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Approfondimenti/ Storia. L’affaire Dreyfus, di Federica Fanuli


Federica Fanuli, 31 anni, si laurea con 110 e Lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, presso l’Università del Salento, con una tesi in Relazioni Internazionali in cui analizza i pilastri della politica estera di Ahmadinejad, Presidente della Repubblica islamica dell’Iran dal 3 agosto 2005 al 3 agosto 2013: la questione ebraica e la questione nucleare. Procede i suoi studi universitari a Lecce e consegue la Laurea specialistica in Scienze Politiche, Comunitarie e delle Relazioni Internazionali, con 110 e Lode, scrivendo una tesi, in Storia dei Trattati e della Politica internazionale, sull’Amministrazione Nixon e le relazioni indo-pakistane. Nei primi anni ’70, la terza guerra tra India e Pakistan fa da sfondo alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino, grazie all’abilità politica del binomio Nixon-Kissinger di sfruttare i legami con Islamabad. Aspirante analista di politica internazionale, collabora dal 2009, come contributor settore mediorientale, con il Centro Studi Internazionali e, co.co.pro. dal 2009 al 2013, Federica ha lavorato presso una società che offre consulenza tecnica alla regione Puglia per il Programma di Sviluppo Rurale. Al momento studia per il Dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea.
Federica Fanuli, 31 anni, si laurea con 110 e Lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, presso l’Università del Salento, con una tesi in Relazioni Internazionali in cui analizza i pilastri della politica estera di Ahmadinejad, Presidente della Repubblica islamica dell’Iran dal 3 agosto 2005 al 3 agosto 2013: la questione ebraica e la questione nucleare. Procede i suoi studi universitari a Lecce e consegue la Laurea specialistica in Scienze Politiche, Comunitarie e delle Relazioni Internazionali, con 110 e Lode, scrivendo una tesi, in Storia dei Trattati e della Politica internazionale, sull’Amministrazione Nixon e le relazioni indo-pakistane. Nei primi anni ’70, la terza guerra tra India e Pakistan fa da sfondo alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino, grazie all’abilità politica del binomio Nixon-Kissinger di sfruttare i legami con Islamabad. Aspirante analista di politica internazionale, collabora dal 2009, come contributor settore mediorientale, con il Centro Studi Internazionali e, co.co.pro. dal 2009 al 2013, Federica ha lavorato presso una società che offre consulenza tecnica alla regione Puglia per il Programma di Sviluppo Rurale. Al momento studia per il Dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea.

l’Affaire Dreyfus, antisemitismo e antisionismo 

L’affare Dreyfus è uno scandalo politico-giudiziario che sconvolge la Francia della Terza Repubblica, nel 1894. Capitano di artiglieria, di estrazione ebraica, Alfred Dreyfus è accusato di spionaggio per aver rivelato a un militare tedesco informazioni segrete sulla organizzazione militare francese. All’indomani della Guerra Franco-Prussiana, la Francia della Terza Repubblica è attraversata da una serie di scontri, tra repubblicani e sostenitori della Monarchia, e indebolita dall’ipotesi di un imminente colpo di stato. Processato e condannato ai lavori forzati, l’intensa campagna di stampa condotta da Emile Zola consente la scarcerazione e la riabilitazione del Generale Dreyfus, sebbene le sue origini abbiano rafforzato il concetto di cospirazione legato all’ascendenza ebraica. Un antisemitismo atavico, medievale, che diventa fonte d’ispirazione per il Movimento sionista di Herzl e la ricerca indiscussa della Terra Promessa.

I fatti

La drammatica vicenda del Capitano d’artiglieria dell’Esercito francese, Alfred Dreyfus, ebbe inizio nel 1894, con la scoperta di un biglietto anonimo e non datato in cui un Ufficiale di Stato maggiore francese indicava, a un militare dell’Ambasciata tedesca a Parigi, una serie di documenti riservati attinenti all’Esercito francese. L’elenco fu trovato in mille pezzi, dentro il cestino della carta straccia, da Marie Bastian, una donna delle pulizie in servizio presso l’ambasciata tedesca, probabilmente agente del controspionaggio francese. La donna fece pervenire il biglietto al Maggiore Henry e, il 13 ottobre 1894, Dreyfus fu arrestato[i]. Processato a porte chiuse, la vicenda terminò nel 1895. Un caso di spionaggio che sarebbe in realtà durato ben dodici anni. Giudicato dalla Corte Marziale colpevole di alto tradimento e spionaggio, Dreyfus fu degradato e deportato sull’Isola del Diavolo, nella Guyana Francese, per scontarvi l’ergastolo ai lavori forzati[ii]. A dire il vero, nei ranghi dell’Esercito francese sibilava già da qualche tempo la parola “tradimento”, con cui si cercava di spiegare la sconfitta subìta a Sédan nella guerra contro la Prussia[iii]. La Guerra Franco-Prussiana scoppiò a seguito di un incidente diplomatico legato al cosiddetto dispaccio di Ems, un telegramma reso pubblico da Bismarck che conteneva una dichiarazione di Guglielmo I contro Napoleone III. La Francia dichiarò così guerra alla Prussia, ma dopo poche settimane dall’inizio del conflitto Napoleone III fu sconfitto e imprigionato a Sédan, mentre a Parigi fu proclamata la Terza Repubblica[iv]. L’affaire Dreyfus divenne motivo di divisione tra l’opinione pubblica. Da una parte, vi erano i dreyfusards, intellettuali e politici che ritenevano si trattasse di una clamorosa prova di antisemitismo; dall’altra, gli antidreyfusards, antisemiti. Nel 1896, il Colonnello Georges Picquart tentò la riapertura del caso, redigendo una relazione nella quale dimostrava l’innocenza del Capitano e la colpevolezza del Maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy, nobile di origini antiche oppresso dai debiti di gioco. Picquart fu ben presto rimosso dal suo incarico e spedito in una zona di guerra; sebbene fosse riuscito a informare in tempo il Vicepresidente del Senato Auguste Scheurer-Kestner e lo scrittore ebreo Bernard Lazar, amico della famiglia Dreyfus, che lanciò una campagna innocentista, alla quale aderì anche lo scrittore Emile Zola[v]. Il 13 gennaio 1898, infatti, sulla rivista letteraria Aurore fu pubblicata la sua famosa lettera destinata al Presidente della Repubblica, intitolata “J’accuse!”. Di tutta risposta, lo Stato Maggiore ordinò l’arresto di Piquart e processò Zola per vilipendio delle forze armate, scatenando i giornali nazionalistici contro ebrei, democratici e liberali[vi]. Nel 1898, Ferdinand Walsin-Esterházy confessò di aver contraffatto i documenti obbedendo a ordini superiori. Nel 1899, di fronte alla Corte di Cassazione, un nuovo processo portò a un secondo giudizio di colpevolezza per Dreyfus, con una riduzione della condanna a dieci anni di carcere. Fu il nuovo governo progressista ad annullare la sentenza e concedere l’amnistia a Dreyfus che, nel 1906, fu pienamente riabilitato da una sentenza definitiva della Corte di Cassazione, reintegrato nell’Esercito con il grado di Maggiore e insignito della Medaglia della Legion d’Onore[vii].

Dreyfus, Antisemitismo e Antisionismo

L’affare Dreyfus divenne una questione nazionale. L’oggetto della polemica era costituito dall’origine ebraica dell’imputato, perché le sue origini conducevano direttamente all’accusa di tradimento e di cospirazione. Un accostamento che ha radici profonde, poiché gli ebrei sono stati storicamente accusati d’infedeltà. Il caso traccia un solco profondo che giunge fino a noi, non a caso l’antisemitismo contemporaneo si fa risalire a tale vicenda[viii]. La parola “antisemitismo” fu coniata da Wilhelm Marr, ex socialista convertito ai valori germanici, nel libro Semite Jude, una campagna di diffamazione contro gli ebrei molto violenta che risale alla fine dell’Ottocento e che favorirà successivamente la nascita del mito ariano[ix]. L’antisemitismo nei paesi occidentali comincia ad assumere carattere aggressivo con l’affaire Dreyfus. All’epoca, decisivo fu il ruolo della stampa. I giornali, soprattutto di orientamento cattolico, riuscirono a pilotare una parte dell’opinione pubblica verso la convinzione ideologica che la Francia fosse minacciata da macchinazioni ebraiche[x]. Una concezione ideologica che sarà poi avallata dalla pubblicazione de “I Protocolli dei saggi anziani di Sion”. Una falsificazione propagandistica antisemita, redatta dalla polizia segreta russa, che descriveva un piano di conquista del mondo organizzato dalla comunità ebraica, attraverso il dominio e il controllo dei punti strategici delle moderne società occidentali, quali la finanza, la stampa, l’economia, gli eserciti militari, la morale e la cultura[xi]. L’antisemitismo è impregnato di pregiudizi e atteggiamenti persecutori contro gli ebrei. Era opinione diffusa che i giudei muovessero i fili del mondo e la cui liberazione passasse, obbligatoriamente, dall’individuazione e dalla neutralizzazione di tali “parassiti”. Una logica del complotto quanto mai attuale. L’ebreo contaminava le società con le quali entra in contatto e alimentava l’antigiudaismo di matrice cristiana. Gli attacchi antisemiti provenivano soprattutto dagli ambienti cattolici e reazionari e se gli intellettuali schierati a favore di Dreyfus erano ispirati dai principi di giustizia e libertà, quelli che guidavano l’impegno degli antidreyfusards erano intrisi di nazionalismo. Strettamente connesso al nazionalismo era l’antisemitismo[xii]. La razza francese andava protetta, purificata dal contagio delle altre razze, quella ebraica, virus infetto da estirpare dall’organismo della nazione. Uno sterminio che si concretizzerà nell’Olocausto. Ben diverso l’antisionismo. Un giovane giornalista ungherese di religione ebraica, Theodor Herzl, inviato dal suo giornale a seguire gli sviluppi della vicenda Dreyfus, comprese che in nessuna nazione, persino nella terra dell’Illuminismo, laddove si formò lo spirito laico, l’antisemitismo avrebbe consentito l’integrazione sociale. Herzl scrisse Lo Stato Ebraico, in cui teorizzava il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico che avrebbe dovuto avere una propria patria, dove finalmente gli ebrei sarebbero stati al sicuro dall’odio antisemita[xiii]. L’opinione, secondo la quale gli ebrei non avrebbero mai potuto vivere in sicurezza senza un proprio Stato, trovava conferma nell’ondata di antisemitismo in Europa, nelle persecuzioni e nelle leggi discriminatorie di cui gli ebrei erano vittime indiscusse sin dai secoli passati. Il prefisso “anti” rivela la natura avversativa, l’opposizione allo Stato di Israele, poiché considerato storicamente illegittimo o privo di una ragione storica per esistere. Herzl, nel 1897, convocò la nota Conferenza di Basilea in Svizzera e, in seguito al primo Congresso Sionista, pubblicò un documento intitolato Il Programma di Basilea destinato agli ebrei dispersi nella Diaspora e alle nazioni nelle quali essi vivevano. Il Congresso sionista di Basilea stabilì che l’insediamento di agricoltori ebrei nella Palestina turca, l’organizzazione e l’unità degli ebrei di tutto il mondo, la formazione di una coscienza nazionale ebraica e l’appoggio politico alla causa sionista da parte di diversi governi del mondo avrebbero garantito uno Stato in cui stabilirsi[xiv]. Gli accordi di pace e la Dichiarazione Balfour sembrarono concedere la possibilità di ottenere uno Stato indipendente in Palestina, sotto il mandato britannico, e mentre s’intensifica l’emigrazione ebraica verso la Palestina, il mondo occidentale si avvia verso un antisemitismo sempre più crudele. Questo processo è accelerato dalla nascita dei totalitarismi, il nazismo in Germania, lo stalinismo in Unione Sovietica e il fascismo in Italia. Nel corso del tempo, l’antisionismo è diventato la più pericolosa ed efficace forma di antisemitismo, attraverso la sistematica delegittimazione e demonizzazione dello Stato di Israele, che nacque il 14 maggio 1948[xv]. Gran parte di questa diffamazione e criminalizzazione deriva sicuramente dalla causa palestinese e dalla forza di Israele che si manifesta ripetutamente negli interventi militari. Le manifestazioni a favore della Palestina, che sorgono in alcune capitali europee a ogni nuovo round delle ostilità, non devono essere il terreno fertile e il pretesto per coloro che, dietro la solidarietà alla Striscia di Gaza, celano un radicato antisemitismo pericoloso. Nomadi, assetati di sangue, cospiratori e invasori che hanno conquistato con la forza la Palestina, manipolati dalla Gran Bretagna e poi dagli Stati Uniti. Gli ebrei sono spesso colpiti in quanto tali, non perché unanime condividano la politica di Netanyahu[xvi]. La costruttiva opposizione politica a Israele, sulla base di “critiche” conoscenze storiche, non coincide con le manifestazioni di odio razziale e religioso. Il conflitto israelo-palestinese da decenni infetta l’Europa di antisemitismo e non si può escludere che nelle sinagoghe prese di mira con molotov, come accaduto proprio nella Sarcelles – la “piccola Gerusalemme” alla periferia di Parigi – fossero raccolti in preghiera ebrei di ogni estrazione politica e, per di più, estranei alle offensive israeliane su Gaza. La frase “Hitler aveva ragione” tira in ballo tutto l’orrore possibile[xvii]. L’antisionismo però non è un sentimento estraneo alla popolazione ebraica. Gli ebrei ortodossi, appartenenti al movimento dei Naturei Karta – Guardiani della città, in lingua aramaica – sono antisionisti. Fondato dal Rabbino Aharon Katzenelbogen, nel 1938, il gruppo dei Neturei Karta combatte il Sionismo, perché considerato alla stessa stregua del Colonialismo, gli ebrei hanno occupato il territorio palestinese[xviii]. Il Rabbino Moshe Hirsch è stato consigliere di Arafat per gli Affari Ebraici del governo palestinese e, nel 2005, una delegazione ha preso parte alla Marcia per la Liberazione di Gaza[xix]. Diversi componenti del Neturei Karta si recano regolarmente in Iran e, nel 2006, hanno anche partecipato, su invito dell’allora Presidente della Repubblica islamica Ahmadinejad, alla famosa Conferenza sull’Olocausto, alla quale presero parte revisionisti e negazionisti della Shoah. Il sostegno a favore della popolazione palestinese, che non è una negazione dei diritti umani della popolazione ebraica, ha una natura prettamente religiosa con riflessi politici, poiché risponde alla volontà di Dio. “I sionisti devono cedere l’intera terra alla Palestina e attendere la venuta del Messia per riavere Israele” si legge a Mea Shearim, il quartiere di Gerusalemme che ospita gli ebrei ortodossi, secondo le rigide osservanze dei libri sacri della Torah e del Talmud[xx]. È chiaro dunque che se, da una parte, l’antisemitismo non corrisponde all’antisionismo; dall’altra parte, spesso erroneamente, i due fenomeni si sovrappongono.

Quale soluzione?

Capro espiatorio, ma anche prova di diffidenza e persecuzione verso gli ebrei, l’affaire Dreyfus offre spunti interessanti per tornare indietro nel tempo e tracciare l’excursus storico dell’accanimento sociale contro le comunità ebraiche accusate di cospirare, ordire un complotto al fine di dominare il mondo, politicamente ed economicamente, e distruggere la religione cattolica. La giudaica perfidia degli ebrei deicidi, che hanno condannato Cristo alla croce e che compivano rituali macabri sui bambini cristiani. Guardando avanti però, il vecchio antisemitismo di matrice europea non è morto con Auschwitz, ma si è rigenerato congiungendosi a quello islamico di natura politica e religiosa. L’antisemitismo resta una patologia che resiste e che andrebbe combattuta culturalmente e con il riconoscimento del diritto di Israele di esistere e di garantire il rispetto dei diritti della popolazione palestinese, in virtù di una cooperazione internazionale, che appare complicata dall’instabilità della regione mediorientale che non può essere meramente ricondotta al conflitto israelo-palestinese.

Federica Fanuli

[i] Cfr. T. Conner, The Dreyfus Affair and the Rise of the French Public Intellectual, McFarland, 2014, p. 57.
[ii] Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, p. 69.
[iii] Cfr. http://www.dreyfus.culture.fr/en/bio/bio-html-ferdinand-walsin-esterhazy.htm.
[iv] Cfr. http://siba2.unisalento.it/moneta/index.php?sec=bio&page=history8.
[v] Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, pp. 90-93.
[vi] Ibid., pp. 162-167.
[vii] Cfr. http://www.dreyfus.culture.fr/en/bio/bio-html-ferdinand-walsin-esterhazy.htm.
[viii] Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, pp. 95-98.
[ix] Cfr. https://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/biography/WilhelmMarr.html.
[x] Cfr. Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, pp. 98-101.
[xi] Cfr. W. Benz, I protocolli dei savi di Sion. La leggenda del complotto ebraico, Mimesis Edizioni, 2009, pp. 27-35.
[xii] Cfr. Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, pp. 39-45.
[xiii] Cfr. R. Finzi, L’antisemitismo: dal pregiudizio contro gli ebrei ai campi di sterminio, Giunti Editore, 1997, pp. 37-40.
[xiv] Cfr. http://storiadisraele.blogspot.it/2010/08/herzl-e-la-home-ebraica-il-sionismo.html.
[xv] Cfr. http://www.osservatorioantisemitismo.it/antisemitismo/; http://www.isral.it/web/web/risorsedocumenti/27gennaio_antisemitismo.htm.
[xvi] Cfr. http://it.ibtimes.com/articles/69006/20140731/antisemitismo-esodo-ebrei-israele-palestina-gaza-odio.htm.
[xvii] Cfr. http://www.huffingtonpost.it/2014/07/22/antisemitismo-manifestazioni-pro-gaza_n_5608708.html.
[xviii] Cfr. http://www.nkusa.org/aboutus/.
[xix] Cfr. http://fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=1&Id=30.
[xx] Cfr. http://ilmanifesto.info/le-origini-dellantisionismo-degli-ebrei-ortodossi/.

Approfondimenti/ Mediterraneo. L’operazione “Mare Nostrum”, di Federica Fanuli


La dott.ssa Federica Fanuli, impegnata in studi di Geopolitica
La dott.ssa Federica Fanuli, impegnata in studi di Geopolitica

L’impegno militare italiano nell’Operazione Mare Nostrum

L’immigrazione è un fenomeno che ha storicamente caratterizzato la demografia italiana nel XX Secolo, assumendo dimensioni sempre più significative a partire dal primo Dopoguerra. Oggi, è l’Italia a costituire un ponte verso la salvezza per migliaia di clandestini, terra di sbarchi in forte aumento soprattutto a seguito della stagione delle primavere arabe. Flussi migratori provenienti prevalentemente dall’Africa sub-sahariana, dal Medio Oriente e dall’Asia percorrono diverse rotte che attraversano la Grecia e il nord dell’Africa. Uno stato di emergenza che ha reso necessario l’avvio della Operazione Mare Nostrum, condotta dalla Marina Militare, per cercare di fronteggiare questa grave crisi umanitaria.

Operazione Mare Nostrum

Il crollo dei regimi in Tunisia, Egitto e Libia; la guerra civile in Siria, il conflitto israelo-palestinese e l’instabilità della confusa situazione in Somalia e in Eritrea sono solo alcune delle complesse realtà che hanno innescato una fase di fragile cambiamento politico in Africa e in Medio Oriente. Un flusso ininterrotto di popolazioni civili proviene da queste aree, interessate dalla violenza, dalla miseria, da lunghi periodi di lotte interne, che hanno destabilizzato le istituzioni governative. Gli extracomunitari raggiungono le coste italiane, quale approdo sicuro, per inseguire la speranza di migliorare le proprie condizioni di vita, aspettative di cambiamento che spesso colano a picco[i]. È proprio il tragico naufragio di un barcone carico di immigrati, nelle acque che circondano l’Isola di Lampedusa[ii], ad aver spinto il governo italiano a intervenire e rafforzare il dispositivo nazionale di controllo per il pattugliamento del Canale di Sicilia, già operativo nell’ambito della missione Constant Vigilance, a cui la Marina Militare partecipa dal 2004[iii], un’attività di presenza e sorveglianza, vigilanza sulla pesca e controllo dei flussi migratori condotta dai pattugliatori Cassiopea, Vega, Orione, Libra, C.Te Cigala Fulgosi e Sirio e dal personale del Battaglione San Marco[iv]. Il 18 ottobre 2013, è stata autorizzata l’Operazione Mare Nostrum[v]. Questa operazione militare e umanitaria garantisce la sicurezza di centinaia di vite umane in mare e, come deterrente, assicura alla giustizia gli scafisti che alimentano il traffico di clandestini e che, colti in flagranza di reato, sono punibili con la detenzione da cinque a tredici anni. Per quest’attività operativa è impiegato personale, mezzi aerei e navali della Marina Militare, in sinergia con le forze dell’Aeronautica, dei Carabinieri, della Guardia di Finanzia, della Capitaneria di Porto e dell’Esercito che, nell’ambito dell’Operazione Strade Pulite a Lampedusa, accolgono gli immigrati che giungono a bordo delle motovedette delle Forze armate e delle Forze dell’ordine[vi]. Prende parte all’operazione anche il personale della Polizia di Stato. Imbarcati sulle unità militari messe in campo, gli uomini della Polizia scientifica si occupano di velocizzare l’identificazione di ciascuno straniero che sale a bordo, curandone la foto-segnalazione, eccetto che per i minori di quattordici anni; un’altra squadra, con l’aiuto di mediatori culturali, raccoglie ed elabora i dati forniti dagli immigrati per avviare indagini sull’individuazione di organizzazioni criminali specializzate nel traffico di esseri umani[vii]. Su richiesta del Comando in Capo della Squadra Navale della Marina Militare (CINCNAV), anche il personale del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana partecipa all’Operazione Mare Nostrum. Un’équipe medica composta di medici di varie specializzazioni, infermieri professionali e personale per il supporto organizzativo e logistico contribuisce al rafforzamento del sistema di sorveglianza sanitaria al fine di ridurre al minimo i possibili rischi infettivi dovuti ai flussi migratori e contribuire ad aumentare il livello di tutela dei cittadini italiani e degli stessi profughi[viii]. I mezzi aerei e navali che la Marina Militare mette a disposizione della Operazione sono:

  • 1 Nave Anfibia, tipo Landing Platform Dock (LPD, unità da trasporto anfibio), con l’incarico di comando e controllo dell’intero dispositivo. L’Unità è dotata di una struttura sanitaria di primo intervento, con la disponibilità di mezzi da sbarco e gommoni a chiglia rigida. Inoltre, l’Unità ha la possibilità di ricevere a bordo i rappresentanti di Ministeri, Organismi nazionali e internazionali che partecipano all’Operazione;
  • 2 fregate Classe Maestrale, entrambe dotate di un elicottero AB-212;
  • 2 pattugliatori Classe Costellazioni/Comandanti, con la possibilità di imbarcare un elicottero AB-212, e le corvette Cl. MINERVA, di cui una con il compito di Vigilanza Pesca;
  • 2 elicotteri pesanti EH-101 (MPH, Maritime Patrol Helicopter), imbarcati sulla Nave Anfibia e con base a terra a Lampedusa, Pantelleria e Catania, secondo le necessità. Si tratta di elicotteri di nuova generazione, dotati di elevate potenzialità, quali l’ampia autonomia oraria; il radar di scoperta e sorveglianza (MM APS 784), che permette di rilevare imbarcazioni anche di medie o piccole dimensioni a grandi distanze; le capacità del sensore FLIR (Forward Looking InfraRed) ad alta definizione in modalità infrarosso o TV, che permette di identificare di giorno e di notte imbarcazioni particolarmente piccole ed effettua anche registrazioni video. I sistemi avanzati di stabilizzazione e autopilota consentono poi di portare automaticamente l’elicottero alla quota di hovering, che consiste nel volo sospeso a velocità nulla e a quota costante, mantenendo accuratamente la posizione e permettendo il recupero di naufraghi, anche durante la notte, in uno stato di totale sicurezza.
  • 1 velivolo P180, munito di dispositivi ottici a infrarosso (Forward Looking Infra-Red – FLIR), con base a Pratica di Mare;
  • 1 LRMP Breguet Atlantic, velivolo pattugliatore ognitempo a lungo raggio, con base a Sigonella;
  • una rete radar costiera della M.M., con capacità di ricezione dei Sistemi Automatici di Identificazioni della Navi Mercantili (Automatic Identification System– AIS)[ix].

Dal 18 ottobre 2013 al 20 novembre 2013, l’Operazione Mare Nostrum è stata guidata dal Contrammiraglio Guido Rando; dal 21 novembre al 29 dicembre 2013, dal Contrammiraglio Mario Culcasi, a capo della flotta dei pattugliatori con sede ad Augusta, e dal 30 dicembre 2013 al febbraio 2014 dal Contrammiraglio Francesco Sollitto. In seguito, l’attività è passata nuovamente sotto il comando del Contrammiraglio Rando, a bordo della Nave San Giusto, sede di comando dell’Operazione, dal 1 agosto, sostituito dal Contrammiraglio Sollitto. Le Navi della Marina che hanno preso parte a rotazione all’operazione, con una disponibilità di 3.300 militari, sono in totale ventuno. Le otto Fregate missilistiche della Classe Maestrale: Maestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco, Aliseo, Euro, Espero e Zeffiro; i Pattugliatori OPV (PBH) Orione, Cassiopea e Vega; il Pattugliatore OPV (PG) Sirio; la nave di Comando e Supporto Logistico Etna; le Corvette Classe Minerva I serie Sfinge, Urania e la Corvetta Classe Minerva II serie Chimera e Fenice; la nave Trasporto costiere Lipari e le navi Assalto Anfibio San Giusto, San Giorgio e San Marco[x]. Secondo fonti del Viminale, sono 100.688 gli extracomunitari salvati solo dal primo gennaio del 2014[xi]. Dall’ottobre del 2013 a oggi, quindi, l’operazione ha permesso di portare in salvo più di 100.000 profughi e sono stati arrestati e denunciati all’autorità giudiziaria ben oltre 200 scafisti. La Difesa sta supportando e addestrando le forze di sicurezza in Mali, in Libia e presto lo farà anche nell’Africa centrale per rafforzare la capacità operativa e di controllo delle frontiere. Mare Nostrum è un’operazione a tempo e il Governo è fermo sulla posizione secondo la quale l’Europa dovrà essere maggiormente coinvolta, così come lo dovranno essere le Nazioni Unite e i Paesi del Partenariato 5 più 5 (Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia più Portogallo, Spagna, Francia, Malta e Italia)[xii]. I costi per il sostegno dell’operazione sono coperti con le ordinarie disponibilità di bilancio del Ministero della Difesa. Dall’inizio dell’operazione a oggi sono stati spesi circa 9,3 milioni di euro al mese. Sette milioni di euro sono stati destinati al funzionamento e alla manutenzione dei mezzi e le restanti risorse al personale impegnato nell’attività[xiii]. Per permetterne il proseguimento è stato necessario rimodulare la programmazione finanziaria ordinaria della Difesa, pur continuando ad assicurare lo svolgimento delle previste attività istituzionali, senza ripercussioni, sull’operazione già programmata[xiv]. Data la precarietà delle istituzioni governative degli Stati da cui provengono gli immigrati, l’impegno militare e politico italiano richiede un sostegno europeo e internazionale più incisivo. Oltre, infatti, alla necessità di rafforzare la cooperazione bilaterale con la Libia e i paesi interessati dalle partenze dei clandestini, lo sforzo condiviso con l’Unione Europea e l’Organizzazione delle Nazioni Unite dovrebbe essere diretto a contrastare i trafficanti di vite umane che, una volta incassato il denaro, abbandonano i clandestini alle sorti del mare. Un impegno plurilaterale fondamentale, se si considera tra l’altro che l’Operazione Mare Nostrum opera unitamente alle attività previste dal Frontex, istituzione dell’Unione europea che ha il duplice obiettivo di coordinare il pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati membri dell’Unione Europea e la stipulazione di accordi con i paesi confinanti l’UE per reintegrare nuovamente i profughi extra-comunitari respinti alle frontiere[xv].

Il sostegno europeo

L’Operazione Mare Nostrum è una totale assunzione di responsabilità da parte della Marina Militare di sorvegliare i mari adiacenti alla nostra penisola ed evitare tragedie umane, analoghe a quella che si è verificata a Lampedusa il 3 ottobre 2013, in cui sono morti più di 300 profughi. Nello stesso tempo, è intrinseco il messaggio rivolto all’Europa. Il controllo delle frontiere marittime deve essere complementare alla tutela della vita e dei diritti delle persone che cercano di oltrepassarle. L’operazione è una missione che vede i nostri militari impegnati in prima linea a garantire protezione alle persone in fuga da persecuzioni e guerre, da teatri di conflitto e di violenza come la Siria o la Somalia[xvi]. Di là dalle strumentalizzazioni politiche, tutte le Forze Armate italiane dovrebbero essere sostenute dalle istituzioni politiche europee, perché gli sbarchi proseguono senza sosta e le strutture di accoglienza sono oramai al collasso. Una collaborazione più attiva con i governi degli Stati di transito e dei Paesi membri dell’UE, un dialogo tra i Paesi del Mediterraneo e dell’Africa sub-sahariana consentirebbe all’UE di varare una politica d’immigrazione che si occupi di controllare i confini e lottare contro la criminalità organizzata, in stretto contatto con le Forze di Polizia e la Magistratura.

Federica Fanuli

Note//

[i] Cfr. http://www.oecd.org/berlin/Is-migration-really-increasing.pdf; http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0059App.pdf.

[ii] Cfr. http://www.repubblica.it/cronaca/2013/10/03/news/lampedusa_brucia_un_barcone_strage_di_migranti-67817611/.

[iii] Cfr. http://www.marina.difesa.it/attivita/operativa/Pagine/MareNostrum.aspx.

[iv] Cfr. http://www.marina.difesa.it/documentazione/editoria/notiziario/Documents/2013/05/04.pdf.

[v] Cfr. http://www.marina.difesa.it/attivita/operativa/Pagine/MareNostrum.aspx.

[vi] Cfr. http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0059App.pdf.

[vii] Cfr. http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/20140312_MareNostrumn.aspx; http://www.poliziadistato.it/poliziamoderna/articolo.php?cod_art=3397.

[viii] Cfr. http://www.cri.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/22734.

[ix] Cfr. http://www.marina.difesa.it/attivita/operativa/Pagine/MareNostrum.aspx.

[x] Cfr. http://www.analisidifesa.it/2013/10/operazione-mare-nostrum/.

[xi] Cfr. http://www.lastampa.it/2014/08/15/italia/cronache/record-di-profughi-litalia-ci-ha-salvati-vSunXQsl6VO34xsCeMtdxK/pagina.html.

[xii] Cfr. http://www.studiolegalegiuliano.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=641:operazione-mare-nostrum-il-punto-del-ministro-della-difesa-roberta-pinotti&catid=1:news&Itemid=15&lang=ru.

[xiii] Cfr. http://www.iltempo.it/mobile/cronache/2014/07/03/e-l-italia-spende-300mila-euro-al-giorno-1.1267186.

[xiv] Cfr. http://www.publicpolicy.it/mare-nostrum-pinotti-bilancio-difesa-32725.html.

[xv] Cfr. http://www.eurasia-rivista.org/loperazione-mare-nostrum/20335/; http://www.marina.difesa.it/attivita/operativa/Pagine/MareNostrum.aspx.

[xvi] Cfr. http://www.studiolegalegiuliano.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=641:operazione-mare-nostrum-il-punto-del-ministro-della-difesa-roberta-pinotti&catid=1:news&Itemid=15&lang=ru; http://www.politicheeuropee.it/comunicazione/18890/immigrazione-gozi-al-comitato-schengen-mare-nostrum-deve-diventare-europa-nostra.

Nigeria/ Marina Militare. Il 30° Gruppo Navale nella campagna “Sistema Paese”


nigeriaUna delle venti tappe della Campagna Navale della Marina Militare “Il Sistema Paese in Movimento”, condotta dal 30° Gruppo Navale, la Nigeria è una terra destabilizzata da lotte interne di natura politica, economica e religiosa tra opposti gruppi tribali del Nord e del Sud. Differenze etniche, territoriali e ideologiche che hanno generato crisi politiche e violenza religiosa – dalla rivolta di Maitatsine agli attentati di Boko Haram, fino ai recenti attacchi della pirateria – ma che non hanno rallentato l’impegno militare e di crescita economica del governo nigeriano. Considerando la posizione geografica sull’Oceano Atlantico e la rete fluviale del Delta del Niger, infatti, la Nigeria punta al rafforzamento della cooperazione internazionale per garantire una maggiore sicurezza marittima, fondamentale anche ai fini della crescita del Paese.

Il contesto storico-politico della Nigeria

Sottoposta al dominio coloniale inglese, la Nigeria raggiunse l’Indipendenza nel 1960, ma precipitò in una guerra civile scatenata dal tentativo di secessione delle province sudorientali di etnia Igbo, che terminò nel 1967 con la secessione del Biafra, poi annesso nuovamente nel 1970[i]. Tre sono le aree che compongono la Federazione nigeriana, quanti sono i maggiori gruppi etnici del paese: Hausa-Fulani, Yoruba e Igbo. Gli Hausa Fulani sono situati a Nord della Nigeria e professano la religione islamica. Gli Yorube sono concentrati nella zona sud-occidentale della Nigeria e questa etnia è di religione cristiana, con una minoranza di estrazione musulmana. Gli Igbo costituiscono una parte rilevante della società nigeriana e professano la religione cristiana. A seguito dell’Indipendenza, tra queste etnie emergono forti contrasti dovuti a una visione opposta della politica e della religione e ad una serie di interessi economici[ii]. Trent’anni di dittatura militare, una serie di colpi di stato e la scoperta del petrolio nella regione del Delta del Niger, che getta quest’area in uno stato di conflitto, alimentano la spaccatura tra élite politiche del Nord e del Sud della Nigeria. La fine del Colonialismo cede il potere alle classi politiche e militari del Nord, che occupano ruoli di responsabilità nell’esercito e nell’amministrazione dello Stato; ma, il business del petrolio a Sud rischia di indebolire l’autorità della zona settentrionale, che potrebbe perdere il controllo sulle rendite percepite dalla vendita degli idrocarburi[iii]. I proventi arricchiscono i funzionari governativi, favoriscono il fenomeno della corruzione e la povertà, che aumenta la disuguaglianza sociale che attraversa gli anni ‘80 e ’90, dai quali hanno inizio gli scontri causati dalla setta di Maitatsine. Kano, Kaduna, Yola, Sokoto e Zaria, sono solo alcuni delle città colpite dai seguaci di Muhammad Marwa, che si professa profeta musulmano e promuove l’instaurazione di un governo islamico e che non si ispiri al secolarismo occidentale[iv]. L’espressione più recente di questa instabilità è Boko Haram, che nasce all’inizio degli anni duemila nella città di Maiduguri, capitale dello Stato federato del Borno, all’estremo nord-est del Paese. Il gruppo si costituisce sotto la guida di un giovane islamico, Mohammed Yusuf. Boko Haram ricorre alla strategia del terrore per rovesciare il governo. Attentati e autobombe, tattiche terroristiche che associano il movimento ad Al-Qaieda. L’obiettivo è riunire i trentasei Stati nigeriani, invocando l’espulsione dei cristiani, e fondare un governo islamico sul modello del Califfato di Sokoto, che si instaurò nel corso del XIX secolo, prima della Colonizzazione europea[v]. Dal 2009, le attività del movimento si sono intensificate, come risposta all’intervento dell’Esercito e alla incapacità delle istituzioni politiche di risolvere i problemi economici e sociali che affliggono la realtà settentrionale. Non si esclude che il movimento possa anche essere strumentalizzato per promuovere l’instabilità, perché gettare un paese nel disordine consoliderebbe il potere politico delle classi dirigenti, in una società caratterizzata da un elevato livello di disoccupazione, povertà e corruzione[vi]. A ciò si aggiunga il fenomeno della pirateria. Nelle acque somale si è verificato un calo degli attacchi da parte dei pirati. Le missioni internazionali in corso hanno garantito una maggiore sicurezza dei traffici commerciali e delle imbarcazioni che percorrono il Golfo di Aden. La pirateria ha quindi trovato espansione nell’Oceano Atlantico. Zona a rischio nel Golfo di Guinea, è anche la Nigeria, uno dei principali Stati africani produttori di petrolio, esposta agli assalti a causa dalle scarse capacità di contrasto delle forze navali[vii]. È in questa realtà e nell’anno del Centenario della Unificazione della Nigeria che sono state accolte a Lagos, dal 28 febbraio al 3 marzo, la Rifornitrice Etna e la Portaerei Cavour, del 30° Gruppo Navale della Marina Militare.

Il Sistema Paese in Movimento

Il 30° Gruppo Navale, costituito dalla Portaerei Cavour, la Rifornitrice di Squadra Etna, la Fregata Bergamini e il Pattugliatore Borsini, è salpato dal porto di Civitavecchia il 13 novembre 2013 per raggiungere il Canale di Suez. Sulla rotta della Campagna Navale “Il Sistema Paese in Movimento”, affidata al comando dell’Ammiraglio di Divisione Paolo Treu, il Gruppo navale ha raggiunto il Golfo Arabico e l’Oceano Indiano, fino a concludere la campagna con il periplo dell’Africa. Gli obiettivi della spedizione hanno come denominatore il rilancio dell’imprenditoria italiana in ambito internazionale e in aree d’interesse strategico
 per il nostro Paese. In particolare, le finalità della Campagna, conseguite con mezzi Dual Use impiegati per scopi militari e civili[viii], sono:

  • addestramento dell’equipaggio in contesti complessi, in collaborazione con le Marine alleate e dei Paesi amici;
  • sicurezza marittima, attraverso operazioni di deterrenza contro la pirateria, di protezione del traffico mercantile, di ricerca e soccorso;
  • sostegno alle Marine dei Paesi visitati, attraverso la cooperazione e lo sviluppo delle loro 
capacità operative (Maritime Capability Building), con particolare attenzione alla sicurezza globale;
  • supporto alla politica estera nazionale, attraverso la Naval Diplomacy, uno dei pilastri della politica estera;
  • assistenza umanitaria attraverso l’intervento di team costituiti da volontari del Gruppo Navale in collaborazione con la ONLUS Operation Smile, che ha eseguito interventi chirurgici maxillofacciali, eseguiti nelle sale operatorie del Cavour, in sei Stati africani (Kenia, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Ghana ed Algeria); la ONLUS Fondazione Francesca Rava che lotta contro la cecità
 infantile; le Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana e i sanitari del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana, pienamente integrati con il personale medico militare e civile che hanno operato presso gli ospedali di bordo.
  • promozione delle eccellenze imprenditoriali italiane, che hanno visto il Cavour svolgere un’intensa attività di promozione dell’Expo2015
 nel Golfo Arabico e nel continente africano, oltre a sostenere il Made in Italy su mercati in
 espansione[ix].

Sul piano umanitario, nel corso della sosta a Lagos, le infermiere della Croce Rossa, il personale sanitario della Marina Militare e lo staff della Fondazione Francesca Rava, composto di quattro ottici optometristi e un oculista, hanno eseguito visite mediche ai bambini nigeriani. Sul piano più tecnico, invece, i militari nigeriani a bordo delle Unità della Marina Militare hanno seguito i quindici corsi formativi e addestrativi in materia di sicurezza nazionale, con particolare attenzione all’antipirateria, alle procedure di abbordaggio in mare, alla protezione delle piattaforme petrolifere, alla ricerca e al soccorso in mare, alla difesa da ordigni esplosivi improvvisati e alle procedure contro l’inquinamento marittimo. Le unità militari italiane hanno coinvolto nelle attività di sicurezza e nelle esercitazioni anche le imbarcazioni bandiera italiana, incontrati durante la lunga missione nell’Oceano Indiano e Atlantico. Nel corso della sosta, alle autorità militari nigeriane sono state mostrate le potenzialità e le capacità aeronavali italiane. Dalla Portaerei Cavour si sono levati i due velivoli caccia Harrier AV8B-Plus, seguiti da due elicotteri, Shark EH-101 e AB-212 Tiger. Dalla poppa della Fregata Bergamini è invece comparso il Cabat, rapido battello progettato per condurre tre diversi tipi di operazioni: supporto, assalto e appoggio[x].

Conclusioni

L’instabilità politica e sociale induce la Nigeria a rafforzare il ruolo delle forze militari e garantire la sicurezza di un’area marittima ricca di giacimenti petroliferi e soggetta alle incursioni piratesche. In questa direzione, la Marina Militare italiana ha messo a disposizione delle istituzioni nigeriane le proprie capacità e la propria esperienza in ambito umanitario e di difesa, al fine di fornire e formare le competenze necessarie a risolvere le problematiche che affliggono la società nigeriana. La Nigeria è per altro un mercato che svolge un ruolo d’importanza strategica nel cuore dell’Africa e che potrebbe offrire enormi potenzialità al Made in Italy, incoraggiato dalle nostre Forze Armate a investire e ad attrarre piazze d’affari straniere e in forte espansione. La campagna condotta dalla Marina Militare italiana potrebbe, quindi, contribuire a consolidare la cooperazione e la partnership economica e militare con la Nigeria. È questo il quadro in cui si colloca la presenza italiana in Nigeria.

Federica Fanulli

[i] Cfr. E. DI NOLFO, Storia delle Relazioni Internazionali, Editori Laterza, Roma, 2009, p. 970.
[ii] Cfr. http://r4d.dfid.gov.uk/PDF/Outputs/inequality/wp6.pdf.
[iii] Cfr. http://www.geopolitica-rivista.org/25450/gli-attacchi-di-boko-haram-e-il-fragile-contesto-nigeriano/.
[iv] Cfr. http://worlddefensereview.com/pham101906.shtml.
[v] Cfr. http://gpf-europe.com/upload/iblock/8d7/egf_commentary_islam_and_the_west_sebastien_jadot.pdf.
[vi] Cfr. http://www.geopolitica-rivista.org/25450/gli-attacchi-di-boko-haram-e-il-fragile-contesto-nigeriano/; http://www.academicjournals.org/article/article1381995587_Fagbadebo.pdf.
[vii] Cfr. http://www.analisidifesa.it/2013/04/pirateriagli-attacchi-calano-in-somalia-e-aumentano-nel-golfo-di-guinea/.
[viii] Cfr. http://www.marina.difesa.it/attivita/dualuse/Pagine/default.aspx.
[ix] Cfr. http://www.marina.difesa.it/attivita/operativa/30grupponavale/Pagine/default.aspx.
[x] Cfr. http://www.analisidifesa.it/2014/03/la-marina-punta-sullafrica/.

Altamura/ Attività militari. Il Settimo Bersaglieri della Brigata “Pinerolo” in una scheda storica a cura di Federica Fanuli


Stemma del 7° Reggimento Bersaglieri
Stemma del 7° Reggimento Bersaglieri

Il 7° Reggimento Bersaglieri della Brigata “Pinerolo” rappresenta un pezzo di storia delle Forze Armate italiane. Sin dalla sua costituzione, il reggimento combatte con merito in terre straniere e partecipa, sotto l’egida delle istituzioni internazionali, alle missioni di pace in aree di crisi e di conflitto. Operativo anche sul territorio nazionale, il reggimento si è contraddistinto per l’intervento militare in Libano, missione notoriamente di altissima valenza politico/diplomatica con dimensione militare, civile, di cooperazione allo sviluppo con forte spessore umanitario. Una terra martoriata dalle fratture interne alimentate da contrapposizioni politiche, religiose e sociali, dove il comunitarismo di stampo confessionale, che genera precari equilibri politici, ne ostacola l’identità nazionale. È anche qui, nella Terra dei Cedri, la professionalità militare del 7° Reggimento Bersaglieri, nell’ambito dell’Operazione Leonte, conferma il prestigio del “modello italiano” nelle missioni internazionali di peacekeeping.

Cenni Storici

Il 7° reggimento bersaglieri si costituisce a Verona il 1° Gennaio 1871 e, sin da subito, dà prova di grande valore militare partecipando a tutte le successive campagne e guerre combattute dall’Italia:

  • nel 1887-88, nella Guerra d’Africa;
  • nel 1895-96, alla Campagna d’Africa;
  • nel 1911-12, nella Guerra Italo-Turca;
  • nel 1915, in Tripolitania;
  • nel 1915-18, la partecipazione alla Grande Guerra vale al reggimento la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia.
  • nel 1941-1943, il 7° reggimento bersaglieri prende parte alle operazioni della Seconda Guerra Mondiale, sul fronte tunisino nell’ambito della campagna d’Africa, ed esempio di tenacia “[…] Tre volte decimato, tre volte ricostruito, fu sempre pari alle sue gloriose tradizioni”, il medagliere si arricchisce della Medaglia d’Oro al Valore Militare, un riconoscimento che non conosce eguali nella storia delle Forze Armate italiane.

Le numerose perdite, durante la battaglia di El Alamein nel 1943, dove “Mancò la fortuna non il valore”, ne costano al Reggimento lo scioglimento. Ricostruito il 1° agosto dello stesso anno, la firma dell’Armistizio segna definitivamente la fine del 7° reggimento bersaglieri. Il 21 ottobre 1975, l’Esercito è ristrutturato. A Solbiate Olona si forma il X° battaglione bersaglieri, e a questa nuova unità viene affidata la Bandiera del 7° reggimento. Simbolo di tradizione storica e di valori è restituita al reggimento di appartenenza nel 1992, quando, ricostituito a Bari nei ranghi della Brigata “Pinerolo”, il 7° reggimento bersaglieri inquadra l’11° battaglione bersaglieri “Caprera” sostituito, nel 1997, dal 10° battaglione bersaglieri “Bezzecca”. Il 19 dicembre 2013, a seguito di un’ulteriore riconfigurazione delle sedi e dei reparti della Forza Armata, il reggimento viene trasferito dalla città di Bari a quella di Altamura, nella Caserma Felice Trizio[i].

Operazioni sul territorio nazionale e internazionale

Il 7° reggimento bersaglieri ha preso parte a diverse operazioni sul territorio nazionale:

  • Operazione Vespri Siciliani;
  • Operazione Riace;
  • Operazione Salento;
  • Operazione Partenope;
  • Operazione Domino.

Dall’agosto del 2008 al marzo del 2011, il 7° reggimento bersaglieri viene ininterrottamente impiegato anche nell’Operazione Strade Sicure; nell’ambito di una collaborazione militare interforze, congiuntamente alle forze di Polizia e a disposizione dei Prefetti competenti per territorio, come ha spiegato il Cap. Antonio De Gregorio (dell’Ufficio Operazioni e Addestramento del reggimento), i militari hanno operato in Puglia fornendo personale di vigilanza:

  • a Foggia, presso il Centro di Accoglienza e Richiedenti Asilo (C.A.R.A.) di Borgo Mezzanone;
  • a Bari, presso il C.A.R.A. di Bari Palese e il Centro di Identificazione e di Espulsione (C.I.E.) di Bari San Paolo;
  • a Brindisi, presso il C.I.E. “Restinco”.

Il personale del reggimento ha inoltre svolto, nelle città di Bari e Foggia e sempre congiuntamente a unità delle Forze dell’Ordine, attività di vigilanza a “obiettivi sensibili”, posti di controllo e di blocco, e pattugliamento delle aree metropolitane. L’Operazione Strade Sicure ha visto i militari impegnati anche nella Regione Campania, Sicilia e Lazio, nel perseguimento dell’obiettivo di deterrenza contro la criminalità organizzata[ii].

Inoltre, a causa dell’alluvione che ha colpito la Basilicata, nel 2011, e ha provocato lo straripamento del fiume Bradano, il 7° reggimento bersaglieri ha fornito agli organi istituzionali 31 unità che si occupassero di monitorare il percorso fluviale e drenare le aree invase da acqua e fango, rimuovendone i detriti.

Oltre che sul territorio nazionale, il 7° reggimento bersaglieri è stato impegnato in diversi teatri di crisi connotati da diverso grado di conflittualità . In particolare, nelle seguenti operazioni:

  • JOINT GUARDIAN in Albania, da maggio 2002 a ottobre 2002;
  • ALTHEA in Bosnia-Herzegovina, da dicembre 2005 a giugno 2006;
  • JOINT ENTERPRISE in Kosovo, da giugno 2007 a novembre 2007;
  • LEONTE in Libano, da ottobre 2011 ad aprile 2012[iii];

Operazione Leonte

Con particolare riferimento a questa delicata missione, la presenza italiana nella Terra dei Cedri, di fatto, risale al secolo scorso, quando l’Organizzazione delle Nazioni Unite interviene nel 1978 approvando, in seno al Consiglio di Sicurezza, le Risoluzioni n. 425 e n. 426 (quali azioni conseguenti all’invasione del sud del Libano da parte delle forze armate israeliane avvenuta nel marzo dello stesso anno), con le quali impone il cessate il fuoco e il ritiro delle truppe militari. Il Consiglio di Sicurezza autorizza quindi la costituzione immediata della United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), una forza d’interposizione con il compito di accertare il ritiro delle forze israeliane e ristabilire condizioni di pace e sicurezza internazionale, al fine di assistere Beirut nel ripristino dell’autorità di governo. Già nel 1982, dunque, il paese fu teatro del primo significativo impegno all’estero delle nostre Forze Armate proprio con i bersaglieri in prima linea al comando dal tenente colonnello Bruno Tosetti (2° battaglione “Governolo”), nell’ambito di una missione multinazionale di peacekeeping denominata “Multi-National Forces” (I e II): un’operazione da 2.300 uomini condotta in gran parte con soldati di leva, in concorso con Francia, Regno Unito e Stati Uniti, dopo un intervento israeliano a sostegno del governo falangista (cristiano-maronita) per espellere i guerriglieri palestinesi dal paese. L’imparzialità e le capacità delle truppe italiane, lo studio approfondito della cultura locale, del contesto storico-politico, l’integrazione nel tessuto sociale unitamente alla forte carica umanitaria dei nostri soldati ha positivamente contraddistinto l’impegno militare italiano in Libano. Nel 2006, si apre una nuova crisi che vede protagonisti le milizie armate di Hezbollah e Israele e che sfocia in una nuova invasione del sud del Libano da parte di questi ultimi, coinvolgendo e sconvolgendo, quale conseguenza, l’intero Libano. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’11 agosto 2006, adotta la Risoluzione 1701 con l’obiettivo di sostenere il Libano nella cessazione delle ostilità, implementando il mandato alle truppe UNIFIL e incrementando il numero dei soldati dispiegabili. L’Italia interviene inviando un nuovo contingente di forze, che sul terreno porranno in essere una sorta di “cuscinetto” tra le Forze di Difesa israeliane e le Lebanese Armed Forces (LAF). Nell’ambito del Capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite, che disciplina la soluzione pacifica delle controversie, l’Operazione Leonte è istituita per garantire pace e sicurezza nelle diverse aree di intervento in cui è suddiviso il territorio libanese, in cooperazione e coordinamento con le forze armate libanesi, ponendo attenzione agli Entry Points, punti di ingresso distribuiti lungo il fiume Litani (Leonte in italiano, da cui prende il nome l’operazione) e la Blue Line, la linea di demarcazione tra Israele e Libano identificata quale linea di ritiro delle truppe israeliane a seguito dell’invasione del sud del Libano avvenuta nel maggio del 2000. L’obiettivo è prevenire il risorgere delle ostilità e creare le condizioni adatte affinché si trasferiscano alle forze armate libanesi le capacità e la responsabilità della sicurezza del Libano. L’Area di responsabilità del contingente “ITALBATT” su base 7° reggimento bersaglieri, con un’estensione di 22 chilometri di lunghezza per poco più di 7 chilometri di larghezza, è la zona a sud-ovest del Libano su cui operano i nostri militari e dove sono distribuite le seguenti basi:

  • UN P 1-26, ad Al Mansouri, sede del Comando di ITALBATT;
  • UN P 1-31 e OP-LAB, basi avanzate di osservazione e monitoraggio della Blue Line;
  • UN P 1-32A, base avanzata di osservazione e monitoraggio della Blue Line, e luogo dove avviene periodicamente il Meeting Tripartito tra delegati del governo israeliano, libanese e i rappresentanti di UNIFIL;
  • UN P 2-2, a Zibqin, sede del Comando del battaglione operativo

Il 7° reggimento bersaglieri parte in Libano nell’ottobre 2011, per farvi rientro nell’aprile del 2012, e svolge attività operative e di cooperazione civile-militare (CIMIC). La cooperazione civile-militare rappresenta la chiave di volta dell’impegno militare del 7° reggimento bersaglieri in Libano. La testimonianza del Caporal Maggiore Raffaella Bianco della cellula CIMIC è diretta. Il Caporale traccia un quadro chiaro ed efficace dei progetti avviati nella Terra dei Cedri. I militari del reggimento promuovono incontri socio-politici e religiosi tra i Sindaci dell’area sottoposta al controllo italiano con l’obiettivo di acquisire bisogni, esigenze della popolazione e affrontare con determinazione le problematiche dei villaggi. Nel corso dei sei mesi durante i quali si è svolto il mandato italiano, per la prima volta, sono i soldati del 7° reggimento bersaglieri a riunire tutti i sindaci delle municipalità insistenti nell’area di operazione di italbatt. Una rete di comunicazione e dialogo che parte dalle istituzioni e coinvolge le scuole, le associazioni nazionali e internazionali, come la Caritas; le Organizzazioni Governative e Non Governative che operano sul territorio libanese al fine di contribuire al processo di pace. Un altro esempio di comunicazione e dialogo è il Meeting Tripartito, organizzato per condividere misure di sicurezza da applicare in campo tattico e risolvere questioni tecnico-militari che potrebbero provocare tensioni fra le parti. Una cooperazione che ovviamente non esclude l’impegno umanitario a sostegno della popolazione. Ai vecchi, donne e bambini, e a chiunque ne faccia richiesta, è fornita assistenza medica. Sono più di 700 i medical care, gli interventi di assistenza sanitaria, che sono stati effettuati dal personale medico in forza al contingente ITALBATT. Si svolgono lezioni d’italiano, di cucina, attività di capacity building, interventi infrastrutturali e forniture di alimenti. Il Maresciallo Capo Michele Basile, anch’egli del nucleo Cimic, pone l’accento sul ruolo che i militari italiani sono chiamati a svolgere. I soldati non alimentano false aspettative, ma accompagnano i libanesi verso la responsabilità e la consapevolezza del valore della propria terra. Un ponte invisibile e solido tra Libano e Italia, che i nostri soldati sono stati all’altezza di edificare. Si delineano chiaramente i tratti del “modello italiano” che, senza eguali, si impone sul piano internazionale e conquista il consenso di una popolazione reduce da anni di guerra. Un’intesa fondamentale, quella tra civili e militari, che rafforza la sinergia tra le forze militari italiane e libanesi, nello svolgimento di attività operative che si distinguono in operazioni condotte in prima linea dai militari del reggimento, quali:

  • il monitoraggio terrestre della Blue Line tracciata dai Border Pillars e marittimo della Line of Buoys,. Dopo la guerra del 2006, il numero dei Blue Pillars è stato aumentato e i lavori sono tuttora in corso;
  • garantire la necessaria cornice di sicurezza, durante il Tripartite Meeting che si svolge presso la base UN P 1-32A;
  • il pattugliamento terrestre e i posti di osservazione mobili e fissi (attività che vengono effettuate sia di giorno che di notte);
  • le scorte a lungo raggio ai movimenti logistici da e per il porto ed aeroporto di Beirut;

e in collaborazione con le LAF:

  • Counter Rocket Launching Operation (CRLO), un’attività che prevede che i militari a piedi o con veicoli di equipaggiamento – Lince, Centauro e Puma – pattuglino una determinata area, che potrebbe essere segnalata come potenziale sito di lancio di razzi, e stabiliscano i posti di osservazione e di blocco per eseguire i controlli sui mezzi e soggetti che si spostano lungo la zona.
  • FOOT PATROL (FP), al fine di garantire il controllo del territorio attraverso il pattugliamento appiedato di un determinato itinerario;
  • RANDOM CHECK POINT/Check PoinT, posti di blocco;
  • Blue Line PATROLS, il pattugliamento della Blue Line.

Queste attività operative sono eseguite da militari con un’alta preparazione professionale. Lo svolgimento delle operazioni premettono, infatti, una profonda conoscenza dell’ambiente storico e politico, in cui le truppe del 7° reggimento agiscono, ma anche tecnico e scientifico. È fondamentale, per esempio, lo studio del terreno, della vegetazione tipica del territorio, indispensabile se si considera anche il ruolo esercitato dalle unità del Genio, che si occupa dello sminamento, della rimozione di ordigni inesplosi e che costituiscono un pericolo per la popolazione e un rischio anche per la vita dei nostri soldati. Sebbene, nel corso del mandato italiano affidato al 7° reggimento bersaglieri, si siano verificati attentati ed esplosioni, non si contano vittime tra i militari italiani. Atti che tentano di innescare attriti tra le parti, ma che la componente Intelligence anticipa e previene. Il Tenente Bollino (ufficiale addetto alle informazioni del reggimento) ribadisce l’importanza della preparazione dei militari e afferma che le attività di Intelligence nazionale supporta con consapevolezza gli avvenimenti di pianificazione e condotta sul territorio. Ciò in vera e propria sinergia con il CIMIC e al settore Pubblica Informazione, capaci di acquisire informazioni tutte a sostegno delle attività tendenti a ripristinare e rafforzare sicurezza e legalità. Il lavoro svolto è stato perseguito con grande determinazione e gli obiettivi dell’Operazione Leonte sono stati conseguiti con un approccio soft che non è sinonimo di debolezza, al contrario, di professionalità e umanità, di cui i nostri soldati sono evidentemente capaci.

Il filo sottile che lega tutte le attività operative è senza dubbio il lavoro dei militari addetti alla Logistica, come sostiene il 1° Maresciallo Giuseppe Sisto (dell’ufficio logistico del reggimento). Ma non solo. Nondimeno importante, come evidenzia il 1° Maresciallo Michele De Luca, è lo sforzo del personale preposto alla gestione delle risorse umane e alle pratiche amministrative. Una sorta di catena di montaggio, quindi, in cui ogni meccanismo è indispensabile per muovere la macchina militare che nell’espressione dei risultati può solo apparentemente sembrare agevole ma che ha alle spalle un’eccezionale organizzazione dove nulla è lasciato al caso.

Conclusione

L’impegno del 7° reggimento bersaglieri in Libano nell’attuazione delle attività operative e di cooperazione civile-militare, al fine di contribuire alla pacificazione della Terra dei Cedri, si è rivelato come il modello italiano nelle missioni di pace all’estero. La credibilità e l’affidabilità, l’esperienza professionale e lo spirito umanitario dei nostri militari confermano il grande carico di responsabilità del Reggimento che, nell’alveo dell’ organizzazione internazionale dell’ONU, è riuscita a consolidare il grande risultato italiano di far sedere intorno ad un unico tavolo le parti in causa. In sintesi enfatizzando al meglio, in termini più generali, la strategia italiana per il Libano che ha avuto il suo valore aggiunto nella capacità di armonizzare e, dove possibile, integrare strumenti d’intervento diversi. Nel cosiddetto “mosaico libanese” i bersaglieri sono stati ancora una volta attori di una storia di valore che ha profonde radici storiche e che, attraverso il doveroso riconoscimento del lavoro e dello sforzo dei soldati, va onorata e rispettata meritandosi appieno di essere riportata sotto la luce dei riflettori ed alla ribalta delle cronache della pubblica informazione.

[i] Cfr. https://rassegnastampamilitare.com/2013/01/24/altamura-storia-il-7-reggimento-bersaglieri/.

[ii] L’Operazione “Strade Sicure”, iniziata il 4 agosto 2008, è prevista dalla Legge 24 luglio 2008, nr. 125 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica” e dal DL del 1° luglio 2009 n. 78. La legge 07 agosto 2012, n.135 ha prorogato l’impiego delle Forze Armate nei servizi di controllo del territorio fino al 31 dicembre 2013.

[iii] Cfr. https://rassegnastampamilitare.com/2013/01/24/altamura-storia-il-7-reggimento-bersaglieri/, oltre al materiale fornito direttamente dal 7° Reggimento Bersaglieri.

Libano/ L’Italia e le missioni di pace nella Terra dei Cedri


attività di pattuglia lungo la blue line 1L’impegno italiano nelle missioni internazionali in Libano contribuisce, in modo attivo e sostanziale, a mantenere alto il prestigio e l’affidabilità delle nostre Forze Armate. Sotto l’ombrello delle istituzioni internazionali, la partecipazione politica, diplomatica, militare e civile in UNTSO, UNIFIL I e II caratterizza l’intervento italiano in quest’area del Medio Oriente. Il Libano è indebolito dalle contraddizioni interne alimentate da fratture politiche, religiose e sociali e il comunitarismo di stampo confessionale, che genera equilibri politici precari, impedisce la costruzione dell’identità nazionale. Il vento della Primavera araba, che ha soffiato su tutti i paesi del Maghreb, non è riuscito a penetrare nella Terra dei Cedri.

UNTSO

Nel novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta il piano di spartizione della Palestina, ma la proposta di creare uno Stato Arabo e uno Stato Ebraico è respinta dai palestinesi e dagli Stati arabi. Il 15 maggio 1948, nello stesso giorno in cui Israele dichiara la propria indipendenza, Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq attaccano il nuovo Stato[i]. Con la Risoluzione n. 50 del 29 maggio 1948, il Consiglio di Sicurezza impone la cessazione delle ostilità in Palestina, affidando il controllo della tregua al Mediatore delle Nazioni Unite, assistito da un gruppo di osservatori militari[ii]. La United Nations Truce Supervision Organization (UNTSO) è la più vecchia operazione di peacekeeping istituita dalle Nazioni Unite. La missione garantisce, in primo luogo, il rispetto della tregua. Dopo l’Armistizio tra Israele, Libano, Siria, Giordania ed Egitto gli osservatori militari proseguono le attività supervisionando il rispetto degli accordi di pace e il controllo del cessate il fuoco nell’area del Canale di Suez e le alture del Golan, in seguito alla guerra arabo-israeliana del 1967[iii]. Il contingente italiano partecipa alla missione sin dal 1958. Tra i Paesi occidentali e dell’Unione Europea, l’Italia è il primo Stato fornitore di personale militare e di polizia altamente qualificato che prende parte alle operazioni di mantenimento della pace[iv]. La missione, ancora in corso, è articolata su un comando con base a Gerusalemme e quattro differenti Out Stations:

  • OGL (Gruppo Osservatori in Libano) a Naqoura (Libano);
  • OGG-T (Gruppo Osservatori Golan) a Tiberiade (Israele);
  • OGG-D (Gruppo Osservatori Golan) a Damasco (Siria);
  • OGE (Gruppo Osservatori Egitto) a Ismalia (Egitto).

In seguito agli scontri tra Israele e Libano, gli osservatori UNTSO sono ritirati dalle quattro Patrol Bases e, in particolare, il personale italiano è spostato a Naqoura[v]. La presenza italiana alle missioni ONU è il fiore all’occhiello del Governo italiano. 

UNIFIL e Multi-National Forces

fb_bluehelmetSebbene il Libano non prenda parte alla Guerra dei Sei giorni, Beirut comincia ad avvertire le conseguenze della sconfitta araba. Rispetto alla Giordania, il Libano ha un ruolo logistico secondario per l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), ma l’inarrestabile flusso di profughi palestinesi inizia a essere avvertito come un vero e proprio problema politico. Nel 1969, un compromesso limita la libertà di movimento dell’OLP a sud del Libano; benché, dopo il settembre nero, offensiva della Giordania scatenata nel 1970 contro la guerriglia palestinese, insediatasi nel regno dopo la Terza guerra arabo-israeliana, questo compromesso divenga strumento tramite il quale l’OLP concentra in Libano le maggiori forze militari palestinesi[vi]. Il 14 marzo 1978, a seguito di un nuovo attacco palestinese a Israele, l’esercito israeliano invade il Libano e occupa l’area meridionale. Le proteste del Governo libanese sollecitano l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che approva le Risoluzioni n. 425 e 426, con le quali l’ONU invita Israele allo stop delle azioni militari e al ritiro delle truppe, deliberando la costituzione di una forza d’interposizione nel Libano meridionale[vii]. Si costituisce la missione UNIFIL, con il compito di verificare il ritiro delle truppe israeliane, di ristabilire la pace e la sicurezza internazionale e assistere Beirut nel ripristino della sua autorità. La partecipazione italiana alla missione inizia nel luglio 1979. Le nostre forze armate assistono il Governo libanese nell’esercizio della propria sovranità sul territorio; nel controllo dei valichi al limite con Israele e affiancano le forze armate libanesi nelle operazioni di sicurezza e stabilizzazione dell’area al fine di interrompere le ostilità e stabilire condizioni di pace[viii]. Nel giugno 1982, a sostegno del governo falangista cristiano-maronita, Israele mira a scacciare i guerriglieri palestinesi dal territorio libanese e sferra un durissimo attacco diretto al Libano meridionale, che diventa teatro dell’impegno delle nostre Forze Armate nella missione multinazionale di peacekeeping denominata MultiNational Forces[ix]. Un’operazione condotta in gran parte da soldati di leva provenienti anche dalla Francia, Regno Unito e Stati Uniti, per rafforzare l’autorità del governo libanese e garantire la protezione dei civili nella periferia a sud di Beirut, dove sono allestiti i campi palestinesi[x]. È l’indignazione dell’opinione italiana, dinanzi alle immagini del massacro condotto dai falangisti nei campi profughi di Sabra e Shatila, a spingere l’Italia ad aderire anche a questa operazione. Il partito falangista, la componente più forte del governo libanese, si allea con Israele per combattere i guerriglieri palestinesi e allontanare da Beirut i musulmani sciiti arrivati da sud. Il veto sovietico nel Consiglio di Sicurezza però impedisce di istituire un unico comando sotto l’autorità del Segretario Generale, lasciando piena libertà di azione ai contingenti militari. Il percorso strategico delle Forze armate italiane si articola su tre punti che caratterizzano un’operazione di peacekeeping tutta nazionale:

  1. posizione di neutralità;
  2. protezione della popolazione civile e distribuzione di aiuti umanitari;
  3. riduzione dell’uso della forza e avvio dei negoziati per instaurare un dialogo tra le parti[xi].

A differenza di Francia e Stati Uniti, l’Italia riesce a mantenere una posizione politica equidistante dagli Stati coinvolti nel conflitto, un approccio che richiede grandi sforzi diplomatici per avvicinare, e non respingere, le componenti[xii]. La missione della Forza multinazionale si conclude nella notte del 23 ottobre 1983, quando due autocarri imbottiti di esplosivo uccidono 246 soldati americani e 58 francesi. Nessun militare italiano rimane vittima dell’attentato firmato Hezbollah[xiii]. Prosegue invece l’UNIFIL. Le ostilità fra truppe israeliane e milizie sciite filo-siriane di Hezbollah non si placano. Pur avendo avviato un parziale ritiro, Israele esercita ancora il suo controllo sul Libano meridionale. Le truppe di Tel Aviv si ritirano definitivamente solo nel 2000 e la missione UNIFIL svolge un ruolo decisivo nella fase di transizione per il pattugliamento, assieme alle forze armate libanesi; lo sminamento dell’area liberata, per la definizione della linea di confine (Blue Line) tra Israele e Libano e per l’assistenza ai libanesi, che fanno parte delle milizie filoisraeliane[xiv]. L’Italia opera con successo e, grazie agli sforzi di concertazione degli interventi, la guida dell’UNIFIL in Libano diviene il più avanzato esperimento d’intervento militare italiano all’estero.

UNIFIL II, OPERAZIONE LEONTE

Nell’estate del 2006 si apre una nuova crisi. Hezbollah colpisce Israele che, di tutta risposta, sferra un’offensiva sul Libano e ne impone il blocco aeronavale. Hezbollah rilancia un’intensa attività di guerriglia, mentre le forze militari libanesi non intervengono[xv]. Con la Risoluzione n. 1701 dell’11 agosto 2006 e, due anni dopo, con la Risoluzione n. 1832 del 27 agosto 2008 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU potenzia il contingente militare UNIFIL fino a un massimo di 15.000 uomini, che agiscono come “forze cuscinetto” tra le Forze di Difesa israeliane (IDF) e Lebanese Army Forces (LAF), estendendo l’operazione a tutto il territorio libanese, fino a sud del fiume Litani (Leonte in italiano)[xvi]. Cessate le ostilità, il Governo italiano approva il Decreto Legge del 28 agosto 2006 e autorizza l’invio di una Early Entry Force nazionale, denominata Joint Landing Force Libano (JLF-L), quale contributo nazionale alla missione di peacekeeping per dare attuazione alla Risoluzione n. 1701. Ai precedenti impegni si somma il sostegno al Libano nel dispiegamento delle truppe a sud del paese, l’assistenza umanitaria alla popolazione civile e il monitoraggio della fine degli scontri nell’area compresa tra la Blue Line e il fiume Litani, da cui prende il nome l’Operazione Leonte[xvii]. Su decisione delle Nazioni Unite, dal 28 gennaio 2012, l’Italia assume il comando della missione UNIFIL II. Il comando italiano coincide con uno dei momenti di maggiore tensione in Libano, esposto allo storico confronto tra Hezbollah e Israele e retroguardia della guerra civile in Siria. Migliaia sono i profughi siriani che varcano il confine settentrionale del Libano e dalla Terra dei Cedri passa il traffico di armi e munizioni dirette ai guerriglieri ribelli, che combattono contro il regime di Assad[xviii]. Il contingente italiano ha il merito di aver costruito rapporti di fiducia con la gente locale, fornendo servizi di vario genere, dalla donazione di gruppi elettrogeni a scuole e ospedali all’organizzazione di corsi di lingue. In particolare, molto importante è lo sviluppo di Quick Impact Projects (QIP), un portafoglio, un budget economico delle Nazioni Unite affidato al Comandante che può essere impiegato per finanziare e sostenere una serie di attività sul territorio e migliorare le condizioni di vita della popolazione. Il nostro paese porta avanti con impegno la ricostruzione del Libano e, attingendo alle risorse straordinarie legate al rifinanziamento delle missioni di pace, la Cooperazione civile e militare (COCIM), il coordinamento e la cooperazione tra componente militare e organizzazioni civili, ha potuto rispondere con maggiore efficacia alla grave emergenza umanitaria, allo sviluppo socio-economico e alla capacity building delle aree più svantaggiate del Libano[xix].

Conclusioni

L’Italia è una presenza costante nel paese dei Cedri e la buona riuscita della missione UNTSO, UNIFIL e dell’Operazione Leonte, giunta al quindicesimo mandato, è la prova di quanto i soldati italiani operino con grande dedizione. La qualità dell’impegno contraddistingue un vero e proprio modello italiano di peace-keeping. Un sistema italiano che prende forma sin dall’intervento in Libano del 1982, durante l’operazione ITALCON nell’ambito della MultiNational Forces, e si consolida nelle missioni in Albania, Somalia, Mozambico, Afghanistan e di nuovo in Libano, trovando riscontro positivo tra le popolazioni civili[xx]. L’imparzialità, la conoscenza del contesto storico-politico e l’integrazione nel tessuto sociale, l’umanità dei nostri soldati e l’attenzione ai bisogni della popolazione sono i tratti distintivi delle Forze Armate italiane nelle missioni internazionali di pace, un monito per tutti i contingenti militari stranieri[xxi].

Federica Fanuli


[i] Cfr. E. DI NOLFO, Storia delle Relazioni internazionali. Dal 1918 ai giorni nostri, Editori Laterza, Bari, 2009, p. 942.
[ii] Cfr. http://www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_intern_corso/UNTSO/Pagine/Antefatto.aspx.
[iii] Cfr. http://nuovo.camera.it/561?appro=77&Le+missioni+UNIFIL+e+UNTSO+in+Libano#paragrafo575.
[iv] Cfr. Ibid.
[v] Cfr. Contrammiraglio C. Confessore, Le Operazioni per il Mantenimento della Pace, in http://www.osdife.org/osdife%20pdf/Punti%20di%20vista/PDV_Confessore_finale.pdf, p. 58.
[vi] Cfr. E. DI NOLFO, Storia delle Relazioni internazionali, cit., pp. 1268-1271.
[vii] Cfr. http://nuovo.camera.it/561?appro=77&Le+missioni+UNIFIL+e+UNTSO+in+Libano#paragrafo573.
[viii] Cfr. Contrammiraglio C. Confessore, Le Operazioni per il Mantenimento della Pace, in http://www.osdife.org/osdife%20pdf/Punti%20di%20vista/PDV_Confessore_finale.pdf, p. 58.
[ix] Cfr. CeSpi, Il Libano e la crisi siriana: le lezioni di UNIFIL per l’Italia e la Comunità internazionale, n. 76, 2013, p. 3.
[x] Cfr. http://www.globalsecurity.org/military/ops/usmnf.htm.
[xi] Cfr. CeSpi, Il Libano e la crisi siriana: le lezioni di UNIFIL per l’Italia e la Comunità internazionale, cit., pp. 3-4.
[xii] Cfr. Ibid.
[xiii] Cfr. http://www.globalsecurity.org/military/ops/usmnf.htm.
[xiv] Cfr. Stato Maggiore della Difesa, UNIFIL – “Operazione Leonte”, in http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/speciali/libano/Pdf/SchedaUNIFIL.pdf, pp. 2-6.
[xv] Cfr. http://nuovo.camera.it/561?appro=77&Le+missioni+UNIFIL+e+UNTSO+in+Libano#paragrafo574.
[xvi] Cfr. Stato Maggiore della Difesa, UNIFIL – “Operazione Leonte”, in http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/speciali/libano/Pdf/SchedaUNIFIL.pdf, pp. 1-2.
[xvii] Cfr. Contrammiraglio C. Confessore, Le Operazioni per il Mantenimento della Pace, in http://www.osdife.org/osdife%20pdf/Punti%20di%20vista/PDV_Confessore_finale.pdf, p. 19.
[xviii] Cfr. http://temi.repubblica.it/limes/cosi-litalia-guida-la-missione-unifil-in-libano/34233.
[xix] Cfr. http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Libano_nuove_iniziative.aspx; http://temi.repubblica.it/limes/cosi-litalia-guida-la-missione-unifil-in-libano/34233.
[xx] Cfr. http://www.iai.it/pdf/DocIAI/iai1205.pdf.
[xxi] Cfr. CeSpi, Il Libano e la crisi siriana: le lezioni di UNIFIL per l’Italia e la Comunità internazionale, cit., pp. 13-14.