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Dossier "Kenya"

Kenia/ Centro commerciale Westgate Mall. L’ombra di Al-Shabaab


Nairobi. Il centro commerciale Westgate Mall rimane per quattro lunghi giorni sotto l’assedio di terroristi affiliati al movimento estremista Al-Shabaab e, in poche ore, da ambita destinazione turistica per le sue spiagge paradisiache, per i parchi nazionali e le riserve naturali, il Kenya si trasforma in un teatro di scontri tra forze di governo e attentatori. Numerose sono le vittime, un centinaio i feriti sopravvissuti alla tragedia, alla missione di eliminare chiunque non professi la religione di Maometto.

Harakat Al-Shabaab Al-Mujahidin, più comunemente noto come Al-Shabaab, che in arabo significa “la gioventù”, è un movimento insurrezionale che nasce, nel 2006, come braccio armato dell’Unione delle Corti Islamiche (UCI), un’organizzazione militare che recluta soldati tra la popolazione somala al fine di mantenere l’ordine e risolvere eventuali conflitti sociali, in assenza di un forte e stabile governo centrale a capo della Somalia. Il paese è dilaniato dalla guerra civile e il gruppo terroristico si costituisce, sotto spinte nazionaliste in opposizione all’invasione dell’Etiopia in Somalia, per porre fine alle ripetute violenze che si consumano a danno della popolazione dal 1991, anno della caduta del Presidente Siad Barre per mano di clan avversari. Gli Shabaab puntano al controllo di Mogadiscio e a minare le basi delle istituzioni federali. A sostegno del governo di transizione, l’esercito etìope varca la frontiera e libera il territorio dalle Corti islamiche, mentre gli Shabaab, al contrario, sono ben radicati nel tessuto sociale somalo. La consolidata presenza terroristica consente alla formazione salafita-jihadista, ormai indipendente dall’Unione delle Corti Islamiche e sempre più vicina ad Al-Qaeda, di conquistare Mogadiscio, Baidoa, sede del Parlamento somalo, il centro portuale di Kismajo e di imporre la Sharia, la legge islamica. Il movimento estremista musulmano controlla un’area territoriale particolarmente estesa: otto regioni su nove della Somalia centro meridionale sono sottoposte al regime Shabaab. La carestia che interessa, nel 2011, il sud della Somalia, però, destabilizza il potere dei mujaheddin. La decisione di respingere gli aiuti umanitari, per il sostentamento dei civili colpiti, incrina pesantemente la credibilità territoriale degli Shabaab, i quali vengono espulsi dalla Capitale somala grazie all’intervento del contingente dell’Unione africana, durante l’operazione di peacekeeping (Amisom) approvata dalle Nazioni Unite, che dal 2007 ha gradualmente sostituito le truppe etìopi, ritiratesi definitivamente nel 2009. Soldati provenienti dall’Uganda, dal Burundi e dal Kenya riescono nell’impresa di piegare le forze integraliste, benché l’ombra di cellule terroristiche su molte aree rurali della Somalia, da cui sono coordinate incessanti attività di guerriglia contro il governo di Mogadiscio, resti tuttora una seria minaccia per la stabilità del paese e dell’intero Corno d’Africa.

Il gravissimo attentato non è il primo compiuto fuori dai confini della Somalia. Gli Shabaab hanno più volte colpito il Kenya, accusato di aver scatenato, nelle regioni meridionali della Somalia, una controffensiva contro i ribelli. L’attacco al cuore di Nairobi assume quindi i tratti di una vera e propria vendetta, una punizione inflitta in nome di Allah, ma che in realtà ha ben poco di religioso. È l’ingerenza del Kenya nelle vicende politiche interne della Somalia a irritare i terroristi, a spingerli a programmare un’altra aggressione, questa volta al simbolo del consumismo occidentale di proprietà, per altro, di un imprenditore ebreo. Secondo le agenzie d’intelligence del globo, l’impegno del Kenya a espugnare la città portuale di Kismajo dai terroristi, a fine settembre 2012, ha privato gli attivisti di una fonte di guadagno molto redditizia: il carbone. Un commercio illegale da cui dipende la sopravvivenza economica del gruppo, un’attività fiorente che frutta milioni di dollari investiti nelle operazioni che indeboliscono gli sforzi a incoraggiare la crescita di un paese in cui, per altro, non sono in vigore leggi che condannino fermamente il finanziamento del terrorismo.

Non si esclude, però, che l’attentato sia stato scatenato da dinamiche che abbiano origine all’interno dell’organizzazione, una lotta al potere, e il disaccordo interesserebbe la strategia e gli obiettivi da perseguire nella contesa. Da un lato, i più estremisti, fervidi sostenitori della strategia del terrore internazionale di Al-Qaeda; dall’altro, i “moderati” che restringono il campo di azione alla Somalia. Nell’attacco al Westgate Mall pare sia prevalsa la prima corrente, quella guidata dall’attuale capo, Ahmed Abdi Godane, che ha vinto la battaglia sul controllo del gruppo sbaragliando Hassan Dahir Aweys, favorevole a uno scontro più locale. La natura terroristica del movimento appare rigenerata e se Bin Laden prediligeva i videomessaggi, tra le tecniche appurate della strategia del terrore, Godane è al passo con i tempi e rivendica la paternità della strage tramite il social network Twitter, una tattica comunicativa che lega indissolubilmente Al-Shabaab ad Al-Qaeda. Il Corno d’Africa è un’area appetibile per entrambe le organizzazioni e lo conferma la diaspora jihadista in Yemen e Somalia, il cui obiettivo è creare un ponte tra i due paesi e allungare i propri tentacoli sul Golfo di Aden. Gli Shabaab contribuiscono attivamente all’attuazione di questo progetto e sono disposti a eliminare qualunque impedimento, come il Kenya, che ne ostacoli la realizzazione. Nell’ipotesi estrema in cui Al-Shabaab e Al-Qaeda riuscissero insieme a occupare il Golfo, la popolazione ebraica sarebbe praticamente isolata. Attraverso lo Stretto di Bab al-Mandeb, che congiunge il Golfo di Aden al Mar Rosso, non solo gli Stati Uniti inviano aiuti a Israele, ma in quel tratto di mare si concentra, soprattutto, gran parte del traffico di greggio che dall’Arabia Saudita e dal Golfo Persico raggiunge Suez e Aqaba. Lo stretto sodalizio tra Al-Shabaab e Al-Qaeda, senza trascurare l’elemento pirateria che contribuisce all’intesa tra i due gruppi terroristici, è la conferma che la morte di Bin Laden non ha assolutamente seppellito il terrorismo internazionale, anzi, ha rafforzato l’ossatura di un soggetto politico che cresce e attinge a frange sempre più estreme e pericolose che, facendo leva su dogmi religiosi e convinzioni ideologiche fortemente nazionalistiche, è già ampiamente penetrato nelle zone più povere dell’Africa.

Federica Fanuli

Note/

  1. Cfr. http://www.corriere.it/esteri/13_settembre_05/g20-san-pietroburgo_8ca00e76-1608-11e3-a860-3c3f9d080ef6.shtml
  2. Cfr. http://www.repubblica.it/esteri/2013/09/06/news/g20_ultimo_giorno_grandi_divisi_su_siria-65992034/
  3. Cfr. http://osservatorioiraq.it/approfondimenti/siria-assad-tortura-e-uccide-anche-i-bambini
  4. Cfr. http://www.sarkaritel.com/syria-crisis-why-india-voted/
  5. Cfr. http://www.eastasiaforum.org/2012/03/08/indias-position-on-syria-a-tight-balancing-act/
  6. Cfr. http://www.isn.ethz.ch/Digital-Library/Articles/Detail/?id=151242
  7. Cfr. http://www.firstpost.com/world/syria-crisis-why-india-is-wary-of-us-military-intervention-1065713.html
  8. Cfr. http://blogs.wsj.com/indiarealtime/2013/06/04/india-should-help-syria/
  9. Ibid.
  10. Cfr. http://www.geopolitica-rivista.org/23409/liran-di-hassan-rohani-conseguenze-per-la-regione-e-per-lindia/
  11. Cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/israel/10119393/Pakistan-military-technology-row-threatens-Israels-strategic-relationship-with-India.html
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Docente Miur - Laboratori Tecnologici e Tecniche della Comunicazione Multimediale

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