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Cyberwar/ Al via le prove tecniche tra USA ed UE


E’ proprio così, ora l’Europa e gli Usa fanno prove di cyberguerra, con l’esercitazione denominata Atlantic 2011, l’Unione Europea ha testato la capacità di difesa da attacchi informatici alle infrastrutture

Nell’articolo di Claudio Leonardi pubblicato su La Stampa del 4 novembre 2011, un sintetico ma dettagliato resoconto sui due principali obiettivi dell’operazione. Alle prove tecniche di cyberguerra hanno partecipato circa 100 esperti di sicurezza europei che hanno simulato ieri una serie di informatici attacchi alle reti elettriche e ad altre strutture strategiche, al fine di  testare le capacità di difesa dell’UE.

L’esercitazione, si potrebbe dire militare, è stata battezzata Cyber Atlantic 2011 in in favore dell’Alleanza Atlantica, ed è stata la prima operazione di questo genere che ha visto una nuova unità nella collaborazione tra le forze europee e statunitensi, anche al fine di esplorare le forme del reciproco soccorso, nell’ipotesi di reali aggressioni informatiche su larga scala.

Sono due gli scenari ricostruiti nel corso dell’operazione: il primo è stato un Apt (advanced persistent threat, minaccia avanzata e persistente), che aveva lo scopo di rubare e pubblicare informazioni provenienti dalle autorità di sicurezza di Paesi membri dell’Ue. Il seconda senario era la simulazione (Scada) si è occupata invece di verificare la capacità di resistere a tentativi di sabotaggio informatico delle centrali elettriche.

Nell’articolo una visione più ampia dell’evento.

Antonio Conte

Web/ http://www.equilibri.net/


Questo sito “Equilibri.net“, scritto in italiano, ma ha davvero un respiro mondiale, mi piace il taglio, gli articoli e la professionalità dei giornalisti e corrispondenti, per cui credo sia da promuovere per la nostra rubrica “Web, se torni te lo dico“. Commentate qui se potete.

Ecco il link: http://www.equilibri.net/, ma se posso consigliere la lettura da questo articolo sulla Somalia: Somalia: Violenza sessuale, il lato oscuro della carestia (IPS) di Isaiah Esipisu del 20 Ottobre 2011

Buona lettura, ma ricorda che qui Rassegna Stampa Militare, aspettiamo il tuo ritorno.

Antonio Conte

New York/ Trade World Center, 10 anni dopo.


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New York, 11 settembre 2001 – 2 Boeing 767, 10 anni fa, abbattevano le due torri gemelle del Trade World Center, passato il dolore gli americani sentirono il dovere di fare qualcosa, di reagire. Ma il vuoto lasciato da quelle torri è incolmabile anche dopo 10 anni, migliaia di persone sono letteralmente scomparse, consapevolmente. Esse sapevano cosa stava accadendo, erano consapevoli che le torri stessero, come implose, cadendo su se stesse, verticalmente, altre persone si stimano da 50 a 200, si sono buttati nel vuoto, alcune tenendosi per mano, da centinaia di metri, l’altezza delle torri, infatti era di 415 mt. Continua a leggere New York/ Trade World Center, 10 anni dopo.

Un brano di Carlo Levi: America, America


Un'opera di Carlo Levi
Un'opera di Carlo Levi

“Cristo si è fermato a Eboli” fu scritto a Firenze tra il1943 e il 1945, nel momento forse più drammatico della guerra: in esso l’autore, un giovane medico torinese, rivive gli anni da lui trascorsi al confino, per le sue idee antifasciste, in un paesino della Lucania così sperduto ed isolato da far dire che la civiltà e perfino Cristo si erano fermati al paese prima, Eboli.

Questo romanzo, pubblicato nel 1945, racconta sul filo della memoria la situazione dei contadini del Sud attorno al1935, come era apparsa ad un uomo colto e sensibile, capace di leggere e di conoscere la realtà composita e varia di un diverso mondo sociale.

da: Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi

“America America”

La pioggia non venne neppure nei giorni seguenti, malgrado la processione, le invocazioni di don Trajella e le speranze dei contadini. La terra era troppo dura per lavorarla, le olive cominciavano a risecchire sugli alberi assetati; ma la Madonna dal viso nero rimase impassibile, lontana dalla pietà, sorda alle preghiere, indifferente natura.
Eppure gli omaggi non le mancano: ma sono assai più simili all’omaggio dovuto alla Potenza, che a quello offerto alla Carità. Questa Madonna nera è come la terra; può far tutto, distruggere e fiorire; ma non conosce nessuno, e svolge le sue stagioni secondo una sua volontà incomprensibile.
La Madonna nera non è, per i contadini, né buona né cattiva; è molto di più.
Essa secca i raccolti e lascia morire, ma anche nutre e protegge; e bisogna adorarla.
In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la Madonna di Viggiano assiste, con. i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita.
Le case dei contadini sono tutte uguali, fatte di una sola stanza che serve da cucina, da camera da letto e quasi sempre anche da stalla per le bestie piccole, quando non c’è per quest’uso, vicino alla casa, un casotto che si chiama in dialetto, con parola greca, il catoico.
Da una parte c’è il camino, su cui si fa da mangiare con pochi stecchi portati ogni giorno dai campi: i muri e soffitti sono scuri pel fumo.
La luce viene dalla porta. La stanza e quasi interamente riempita dall’enorme letto, assai più grande di un comune letto matrimoniale: nel letto deve dormire tutta la famiglia, il padre, la madre, e tutti i figliuoli. I bimbi più piccini, finché prendono il latte, cioè fino ai tre o quattro anni, sono invece tenuti in piccole culle o cestelli dI vimini, appesi al soffitto con delle corde, e penzolanti poco più in alto del letto. La madre per allattarli non deve scendere, ma sporge il braccio e se li porta al seno; poi li rimette nella culla, che con un solo colpo della mano fa dondolare a lungo come un pendolo, finché essi abbiano cessato di piangere.
Sotto il letto stanno gli animali lo spazio è così diviso n tre strati: per terra le bestie, sul letto gli uomini, e nell’aria i lattanti. lo mi curvavo sul letto, quando dovevo ascoltare un malato, o fare una iniezione a una donna che batteva i denti per la febbre e fumava per la malaria; col capo toccavo le culle appese, e tra le gambe mi passavano improvvisi i maiali o le galline spaventate.
Ma quello che ogni volta mi colpiva (ed ero stato ormai nella maggior parte delle case) erano gli sguardi fissi su di me, dal muro sopra il letto, dei due inseparabili numi tutelari.

Madonna Nera di Viggiano
Madonna Nera di Viggiano

Da un lato c’era la faccia negra ed aggrondata e gli occhi larghi e disumani della Madonna di Viggiano: dall’altra, a riscontro, gli occhietti vispi dietro gli occhiali lucidi e la gran chiostra dei denti aperti nella risata cordiale del Presidente Roosevelt , in una stampa colorata.
Non ho mai visto, in nessuna casa, altre immagini: né il Re, né il Duce, né tanto meno Garibaldi, o qualche altro grand’uomo nostrano, e neppure nessuno dei santi, che pure avrebbero avuto qualche buona ragione per esserci: ma Roosevelt e la Madonna di Viggiano non mancavano mai.
A vederli, uno di fronte all’altra, in quelle stampe popolari, parevano le due facce del potere che si è spartito l’universo: ma le parti erano giustamente invertite: la Madonna era, qui, la feroce, spietata, oscura dea arcaica della terra, la signora saturniana di questo mondo: il Presidente, una specie di Zeus , di Dio benevolo e sorridente, il padrone dell’altro mondo. A volte, una terza immagine formava, con quelle due, una sorta di trinità: un dollaro di carta, l’ultimo di quelli portati di laggiù, o arrivato in una lettera del marito o di un parente, stava attaccato al muro con una puntina sotto alla Madonna o al Presidente o tra l’uno e l’altro, come uno Spirito Santo, o un ambasciatore del cielo nel regno dei morti.

Presidente Roosevelt , il 26° alla Casa Bianca
Presidente Roosevelt , il 26° alla Casa Bianca

Per la gente di Lucania, Roma non è nulla: è la capitale dei Signori, il centro di uno Stato straniero e malefico. Napoli potrebbe essere la loro capitale, e lo è davvero, la capitale della miseria, nei visi pallidi, negli occhi febbrili dei suoi abitanti, nei «bassi» io dalla porta aperta pel caldo, l’estate, con le donne discinte Il che dormono a un tavolo; ma a Napoli non ci sta più, da gran tempo, nessun re; e ci si passa soltanto per imbarcarsi.
Il Regno è finito: il regno di queste genti senza speranza non è di questa terra.
L’altro mondo è l’America. Anche l’America ha, per i contadini, una doppia natura.
È una terra dove si va a lavorare, dove si suda e si fatica, dove il poco denaro è risparmiato con mille stenti e privazioni, dove qualche volta si muore, e nessuno più ci ricorda; ma nello stesso tempo, e senza contraddizione, è il paradiso, la terra promessa del Regno.
Non Roma o Napoli, ma New York sarebbe la vera capitale dei contadini di Lucania, se mai questi uomini senza Stato potessero averne una. I contadini vanno in America, e rimangono quello che sono: molti vi si fermano, e i loro figli diventano americani: ma gli altri, quelli che ritornano, dopo vent’anni, sono identici a quando erano partiti. In tre mesi le poche parole d’inglese sono dimenticate, le poche superficiali abitudini abbandonate, il contadino è quello di prima, come una pietra su cui sia passata per molto tempo l’acqua di un fiume in piena, e che il primo sole in pochi minuti riasciuga.
In America, essi vivono a parte, fra di loro: non partecipano alla vita americana, continuano per anni a mangiare pan solo, come a Gagliano, e risparmiano i pochi dollari: sono vicini al paradiso, ma non pensano neppure ad entrarci.
Poi, tornano un giorno in Italia, col proposito di restarci poco, di riposarsi e salutare i compari e i parenti: ma ecco, qualcuno offre loro una piccola terra da comperare, e trovano una ragazza che conoscevano bambina e la sposano, e cosi passano tre mesi dopo i quali scade il loro permesso di ritorno laggiù, e devono rimanere in patria.
La terra comperata è carissima, hanno dovuto pagarla con tutti i risparmi di tanti anni di lavoro americano, e non è che argilla e sassi, e bisogna pagare le tasse, e il raccolto non vale le spese, e nascono i figli, e la moglie è malata, e in pochissimo tempo è tornata la miseria, la stessa eterna miseria di quando, tanti anni prima, erano partiti.
E con la miseria torna la rassegnazione, la pazienza, e tutti i vecchi usi contadini: in breve questi americani non si distinguono più in nulla da tutti gli altri contadini, se non per una maggiore amarezza, il rimpianto, che talvolta affiora, d’un bene perduto.
Gagliano è piena di questi emigranti ritornati: il giorno del ritorno è considerato da loro tutti un giorno di disgrazia. Il 1929 fu l’anno della sventura, e ne parlano tutti come d’un cataclisma.
Era l’anno della crisi americana, il dollaro cadeva, le banche fallivano: ma questo, in generale, non colpiva i nostri emigrati, che avevano l’abitudine di mettere i loro risparmi in banche italiane, e di cambiarli subito in lire. Ma a New York c’era il panico, e c’erano i propagandisti del nostro governo, che, chissà perché, andavano dicendo che in Italia c’era lavoro per tutti e
 ricchezza e sicurezza e che dovevano tornare.

Rinforzi per Obama: il “surge” italiano in Afghanistan


Responsabilità internazionali – Più truppe e mezzi da combattimento, elicotteri e aerei, nuovi team di istruttori per le forze afgane. L’Italia è insieme alla Gran Bretagna l’alleato che offre il maggior contributo di forze al surge di Obama: almeno 1.150 militari. Molto probabilmente il nuovo impegno porterà a un  aumento della spesa complessiva per le missioni all’estero (oltre 1,5 miliardi nel 2009) perché se da un lato i costi per i rinforzi verranno compensati dal ritiro nei prossimi mesi di circa 1.500 soldati da Kosovo, Bosnia e Libano con un risparmio nel 2010 per circa 150 milioni di euro, dall’altro però i rinforzi in Afghanistan comportano costi più alti, soprattutto sul piano logistico, di quelli sostenuti in teatri operativi più tranquilli e vicini all’Italia.

I rinforzi che si aggiungono ai 2.800 militari e 29 velivoli schierati a Herat (al costo di 600 milioni di euro bel 2009), includeranno un ulteriore contributo alla Nato Training Mission che cura l’addestramento delle forze di sicurezza afgane aggiungendo alcuni team di consiglieri militari e un centinaio di carabinieri ai 150 che già si occupano di assistere la polizia locale (60 sono già ad Adraskan, base a sud d Herat). In arrivo a inizio estate anche un nuovo battle-group, il quarto reparto da combattimento schierato dall’Italia in Afghanistan. Secondo quanto trapelato si tratterebbe di un battaglione dotato anche di mezzi pesanti composto da due compagnie di bersaglieri della brigata Garibaldi con cingolati Dardo e da una compagnia della brigata Pinerolo, la prima a disporre dei nuovi blindati ruotati Freccia. L’invio in Afghanistan di questi mezzi, al loro battesimo del fuoco, era stato anticipato in luglio dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e risulta gradito anche all’industria della difesa nazionale.

Mezzi pesanti adatti a operare in campo aperto che sembrano confermare il dispiegamento del nuovo battle-group italiano nella provincia di Farah dove già è schierato uno dei tre battaglioni italiani. Un’ipotesi alla quale ha accennato anche La Russa che ieri ha parlato di “delineare la nostra presenza in una gestione interamente italiana” nella zona ovest del Paese, anche ”nella parte più marginale di quella zona dove ora ci sono gli inglesi e gli americani”. Un chiaro riferimento alla cosiddetta “Box Tripoli” composta dai distretti meridionali di Farah passati sotto il controllo dei marines in primavera a causa delle limitate forze schierate dall’Italia in quell’area. Farah costituisce poi un importante banco di prova in vista della prossima offensiva anglo-americana nella confinante provincia di Helmand da dove è previsto che i talebani cerchino scampo proprio nel settore italiano. In una successiva dichiarazione, il 10 dicembre, La Russa ha confermato che il quarto battle group sarà dislocato a Farah negando però che la sua area operativa sarà “quella a  forte presenza talebana” che resterà di competenza anglo-americana.

Il rafforzamento del dispositivo militare italiano dovrebbe includere anche il potenziamento della Task Force 45 delle forze speciali, l’arrivo del nono elicottero da attacco A-129 Mangusta, di 3 elicotteri multiruolo AB-205 o AB 212 o AB 412, di 3 cargo tattici C-27J e di un quinto UAV Predator. Altriu mzzi ed elicotteri potrebbero giungere a Farah in un secondo tempo. L’Italia fornirà anche un ospedale da campo che sarà allestito nella provincia di Badghis. La Russa ha rivelato che il segretario generale della Nato Rasmussen aveva chiesto all’Italia un incremento “fino a 1.600 soldati in più”. L’Italia ha del resto già provveduto senza troppo clamore a potenziare il suo dispositivo a Herat con nuovi cingolati da combattimento Dardo. I primi otto mezzi, soprannominati “i carri neri degli italiani” dai miliziani afgani che ne hanno subito la potenza di fuoco a Farah, giunsero a Herat nell’estate 2007 insieme agli elicotteri d’attacco Mangusta come primo consistente rinforzo a un contingente fi no a quel momento privo di mezzi e armi pesanti. Da allora hanno combattuto in diverse occasioni, soprattutto a Farah con una compagnia di bersaglieri della brigata Garibaldi. Un’altra quindicina di Dardo sono arrivati nelle ultime settimane aggregati al 1° reggimento bersaglieri che costituisce il nuovo battle group schierato a Shindand.

I nuovi mezzi hanno consentito di incrementare notevolmente le capacità di fuoco e di protezione delle truppe. La Russa ha precisato che “le regole d’ingaggio non cambieranno” ma il surge pianificato dagli Usa per chiudere la partita con i talebani offre anche agli italiani l’opportunità di impiegare meglio i mezzi a disposizione. I quattro jet AMX basati a Herat non sono autorizzati a impiegare bombe ma solo i cannoncini di bordo e in circostanze limitate, riducendo così le capacità di supporto di fuoco. Dopo americani, canadesi, britannici e olandesi, in estate anche i francesi hanno schierato in Afghanistan l’artiglieria campale, cannoni e obici semoventi da 155 millimetri in grado di colpire con precisione da grande distanza. Finora gli italiani si sono limitati a impiegare (e solo da quest’anno) i mortai da 120 millimetri, rivelatisi indispensabili in molti scontri, ma l’Esercito dispone dei semoventi Pzh-2000 in grado di colpire da 40 chilometri di distanza. Mezzi che al momento prendono polvere in caserma ma che, soprattutto a Farah, potrebbero rivelarsi molto utili.

Alleato di ferro
La disponibilità di Roma a garantire nuove forze all’impegno bellico alleato in Afghanistan apre anche nuove prospettive circa il ruolo dell’Italia all’interno del comando ISAF di Kabul. Con mille soldati e 150 carabinieri che dovranno essere operativi nell’ovest afgano entro la prossima estate l’Italia schiererà un dispositivo inferiore solo a quello messo in campo da Usa e Gran Bretagna poiché la Germania, che schiera nominalmente il terzo contingente alleato con 4.500 militari (ma molte centinaia sono in realtà basate nell’aeroporto uzbeko di Termez che funge da base logistica), in realtà dispone di forze da combattimento inferiori a quelle italiane e con caveat che impediscono loro di giocare un ruolo concreto in battaglia come ha lamentato persino il governatore della provincia di Kunduz, Mohammed Omar, chiedendo provocatoriamente il ritiro delle truppe germaniche. Il contingente italiano supererebbe di mille unità anche le forze francesi (3.100 effettivi) e quelle canadesi (2.800) quest’ultime destinate peraltro al ritiro dall’Afghanistan nel 2011. Il crescente peso dell’Italia nella guerra afgana è stato sottolineato anche dal segretario di stato Hillary Clinton che non solo ha espresso apprezzamento per il surge italiano ma ha definito Roma “l’alleato di ferro” che con i rinforzi assume un ruolo di “leadership in Afghanistan”.

Soprattutto se all’aumento delle truppe verrà abbinato un ruolo più incisivo sul campo di battaglia l’Italia potrà pretendere posti di rilievo nello staff di comando alleato a Kabul, guidato a livello strategico e operativo dai generali americani Stanley McChrystal e David Rodriguez. Dal 2007, quando Londra cedette il comando di Isaf agli statunitensi, il British Army mantiene a tempo pieno il ruolo di vice comandante, oggi il generale Nick Parker. Il capo di stato maggiore, pedina chiave della struttura militare, è invece assegnato a rotazione a Italia, Francia e Germania ed è attualmente ricoperto dal generale Volker Wieker che ha rimpiazzato da poco più di un mese Marco Bertolini. Un incarico che dal 2010 l’Italia potrebbe ricoprire a tempo pieno con propri ufficiali grazie all’invio dei consistenti rinforzi e al benestare degli anglo-americani, elementi sufficienti a vincere le prevedibili resistenze franco-tedesche. Anche perché attualmente l’unico incarico di comando nel alleato assegnato a un italiano è quello di responsabile per la stabilizzazione, ricoperto dal generale alpino Claudio Mora. L’occasione per guadagnare posizioni nello staff di Isaf si presenterà tra pochi mesi quando tutti i cinque comandi militari regionali dovranno essere guidati da generali di divisione. Oggi solo i Regional command East e South (che da soli schierano oltre la metà delle truppe alleate) sono a livello divisione mentre gli altri tre, incluso il Command West italiano, sono affidati a comandi più piccoli a livello brigata. La riorganizzazione è stata imposta dal generale Rodriguez che a ottobre ha assunto la guida del nuovo Joint Command che guida direttamente le operazioni sul terreno e intende replicare la stessa struttura di comando e controllo istituita dagli statunitensi in Iraq dove i settori sono assegnati a comandi di divisione.

© Analisi Difesa