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Kosovo/ Pristina. Cambio al Comando del Joint Regional Detachment Centre (JRD-C)


kosovo-kfor10 DICEMBRE 2013 – Pristina, Kosovo, 10 dicembre 2013 – Si è svolta questa mattina, presso la base di “Camp Film City”, sede del Comando della Kosovo Force (KFOR), la cerimonia di cambio del Comandante del Joint Regional Detachment Centre (JRDC).

Il Colonnello Luca Andreani effettivo al Comando Militare Nord di Torino, è subentrato al Tenente Colonnello Antonio Pellone effettivo al 5° RGT MLRS “Superga” di Portogruaro .

La cerimonia è stata presieduta dal Generale di Divisione Salvatore FARINA, Comandante della KFOR. Erano presenti all’evento l’Ambasciatore italiano in Kosovo, SE Andreas FERRARESE e numerose altre autorità civili e religiose delle diverse etnie presenti nell’area. Erano inoltre presenti numerosi rappresentanti delle  organizzazioni internazionali con sede a Pristina.

Il Joint Regional Detachment-Centre (JRD-C) a guida italiana, è responsabile di un’area geografica ampia circa 2500 km² da Est a Ovest, quasi un terzo dell’intera superficie del Kosovo ed include militari di Italia, Slovenia, Ungheria, Finlandia e Turchia. Il JRD-Centre opera con 10 team di collegamento e monitoraggio (Liaison Monitoring Team – LMT) sul territorio municipale di 13 Comuni del Kosovo: tra questi Pristina, la capitale. La sua missione è quella di mantenere e garantire un continuo monitoraggio del territorio ed il necessario collegamento tra la NATO, le istituzioni locali e le altre organizzazioni internazionali che operano nella zona ovest del Kosovo.

I Liaison Monitoring Team (LMT) lavorano a stretto contatto con la popolazione, le Istituzioni ed i rappresentanti delle diverse etnie e religioni presenti sul territorio al fine di acquisire elementi di conoscenza utili al Comando KFOR per meglio operare a favore della pace e stabilità: tre di questi LMT sono a leadership italiana ed operano nelle municipalità di Pec/Peja, Decane/Decan, Pristina/Pristine.

Durante i sei mesi di attività svolta il JRDC ha contribuito in maniera decisiva al raggiungimento di obiettivi importanti per la missione di KFOR, quale ad esempio la cessione della sorveglianza del Patriarcato serbo-ortodosso di PEC/PEJE, da parte dei militari di KFOR, alla polizia del Kosovo.

Un altro importantissimo successo del JRDC è stata la realizzazione da parte della Protezione Civile Kosovara (Kosovo Security Force) di un ponte pedonale a favore della comunità di Monaci ortodossi del Monastero di Decani, che viene anche utilizzato dalla popolazione albanese del limitrofo comune di Decane.

Tale evento ha contribuito concretamente al miglioramento delle relazioni tra la comunità Serba e quella Albanese, sulla strada verso un Kosovo pacifico, democratico e multietnico.

Il Generale FARINA, nel suo discorso, ha messo in risalto l’eccezionale reputazione che l’unità di KFOR  si è guadagnata grazie all’eccellente lavoro svolto sul terreno, frutto della completa dedizione e della professionalità con le quali tutti i soldati dell’JRDC hanno sempre condotto il proprio compito.

m.c.

Udine/ DEFENCE COOPERATION INITIATIVE (DECI). Secondo Meeting internazionale dei Capi di Stato Maggiore della Difesa


Si è tenuto quest’oggi ad Udine, presso la sede della Brigata alpina “Julia”, il secondo Meeting internazionale dei Capi di Stato Maggiore della Difesa dei Paesi che aderiscono alla Defence Cooperation Initiative (DECI). Lo scopo di tale iniziativa, promossa dall’Italia ed alla quale partecipano oltre al nostro Paese anche l’Austria, la Croazia, la Slovenia e l’Ungheria, è quello di promuovere, su base regionale e tra Nazioni europee che condividono gli stessi interessi nel campo della difesa, un progetto di cooperazione finalizzato ad incrementare la stabilità della Regione attraverso la partecipazione comune ad operazioni internazionali ovvero ad attività addestrative e formative, da sviluppare nel prossimo futuro.

L’Ammiraglio Binelli, dopo aver dato il benvenuto alle altre delegazioni  e rivolto un messaggio augurale a quella croata per il recentissimo ingresso del proprio Paese nell’Unione Europea, ha sottolineato come l’attuale momento di recessione economica imponga una razionalizzazione delle risorse ed un’esigenza sempre più stringente di cooperazione internazionale finalizzata alla condivisione delle capacità e delle strutture.

Nel corso dell’incontro, i rappresentanti dei citati Paesi hanno manifestato la volontà di supportare pienamente, anche in futuro, la DECI e di esplorare da subito gli ulteriori margini di crescita dell’iniziativa stessa, sottolineando il reciproco interesse a condividere le capacità delle rispettive Forze Armate ed evidenziando l’opportunità di continuare assieme a favorire ogni progetto ritenuto utile ai fini della sicurezza e dello sviluppo regionale, nel più ampio contesto della dimensione continentale europea.

In particolare, è stato raggiunto il pieno accordo sulle principali questioni in agenda; fra tutte: la possibilità di offrire all’EU un Battle Group nel 2017 a framework DECI e la necessità di aumentare il numero degli eventi addestrativi congiunti.

A termine dei lavori, è stata quindi sottoscritta dai Capi di Stato Maggiore una dichiarazione congiunta con cui si suggellano gli impegni assunti in tale circostanza e si creano le premesse per le prossime attività ed iniziative.”

Grosseto/ Aeronautica Militare. In Islanda per l’Operazione “Cieli Ghiacciati”


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Eurofighter Typhoon from Italain Stormo 4 during an air show in Jesolo. (Photo credit: Wikipedia)

Martedì 11 giugno scorso, assetti Eurofighter e relativo personale navigante e specialista del 4°, 36° e 37° Stormo dell’Aeronautica Militare sono decollati dalla Base Aerea di Grosseto alla volta  dell’aeroporto di Keflavik in Islanda dando il via all’Operazione “Cieli Ghiacciati”.

Lo scopo della missione, che nasce a seguito del ritiro degli assetti aerei USA permanentemente stanziati in Islanda, ed in considerazione del fatto che la stessa Islanda non possiede Forze Armate,  è quello di assicurare il Servizio di Sorveglianza dello Spazio Aereo Islandese, alla luce degli impegni che l’Italia ha assunto in ambito NATO.

Ad integrazione degli assetti aerei, un team di Controllori della Difesa Aerea provenienti dal GRCDA (Gruppo Riporto e Controllo Difesa Aerea) di Poggio Renatico, dal 21° GrRAM (Gruppo Radar AM) di Poggio Ballone e dal 22° GrRAM (Gruppo Radar AM) di Licola,  assicurerà la gestione tattica dell’operazione garantendo il servizio di sorveglianza, riporto e controllo nell’AOR (Area of Responsability) ed i collegamenti con i CAOC (Combined Air Operation Center) di Finderup e Udem.

L’operazione è di fatto iniziata lo scorso venerdì 7 giugno con il rischieramento dell’Advanced Team sulla Base aerea di Keflavik (ISL), presso la quale è stata costituita la Task Force Air (TFA) alle dirette dipendenze del Comando Operativo di Vertice Interforze (C.O.I.), a cui è stato affidato il compito di ultimare gli allestimenti e le predisposizioni necessarie prima dell’arrivo dei velivoli.

Dopo l’iniziale periodo di ambientamento, ma con ben 24 ore di anticipo rispetto a quanto pianificato, é arrivata la validazione della NATO. Dal 13 giugno ha quindi avuto inizio l’attività di Air Policing che prevede l’impiego di velivoli intercettori Eurofighter che sorveglieranno e preserveranno l’integrità dello spazio aereo islandese, a fronte di una complessa organizzazione di uomini, mezzi, procedure e collegamenti nazionali e NATO.

Gli assetti italiani assicureranno il Servizio di Sorveglianza dello Spazio Aereo Islandese fino ai primi di luglio, conducendo, nel frattempo, attività addestrativa.

Questa operazione di difesa aerea nel settore islandese è un esempio di gestione razionale e condivisione delle risorse disponibili tra i vari partner della NATO. L’Aeronautica Militare, oltre alla missione in Islanda, sta partecipando alla sicurezza aerea e alla difesa aerea di Slovenia e Albania ormai da anni.

Kosovo/ Avvicendamento del contingente italiano in Kosovo


Oggi presso la base di “Villaggio Italia” di Belo Polje, il Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze, Generale di Corpo d’Armata Marco Bertolini, ha presieduto il passaggio di responsabilità alla guida del Contingente italiano in Kosovo.

Il 5° Reggimento Artiglieria Terrestre Lanciarazzi “Superga”, comandato dal Colonnello Pierpaolo Giacomini Tiveron, assume la conduzione del Multinational Battle Group West di KFOR sostituendo il 121° Reggimento Artiglieria Contraerea “Ravenna”, agli ordini del Colonnello Ascenzo Tocci.

Il Multinational Battle Group West di KFOR, ora alla guida del Comandante Giacomini Tiveron, è composto da circa 700 militari tra italiani, sloveni ed austriaci.

Il Generale C.A. Bertolini, si è congratulato con il personale del 121° “Ravenna” per l’impegno profuso in territorio balcanico, sottolineando la professionalità dimostrata durante il mandato in Kosovo. Alla cerimonia erano presenti Sua Eccellenza Michael L. Giffoni, Ambasciatore d’Italia in Kosovo, il Comandante di KFOR, Generale di Divisione tedesco Volker Halbauer, il Generale di Brigata Salvatore Carta, Italian Senior Representative, e numerose autorità religiose, militari, locali e rappresentanti di Organizzazioni Internazionali Governative e Non Governative.

Nel corso della missione, il 121° Reggimento, che annovera tra i suoi ranghi anche il personale del 2° Reggimento Trasmissioni di Bolzano, ha contribuito al mantenimento della stabilità nella propria area di responsabilità, garantendo tra l’altro la sicurezza del Monastero di Decani e del Patriarcato di Pec, patrimoni dell’UNESCO per l’elevato valore culturale, storico e religioso. La libertà di movimento degli abitanti della regione è stata assicurata mediante la quotidiana attività di pattugliamento e presenza sul territorio.

La bandiera di guerra del 121° Reggimento “Ravenna”, decorata di medaglia d’argento al Valor Militare e per la prima volta in Kosovo, rientra nella sua sede di Bologna, dopo essere stata già in territorio balcanico nel 2002, presso il Comando NATO di Tirana in Albania.

Dopo la cerimonia odierna, la bandiera del 5° Reggimento “Superga”, decorata di due medaglie di bronzo al Valor Militare e di una medaglia di bronzo al Valore dell’Esercito, si insedia per la prima volta in Kosovo, dopo essere stata in Afghanistan nel 2004 durante l’Operazione ISAF.

Kosovo/ Natale 2011 in KFOR. Intervista al comandante del contingente italiano in Kosovo Andrea Borzaga.


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Lieta Zanatta
Lieta Zanatta

Lieta Zanatta (L’autrice ci segnala che è appena stata pubblicata questa intervista riferita al Natale 2011 sulla rivista “Fameja Alpina” dell’Associazione Nazionale Alpini sezione di Treviso) – E’ costruita in salita, alle pendici delle Alpi Albanesi, vicino al passo che porta al Montenegro. Davanti a sé, una spettacolare veduta della pianura di Dukagjini solcata dal fiume Beli Drim. “Villaggio Italia” è il nome di questa base militare davanti il sobborgo di Belo Polje a Peja/Pec, dove dal 2003 è di stanza il contingente italiano in Kosovo. Prima della guerra del 1999, questo era il luogo usato come poligono di tiro dall’esercito serbo. Fu il generale Biagio Abrate, l’alpino ora Capo di Stato Maggiore della Difesa, che nel 2000, nelle vesti di comandante del “Multinational Brigade West” a Pec, fece un sopralluogo nel sito, un canalone sassoso come ce sono tanti nelle nostre Alpi, dove volteggiavano delle aquile. Qui, l’allora comandate della Brigata alpina “Taurinense”, decise che sarebbe sorto il campo che avrebbe ospitato la base delle Forze armate italiane in questa regione. Da quando è diventato operativo, a “Villaggio Italia” si succedono ogni sei mesi i vari reggimenti italiani e i contingenti di altre nazioni che dipendono dal comando tricolore. L’inverno passato è stato particolarmente duro in Kosovo, con precipitazioni nevose che hanno raggiunto in alcune località fino i tre metri. Non si spalava la coltre bianca: si scavavano tunnel. A resistere alle rigide temperature dell’inverno balcanico che non hanno risparmiato “Villaggio Italia”, non potevano essere che gli alpini, quelli del 2° reggimento artiglieria terrestre “Vicenza” di stanza nella caserma “Gavino Pizzolato” di Trento, in missione in Kosovo dal 15 novembre 2011 al 15 maggio 2012. Una visita prima di Natale proprio da parte del generale Biagio Abrate, ha annunciato loro importanti cambiamenti sul piano politico per quanto riguardava le missioni in questa terra. “Non si passerà come previsto al Gate 3 – ha detto il generale –, la fase che prevede un’ulteriore riduzione del contingente italiano su questo territorio. Anzi, ci sarà un potenziamento di unità. Il nostro ritiro è stato programmato con delle date di riferimento che mirano ad un obiettivo: l’autonomia del Kosovo”.

Ha nevicato il giorno prima, e bisogna stare attenti a non scivolare sul ghiaccio che si è formato davanti la sede del comando di Villaggio Italia. Il freddo è intenso, il termometro segna – 4 gradi. Il colonnello Andrea Borzaga, penna nera, ci accoglie cordiale nella sala dei ricevimenti del comando. E’ il comandante del contingente italiano e del Multinational Battle Group West in Kosovo che include anche militari di Slovenia, Austria e Svizzera. E’ un uomo di non molte parole, riservato, di quelli che fanno piuttosto i fatti.

Comandante Borzaga, quali sono le funzioni che svolge il contingente italiano qui in Kosovo?

La nostra missione ha come obiettivi: la protezione per la salvaguardia dei siti di interesse storico, artistico e religioso, che sono il Patriarcato di Pec e il Monastero di Visoki a Dečani (pron. deciani); il pattugliamento di zone critiche, o che potrebbero rivelare tensioni interetniche; l’aiuto alla popolazione civile. Sono svolti con estrema serenità e in piena collaborazione con la popolazione locale.

In cosa consiste questo aiuto?

Qui in Kosovo, come in altri teatri, esiste una cellula CIMIC (Civil – Military Cooperation) che si occupa di cooperazione a vantaggio della popolazione civile. E’ un ufficio preposto che si occupa di individuare i progetti che più siano di aiuto ai locali, per creare delle sinergie tra i diversi soggetti e associazioni che operano sul territorio. Questo perché ogni progetto deve essere sinergico e creare un circolo virtuoso. Quindi non si fanno donazioni a una singola famiglia o a un locale, ma si coinvolgono più realtà.

Quanto viene stanziato per questi progetti?

Ci sono dei fondi disposti dall’Italia che vengono stanziati ogni anno in base ai progetti che vengono presentati, non c’è mai un budget preciso. Dobbiamo proporre dei progetti che siano percorribili, per i quali ci siano anche le risorse tecniche e dei nostri specialisti che ci aiutano a svilupparli sul territorio.

Che progetti sono stati attuati da quando ha preso il comando in Kosovo?

I progetti richiedono una pianificazione di una certa complessità. Io ho portato a termine un progetto che aveva iniziato il precedente comandante, il colonnello Vincenzo Cipullo (a capo del 21° reggimento artiglieria terrestre “Trieste” di Foggia). E’ una centrale di trasformazione del latte a cui abbiamo contribuito con dei materiali e delle mungitrici. Ci sono delle organizzazioni che hanno dato il loro contributo a realizzarla, e ci siamo trovati tutti assieme all’inaugurazione qualche giorno fa. Cerchiamo di creare sempre una filiera che coinvolga più soggetti. L’anno passato abbiamo scavato dei canali di irrigazione per permettere a più famiglie e a più realtà di sviluppare la loro agricoltura.

Lavorate accanto ad altre organizzazioni?

Sì, certamente. Oltre all’attività di Cimic vera e propria, forniamo supporto logistico ad altre organizzazioni. Nello specifico di recente abbiamo ricevuto donazioni da parte di associazioni che operano nel nostro territorio nazionale, e le abbiamo distribuite a realtà locali bisognose. Ci siamo accorti che basta molto poco per dar loro un po’ di sollievo e un aiuto concreto.

Ieri è stato qui il generale Abrate, che ha annunciato che la missione proseguirà ancora senza le riduzioni previste del contingente. Cosa ha intenzione di fare?

Il Capo di Stato maggiore della Difesa ha detto chiaramente che è una scelta politica dovuta ad aspetti di varia natura, non solo militari. E’ una decisione presa dall’Italia con altri partner in un contesto internazionale. Noi che siamo qui proseguiremo con gli stessi compiti che la missione prevede sul territorio, gli stessi che abbiamo svolto finora.

Ma cosa cambia rispetto a prima?

Per noi non cambia nulla sul terreno. Certo, la situazione a nord (vedi “Cenni storici sul Kosovo” ndr) si è manifestata in alcuni casi critica, e richiede una certa attenzione perché le dimostrazioni che ci sono state da parte della popolazione evidenziano uno stato di disagio e tensione. E’ evidente che l’attenzione della comunità internazionale è rivolta a questi contrasti e il dialogo Belgrado – Pristina ha un riflesso sulle nostre operazioni nel teatro operativo kosovaro. Ma per noi e per la nostra missione non cambia nulla.

Ma ci sono ripercussioni sul terreno?

Nelle nostre aree di azione, dove operiamo, la situazione non è cambiata dal punto di vista sostanziale, non abbiamo avuto segnali che ci abbiano evidenziato qualche cambiamento. Nei rapporti che intrattengo con la popolazione e con le istituzioni locali, non ho avuto dimostrazioni o problematiche in più rispetto a quelle che ci sono sempre state. L’attenzione è sempre alta ma non ho elementi che mi dicano che sia cambiato qualcosa.

Secondo lei quand’è che il Kosovo sarà pronto per una piena autonomia, ed essere completamente indipendente?

Sicuramente è ancora una strada molto lunga e difficile da percorrere. Ma passi ne sono stati fatti negli ultimi dieci anni, si nota nel tempo una trasformazione della realtà kosovara. Io sono ottimista.

Che tipo di trasformazione ha notato?

In positivo, tutto. E’ un paese in evoluzione sia nelle realtà delle istituzioni che nella sicurezza come nel mondo agricolo. Ci sono ancora molte sfide che le istituzioni devono affrontare, ma penso che abbiano tutte le possibilità e la capacità di poter far sviluppare il Paese.

In Kosovo c’è il problema macroscopico della criminalità organizzata. L’esercito è coinvolto in sistemi di prevenzione  e lotta al crimine?

Vi è un problema di criminalità, è inutile nasconderlo. Non è però tra i nostri compiti, anche perché ormai le istituzioni locali sono in grado con le loro forze di affrontare queste problematiche complesse, che spettano alla Kosovo Police. Anche Eulex (missione dell’Unione Europea per aiutare il Kosovo a diventare uno stato di diritto) ha compiti di advising, consulenza. Da parte dell’Unione europea, di KFOR e di Eulex c’è la volontà di cooperare e dare aiuto a questa attività di contrasto alla criminalità.

Come vengono formate queste forze di polizia?

La Kosovo Police è una polizia kosovara ristrutturata e collabora con Eulex. Diversa è la Kosovo Force, che viene preparata dal contingente internazionale, ma non è polizia né esercito. Si avvicina alla nostra Protezione civile.

Come sono i vostri rapporti con le autorità locali?

Ottimi. CIMIC è orientata a tutte le attività nel territorio, e le autorità e la popolazione sono ben coscienti di questo nostro aiuto.

Che tipi di aiuti richiedono le autorità?

Bisogni della vita quotidiana, come può essere la sistemazione di 200 metri di strada o necessità elementari che riguardano le scuole. In alcuni casi anche necessità alimentari, che non sempre vengono richieste anche se ne percepiamo il bisogno.

Quando parla di aiuti si riferisce alle popolazioni locali o alle comunità delle enclave serbe?

Sono situazioni diverse, perché ogni popolo chiede, ma non è scontato per tutti chiedere sempre. Magari qualcuno è facilitato nel chiedere. Altri, per vari motivi, hanno difficoltà pur essendo in uno stato di necessità. Chiaro che noi ci rendiamo conto che serve anche il secchio per lavare la biancheria.

Parliamo di necessità elementari…

Alcune comunità chiedono, altre ci evidenziano le esigenze. Ma siamo uomini anche noi, e quando entriamo nelle case ci rendiamo conto che per migliorare la situazione basterebbe un secchio d’acqua. Ci sono molti aiuti che vengono portati in Kosovo da parte di organizzazioni non governative. Dai generi alimentari, ai vestiti, a qualche lavoro infrastrutturale, alle porte e finestre… serve tutto. Cerchiamo di affrontare le questioni proponendo comunque progetti, non aiuti fini a sé stessi.

Che progetto scegliete di sviluppare rispetto ad un altro? O che canali privilegiate?

E’ difficile aprire un progetto che venga portato a termine entro il mandato di 6 mesi. Noi siamo arrivati qui in novembre e abbiamo chiuso qualche lavoro del precedente contingente. Stiamo aprendo altri progetti che verranno portati a termine dal prossimo contingente (Il 17° reggimento artiglieri contraerea “Sforzesca” di Sabaudia del colonnello Sebastiano Longo, attualmente in Kosovo fino al 15 novembre 2012). Perché dopo la progettazione avviene l’attuazione tramite l’organizzazione e l’esecuzione. Dei lavori vengono eseguiti dalla manovalanza locale, e lì sorgono, non dico problemi, ma delle complessità nell’organizzare. Ho disposto che i progetti siano orientati alle comunità. L’anno scorso è stato dato molto risalto alla parte agricola, perché forse è il futuro del Kosovo. Il territorio c’è, il terreno è fertile, quindi servono dei sistemi per irrigarlo. Sicuramente è un problema molto sentito e vediamo di orientarci in questa direzione. Per seguire i lavori abbiamo un agronomo che si è avvicendato con un ingegnere. Poi sono stati fatti dei capannoni per l’attività industriale o artigianale.

Comunque sempre progetti da iniziare e chiudere entro breve termine…

Sì, che abbiano concretezza. Siamo qui da un mese e mezzo, e stiamo ancora valutando quali progetti fare. Perché dobbiamo anche collaborare con delle organizzazioni internazionali, bisogna farsi un’idea delle comunità e prendere contatto con le autorità locali. Non è una cosa che si faccia in una settimana, non è così semplice.

Queste attività utili alle popolazioni locali e al territorio, esistevano prima del conflitto? O è stato necessario l’intervento internazionale perché le cose si avviassero e prendessero corpo determinate attività? Perché è necessario che serva un intervento da fuori per sviluppare e arrivare a un senso di autonomia?

Prima delle guerre nei Balcani qui esisteva una realtà chiusa. C’era Tito, mentre io nell’89 ero a Dobbiaco, sulla frontiera, dove aspettavamo i russi … La comunità internazionale adesso è presente, non so se bene o male, ma c’è. Sicuramente la guerra è stata distruttiva. Sviluppare l’economia in un ambiente che viene da un’esperienza bellica recente in un momento contingente come quello che viviamo oggi, sviluppare un sistema produttivo con dinamiche europee, è una grande sfida. E sviluppare un’economia europea è il grande sogno di questo Paese.

Lieta Zanatta

Per l’assistenza e il supporto logistico si ringraziano: Ten. Col. Vincenzo Legrottaglie, portavoce italiano del contingente militare italiano in Kosovo. Ten. Cristiano Nardone, ufficiale addetto alla Pubblica Informazione. Gli alpini della scorta, i caporal maggiore scelto: Pietro Giacomo Madeddu, Felice Mancuso, Giovanni Piras.