaniche. Basti pensare come, per realizzare tale progetto, la Serbia si stia impegnando in sforzi notevoli soddisfacendo molti dei requisiti richiesti e preparandosi a trattare anche sulla delicata questione del Kossovo. Ma non si tratta solo di superare il passato, ad Affaritaliani.it la professoressa Nida Gelazis esperta di Balcani ed analista presso il Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington ha spiegato anche come alcune dinamiche sociali ed economiche abbiano il loro peso. “Larghi strati della società civile nei paesi della regione si sono attivati per favorire l’adesione all’UE e alla NATO. Tali istituzioni sono viste come l’unico mezzo attraverso il quale avviare vere riforme democratiche, aprire nuovi mercati  e superare l’impasse politica che ha caratterizzato il periodo post-bellico.”

Un ruolo importante in tale determinazione potrebbe giocarlo anche la prospettiva di beneficiare degli aiuti-europei per le aree depresse, gli stessi che negli anno ottanta favorirono il boom economico in Irlanda. Tale processo di allargamento si annuncia però lento e non privo di difficoltà. Se Belgrado è sulla buona strada gli altri paesi dell’area sono ancora indietro; Macedonia, Montenegro e Albania hanno fatto dei progressi ma sono tuttora lontani dai risultati raggiunti dalla Croazia e dalla Serbia. Altri  paesi come Bosnia e Kossovo invece devono ancora risolvere le questioni legate alle loro divisioni interne le quali impediscono la creazione di un apparato statale funzionante. Tuttavia il percorso che dovrebbe portare a inglobare gran parte della regione balcanica nell’Unione Europea non sembra doversi arrestare e i potenziali vantaggi dell’allargamento a est potrebbero contribuire a superare le perplessità. “L’adesione dei paesi della ex-Jugoslavia all’UE può ripercuotersi positivamente sotto vari aspetti portando benefici reciproci sia per i vecchi stati membri che per i nuovi” aggiunge ancora la professoressa  Gelazis. “Per quelli che sono già dentro l’Unione si aprirebbero ulteriori opportunità di scambio e d’investimento in una serie di nuovi paesi. Gli ultimi arrivati, invece, verrebbero integrati in un sistema legale in cui vi sono inediti organi istituzionali grazie ai quali sarà possibile contrastare un’eventuale rinascita del nazionalismo e  risolvere le tensioni fra i paesi in modo pacifico.” E’ ancora presto per affermare se simili scenari si realizzeranno effettivamente e se l’allargamento nei Balcani sarà un successo così come lo fu quello che coinvolse ad est gli ex-membri del patto di Varsavia. L’unico dato certo per ora è che in un’Europa flagellata da una crisi che, secondo alcuni, ne metterebbe in dubbio perfino la sopravvivenza l’Unione Europea non perde ancora pezzi. Anzi, addirittura s’ ingrandisce.

Fonte: Di Massimiliano Santalucia (http://affaritaliani.libero.it)