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Approfondimenti/ Storia. L’affaire Dreyfus, di Federica Fanuli


Federica Fanuli, 31 anni, si laurea con 110 e Lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, presso l’Università del Salento, con una tesi in Relazioni Internazionali in cui analizza i pilastri della politica estera di Ahmadinejad, Presidente della Repubblica islamica dell’Iran dal 3 agosto 2005 al 3 agosto 2013: la questione ebraica e la questione nucleare. Procede i suoi studi universitari a Lecce e consegue la Laurea specialistica in Scienze Politiche, Comunitarie e delle Relazioni Internazionali, con 110 e Lode, scrivendo una tesi, in Storia dei Trattati e della Politica internazionale, sull’Amministrazione Nixon e le relazioni indo-pakistane. Nei primi anni ’70, la terza guerra tra India e Pakistan fa da sfondo alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino, grazie all’abilità politica del binomio Nixon-Kissinger di sfruttare i legami con Islamabad. Aspirante analista di politica internazionale, collabora dal 2009, come contributor settore mediorientale, con il Centro Studi Internazionali e, co.co.pro. dal 2009 al 2013, Federica ha lavorato presso una società che offre consulenza tecnica alla regione Puglia per il Programma di Sviluppo Rurale. Al momento studia per il Dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea.
Federica Fanuli, 31 anni, si laurea con 110 e Lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, presso l’Università del Salento, con una tesi in Relazioni Internazionali in cui analizza i pilastri della politica estera di Ahmadinejad, Presidente della Repubblica islamica dell’Iran dal 3 agosto 2005 al 3 agosto 2013: la questione ebraica e la questione nucleare. Procede i suoi studi universitari a Lecce e consegue la Laurea specialistica in Scienze Politiche, Comunitarie e delle Relazioni Internazionali, con 110 e Lode, scrivendo una tesi, in Storia dei Trattati e della Politica internazionale, sull’Amministrazione Nixon e le relazioni indo-pakistane. Nei primi anni ’70, la terza guerra tra India e Pakistan fa da sfondo alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino, grazie all’abilità politica del binomio Nixon-Kissinger di sfruttare i legami con Islamabad. Aspirante analista di politica internazionale, collabora dal 2009, come contributor settore mediorientale, con il Centro Studi Internazionali e, co.co.pro. dal 2009 al 2013, Federica ha lavorato presso una società che offre consulenza tecnica alla regione Puglia per il Programma di Sviluppo Rurale. Al momento studia per il Dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea.

l’Affaire Dreyfus, antisemitismo e antisionismo 

L’affare Dreyfus è uno scandalo politico-giudiziario che sconvolge la Francia della Terza Repubblica, nel 1894. Capitano di artiglieria, di estrazione ebraica, Alfred Dreyfus è accusato di spionaggio per aver rivelato a un militare tedesco informazioni segrete sulla organizzazione militare francese. All’indomani della Guerra Franco-Prussiana, la Francia della Terza Repubblica è attraversata da una serie di scontri, tra repubblicani e sostenitori della Monarchia, e indebolita dall’ipotesi di un imminente colpo di stato. Processato e condannato ai lavori forzati, l’intensa campagna di stampa condotta da Emile Zola consente la scarcerazione e la riabilitazione del Generale Dreyfus, sebbene le sue origini abbiano rafforzato il concetto di cospirazione legato all’ascendenza ebraica. Un antisemitismo atavico, medievale, che diventa fonte d’ispirazione per il Movimento sionista di Herzl e la ricerca indiscussa della Terra Promessa.

I fatti

La drammatica vicenda del Capitano d’artiglieria dell’Esercito francese, Alfred Dreyfus, ebbe inizio nel 1894, con la scoperta di un biglietto anonimo e non datato in cui un Ufficiale di Stato maggiore francese indicava, a un militare dell’Ambasciata tedesca a Parigi, una serie di documenti riservati attinenti all’Esercito francese. L’elenco fu trovato in mille pezzi, dentro il cestino della carta straccia, da Marie Bastian, una donna delle pulizie in servizio presso l’ambasciata tedesca, probabilmente agente del controspionaggio francese. La donna fece pervenire il biglietto al Maggiore Henry e, il 13 ottobre 1894, Dreyfus fu arrestato[i]. Processato a porte chiuse, la vicenda terminò nel 1895. Un caso di spionaggio che sarebbe in realtà durato ben dodici anni. Giudicato dalla Corte Marziale colpevole di alto tradimento e spionaggio, Dreyfus fu degradato e deportato sull’Isola del Diavolo, nella Guyana Francese, per scontarvi l’ergastolo ai lavori forzati[ii]. A dire il vero, nei ranghi dell’Esercito francese sibilava già da qualche tempo la parola “tradimento”, con cui si cercava di spiegare la sconfitta subìta a Sédan nella guerra contro la Prussia[iii]. La Guerra Franco-Prussiana scoppiò a seguito di un incidente diplomatico legato al cosiddetto dispaccio di Ems, un telegramma reso pubblico da Bismarck che conteneva una dichiarazione di Guglielmo I contro Napoleone III. La Francia dichiarò così guerra alla Prussia, ma dopo poche settimane dall’inizio del conflitto Napoleone III fu sconfitto e imprigionato a Sédan, mentre a Parigi fu proclamata la Terza Repubblica[iv]. L’affaire Dreyfus divenne motivo di divisione tra l’opinione pubblica. Da una parte, vi erano i dreyfusards, intellettuali e politici che ritenevano si trattasse di una clamorosa prova di antisemitismo; dall’altra, gli antidreyfusards, antisemiti. Nel 1896, il Colonnello Georges Picquart tentò la riapertura del caso, redigendo una relazione nella quale dimostrava l’innocenza del Capitano e la colpevolezza del Maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy, nobile di origini antiche oppresso dai debiti di gioco. Picquart fu ben presto rimosso dal suo incarico e spedito in una zona di guerra; sebbene fosse riuscito a informare in tempo il Vicepresidente del Senato Auguste Scheurer-Kestner e lo scrittore ebreo Bernard Lazar, amico della famiglia Dreyfus, che lanciò una campagna innocentista, alla quale aderì anche lo scrittore Emile Zola[v]. Il 13 gennaio 1898, infatti, sulla rivista letteraria Aurore fu pubblicata la sua famosa lettera destinata al Presidente della Repubblica, intitolata “J’accuse!”. Di tutta risposta, lo Stato Maggiore ordinò l’arresto di Piquart e processò Zola per vilipendio delle forze armate, scatenando i giornali nazionalistici contro ebrei, democratici e liberali[vi]. Nel 1898, Ferdinand Walsin-Esterházy confessò di aver contraffatto i documenti obbedendo a ordini superiori. Nel 1899, di fronte alla Corte di Cassazione, un nuovo processo portò a un secondo giudizio di colpevolezza per Dreyfus, con una riduzione della condanna a dieci anni di carcere. Fu il nuovo governo progressista ad annullare la sentenza e concedere l’amnistia a Dreyfus che, nel 1906, fu pienamente riabilitato da una sentenza definitiva della Corte di Cassazione, reintegrato nell’Esercito con il grado di Maggiore e insignito della Medaglia della Legion d’Onore[vii].

Dreyfus, Antisemitismo e Antisionismo

L’affare Dreyfus divenne una questione nazionale. L’oggetto della polemica era costituito dall’origine ebraica dell’imputato, perché le sue origini conducevano direttamente all’accusa di tradimento e di cospirazione. Un accostamento che ha radici profonde, poiché gli ebrei sono stati storicamente accusati d’infedeltà. Il caso traccia un solco profondo che giunge fino a noi, non a caso l’antisemitismo contemporaneo si fa risalire a tale vicenda[viii]. La parola “antisemitismo” fu coniata da Wilhelm Marr, ex socialista convertito ai valori germanici, nel libro Semite Jude, una campagna di diffamazione contro gli ebrei molto violenta che risale alla fine dell’Ottocento e che favorirà successivamente la nascita del mito ariano[ix]. L’antisemitismo nei paesi occidentali comincia ad assumere carattere aggressivo con l’affaire Dreyfus. All’epoca, decisivo fu il ruolo della stampa. I giornali, soprattutto di orientamento cattolico, riuscirono a pilotare una parte dell’opinione pubblica verso la convinzione ideologica che la Francia fosse minacciata da macchinazioni ebraiche[x]. Una concezione ideologica che sarà poi avallata dalla pubblicazione de “I Protocolli dei saggi anziani di Sion”. Una falsificazione propagandistica antisemita, redatta dalla polizia segreta russa, che descriveva un piano di conquista del mondo organizzato dalla comunità ebraica, attraverso il dominio e il controllo dei punti strategici delle moderne società occidentali, quali la finanza, la stampa, l’economia, gli eserciti militari, la morale e la cultura[xi]. L’antisemitismo è impregnato di pregiudizi e atteggiamenti persecutori contro gli ebrei. Era opinione diffusa che i giudei muovessero i fili del mondo e la cui liberazione passasse, obbligatoriamente, dall’individuazione e dalla neutralizzazione di tali “parassiti”. Una logica del complotto quanto mai attuale. L’ebreo contaminava le società con le quali entra in contatto e alimentava l’antigiudaismo di matrice cristiana. Gli attacchi antisemiti provenivano soprattutto dagli ambienti cattolici e reazionari e se gli intellettuali schierati a favore di Dreyfus erano ispirati dai principi di giustizia e libertà, quelli che guidavano l’impegno degli antidreyfusards erano intrisi di nazionalismo. Strettamente connesso al nazionalismo era l’antisemitismo[xii]. La razza francese andava protetta, purificata dal contagio delle altre razze, quella ebraica, virus infetto da estirpare dall’organismo della nazione. Uno sterminio che si concretizzerà nell’Olocausto. Ben diverso l’antisionismo. Un giovane giornalista ungherese di religione ebraica, Theodor Herzl, inviato dal suo giornale a seguire gli sviluppi della vicenda Dreyfus, comprese che in nessuna nazione, persino nella terra dell’Illuminismo, laddove si formò lo spirito laico, l’antisemitismo avrebbe consentito l’integrazione sociale. Herzl scrisse Lo Stato Ebraico, in cui teorizzava il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico che avrebbe dovuto avere una propria patria, dove finalmente gli ebrei sarebbero stati al sicuro dall’odio antisemita[xiii]. L’opinione, secondo la quale gli ebrei non avrebbero mai potuto vivere in sicurezza senza un proprio Stato, trovava conferma nell’ondata di antisemitismo in Europa, nelle persecuzioni e nelle leggi discriminatorie di cui gli ebrei erano vittime indiscusse sin dai secoli passati. Il prefisso “anti” rivela la natura avversativa, l’opposizione allo Stato di Israele, poiché considerato storicamente illegittimo o privo di una ragione storica per esistere. Herzl, nel 1897, convocò la nota Conferenza di Basilea in Svizzera e, in seguito al primo Congresso Sionista, pubblicò un documento intitolato Il Programma di Basilea destinato agli ebrei dispersi nella Diaspora e alle nazioni nelle quali essi vivevano. Il Congresso sionista di Basilea stabilì che l’insediamento di agricoltori ebrei nella Palestina turca, l’organizzazione e l’unità degli ebrei di tutto il mondo, la formazione di una coscienza nazionale ebraica e l’appoggio politico alla causa sionista da parte di diversi governi del mondo avrebbero garantito uno Stato in cui stabilirsi[xiv]. Gli accordi di pace e la Dichiarazione Balfour sembrarono concedere la possibilità di ottenere uno Stato indipendente in Palestina, sotto il mandato britannico, e mentre s’intensifica l’emigrazione ebraica verso la Palestina, il mondo occidentale si avvia verso un antisemitismo sempre più crudele. Questo processo è accelerato dalla nascita dei totalitarismi, il nazismo in Germania, lo stalinismo in Unione Sovietica e il fascismo in Italia. Nel corso del tempo, l’antisionismo è diventato la più pericolosa ed efficace forma di antisemitismo, attraverso la sistematica delegittimazione e demonizzazione dello Stato di Israele, che nacque il 14 maggio 1948[xv]. Gran parte di questa diffamazione e criminalizzazione deriva sicuramente dalla causa palestinese e dalla forza di Israele che si manifesta ripetutamente negli interventi militari. Le manifestazioni a favore della Palestina, che sorgono in alcune capitali europee a ogni nuovo round delle ostilità, non devono essere il terreno fertile e il pretesto per coloro che, dietro la solidarietà alla Striscia di Gaza, celano un radicato antisemitismo pericoloso. Nomadi, assetati di sangue, cospiratori e invasori che hanno conquistato con la forza la Palestina, manipolati dalla Gran Bretagna e poi dagli Stati Uniti. Gli ebrei sono spesso colpiti in quanto tali, non perché unanime condividano la politica di Netanyahu[xvi]. La costruttiva opposizione politica a Israele, sulla base di “critiche” conoscenze storiche, non coincide con le manifestazioni di odio razziale e religioso. Il conflitto israelo-palestinese da decenni infetta l’Europa di antisemitismo e non si può escludere che nelle sinagoghe prese di mira con molotov, come accaduto proprio nella Sarcelles – la “piccola Gerusalemme” alla periferia di Parigi – fossero raccolti in preghiera ebrei di ogni estrazione politica e, per di più, estranei alle offensive israeliane su Gaza. La frase “Hitler aveva ragione” tira in ballo tutto l’orrore possibile[xvii]. L’antisionismo però non è un sentimento estraneo alla popolazione ebraica. Gli ebrei ortodossi, appartenenti al movimento dei Naturei Karta – Guardiani della città, in lingua aramaica – sono antisionisti. Fondato dal Rabbino Aharon Katzenelbogen, nel 1938, il gruppo dei Neturei Karta combatte il Sionismo, perché considerato alla stessa stregua del Colonialismo, gli ebrei hanno occupato il territorio palestinese[xviii]. Il Rabbino Moshe Hirsch è stato consigliere di Arafat per gli Affari Ebraici del governo palestinese e, nel 2005, una delegazione ha preso parte alla Marcia per la Liberazione di Gaza[xix]. Diversi componenti del Neturei Karta si recano regolarmente in Iran e, nel 2006, hanno anche partecipato, su invito dell’allora Presidente della Repubblica islamica Ahmadinejad, alla famosa Conferenza sull’Olocausto, alla quale presero parte revisionisti e negazionisti della Shoah. Il sostegno a favore della popolazione palestinese, che non è una negazione dei diritti umani della popolazione ebraica, ha una natura prettamente religiosa con riflessi politici, poiché risponde alla volontà di Dio. “I sionisti devono cedere l’intera terra alla Palestina e attendere la venuta del Messia per riavere Israele” si legge a Mea Shearim, il quartiere di Gerusalemme che ospita gli ebrei ortodossi, secondo le rigide osservanze dei libri sacri della Torah e del Talmud[xx]. È chiaro dunque che se, da una parte, l’antisemitismo non corrisponde all’antisionismo; dall’altra parte, spesso erroneamente, i due fenomeni si sovrappongono.

Quale soluzione?

Capro espiatorio, ma anche prova di diffidenza e persecuzione verso gli ebrei, l’affaire Dreyfus offre spunti interessanti per tornare indietro nel tempo e tracciare l’excursus storico dell’accanimento sociale contro le comunità ebraiche accusate di cospirare, ordire un complotto al fine di dominare il mondo, politicamente ed economicamente, e distruggere la religione cattolica. La giudaica perfidia degli ebrei deicidi, che hanno condannato Cristo alla croce e che compivano rituali macabri sui bambini cristiani. Guardando avanti però, il vecchio antisemitismo di matrice europea non è morto con Auschwitz, ma si è rigenerato congiungendosi a quello islamico di natura politica e religiosa. L’antisemitismo resta una patologia che resiste e che andrebbe combattuta culturalmente e con il riconoscimento del diritto di Israele di esistere e di garantire il rispetto dei diritti della popolazione palestinese, in virtù di una cooperazione internazionale, che appare complicata dall’instabilità della regione mediorientale che non può essere meramente ricondotta al conflitto israelo-palestinese.

Federica Fanuli

[i] Cfr. T. Conner, The Dreyfus Affair and the Rise of the French Public Intellectual, McFarland, 2014, p. 57.
[ii] Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, p. 69.
[iii] Cfr. http://www.dreyfus.culture.fr/en/bio/bio-html-ferdinand-walsin-esterhazy.htm.
[iv] Cfr. http://siba2.unisalento.it/moneta/index.php?sec=bio&page=history8.
[v] Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, pp. 90-93.
[vi] Ibid., pp. 162-167.
[vii] Cfr. http://www.dreyfus.culture.fr/en/bio/bio-html-ferdinand-walsin-esterhazy.htm.
[viii] Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, pp. 95-98.
[ix] Cfr. https://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/biography/WilhelmMarr.html.
[x] Cfr. Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, pp. 98-101.
[xi] Cfr. W. Benz, I protocolli dei savi di Sion. La leggenda del complotto ebraico, Mimesis Edizioni, 2009, pp. 27-35.
[xii] Cfr. Cfr. A. Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell’intellettuale moderno, Franco Angeli, 2012, pp. 39-45.
[xiii] Cfr. R. Finzi, L’antisemitismo: dal pregiudizio contro gli ebrei ai campi di sterminio, Giunti Editore, 1997, pp. 37-40.
[xiv] Cfr. http://storiadisraele.blogspot.it/2010/08/herzl-e-la-home-ebraica-il-sionismo.html.
[xv] Cfr. http://www.osservatorioantisemitismo.it/antisemitismo/; http://www.isral.it/web/web/risorsedocumenti/27gennaio_antisemitismo.htm.
[xvi] Cfr. http://it.ibtimes.com/articles/69006/20140731/antisemitismo-esodo-ebrei-israele-palestina-gaza-odio.htm.
[xvii] Cfr. http://www.huffingtonpost.it/2014/07/22/antisemitismo-manifestazioni-pro-gaza_n_5608708.html.
[xviii] Cfr. http://www.nkusa.org/aboutus/.
[xix] Cfr. http://fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=1&Id=30.
[xx] Cfr. http://ilmanifesto.info/le-origini-dellantisionismo-degli-ebrei-ortodossi/.

Israele/ Nel 2020 un carro armato con un cannone laser


Merkava MK.III con dotazione per lo sminamento

di Antonio Conte – Il carro armato Merkava attualmente in servizio alle Forze Armate israeliane sarà sostituito da uno nuovo nel 2020 che prevedrebbe un cannone laser o addirittura elettromagnetico.

Le dimensioni però di quest’arma impongono un ridimensionamento del layout interno e degli spessori delle pareti di protezioni che saranno più leggere.

A dare la notizia è “The Jerusalem Post”. Sembra che anche l’alimentazione del carro armato sarà innovata verso un sistema ibrido e grazie a potenti batterie avrà una automonia molto superiore agli attuali standard.

Antonio Conte

Israele/ Oggi si celebra il 64esimo compleanno (il contributo di una lettrice)


di Mariana Costa Weldon – Oggi Israele e il suo popolo, celebrano il loro 64esimo compleanno – dal Lutto causato dalla teoria, strategia e tattica dell’annientamento si arriva alla Celebrazione della vita e del futuro – quanta Luce arriva da quel popolo da millenni scacciato, schiavizzato, opresso; checché se ne voglia dire in negativo, da quel che risulta ad un sano osservatore, i fattori positivi annullano pienamente e completamente quei pochi elementi negativi, che infine sono fallibili perchéumani, e comuni agli altri popoli occidentali – meno il difendersi dal quotidiano terrore, chéquello tragicamente è mirato a Israele e lo provano solo gli israeliani.

Questa Celebrazione, emerge dalla tradizione religiosa – latente e/o evidente poiché Israeleè uno stato laico, anche se degli ebrei e per gli ebrei, ma non solo vista la popolazione eterogenea e multi-culto che ho visto io stessa, da anonima cittadina del mondo, girare liberamente e serenamente in ogni luogo – e dalla ferma credenza nel sacrosanto diritto di essere popolo nel loro Stato come tutti gli altri – anche se il mondo infido, troppo spesso disumano, disonestamente e illogicamente antisemita, vorrebbe che scomparissero dalla faccia della terra, fatto tristemente e spaventosamente attuale.

Un giorno dopo la nostra festa del 25 aprile, oggi,

26 aprile 2012

celebriamo, con tutte le persone, tutti i cuori e tutte le menti civili e umane, questo grande e storico evento e diciamo:

 Buon Compleanno Israele
a Te e a tutto il Tuo Popolo!
Un augurio di Luce, Bene, Pace e Gioia
per Yom Haatzmaut
Am Yisrael Chai

Israele/ Essere israeliano ed ebreo nel 2012: guardiamo in faccia la realtà senza illusioni, scrolliamo le spalle e andiamo avanti.


Being an Israeli and a Jew in 2012: Let’s Face Reality Without Illusion, Shrug, and Move Forward Posted: 31 Mar 2012 02:18 PM PDT by Barry Rubin.

Barry Rubin è direttore del Global Research in International Affairs (GLORIA) Center, editor del Middle East Review of International Affairs (MERIA) Journal, e un regolare collaboratore [columnist] di PajamasMedia vedi: http://pajamasmedia.com/barryrubin/.

I suoi libri più recenti sono: The Israel-Arab Reader [la guida israeliana-araba = come leggere/decifrare le due culture, insomma!](7th edition), The Long War for Freedom: The Arab Struggle for Democracy in the Middle East – La Lunga Guerra Verso la Libertà: la Lotta Araba per la Democrazia in Medio Oriente (Wiley), e The Truth About Syria  – La Verità sulla Siria (Palgrave-Macmillan)

Testo italiano dell’articolo cui link sopra e testo originale in inglese a fine pagina:

Essere israeliano ed ebreo nel 2012: guardiamo in faccia la realtà senza illusioni, scrolliamo le spalle e andiamo avanti. 

[italiano di Mariana Costa Weldon]

di Barry Rubin – Siamo nel 2012, che sembra procedere velocissimo ed ha già superato il suo primo quarto. La gente va in giro con smartphones e ogni tipo di gadget elettronici, sconosciuti fino a poco tempo fa. C’è stata la cosidetta primavera araba che ha acceso fantasie di democrazia istantanea. Un afro-americano è stato eletto alla presidenza degli Stati Uniti d’America, dopo che la nomina del suo partito,  e quindi la Casa Bianca, è quasi andata ad una donna!

Sono cambiati i tempi.

Tuttavia, l’odio isterico verso Israele nel mondo che parla arabo, e fra i musulmani in generale [non cambia anzi n.d.t] ha continuato a crescere; la filosofia del rifiuto [rejectionism] è sempre dominante, perfino più dominante di prima. Infatti, in molte parti d’Europa, e spesso nei campus americani per coloro che sostengono Israele, non c’è più sicurezza per chi è ebreo; né la vita è piacevole.

Due esempi che vi mostrano come folle pronte al linciaggio si materializzino in luoghi dove prima questo fenomeno quasi `non esisteva.

In Tunisia, un tempo stato moderato – ora sotto il regime della fratellanza musulmana – migliaia di salafisti sono scesi in piazza (http://elderofziyon.blogspot.com/2012/03/tunisia-rally-fight-jews-enter-paradise.html), lanciando slogan incitando all’uccisione degli ebrei, al fine di entrare in paradiso. La nuova costituzione tunisina contiene una clausola che [dice che] il paese non può mai riconoscere Israele. Quasi mezzo secolo fa, l’allora capo della Tunisia fu il primo uomo politico arabo a richiedere il riconoscimento di Israele. Intanto, noi stiamo ancora aspettando.

In Marocco, forse il più moderato fra i paesi del mondo che parla arabo, si tenne un incontro dell’Unione Parlamentare Mediterranea. Israele, che ha un sistema parlamentare e si affacia sul Mediterraneo (vedo il mare dal tetto di casa), è membro di questa unione. Un rappresentante di Israele presenziava alla riunione. Ne risultò una sommossa, in cui migliaia di marocchini assalirono l’edificio [dove si teneva la riunione n.d.t.] e il capo del partito islamista al potere si lamentò di come il suolo del paese fosse stato sporcato/infangato.

Non perderò tempo a citare migliaia di esempi. Comunque, con il trionfo dei rivoluzionari islamisti e rivangando ricordi di decenni di politiche arabe disastrose e anti-Israele, il  mondo di lingua araba sta diventando più radicale sulla questione.

Sbadiglio…

In questa situazione, la gran tentazione per gli occidentali è di dire che, se solo Israele non esistesse (versione radicale), o se facesse enormi concessioni (versione liberale), allora tutti i problemi del Medio Oriente sparirebbero e tutti i i conflitti della regione con l’occidente, anche loro, sparirebbero.

E in questa situazione, c’è anche una gran tentazione, per gli ebrei che vivono in occidente, di affermare che, se solo Israele facesse più concessioni sul territorio o smantellasse gli insediamenti, ci sarebbe la pace; l’odio diventerebbe amore oppure indifferenza benevola, e tutti i problemi degli ebrei sparirebbero.

E, in questa situazione, c’è anche una tentazione assoluta per la sinistra occidentale – che annovera anche un numero sproporzionato di ebrei – che se solo Israele sparisse o facesse enormi concessioni, allora l’utopia socialista arriverebbe presto, nella nostra epoca.

Per la prima volta nella storia, infatti, siamo testimoni di una campagna, concertata e ben sovvenzionata, mirata agli ebrei americani, per sopprimere/distruggere la loro base di supporto [il loro sostegno a] per Israele. È abbastanza ironico che questo accada nel 2012. Dopo tutto, Israele si è ritirata dalla penisola del Sinai, dal Libano del Sud, dalla striscia di Gaza e da sezioni del West Bank. Dal 1993 Israele non ha eretto un solo insediamento, né ha esteso la superficie geografica di quelli esistenti. Il governo israeliano si offerse (12 anni fa!) di accettare uno stato palestinese in tutta la striscia di Gaza, quasi tutto il West Bank, e in buona parte della zona est di Gerusalemme.

E così via.

Ora ci vien detto dagli stessi molto publicizzati e compiacenti liberali/esperti che se si boicottano gli insediamenti economicamente, Israele è salva.

Non vien mai menzionato che, se solo ci fosse una volontà di fare pace da parte degli arabi e dei musulmani, e inoltre la sconfitta totale degli islamisti rivoluzionari, la pace sarebbe molto più semplice da raggiungere.

La vera soluzione presenta due essenziali differenze da quella prima (proposta):

  • letteralmente, non c’è niente che possiamo fare, né concessione o rischio che possiamo assumerci, che porterà a quei risultati;
  • quindi, non abbiamo in mano il potere di risolvere questo conflitto. Possiamo alzarci, sederci, andar per la nostra starda, o ritornare ai confini del 1967: niente servirebbe o servirà.

Circa 25 anni fa, ho riso a crepapelle osservando un giovane americano del movimento Jewish Peace Now [Pace Ebraica Ora] durante un servizio che feci su una riunione del consiglio nazionale palestinese in Algeria; questi cercava di spiegare ad un tipo del gruppo Fatah che essi [il gruppo] volevano realmente soltanto un loro stato per vivere a fianco di Israele. Quelli di Fatah continuarono a spiegargli che quello non era per niente ciò che pensavano. Essi volevano “tutta la Palestina, dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo]”.

Quel ragazzotto (pieno) di buone intenzioni [n.d.t. ma solo di quelle] pensava di saperne più dei palestinesi su quella che infatti era la loro posizione politica.

Non dà conforto riconoscere che, semplicemente, non ci sarà nessun accordo formale di pace né una fine del conflitto. Non dico mai, ma sicuramente non nei prossimi 30-50 anni; son un po’ meno sicuro sul resto del secolo in corso.

Ma intanto, col tempo… l’antisemitismo sparì dall’Europa – oh oh! Be’, non sparì affatto, ma sapete cosa voglio dire.

Sono forse di destra perché dico queste cose? Certamente no. Questa è la posizione della gran maggioranza degli israeliani di centro-sinistra, e dovrebbe essere quella dei liberali ebrei in altri paesi. Il punto è che questa (posizione) non è dettata dalle nostre preferenze o da un nostro programma, in realtà è ciò che ci viene imposto (da uno stato di cose esterne a noi).

Certo, voglio la soluzione con due stati, ma non (che sia usata) come piattaforma di lancio per il prossimo potenziale genocidio. Voglio la soluzione ideale di pace, e un buon vicino, ma non li vedo arrivare. Non è colpa mia, né colpa nostra.

Quindi, guardiamo in faccia la realtà, smettiamola di incolparci, e andiamo avanti. Miglioriamo la società israeliana, l’economia, la cultura. E ovviamente, difendiamoci. E se se volete boicottare qualcuno, allora, perché non iniziate a farlo boicottando coloro che insistono e continuano ad essere i nostri nemici e che vorrebbero assassinarci tutti?

Questo avrebbe un senso, almeno per me lo avrebbe.

Un altro articolo che illustra il dilemma: http://pjmedia.com/barryrubin/2012/03/30/betrayal-glorified/ verrà pubblicato prossimamente su questo blog.

*****

It is the year 2012, which seems to be going by very fast and is already one-fourth finished. People are walking around with smart phones and all sorts of electronic devices undreamed of not long ago. There has been what is called an “Arab Spring” stoking fantasies about instant democracy. An African-American was elected president of the United States, and that was after his party’s nomination, and thus probably the White House, almost went to a woman!

Times have changed.

Yet the hysterical hatred for Israel in the Arabic-speaking world and among Muslims in general has only increased; the philosophy of rejectionism is as strong as ever or, put another way, even stronger.  Indeed, it is no longer safe, and certainly isn’t comfortable, for Jews in much of Europe and even, for those who support Israel, on American college campuses.

Two examples of how the lynch mobs are out in force in places where formerly they were least present.

In previously moderate Tunisia, now under Muslim Brotherhood rule, thousands of Salafists paraded, chanting to kill the Jews in order to enter paradise. The new Tunisian constitution contains a provision that the country could never recognize Israel. Almost a half-century ago, Tunisia’s then leader was the first Arab politician to call for recognizing Israel. We’re still waiting.

In Morocco, perhaps the overall most moderate country in the Arabic-speaking world, a meeting of the Mediterranean Parliamentary Union was held. Israel, which has a parliamentary system and is on the Mediterranean (I can see the sea from my roof), is a member of this group. Consequently one Israeli attended the meeting. The result was a riot in which thousands of Moroccans assaulted the building and the leader of the ruling Islamist party complained at how the country’s soil had been tainted.

I won’t bother citing a thousand other examples. But with the triumph of revolutionary Islamists and the throwing down the memory hole of decades of disastrous Arab anti-Israel policies, the Arabic-speaking world is becoming more radical on this issue. It is now joined by Turkey and Iran.

They hate us; they despise us; they want to kill us.

Yawn.

In this situation there is a strong temptation for Westerners to say that if only Israel didn’t exist (radical version) or if it made huge concessions (liberal version) then all of the problems in the Middle East would go away and all the region’s conflicts with the West would go away, too.

And in this situation there is a strong temptation for Western Jews to say that if only Israel made more concessions on territory or tore down the settlements there would be peace; hate would turn into love or at least benign indifference, and all the problems of the Jews would go away.

And in this situation there is a total temptation for Western leftists—including a disproportionate number of Jews among them—that if only Israel disappeared or made huge concessions than socialist utopia would come speedily in our time.

In fact, for the first time in history we are seeing a concerted, well-funded campaign to destroy the base of support for Israel among American Jews. It is rather ironic that this is happening in 2012.

After all, Israel withdrew from the Sinai Peninsula, southern Lebanon, the Gaza Strip, and parts of the West Bank. Since 1993, Israel has not established a single new settlement nor expanded the geographic size of existing settlements. Israeli governments offered (twelve years ago!) to accept a Palestinian state in all of the Gaza Strip, almost all of the West Bank, and in much of east Jerusalem.

And so on.

Now we are told by the highly publicized and very smug that if only there is an economic boycott of settlements, Israel will be saved.

We are not told that if only there is a willingness among Arabs and Muslims to make peace, plus the total defeat of the revolutionary Islamists, peace is far more likely to be achieved.

That real solution has two differences from the first one:

  • There is literally nothing we can do, no concession or risk, which will bring about that outcome.
  • Thus, we do not have the power in our hands to resolve this conflict. We can stand up, sit down, walk by the way, or return to the 1967 borders and it won’t matter.

About 25 years ago, I was convulsed with laughter when covering a Palestine National Council meeting in Algeria while watching a young American Jewish Peace Now kid try to explain to a group of Fatah guys that they really did just want a state of their own to live alongside Israel. They kept explaining to him that this wasn’t the way they thought at all. They wanted “all of Palestine from the river to the sea.”

This well-meaning boob thought he knew better than the Palestinians what their actual political stance was.

It is not comforting to acknowledge that there simply isn’t going to be any formal peace agreement or end of the conflict. I won’t say “never” but I’m pretty sure for the next 30 to 50 years, and somewhat less certain for the rest of this century.

But, of course, in time anti-Semitism in Europe went away—oops! It didn’t, but you know what I mean.

Does saying these things make me “right-wing”? Not at all. It is also the consensus position of the great majority of left-of-center Israelis and it should be the position of liberal Jews in other countries. The whole point is that this is not a matter of our will or preference or program but something that is being forced upon us.

Sure, I want a two-state solution, but not as a launching pad for the next round of would-be genocide. I want the ideal solution of peace and good neighborhood but I don’t expect that is going to happen. Not my fault; not our fault.

Let’s face reality, stop blaming ourselves, and get on with our lives. Let us improve Israel’s society, economy, and culture. Of course, let’s also defend ourselves. Let us try to preserve as much as possible of the rapidly disappearing Jewish people. And if you want to boycott someone, why not start with those who insist on remaining our enemies and who would like to murder us?

Makes sense to me.

You can also read a more detailed assessment http://pjmedia.com/barryrubin/2012/03/30/betrayal-glorified/ of the blame-Israel-pretending-to-support-it-while-trying to subvert-its-existence crowd and those innocent and well-meaning people fooled by them.

A different version of this article was published in the Jerusalem Post. Please read and link to my version above.