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Roma/ Aeronautica Militare. Ricorre oggi il volo Roma-Rio de Janeiro della mitica Squadriglia “Sorci Verdi”


Per la nuova rubrica #‎AccaddeOggi proponiamo la trasvolata atlantica del 1938 da Roma a rio de Janeiro, la trovate anche sulla nostra pagina sociale Facebook.

Il 24 gennaio del 1938, alle ore 07:28, tre velivoli SIAI S.79 (I-BISE, I-MONI, I-BRUN) decollano dall’aeroporto di #Guidonia #Roma alla volta del Brasile per compiere il raid #Roma-#Rio_de_Janeiro. Gli apparecchi atterrano a #Dakar, prima tappa del volo, poco dopo le 18:00. Gli oltre 4.000 km di percorso vengono coperti ad una velocità media di 420 km/h.

La mattina seguente i tre S.79 decollano da Dakar alla volta di Rio de Janeiro. Gli equipaggi dell’I-BISE e dell’I-BRUN, dopo una navigazione disturbata sull’Atlantico da condizioni meteorologiche non favorevoli, arrivano a Rio alle 22:45, mentre l’I-MONI è costretto ad atterrare a #Natal #Brasile per problemi all’elica del motore sinistro.

Quest’ultimo partirà poi da Natal alle 11:58 del 28 gennaio e giungerà a Rio de Janeiro alle 17:42 dello stesso giorno. Il collegamento Roma-Rio de Janeiro si era svolto in 24 ore e 20 minuti di volo effettivo su una distanza complessiva di 10.000 km. Dopo il trionfo della Istres – Damasco – Parigi, la Squadriglia dei “Sorci Verdi” aveva compiuto un’altra impresa conquistando il primato di percorso Roma – Rio de Janeiro e il primato di velocità su cinquemila chilometri (420 km/h di media).

Taranto/ Marina Militare. 73ª Commemorazione in memoria dei caduti del Sommergibile Liuzzi


La Scuola Sottufficiali della Marina Militare di Taranto (Mariscuola), è intitolata al Capitano di Corvetta Lorenzo Bezzi, Medaglia d’Oro al valor Militare per una storica vicenda avvenuta durante la seconda guerra mondiale, che vide cinque cacciatorpedinieri inglesi, affondare il sommergibile Liuzzi il 27 giugno del 1940.

Oggi nella Piazza d’Armi di Mariscuola , si è svolta la cerimonia per commemorare quei Marinai che persero la vita in quel triste evento, in cui il Comandante del battello, Capitano di Corvetta Lorenzo Bezzi, mise in salvo l’equipaggio e decise di condividere la sorte del sommergibile inabissandosi con esso.

Alla cerimonia era presente un ex silurista del sommergibile, Aldo Carnevalini (classe 1920), che ha voluto ricordare l’uomo che 73 anni fa gli salvò la vita: il Direttore di Macchina, nonché Medaglia d’Argento al valor Militare, Capitano di Corvetta Gaetano Tosti Croce.

Il Capitano Tosti Croce infatti, pochi istanti prima che il battello si inabissasse e nel momento di abbandonare il sommergibile, lasciò il proprio salvagente ad un Marinaio che ne era sprovvisto, e che non sapeva nuotare, salvandolo da una morte sicura. Oggi quel Marinaio silurista era lì, per ricordare.

Kosovo/ Ri-mediare le notizie, ovvero quando le “metafore” gustose possono cambiare davvero le cose


di Antonio Conte – Ecco un nuovo tema-link per la rubrica dedicata al web “Se torni, Te lo dico!”, questa volta riguarda un interessante sito di Storia e di Viaggi, si chiama infatti “I viaggi nella Storia“. Proponiamo solo il primo dei 24 articoli, non mancano le foto, che Stefano Schiavi ha redatto nel 2000 durante il suo soggiorno in Kosovo. L’articolo che avvia la serie e che è di fatto una presentazione del suo lavoro ed insieme un manifesto su come si accinge a farlo.

Ancora una volta siamo di fronte ad un testo pieno di suggestioni, certo è comprensibile, sono suggerite dalla guerra in corso o appena finita e le tensioni sono ancora evidenti e molto vive ed attuali. Evocare le suggestioni del Kosovo, che vogliono la “terra dei corvi”, il cielo nero, e nera la terra e piena di rancore e di odio, fa sempre un certo effetto, forse colpa del primo passaparola dei portavoce e degli interpreti di area che iniziano a narrare il proprio territorio proprio dalla leggenda. non mancano testi – mi dicono – che lo presentano allo stesso modo.

Tuttavia è molto apprezzabile la lucidità del reporter nel rendersi conto delle distanze (davvero minime) del confitto dall’Italia, delle esigenze dei media televisivi di tirare su gli ascolti e terzo di fare la cronaca su quanto viene svolto della Forze Armate Italiane in area. Spesso si tratta, dice egli stesso, di “Un lavoro fatto in silenzio, con umiltà ma con grande professionalità da ragazzi e ragazze, che giorno dopo giorno ‘esportano’ in questa terra tremila anni di storia e civiltà“.

Sinceramente con Stefano Schiavi siamo concordi solo in parte; nella prima parte sì, ma nella seconda lo siamo solo per metà, e non condividiamo pienamente con la sua metafora dell'”esportare“.

Lungi dall’essere una critica al lavoro ed all’articolo di Stefano Schiavi, che invece si apprezziamo molto, questa nostra riflessione vorrebbe essere piuttosto un breve colloquio con lui ed un confronto a distanza, anche sperando in una sua eventuale risposta a dodici anni dalla stesura del suo articolo. Per cui partiamo proprio dalla sua metafora.

Egli dice “esportare” riferendosi alla “storia e civiltà” della cultura italiana di tre mila anni, forse ricollegandosi alle vicende italiane a partire dall’impero romano o ancora prima. Ma la metafora “esportare” si presta più propriamente alle merci, e cosa più importante che nell’esportare si ha uno spostamento, se si vuole uno scambio, di un bene che non sarà più nella disponibilità del primo ad esportazione avvenuta. Insomma “esportare” è un po come “dislocare”. Non si addice invece alla nostra realtà che non vede poi il nostro soldato senza “civiltà e storia”. Il bene qui si vorrebbe che fosse duplicato o clonato nel prossimo delle popolazioni serbe ed albanesi, non certo spostato. Punto secondo il bene esportato andrebbe a riempire un vuoto (o rende disponibile un qualcosa) nel luogo, o nella sede, in cui lo si esporta assumendo che chi “importa” non abbia quella particolare proprietà o utilità.

Si crede, dopo aver letto diversi reportage del tipo “mordi e fuggi” che la predisposizione psicologica e professsionale del giornalista sia la medesima. Mi chiedo quanti siano poi tornati in Kosovo, o più in generale sul proprio lavoro, per una più attenta rilettura. Quanti hanno considerato “kosovo-cosa fatta” e poi avanti per un altro Stato, per una altro Dossier, eccetera?

Ecco che allora è necessario un approfondimento sulle questioni lanciate dai “giornalisti embeded” che a seguito delle Forze Armate si sono recati in Area di Crisi. Va fatta almeno per due questioni qui annunciate proprio dalla metafora “esportare“. Ripeto non me ne voglia il giornalista Stefano Schiavi, del quale invece si loda il lavoro e non meno il coraggio.

La prima è che la metafora da per scontato, o fa credere che in Kosovo, le popolazioni che vivono in Kosovo abbiano bisogno di imparare cosa sia la “storie e la civiltà”, su questo noi non siamo d’accordo. Crediamo che essi ben sappiano cosa sia la Storia, perché è proprio quella che i serbi stanno rivendicando, ovviamente qui parliamo della propria storia (quella di loro). I serbi, infatti, nel 15 Giugno 1989, a seicento anni dalla data del 1389 giorno in cui il principe Lazar e le truppe croate e serbe hanno combatto contro il sultaro Murat perdendo, e perdendo propriamente la testa essendo stato decapitato ha segnato un punto fermo nella storia del luogo, tanto che in quel preciso punto vi è nata la Torre di Gazimestan, e proprio da quel luogo Miloscevic, ai fatti il Presidente di Serbia, piegando ai propri scopi i mito, la Storia resa suggestiva dalla leggenda e dalla poesia epica ha lanciato il suo tentativo di ripristinare l’ideale della “Grande Serbia”, ben consapevole dal valore civile della emancipazione culturale rispetto a quelle che essi credono (alla stessa maniera di chi esporta) popoli dalle non-culture e dalla non-civiltà.

Delle due l’una: da un lato si crede che la civiltà o vi è o non vi è, dall’altro che le culture siano diverse ma esistano per entrambi. Noi non crediamo che si possa avere una popolazione senza una propria “Storia e Civiltà”, siamo invece concordi nel pensare che le civiltà esistano e che siano diverse, magari non sono note, non sono conosciute, ma che esistano, non può che essere così: non si può ignorare l’uomo benché diverso da sé.

L’errore di valutazione della metafora “esportare” ci fa ricadere in un circolo vizioso, quello di voler stratificare le storie e le civiltà, assumendone la loro assenza, dove invece ci sono: eccome se ci sono. Evidentemente è proprio questa cecità che i serbi da un lato e gli albanesi dall’altro non perdonano a noi altri, dicendoci che vediamo il lato “rosa” dalla vicenda, ovvero ci soffermiamo a descrivere l’alone leggendario ed epico di questi luoghi.

E’ proprio per questa cecità, tipica di quel certo giornalismo, del tipo “mordi e fuggi”, per cui la questione del riconoscimento reciproco tra serbi ed albanesi, rimane perennemente irrisolta. Ma qui non si vuole dire che la colpa sia dei giornalisti, ovviamente. Semplicemente è sbagliato l’approccio, come è sbagliato a parere di chi scrive, proporre sempre nuovi addetti della Forze Armate, perennemente a digiuno di storia locale, di implicature culturali personali. Bene invece un pool di giornalisti/addetti all’informazione, esperti di area che si avvicendano in modo da non disperdere quanto conosciuto in termini di conoscenze dei luoghi, della storia, delle attualità e non meno dei contatti locali. Bene i convegni annuali interni e le tavole rotonde tra gli operatori. Ma a chi toccherebbe, alle Forze Armate o alla Politica?

Ma torniamo umilmente alla analisi della metafora “esportare” e tentiamo di trovare in chiusura una valida alternativa che speriamo “saporita” per tutti.

Credendo che l’approccio valido sia quello del dialogo e del confronto ci piace scegliere la metafora del “miscelare” come succede in un “caffè e latte” in cui gli ingredienti di partenza si mescolano in un terzo mantenendone tutte le caratteristiche e fondendosi in un “cappuccino”.

Ma concludiamo con il secondo finale, proponendo in alternativa la metafora del “mescolare” come si fa con “l’olio e l’aceto” in una superba insalata in cui gli ingredienti rimangono separati ma si sposano in modo eccellente, esaltandosi reciprocamente al gusto: è l'”agrodolce”.

Antonio Conte

L’articolo suggerito per la lettura: Un mese in Kosovo, tra storia e realtà (Reportage di guerra scritto nel 2000) di Stefano Schiavi. http://www.iviagginellastoria.it/rubriche-2/approfondimenti/152-un-mese-in-kosovo.html

Syria/ Suspence. Una storia avvincente e per niente scontata tra Damasco ed Aleppo


di Antonio Conte

 500 morti e oltre a Daraya? Basta alle violenze.
Assad lasci spazio alla democrazia, è l’appello del Ministro Terzi inviato ieri in Twitter.

ECCO I DETTAGLI DELLA STORIA!

 Mi chiedo come si possa resistere al coraggio di una giovane giornalista italiana che ha una gran voglia di fare bene il suo lavoro, ce ne siamo resi subito conto in Twitter tra noi pochi frequentatori di questi temi.

Per essere brava è brava davvero, ed ha scelto una strada più difficile e tormentata e tra le più dure: l’estrema ed è già oltre la ragione.

Scrive ed è in missione per una testata francese, di Parigi, è stata già giornalista RAI.

Ci facciamo compagnia per qualche giorno con qualche breve Twitter, tanto per inquadrare il tema del confronto. mi sento come nella stessa barca, Ma lei è invece tra i colpi di granata e le pallottole a Damasco, in Syria, in queste ore. Forse raggiungerà in seguito anche Aleppo o chissà quale altra città, Aleppo è verso la Turchia dove si stanno spingendo molti profughi. Le Autorità Turche – proprio oggi veniva riferito dal TG 1 RAI – chiedono aiuto alla comunità Europea che intanto non ha ancora definito una sua linea precisa d’azione a riguardo della questione di Assad.

Ieri il Ministro Terzi, dichiarava su Twitter intanto l’orrore per le fosse comuni a Daraya richiedendo “Subito un’inchiesta indipendente. Basta alle violenze. Assad lasci spazio alla democrazia.”

Ma in Francia Hollande, dal canto suo, invita l’opposizione siriana a formare un governo provvisorio: «La Francia lo riconoscerà», dice. Aggiungendo anche che l”uso armi chimiche giustifica attacco”, in alleanza con Stati Uniti e Gran Bretagna.Si riferiva ad un attacco del governo contro i ribelli. Ma invece della chimica usa l’aeronautica, mentre una nota di

Ma intanto Damasco, in cui si trovano degli italiani tra cui giornalisti e la coraggiosa Suspence, non ha pace. Si cammina tra le macerie di edifici, si percorrono vie insanguinate, magari raccogliendo sorrisi e fiori sulle mani dai bambini siriani dopo lo scapato pericolo, ci sono morti ovunque, neonati, e trincee di altri morti ammazzati dalla loro stessa gente che ora stanno al Governo di Assad.

E sprona e sprona a non essere gregge a non essere muti di fronte alla morte del l’uomo e di fronte al sopruso della donna. E neanche i bambini sono salvi, neanche i neonati; gli adolescenti li uccidono a sangue freddo, sono il futuro della Siria, è bene dunque ucciderli subito, quando ancora troppo giovani e ancora bambini, ora che non sono ancora combattenti e non hanno in corpo quell’odio rabbioso e pericoloso contro il regime e non hanno la forza di contrastare il rinculo di un mitra. Morti! Tutti in una fossa comune!

Suspence, scrive. Scrive sul blog, sulla carta, su twitter e mantiene contatti su skype. A noi le sue storie piacciono, non ciò che scopre invece. Ma occorre sapere, bisogna comprendere cosa sta accadendo e Suspence lo spiega dal suo blog che vi invitiamo a leggere, in cui spiega le immagini che potete vedere qui sotto. Ecco il link.
http://probingintelligence.wordpress.com/2012/08/26/combattere-contro-i-mulini-a-vento-a-damasco/

Grazie al suo coraggioso lavoro, noi possiamo sapere.

Antonio Conte

L’url del suo articolo su Probing Intelligence è: Combattere contro i mulini a vento a Damasco e queste sono le sue foto: https://twitter.com/#!/probingintellig/media/slideshow?url=pic.twitter.com%2FhXJcSHhh

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Kosovo/ Opinioni. Impariamo dalla storia


Map over Yugoslavia before the split with norw...
Map over Yugoslavia before the split with norwegian names (Photo credit: Wikipedia)

di Marco Mussetta – Immaginiamo una nazione, immaginiamo un despota che la governa, questa nazione è collocata geograficamente in una zona che non è ne da terzo mondo ma è comunque in un punto caldo, di equilibrio economico precario e nella quale confluiscono popolazioni con lingue diverse,cultura diversa e religione diversa…la storia insegna che alla morte di un dittatore ci sono sempre due strade, la prima porta ad un insediamento di un governo democratico (quello che avvenne in Italia dopo la seconda guerra mondiale) la seconda invece porta ad una instabilità governativa che nella peggiore delle ipotesi sfocia in una guerra civile. Immaginate questa seconda ipotesi ed avrete immaginato una realtà avvenuta 20 anni fa in una nazione chiamata Jugoslavia…per i ragazzi forse questo nome…JUGOSLAVIA dice poco o nulla…tutti conoscono invece la Serbia,la Croazia,la Slovenia,il Montenegro,la Bosnia Erzegovina,il Kosovo. Continua a leggere Kosovo/ Opinioni. Impariamo dalla storia