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Guerra di Genere/ Quelle donne bruciate per emulazione in Argentina


Antonio Conte

di Antonio Conte – Il tema che propongo di seguito e’ di inaudita violenza. Ma e’ stato gia’ trattato da Concita Degregorio, con l’articolo che proponiamo in allegato. La violenza e’ quella consumata nelle mura domestiche ad opera dell’uomo contro la donna. Una violenza assurda resa incomprensibile per la sua origine ed ispirazione. Le atrocità sono attuate con lucida emulazione da giovani fan di una band di musica Rock, che ha per primo dato fuoco alla compagna. L’articolo molto interessante e bello per la necessaria rivendicazione dei diritti delle donne, e dovrebbe essere ripubblicato da tutte le testate giornalistiche per l’urgente esigenza di salvare quante piu donne argentine possibile e per rompere il muro del silenzio. La polizia e’ insufficiente infatti a contenere questa ondata di violenza. L’articolo di seguito e’ di Concita de Gregorio, e gia’ stato pubblicato da Repubblica il 30 aprile 2012.

Antonio Conte

SI IMITANO. Si esaltano, si sentono dannati e onnipotenti. Dispongono della vita e della morte, accendono il fuoco e appiccano il rogo: bruciano le donne. Ragazzine, adolescenti incinte, giovani madri. Fanno come ha fatto il loro eroe, il cantante maledetto del gruppo rock di successo. Anche loro, come lui. Ti do fuoco, ti guardo bruciare. Succede a Buenos Aires, e nessuno ne parla perché non fanno notizia storie così. Delitti domestici, roba ordinaria. Questa è una storia lontana, una storia argentina. Ma è una storia esemplare. Perché mentre di nuovo, in Italia, come un fiume carsico riemerge l´allarme per quello che si chiama femminicidio ed è il frutto del malamore, la trappola assurda e mortale a cui le donne si sottomettono scambiando la violenza e il senso del possesso per amore, laggiù lontano oltre l´oceano una sequenza di roghi ci dice qualcos´altro. Che si può uccidere per somigliare a un eroe della musica dannata, che se nessuno ferma la spirale e la chiama per nome, la nomina per quello che è, diventa quasi un gioco. Un videogame, una sfida. Sono almeno quindici, forse di più, le donne bruciate a Buenos Aires. «Sì è vero. Da noi le donne le bruciano», conferma Fernando Iglesias, deputato e scrittore. «È diventata una moda. Da quando il batterista dei Callejeros, quel gruppo rock famosissimo anche per la tragedia dell´incendio in discoteca, insomma da quando Eduardo Vazquez ha bruciato la sua donna, un paio d´anni fa, è scattata l´emulazione» Hanno cominciato subito dopo di lui, i ragazzini, a dar fuoco alle fidanzate. Non hanno più smesso. Le bruciano in cucina, di solito». Come in cucina, ma che dici? «In cucina, sì. E di mattina. È appena uscita una statistica: più spesso di mercoledì, più spesso di mattina dopo le 11. In casa, in città, qui a Buenos Aires. In prevalenza ragazze fra i 15 e i 25 anni. Però non ne parla nessuno, lì da voi nel Primo Mondo: seguo le rassegne ma non ho visto niente. Eppure è un contagio spaventoso. Il fuoco, poi: primordiale. Troppi casi analoghi, stesse modalità, torce umane, l´ultimo delitto un paio di mesi fa. Il processo è in corso adesso. Danno la colpa a lei, alla morta». La colpa di cosa? «Di essersi bruciata da sola. Ci puoi credere?».No, non ci posso credere. Non ci posso credere e le voglio ascoltare con le mie orecchie, vedere coi miei occhi le testimonianze di chi, al processo, dice che Maria Aldana Torchielli, 17 anni – diciassette, un´adolescente pallida – il 15 febbraio di quest´anno, durante una lite, si è cosparsa da sola di alcol. Quello per disinfettare le ferite e per pulire i pavimenti, l´alcol rosa nei bottiglioni di plastica. Che se lo è rovesciato sui genitali, in testa, sui piedi e sul seno e che – da sola, da sola – ha annunciato al suo irascibile ragazzo, Juan Gabriel Franco, 23 anni: mi do fuoco. Che lo ha fatto perché era «instabile e gelosa», testimoniano in aula i conoscenti per la soddisfazione della famiglia di lui. Troppo gelosa. Lui ha cercato di salvarla, aggiungono, infatti ha le mani e le braccia ustionate. Ma lei voleva morire: è stata lei ad uccidersi. Anche i due poliziotti che sono intervenuti per primi nell´appartamento, due misere stanze, hanno detto sotto giuramento che prima di perdere conoscenza Aldana ha sussurrato loro: sono stata io. Sono gli unici due testimoni, i poliziotti. A parte Juan Gabriel, naturalmente, che però è anche accusato dell´omicidio per cui diciamo che è di parte. Aldana è arrivata in ospedale in coma, non ha mai ripreso conoscenza. Aveva ferite gravissime al volto, al collo, al torace, all´addome, i genitali erano carbonizzati, le mani e i piedi disciolti. La famiglia del ragazzo è presente in aula. Lei lo provocava, dicono, era gelosissima. Lo minacciava. Però lui è qui, lei è morta, risponde Myriam la madre di Aldana: era mia figlia, ripete come un´ossessione. Era mia figlia. Lui è qui e lei è morta. «La famiglia di quell´uomo mi ride in faccia, mi guarda negli occhi e ride. Ma io non mi arrendo, non mi lascio intimidire. Io so che l´ha ammazzata, lei aveva paura. Devo essere forte perché Aldana ha molte sorelle. Wanda Taddei è con me».Ecco, Wanda Taddei. La giovane donna uccisa dal batterista dei Callejeros, Eduardo Vazquez. Un idolo, lui: amato dai giovani e circondato da un´aura di dannazione. Adorato perché dannato. Una storia che ricorda da vicino quella di Bertrand Cantat, il leader dei Noir Desir assassino di Marie Trintignant, figlia del grande attore. Questa però, la storia di Eduardo Vazquez, non è solo una storia di violenza: è una storia nera di fuoco. Il fuoco omicida e purificatore, dicono i siti deliranti a cui gli adolescenti si ispirano per bruciare le loro ragazzine. Conviene riassumerla nella sua tragica insensatezza.I Callejeros sono il gruppo rock sulla cresta dell´onda che deve esibirsi il 30 dicembre 2004 nella grande discoteca Cromagnon, in calle Bartolomeo Mitre, Buenos Aires. Arrivano a migliaia. Poco prima del concerto qualcuno lancia un petardo. Prende fuoco un telone, poi un altro, poi tutto. Le porte sono chiuse dall´esterno. Nel rogo, in pieno centro città, muoiono 194 persone. Sono quasi tutti ragazzi fra 17 e 23 anni. 1432 sono i feriti gravi e gravissimi. Alla vigilia di Capodanno sparisce una generazione. La tragedia di Cromagnon dà via a un processo infinito, nessuno sembra responsabile. La strada, calle Mitre, viene chiusa e diventa un mausoleo a cielo aperto. I Callejeros – alcuni di loro hanno perso nell´incendio i genitori e gli amici – sono considerati i responsabili per così dire morali. Diventano il simbolo della distruzione e della morte nel fuoco. Ci sarà un referendum popolare, anni dopo, per decidere se possano tornare ad esibirsi. Non accadrà. Non suoneranno, da quel giorno, mai più. Nessuno li vuole. I componenti della band si disperdono, si perdono. Nascono siti e gruppi che ne adorano l´assenza e la maledizione. Sei anni dopo il batterista ritrova la sua fiamma di gioventù, Wanda Taddei, e la porta a vivere con sé. La ragazza aveva 15 anni quando si erano incontrati la prima volta, ma la famiglia di lei li aveva divisi: lui è un violento, ubriaco, drogato. Non fa per te, te lo vieto: le disse allora il padre. Questa volta però lei è una donna. Ha un matrimonio alle spalle e due figli maschi. Vuole Eduardo, il suo amato aguzzino: va a vivere con lui. Il 10 febbraio 2010 lui la brucia, durante una lite: la cosparge di alcol e le dà fuoco. I bambini, Juan Manuel e Facundo, sono rintanati in uno sgabuzzino. «Ci sentivamo sempre più sicuri nello sgabuzzino», dirà Facundo al processo. «Eduardo picchiava sempre la mamma». Siamo a febbraio, da allora è un rosario di delitti.Il primo – identico – sei mesi dopo. Fatima Guadalupe Catan, 24 anni, incinta, bruciata viva in casa dal fidanzato. Poi Dora Coronel, 26 anni. A dicembre Alejandra Rodriguez. Madre di una bimba di 4 anni, bruciata in cucina con l´alcol. Subito dopo Norma Rivas, 22 anni, tre figli: con la nafta, questa volta. A gennaio del 2011 Ivana Correa, 23 anni. A marzo muore Mayra Ascona, 30, incinta. Bruciata in casa dal marito. Tutti casi isolati, nessun allarme, nessuno che metta in fila la sequenza. Fino a febbraio di quest´anno, quando la madre di Aldana, la diciassettenne morta dopo dieci giorni di coma, va in tv e dice nello strazio: sarò forte per le sue sorelle, le sorelle di Aldana mia figlia e di Wanda Taddei.

C´è una superstite, si chiama Corina Fernandez. Dice: «Cadi in una rete di paura e non ce la fai ad andartene. Quando dici me ne vado è allora che ti ammazzano». Il femminicidio col fuoco è oggi in Argentina al quarto posto nelle classifiche di morte, che dicono così: 1) proiettili. 2) pugnale e coltello. 3) botte. 4) fuoco. Una ragazza su dieci muore bruciata. Seguono: strangolata, sgozzata, asfissiata, uccisa col martello, bastonata, affogata. Di solito per mano del convivente o dell´ex. Di solito in casa. Elena Highton de Nolasco, giudice della Corte Suprema, afferma avvilita che «non possiamo mettere un poliziotto accanto ad ogni donna che denuncia». Corina, che si è salvata per caso, aveva denunciato il compagno 80 volte. Ottanta. «Ora lo hanno condannato a sei anni, e io ho i giorni contati. Quando esce di sicuro mi ammazza». Mi brucia, dicono ormai le donne argentine. È diventato sinonimo. Quando esce mi brucia.

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Guerra di Genere/ La donna sul fronte belligerante maschile


Antonio Conte

di Antonio Conte – Ancora una volta Mariana Costa Weldon, una nostra affezionata lettrice, difensore della vita, spirito libero e sostenitrice di verità – così ci appare per i temi che propone – e speriamo aspiri a rimanere una nostra assidua lettrice, ci segnala un altro interessante articolo su un tema davvero difficile. Il dramma che vivono le donne nei conflitti, nelle guerre e tra le guerre. Mentre schieramenti di forze belliche avversarie si combattono, mentre forze disumane consumano uccisioni di massa, di innocenti e di anziani per interessi politici, economici e di potere le donne soccombono sotto i colpi egoistici del tiranno-uomo.

Donne che hanno la colpa di essersi trovare in un posto sbagliato in un momento sbagliato, ad esempio uscite per trovare della legna da ardere e difendersi dal gelo della notte. L’uomo colpevole è anch’esso vittima di violenza che chiama violenza, un amplesso mortale avvinto da guerra e prevaricazione. Lo scontro di genere diventa così il fronte estremo della belligeranza maschile che orienta tutto il suo odio verso il suo simile-diverso: verso il genere donna.

Mariana Costa Weldon, ha colto da subito i tratti ‘taglienti‘ di una mia ricerca sul tema “Guerra di Genere” che avevo iniziato in febbraio per queste colonne, e raccogliendo alcuni articoli nel Dossier dedicato “Guerra di Genere”. Aveva espresso alcuni apprezzamenti come si usa oggi con un “Like” poi con “Twitter“, ed infine dopo lo scambio di poche email l’intesa facile difronte a crimini come quelli che Gloria Steinem e Lauren Wolfe narrano in questo speciale per la CNN.

Donne coraggiose che sanno bene che l’unica via di uscita per la difesa di genere è il cambiamento dell’uomo. A costui si chiede un cambiamento culturale radicale che consideri il modo di pensare la donna come di pari diritto. Nella RD Congo, ad esempio si contano 1100 strupri al giorno. L’uomo dovrebbe finalmente iniziare a considerare la donna come una persona a sé, come essere vivente con diritti propri esclusivi e riconoscerle i diritti ad essere come persona indipendente e con propria dignità, libera, intatta, salva e …, felice!

Antonio Conte

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Can we end rape as tool of war?

By Gloria Steinem and Lauren Wolfe, Special to CNN – February 8, 2012 — Updated 1317 GMT (2117 HKT)

A woman covers her face as she describes her rape by soldiers to a health worker in 2006 in the Democratic Republic of Congo

Editor’s note: Gloria Steinem is a writer, lecturer, editor, and feminist activist. She co-founded Ms. Magazine and the Women’s Media Center, and is the author of four best-selling books. She is an organizer and lecturer and a frequent media spokeswoman on issues of equality. Lauren Wolfe is an award-winning journalist and the director of Women Under Siege, a Women’s Media Center initiative on sexualized violence in conflict. She is the former senior editor of the Committee to Protect Journalists, and blogs atlaurenmwolfe.com.

(CNN) — We first thought about starting this piece with the story ofSaleha Begum, a survivor of Bangladesh’s 1971 war in which, some reports say, as many as 400,000 women were raped. Begum had been tied to a banana tree and repeatedly gang raped and burned with cigarettes for months until she was shot and left for dead in a pile of women. She didn’t die, though, and was able to return home, ravaged and five months pregnant. When she got home she was branded a “slut.”

We also thought of starting with the story of Ester Abeja, a woman in Uganda who was forcibly held as a “bush wife” by the Lord’s Resistance Army. Repeated rape with objects destroyed her insides. Her captors also made her kill her 1-year-old daughter by smashing the baby’s head into a tree.

We ran through a dozen other stories of women like Begum and Abeja, and finally realized that it would be too difficult to find the right one — the tale that would express exactly how and in what wayssexualized violence is being used as a weapon of war to devastate women and tear apart communities around the world, conflict by conflict, from Libya to the Democratic Republic of Congo.

Gloria Steinem

In foto Gloria Steinem

It is because of this complexity that we must understand how sexualized violence is being used. We must understand in order to stop it — just as, when seeking to defuse a bomb, it is crucial to know its components. Both the World Health Organization and the U.N. Security Council have recognized that there is a lack of researchon the nature and extent of sexualized violence in conflict, even as there is increasing demand from U.N. bodies, donors, and others for better analysis to work toward prevention and healing.

Lauren WolfeIn foto Lauren Wolfe

All of this is why we have begun a new project at the Women’s Media Center that breaks down the specifics of sexualized violence into areas such as its motives and patterns, its fallout, and the gender and cultural attitudes that may have led to it. We’re calling our project Women Under Siege, because with four women being raped every five minutes in Congo alone, we can say it is nothing less than that — an ongoing siege. And it’s time we began to put an end to it.

Sexualized violence may be the only form of violence in which the victim is blamed or is even said to have invited it. In war, rape shames women, men, children, entire societies. The stigma imposed on all who are touched by this violence makes this weapon incredibly effective as a means of destroying the enemy.

But it is crucial to remember that it wasn’t always like this, nor does it have to be. Sexualized violence isn’t a “natural” part of conflict. For the first 90% or more of human history, females and males had roles that were balanced and porous. Our societal positions weren’t based on the domination of females by males. Humans and nature, women and men, were linked rather than ranked. The circle, not the hierarchy, was the organizing principle of our thinking.

By analyzing how sexualized violence was used to ethnically cleanse, as it was in Bosnia; to force pregnancies that would literally change the face of the next generation; or, as in Egypt, to stop dissent, we can look to future wars and possibly prevent a reoccurrence.

For generations, we have ignored or been denied knowledge of the mass sexualized violence inflicted on Jewish women in the Holocaust. Women who survived brutal attacks have even been accused of collaborating in order to survive, just as, say, a raped woman in the Congo may never be accepted back into her village or family because she is considered culpable.

Last year, a book called “Sexual Violence Against Jewish Women During the Holocaust” brought to light how the Nazis perpetrated rape and sexual humiliation on a tremendous scale. Yet none of this had been revealed or tried at Nuremburg. If we’d known about this earlier, might it have helped prevent rape camps in the former Yugoslavia? Or rape as a weapon of genocide in the Congo?

Naming sexualized violence as a weapon of war makes it visible — and once visible, prosecutable. What happened to men in the past was political, but what happened to women was cultural. The political was public and could be changed; the other was private — even sacred — and could not or even should not be changed.

Making clear that sexualized violence is political and public breaks down that wall. It acknowledges that sexualized violence does not need to happen. When masculinity is no longer defined by the possession and domination of women, when femininity is no longer about the absence of sexual experience or being owned, then we will have begun.

But first, we have to stop saying sexualized violence is inevitable, or allowing its victims to be blamed. We have to imagine change before we can create it.

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Siria/ Homs, Croce rossa negozia per evacuare altri feriti


Pubblicato in data 26/feb/2012 da  – http://it.euronews.net/ Ancora bombardamenti su Homs, roccaforte dei ribelli siriani. Nella giornata di domenica si registrano già una decina di morti nella città, e almeno trenta in tutto il Paese. Sono riprese intanto le trattative da parte della Croce rossa internazionale per evacuare feriti da Baba Amr, l’area di Homs martoriata da tre settimane di attacchi da parte delle forze governative, che non accennano a diminuire.

Torino/ Culture indigene di pace. Donne e uomini oltre il conflitto.


Si terrà a Torino dal 16 al 18 marzo il Convegno internazionale Culture indigene di pace. Donne e uomini oltre il conflitto. Al centro molti interrogativi e riflessioni feconde:

Esistono culture che vivono secondo la logica del dono e del non sfruttamento?

Si può vivere in un mondo in cui il conflitto trova soluzioni alternative alla violenza? Dove i bambini vivono nell’amore e nella sicurezza?

Cosa succede quando anche le donne hanno un ruolo di leadership?

Cosa accade quando gli uomini accettano di condividere, sedendo in cerchio, una comune visione delle proprie virtù, attitudini, diritti e doveri, riscoprendo un maschile fuori dai luoghi comuni e dai pregiudizi?

Quanto conta la spiritualità declinata al femminile all’interno di una società di pace?

Nei file allegati qui sotto trovate tutto il programma.

Culture indigene di pace – Programma CIP

Etiopia/ Emigrazioni da record verso lo Yemen. Ma non mancano le violenze.


GINEVRA\ aise\ – Ha raggiunto la cifra record di 103mila il numero di rifugiati, richiedenti asilo e migranti che nel 2011 dal Corno d’Africa hanno affrontato la pericolosa traversata del Golfo di Aden e del Mar Rosso per arrivare nello Yemen, nonostante la crescente instabilità e il peggioramento delle condizioni di sicurezza nel paese della Penisola Arabica. Lo scorso anno ha fatto dunque registrare un aumento quasi del 100% rispetto al 2010, quando 53.000 persone avevano attraversato gli stessi tratti di mare. Il precedente record risaliva al 2009, con 78.000 persone. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) raccoglie dati sui flussi migratori misti dal Corno d’Africa dal 2006.

Tra coloro che hanno compiuto la traversata lo scorso anno, sono oltre 130 le vittime accertate per annegamento. La maggior parte dei nuovi arrivati raggiunge le coste dello Yemen in condizioni disperate: disidratati, malnutriti e spesso in stato di choc. Coloro che attraversano il Mar Rosso e il Golfo di Aden devono infatti affrontare enormi rischi e sfide in ogni fase del viaggio: nei loro paesi d’origine, durante il transito, all’arrivo in Yemen e dopo l’arrivo. Sono oggetto anche di violenza fisica, sessuale e tratta. Una volta in Yemen, poi, devono affrontare nuove difficoltà, come l’inadeguato accesso a servizi di base come l’alloggio, l’acqua, il cibo, le cure mediche d’emergenza, limitazioni alla libertà di movimento e mancanza di accesso a mezzi di sostentamento.

Gli ultimi dati inoltre mostrano un significativo aumento nel numero di cittadini etiopici che arrivano nello Yemen: attualmente i tre quarti del totale degli arrivi. Fino al 2008 la maggioranza delle persone che affrontava la traversata era costituita da rifugiati somali in fuga dalla violenza e dagli abusi dei diritti umani nel proprio paese. La tendenza è mutata nel 2009, quando gli etiopi sono diventati la maggioranza.

Al loro arrivo nello Yemen i somali sono automaticamente riconosciuti come rifugiati. Ciò garantisce loro l’accesso alla documentazione e una relativa libertà di movimento. Nel solo 2011 circa 25.500 somali sono arrivati nel paese arabico, portando il totale a oltre 202.000. In collaborazione con le agenzie partner, l’UNHCR gestisce una rete di centri d’accoglienza lungo la costa, nei quali vengono fornite protezione e assistenza.

Molto più difficile e pericolosa è invece la situazione nello Yemen per gli etiopi. Dei circa 76.000 arrivati nel 2011, circa un quinto ha chiesto asilo. Per un aumento del 10% rispetto all’anno precedente.

Molti etiopi affermano ancora di aver lasciato le proprie case per la mancanza di opportunità economiche e di sostentamento. In quanto migranti economici, considerano lo Yemen un paese di transito. Nel timore di essere sottoposti a detenzione e deportati i migranti etiopici evitano il contatto con le autorità, cercando di raggiungere altri stati del Golfo. È la norma per loro subire furti, abusi ed estorsioni per mano di contrabbandieri e trafficanti.

Desta particolare preoccupazione nell’UNHCR un episodio avvenuto il 13 gennaio nel governatorato di Taiz, in cui 3 etiopi sono stati uccisi da trafficanti attivi lungo le coste yemenite del Mar Rosso. Agli etiopi – dicono le prime informazioni – sarebbe stato sparato mentre tentavano di fuggire dai trafficanti che stavano cercando di estorcere loro del denaro. I corpi sono stati lasciati alle porte del villaggio di Al-Dhubai. Le tragiche morti evidenziano i gravi rischi che i rifugiati, i potenziali richiedenti asilo e i migranti africani corrono nell’attraversare il Golfo di Aden o il Mar Rosso. L’UNHCR auspica che le autorità yemenite trovino i perpetratori del crimine e li assicurino alla giustizia.

Ma nello Yemen l’instabilità e la ridotta presenza della polizia danno ai trafficanti di esseri umani e ai contrabbandieri ancora più margine di azione. Ciò spesso impedisce anche i pattugliamenti lungo le coste yemenite da parte dei team di operatori umanitari che cercano di raggiungere i nuovi arrivi prima dei trafficanti. Continuano ad arrivare, poi, notizie di rapimenti di migranti o rifugiati – al loro arrivo nello Yemen – soprattutto per fini di riscatto o estorsione. L’obiettivo principale sembrano essere gli etiopi ma è stato registrato anche il rapimento di alcuni rifugiati somali.

L’incidenza di abusi violenti fisici e sessuali su rifugiati e migranti da parte dei trafficanti – in mare o sulla terraferma – costituisce un’ulteriore tendenza preoccupante. Nel 2011 l’UNHCR ha registrato casi di stupro, aggressione sessuale e abusi fisici perpetrati contro rifugiati e migranti. Insieme alle agenzie partner, l’UNHCR garantisce alle vittime assistenza medica e sostegno psicologico. (aise)

Fonte: AISE