Archivi tag: sudan

Sud Sudan/ Appello urgente. Emergenza sanitaria! Medici Senza Frontiere lancia un appello straordinario di raccolta fondi.


di Antonio Conte – Tutte le agenzie coinvolte nell’assistenza umanitaria, a partire dall’Altro Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), devono trovare nuove opzioni per salvare la vita alle persone che si trovano a Jamam. Se ciò non accadesse, la situazione precipiterebbe, portando a ulteriori morti e sofferenze.

In uno dei campi rifugiati dell’Upper Nile State (Sud Sudan) – denuncia Medici Senza Frontiere (MSF) – il tasso di mortalità è quasi il doppio della soglia di emergenza . Il campo accoglie 30 mila dei circa 120.000 rifugiati fuggiti dal Blue Nile State in Sudan a partire dallo scorso anno. Continua a leggere Sud Sudan/ Appello urgente. Emergenza sanitaria! Medici Senza Frontiere lancia un appello straordinario di raccolta fondi.

Sud Sudan/ Instabilità politica e attriti economici non giovano ai bambini sempre in pericolo di vita


Sud Sudan, smobilitazione bambini soldato

Campo di transito vicino la città di Rumbek, capitale della provincia di Lakes nel Sud Sudan. Durante una cerimonia di smobilitazione questi ragazzini, dopo essere stati evacuati dall’UNICEF da una zona di guerra, si lasciano dietro i fucili che hanno utilizzato come bambini soldato.
Il 23 febbraio 2001 nel Sud Sudan, l’UNICEF, con l’aiuto del World Food Programme (WFP) ha liberato più di 2.500 ex bambini soldato da zone di conflitto.

©UNICEF/NYHQ2001-0093/ Mann > http://www.flickr.com/photos/unicefitalia/5430577507/in/photostream/

Sud Sudan pone condizioni al Sudan per la ripresa della produzione di petrolio

Pubblicato in data 29/gen/2012 da  – http://it.euronews.net/ Il Sud Sudan riprenderà la produzione di petrolio soltanto quando sarà raggiunto un accordo globale sul greggio e sulla sicurezza alla frontiera. L’annuncio irrompe nell’aspra disputa con il Sudan – da cui il Sud Sudan si è reso indipendente a luglio – dopo che Khartoum ha annunciato attraverso un rappresentante a margine di un vertice in Ethiopia – la liberazione dei cargo che erano stati bloccati al nord per non avere pagato i dazi di transito imposti al sud.

Aumentano i bambini abbandonati a causa degli scontri nel Sud Sudan

Juba (16/2/2012 Agenzia Fides) – Oltre 2 mila presone sono morte e 250 mila sfollate a causa dei conflitti tra le comunità etniche dei Lou Nuer e dei Murle a Likuangole e in altre zone della regione di Jonglei, nel Sud Sudan. Si tratta prevalentemente di donne e bambini. Inoltre, oltre 170 mila persone hanno visto bruciare le loro case. Per decenni, gli scontri tra le due etnie per la proprietà del bestiame hanno causato un inasprimento della violenza e oggi costituiscono una delle sfide principali per la stabilità di questo nuovo paese. Dallo scorso mese di dicembre gli abusi tra le etnie si sono radicalizzati con furti di bestiame e incendi dei campi e delle case lasciando la popolazione totalmente indifesa. Manca acqua e cibo, ci sono 40° all’ombra e le abitazioni sono completamente bruciate, ovunque si vedono bambini che piangono soli per le strade, si legge in una dichiarazione del direttore del Piano di Emergenza Internazionale attuato sul terreno. Ogni giorno si vedono piccoli orfani, abbandonati o separati dalle rispettive famiglia come pure madri in gravi difficoltà. Quando si realizza uno spostamento di massa di popolazione purtroppo capita spesso che i bambini perdano il contatto con i genitori. A Likuangole, uno dei villaggi più colpiti, dove si registra una temperatura media di 40º, non c’è acqua potabile e l’elettricità è limitata a tre ore al giorno. (AP) (16/2/2012 Agenzia Fides)


Assicurata la protezione ai rifugiati sudanesi nel campo profughi a Pariang

19 Gen 2012 [ INTERSOS ] – Oggi, 18 gennaio, e’ stata una giornata intensa al transit camp di Pariang. La strada che collega Yida al luogo in cui INTERSOS gestisce un campo di accoglienza temporanea per rifugiati in fuga dal Sud Kordofan, e’ stata finalmente resa agibile dall’UNMACC, agenzia delle Nazioni Unite per lo sminamento.

L’UNHCR, l’Alto Commissariato delle nazioni Unite per i rifugiati, ha allestito oggi il primo convoglio organizzato per trasferire le circa 20,000 persone bloccate sull’instabile confine tra Sudan e Sud Sudan.

322 giovani ragazzi tra i 16 ed i 25 anni si sono aggiunti ai 523 rifugiati che nelle scorse settimane hanno raggiunto autonomamente Pariang affrontando circa 10 ore di cammino, principalmente donne e bambini piccoli.

INTERSOS continua a sostenere la popolazione in fuga fornendo tende, ad oggi 180, beni di prima necessita’: come coperte e contenitori per l’acqua e identificando le persone bisognose di assistenza medica o psicologica specializzata.

Parte dei beneficiari di Pariang verra’ trasferita sabato alla loro destinazione finale, il campo rifugiati di Nyeel, che INTERSOS sta costruendo per ospitare in via definitiva circa 9,000 persone.

Data la alta presenza di bambini e ragazzi in eta’ scolare (circa il 50 percento della popolazione totale), INTERSOS sta costruendo a Pariang due scuole temporanee (4 classi), dove, con l’aiuto degli insegnanti della comunita’ locale, si riattiveranno nei prossimi giorni i corsi di educazione primaria e secondaria, interrotti dalla guerra.
Nel frattempo gli operatori sociali di INTERSOS intrattengono i bambini con attivita’ ricreative quotidiane.

Si attendono nuovi arrivi organizzati nei prossimi giorni, ora la strada e’ aperta.

Domani sara’ un’altra giornata intensa.
Andrea Paiato, operatore umanitario Unity State-Sud Sudan


“Sui Monti Nuba è in corso una strage dimenticata” denuncia a Fides il Vescovo di El Obeid. Sacerdoti e religiose non abbandonano il campo

Khartoum (Agenzia Fides) – “Sui Monti Nuba la gente sta morendo di fame e per i bombardamenti” denuncia all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Macram Max Gassis, Vescovo di El Obeid, la diocesi che si trova a cavallo tra Sudan e Sud Sudan. Nel suo territorio sono compresi pure i Monti Nuba, appartenenti al Sud Kordofan, Stato del Sudan al centro di scontri tra l’esercito di Khartoum e gli uomini dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese, settore Nord (SPLA/N). Questo movimento è legato all’SPLA, che si è battuto per l’indipendenza del Sud Sudan, ed è ora al potere nel neo Stato (indipendente dal luglio 2011).
Mons. Gassis ricorda che “la popolazione locale si sente parte del Sud Sudan, tanto è vero che usano la moneta sud-sudanese e non quella di Khartoum. I soldati dell’SPLA dei Monti Nuba si sono battuti per l’indipendenza del Sud Sudan: lo Stato di West Equatoria (ora parte del Sud Sudan) è stato liberato da loro. Il sud è quindi in debito con i combattenti dei Monti Nuba”.

Sul piano ecclesiale, Mons. Gassis sottolinea che “nessun sacerdote, religioso e religiosa, oltre al personale medico, ha lasciato il proprio posto. Sono lì a dimostrare che, come afferma Gesù, ‘non c’è amore più grande che dare la propria vita per gli amici’. Non è una cosa facile rimanere lì, sotto i continui bombardamenti e vedere i corpi maciullati dei civili, specie dei bambini” sottolinea il Vescovo.

Tra Sud Sudan e Sudan la tensione sta crescendo, al punto che si teme un conflitto aperto tra i due Stati (vedi Fides 9/2/2011). “Ma il neonato Sud Sudan non vuole la guerra” afferma Mons. Gassis. “Il problema è il Presidente Omar Bashir, che si trova in un angolo e spera di uscirne con una nuova guerra. Dopo aver perso il sud, il Presidente sudanese cerca di mantenere il controllo sulle aree del Sudan che mirano a liberarsi dal potere centrale” spiega il Vescovo. “Le forze di Khartoum – continua Mons. Gassis – sono entrate nel Nilo Azzurro ma sono circondate dai ribelli. Poi ci sono le situazioni critiche dei Monti Nuba, di Abyei e del Darfur, che si aggravano di giorno in giorno. Adesso che il sud ha chiuso il rubinetto del petrolio, il carovita inizia a farsi sentire nel nord Sudan. Gli ufficiali dell’esercito hanno inviato un memorandum al Presidente Bashir, al Ministro della Difesa ed al Capo di Stato Maggiore, nel quale si lamentano le condizioni dei militari”.

“Ci sono quindi una serie di segnali che preoccupano il Presidente, il quale cerca quindi di risolvere i problemi con nuove guerre” afferma il Vescovo di El Obeid. “L’occupazione di Abyei gli è riuscita perché si tratta di un’area pianeggiante. Ma l’occupazione dei Monti Nuba è un’altra cosa. Ci sono montagne con caverne, dove i guerriglieri locali possono nascondersi per attaccare all’improvviso i militari di Khartoum. I guerriglieri dei Monti Nuba sono inoltre disciplinati e ben armati. Questo purtroppo non impedisce che la popolazione civile soffra. Anche la Chiesa ha avuto le sue vittime, come il rappresentante della Caritas diocesana ucciso a Kadugli (capitale del sud Kordofan) 5 mesi fa, un laico che è stato fucilato dalle truppe sudanesi” conclude Mons. Gassis. (L.M.) (Agenzia Fides 10/2/2012)


Venti di guerra tra Sudan e Sud Sudan

Khartoum (Agenzia Fides) – “A Khartoum la popolazione segue sui media la guerra di parole tra il governo del Sudan e quello del sudSudan. Per il momento quindi la situazione è calma, ma non si sa se alle parole poi seguiranno i fatti” dicono all’Agenzia Fides fonti della Chiesa dalla capitale del Sudan, che per prudenza chiedono l’anonimato.
Il Sud Sudan e il Sudan hanno infatti annunciato di aver schierato le rispettive truppe lungo il confine. La tensione tra i due Stati si è acuita dopo che il Sud Sudan ha deciso di bloccare le sue esportazioni di petrolio attraverso il territorio del Sudan, come ritorsione alla confisca da parte delle autorità di Khartoum di un carico di greggio sud-sudanese, ritenuta una forma di risarcimento di tasse doganali non pagate (vedi Fides 16/1/2012).

Il Sud Sudan inoltre sta cercando vie alternative per esportare il proprio greggio, in modo da evitare il territorio sudanese. Una società texana è stata incaricata di uno studio di fattibilità per un oleodotto che sfoci a Gibuti, mentre rimane sul tavolo il progetto per costruire un’altra pipeline che passi per Lamu in Kenya, al confine con la Somalia. E proprio per proteggere questa futura infrastruttura che l’esercito keniano, secondo alcuni osservatori, ha invaso il sud della Somalia, nella speranza di creare condizioni di stabilità al confine tra i due Paesi. La questione del petrolio sembra quindi essere un elemento comune a queste due importanti aree di crisi africane, al di là di altri fattori, che non vanno comunque sottovalutati. (L.M.) (Agenzia Fides 9/2/2012)


A maggio i primi laureati dell’Università Cattolica del Sud Sudan

Juba (Agenzia Fides) – “L’Università Cattolica del Sud Sudan è al suo quarto anno di vita e conta più di 500 studenti. Il 12 maggio è la data fissata per la laurea dei primi studenti” informa p. Mike Schultheis, SJ. A Juba circa 400 studenti studiano nella Facoltà di Belle Arti e Scienze Sociali; a Wau, 350 miglia a Nord-Ovest, altri 120 studenti sono iscritti alla Facoltà di Scienze Agrarie e Ambientali. Nonostante la tensione e gli scontri, soprattutto nelle aree al confine tra Sudan e Sud Sudan, mentre i governi di Khartoum e Juba si lanciano accuse reciproche di sostenere i ribelli che operano sui rispettivi territori, “il bambino è nato e continua a crescere, anche se i suoi passi spesso sembrano incerti e barcollanti” afferma p. Schultheis, in un comunicato giunto all’Agenzia Fides dalla Curia generalizia dei Gesuiti. (SL) (Agenzia Fides 06/02/2012)


Liberati senza riscatto i due sacerdoti rapiti il 15 gennaio

Khartoum (Agenzia Fides) – Sono liberi i due sacerdoti rapiti in Sudan il 15 gennaio. Lo confermano all’Agenzia Fides fonti della Curia Arcivescovile di Khartoum: “I due sacerdoti sono stati liberati ieri, 30 gennaio, intorno alle 4 del pomeriggio ora locale, ed oggi arriveranno qui a Khartoum, nell’abitazione del Cardinale Gabriel Zubeir Wako, Arcivescovo di Khartoum”.
P. Joseph Makwey, quarant’anni, e p. Sylvester Mogga, trentacinque, erano stati rapiti la sera di domenica 15 gennaio dalla parrocchia di Santa Josephine Bakhita, a Rabak, una località 260 chilometri a sud di Khartoum. “Sono in buone condizioni, anche se non abbiamo ancora tutti i dettagli su come siano stati trattati durante le due settimane di prigionia” affermano le fonti di Fides, ribadendo che per la liberazione dei due sacerdoti non è stato pagato alcun riscatto. (L.M.) (Agenzia Fides 31/1/2012)


Tra rapimenti e nuovi massacri cresce la tensione tra Sudan e Sud Sudan

Khartoum (Agenzia Fides) – Cresce la tensione nelle aree al confine tra Sudan e Sud Sudan, mentre i governi di Khartoum e Juba si lanciano accuse reciproche di sostenere i ribelli che operano sui rispettivi territori. “Miliziani provenienti dallo Stato di Unity sono penetrati in quello di Warrap e hanno attaccato le persone che si trovavano in un pascolo, uccidendone piu’ di 40” ha riferito il ministro dell’Interno del Sud Sudan, Alison Manani Magaya. “Questi miliziani sono stati armati dal governo di Khartoum” ha affermato il Ministro.

Secondo quanto riporta il sito di Sudan Catholic Radio, Bol Makueng, Segretario per l’Informazione del Movimento per la Liberazione del Popolo Sudanese (SPLM), il partito al potere in Sud Sudan, ha accusato le autorità di Khartoum di permettere alle milizie sud-sudanesi di reclutare sul suo territorio persone originarie del Sud per attaccare i civili in Sud Sudan, Darfur e Sud Kordofan. Le ultime due aree citata sono Stati appartenenti al Sudan nei quali agiscono movimenti indipendentisti contrari al potere di Khartoum. Il governo sudanese per reprimere questi movimenti, oltre a ricorrere alle forze armate regolari, ha armato una serie di milizie filo-governative.

Secondo l’esponente del SPLM, inoltre, alcune delle reclute vengono addestrate come terroristi suicidi per compiere attentati contro esponenti governativi del sud Sudan.

Khartoum ribatte accusando a sua volte Juba di aiutare le guerriglie attive in Darfur, Nilo Blu e nel Sud Kordofan. In quest’ultimo Stato sono stati rapiti una trentina di operai cinesi dal Movimento Popolare per la Liberazione del Sudan/Nord (SPLM-N).

Sullo sfondo rimane la questione della divisione dei proventi del petrolio, estratto dal Sud Sudan ed esportato attraverso le infrastrutture del Sudan. Khartoum ha chiesto un aumento dei diritti di passaggio del greggio lungo i suoi oleodotti, cosa che Juba respinge. Pechino, che è il maggior acquirente del petrolio locale, sta cercando di mediare tra le parti. (L.M.) (Agenzia Fides 30/1/2012)


RSM

Somalia, Corno d’Africa/ Caritas Italiana. “Fame di pane e di futuro”. GLI AIUTI E LA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE DI


ROMA\ aise\ – La Conferenza Episcopale Italiana ha indetto per domenica 18 settembre una raccolta straordinaria in tutte le chiese d’Italia a sostegno delle iniziative di solidarietà della Caritas Italiana, da mesi mobilitata nel Corno d’Africa e nei Paesi limitrofi colpiti da siccità e carestia.

Alla vigilia della colletta, Caritas Italiana ricorda l’urgenza della solidarietà verso i milioni di vittime di questa emergenza; una catastrofe ambientale che, trascurata alle prime avvisaglie, si sta estendendo ad altre aree della regione. Sono più di 13 milioni le persone colpite soprattutto in Somalia, Kenya, Etiopia e sono 750.000 le persone a rischio di morte nei prossimi quattro mesi.

Intanto continua l’afflusso di profughi dalla Somalia in Kenya e Etiopia dove nelle ultime settimane si sono riversati anche 20.000 rifugiati dal Sud Sudan in fuga dai conflitti scoppiati in alcune aree del Paese. Secondo Abba Agos Hayish, segretario generale dell’Ethiopic Catholic Secretariat (Caritas Etiopia), la carestia rischia già di essere una grande tragedia dimenticata. “Gli aiuti sono arrivati dopo l’appello che abbiamo lanciato, soprattutto dalla rete delle Caritas“, spiega. “Il problema non è la quantità, ma la tempestività con cui giungono le risorse. Un ritardo, in questo momento, può essere fatale per interi villaggi“.

Proprio per non dimenticare i fratelli africani nella sofferenza, la CEI ha indetto la raccolta di domenica prossima. Caritas Italiana finora ha inviato 700.000 euro per sostenere le azioni delle Caritas dei Paesi colpiti che proseguono incessantemente. Oltre agli aiuti concreti ha lanciato la campagna di sensibilizzazione “Fame di pane e di futuro“, mettendo a disposizione delle Caritas diocesane strumenti per l’approfondimento e l’animazione. Le somme raccolte nella colletta di domenica saranno utilizzate per tutte le vittime della siccità soprattutto in Somalia, Kenya, Etiopia, Gibuti, Eritrea e anche in Sud Sudan, Uganda, Tanzania.

In Kenya ed Etiopia l’ambito principale di azione, su cui verranno canalizzati i fondi raccolti è l’aiuto alimentare con la distribuzione di razioni alimentari e l’assistenza nutrizionale e sanitaria a persone vulnerabili (soprattutto bambini, donne incinte o che allattano, malati, disabili, anziani, sfollati). Per l’immediato futuro è necessario agire sulla conservazione dell’acqua (pozzi, cisterne e ripristino di sorgenti; realizzazione di dighe e terrazzamenti), ma bisogna anche dare sostegno alla ripresa dell’allevamento e dell’agricoltura (distribuzione di animali e foraggio; fornitura di sementi più resistenti alla siccità e di attrezzi agricoli, cure veterinarie).

Quanto alla Somalia, Caritas Italiana sostiene, pur nella precarietà della situazione politica, le attività di Caritas Somalia in varie zone del Paese: distribuzione di viveri a favore di 515 famiglie particolarmente colpite nelle zone circostanti la città di Brava, viveri ed aiuti d’urgenza anche nel Basso Giuba, a favore di 2730 bambini sotto i 5 anni, 945 donne incinte o che allattano, 670 anziani. È prevista anche la costruzione di un ambulatorio nella zona di Boqoley e la distribuzione di aiuti in circa 8 campi profughi a Mogadiscio.

Caritas Italiana, nel rinnovare l’appello alla solidarietà, ricorda che la colletta è anche occasione per un impegno che, oltre l’aiuto d’urgenza, interpelli le coscienze e faccia riflettere sulle cause strutturali e sulle concause della crisi: meccanismi perversi del sistema economico-finanziario mondiale, politiche agricole adottate dai paesi colpiti e da quelli più ricchi, incuranza per l’ambiente e il riscaldamento globale, ma anche il commercio delle armi che alimenta i conflitti e rende ancora più catastrofico l’impatto delle emergenze naturali.

Per approfondimenti e per sostenere la Caritas si può visitare il sito Internet www.caritasitaliana.it(aise)

La Somalia ed i pirati del Corno d’Africa


Attacchi dei pirati al 19 aprile 2011

Sono particolarmente entusiasta di questo 2° Corso per “Giornalismo e Comunicazione in Aree di Crisi”, in quanto ci offre la possibilità pratica di immergersi in un contesto militare e di seguirne le vicende, pur rimanendo nel distinto ruolo del giornalista. E’ quanto meno affascinante, anche se non privo rischio se, in una disamina completa, si può immaginare di essere proiettati in un Teatro Operativo, serio, vero, come può essere stato quello del Kosovo, della Bosnia o quello di oggi dell’Afganistan. Questo per quanto concerne l’esercito, ma le cose sono altrettanto interessanti per la Marina Militare che opera in mare, nei mari vicini ed in quelli lontani e negli ampi oceani, come quello Indiano di fronte al Corno d’Africa della Somalia.

Eppure, pur non volendo essere così radicali nell’immaginare un impiego giornalistico così importante e coinvolgente, ci rendiamo conto che di notizie, interessanti, cruente e di grande attualità ne emergono in questo corso; direi abbondano. Sono tante e diverse, che non si sà quale dare prima, specie per chi di difesa si è occupato poco, tutto sommato.

Proviamo però a darne una, partendo da un dato di cronaca. Si tratta di un ultimo comunicato stampa apparso sul Diario di Bordo del sito della Marina Militare, il n. 4/2011, del 1 marzo 20011. Il cui titolo recita “Pirateria: Nave Espero nell’Oceano Indiano e Golfo di Aden”. Veniamo informati che una nostra unità navale la Fregata “Espero” ha iniziato una operazione di contrasto alla pirateria nell’Oceano Indiano, in ambito di un programma dell’Unione Europea. La missione è stata denominata “Atalanta” e coinvolge le Forze Navali Europee, nota negli ambienti militari anche come “Task Force 465”, e che si propone di fare da scorta ai mercantili del Programma Alimentare Mondiale, il World Food Programme (WFP) nonché dei mercantili dell’Unione dei Paesi Africani in Somalia nota anche con il nome inglese “African Union in Somalia” (AMISOM).

Verò è, che la presenza di unità navali militari da guerra ha anche un valore deterrente tale da scoraggiare, e si spera impedire, questa emergente ed illegale attività di pirateria dei somali, che – si dice – sia anche fomentata da occulti compratori, ricettatori e/o finanziatori di queste attività.

L’attività di pirateria e di rapina non è praticata solo per impossessarsi di navi, beni trasportati e per potenziare la propria offesa, a volte i pirati si spingono oltre fino all’omicidio, e fino alla strage degli equipaggi.

E’ del febbraio scorso, la notizia della strage di una intera famiglia, da parte dei pirati del “Corno d’Africa” e nel Golfo di Aden, per accaparrarsi il l prezioso natante. Si trattava di uno yacth americano catturato dai pirati. Per la sua liberazione con un blitz tentato dalla forze speciali USA, non andato a buon fine, i 4 ostaggi della nave sono stati uccisi. Oltre ai due proprietari altri due anziani coniugi che giravano per i porti regalando bibbie evangeliche. E, ancora due giorni dopo questo tragico evento si è registrato la notizia del sequestro di tre minorenni danesi che giravano il mondo in mare, era la prima volta che passavano dal quelle parti, ma evidentemente non sapevano di dover passare attraverso un corridoio che le Forze Armate di Mare Europee e Internazionali, tra cui anche Americane e Cinesi, – anche se con diversi distinguo nel comportamento – stanno faticosamente preparando, ed ovviamente, si organizzano per poterlo difendere, garantendo una migliore protezione alle navi mercantili. Ma va anche registrato purtroppo che la Forza Militare Cinese preferisca difendere, con minore senso di altruismo, le proprie merci, ed innanzitutto i propri carichi ed equipaggi, fuori cioè da una logica si soccorso umanitario internazionale.

Ancora più recentemente scopriamo la seguente nota, a “Nairobi, l’8 aprile – dice Adnkronos – i pirati somali hanno sequestrato una nave di proprietà tedesca, battente bandiera di Antigua e Barbuda, la Susan K, al largo delle coste dell’Oman. Secondo quanto riferito dal portavoce della missione anti-pirateria della Ue, Paddy O’Kennedy, l’equipaggio dell’imbarcazione e’ costituito da 4 ucraini e 6 filippini”.

Un problema molto grosso, questo e tuttavia poco conosciuto, almeno da parte di molti italiani. L’Italia con una vocazione marittima così importante si pone, forse poco, il problema informativo circa le rotte privilegiate, e la cronaca dei fatti di mare. Ad esempio, poco si sa che la Fregata “Espero” con i suoi 221 membri di equipaggio continua un lavoro iniziato dal 2005 con l’operazione “Mare sicuro” come contrasto al fenomeno della pirateria e più in generale alla sicurezza delle rotte commerciali. L’unità navale al comando del Capitano di Fregata Vito Lacerenza, ora sostituisce, come in una staffetta, la nave “Zeffiro” che era operativa da tre mesi nell’Oceano Indiano.

Il TV Federico Mariani, Capo ufficio Pubblica Informazione del Comando in Capo della Squadra Navale della Marina Militare, in una recente intervista di Antenna Sud, nellambito del 2° Corso di Giornalismo e Comunicazione in Aree di Crisi. Ed. 2011

Un impegno costante che la Marina Militare svolge spesso senza la notorietà e l’enfasi, ormai del tutto standardizzato, per numero e varietà di programma dei media nazionali, anche statali. Del lavoro specialistico e professionale, ma, silenzioso quanto utile, come quello offerto dal T.V. Federico Mariani Capo Ufficio della Pubblica Informazione del Comando in Capo della Squadra Navale, solo pochi ne sanno qualcosa.

Antonio Conte

Libano: Unifil, 10° Reggimento Trasporti di Bari subentra al Battaglione logistico “Ariete”


Operazione Leonte, a Shama la cerimonia di passaggio di consegne.

Roma, 2 feb. – Si è svolta questa mattina presso la base di Shama, nel sud del Libano, la cerimonia di passaggio delle responsabilità fra il Battaglione Logistico Ariete e il 10° Reggimento Trasporti di Bari, alla guida del Gruppo Supporto di Aderenza, inquadrato nell’ambito dell’Operazione di Peacekeeping Leonte 7.

Il contingente è basato sulla Brigata Aeromobile Friuli al comando del generale di Brigata Luigi Francavilla, Comandante del Settore Ovest della missione Onu Unifil (United Nation Interim Force in Lebanon). Con il passaggio della bandiera dell’Onu dalle mani del Tenente Colonnello Alessandro Sciarpa a quelle del Colonnello Saverio Pirro è stato sancito l’inizio delle responsabilità del 10° Reggimento nell’area sud del Libano, in accordo a quanto previsto dalla Risoluzione 1701 delle Nazioni Unite.

Alla cerimonia, oltre al generale Luigi Francavilla, hanno partecipato anche i comandanti delle varie task force della missione Unifil, autorità locali come il mohktar Issam Mohssen rappresentanti civili e militari libanesi.

“Il generale Francavilla – sottolineano alla Joint task force Lebanonha elogiato il lavoro portato avanti dal colonnello Sciarpa e dai militari del battaglione logistico Ariete durante i sei mesi di missione in Libano e ha confermato il suo più sincero apprezzamento per il loro contributo e soprattutto per aver sempre assicurato il loro qualificato supporto tecnico in ogni circostanza”.

Il Gruppo Supporto di Aderenza svolge un ruolo fondamentale nella missione Leonte assicurando il sostegno logistico per tutte le attività operative e di cooperazione militare-civile (CIMIC) che coinvolgono l’operazione svolta dai militari italiani sotto l’egida dell’Onu.

“Alla Brigata Logistica Ariete viene rilevato – va il merito di aver affrontato e risolto con assoluta efficacia numerose attività logistiche a sostegno dei reparti italiani appartenenti alla Joint Task Force Lebanon. Sotto la guida del Colonnello Alessandro Sciarpa, il Gsa ha svolto anche attività molto apprezzate dalla popolazione civile. “E’ stata un’esperienza breve ma intensa – ha sottolineato Sciarpa – sono soddisfatto di come hanno lavorato i miei uomini durante questi sei mesi garantendo, in modo continuo e silenzioso, tutto il supporto logistico al contingente”. L’attività in Libano si aggiunge alle esperienze già svolte dal 10° reggimento trasporti di Bari a Timor Est, in Bosnia, Kosovo, Albania, Macedonia, Iraq, Sudan ed Afghanistan nel corso degli ultimi anni.

Fonte: http://www.grnet.it/esercito/89-esercito/1023-libano-unifil-10d-reggimento-bari-subentra-al-battaglione-logistico-ariete.html