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Dossier "Kosovo"

Kosovo/ Le enclavi serbe stanno ai lager come le reti elettrificate stanno all’indifferenza kosovara.


Silovo. Se questo è un ospedale

di lieta Zanatta  Quattro posti letto in una stanza al primo piano sono destinati agli adulti, quattro lettini e una culla in un’altra sono invece il reparto pediatria. Un’astanteria al piano terra con tre panchine di legno è l’anticamera di un ambulatorio di primo soccorso con dentro un armadietto per i medicinali, una scrivania, un lettino e una sedia consumati dall’uso. Un’unica autoambulanza, una vecchia van car, che viaggia ancora nonostante gli oltre 400 mila chilometri. Questo è un ospedale. Ha un bacino di utenza di trentamila persone nell’enclave serba di Silovo in Kosovo. “Qui è uno dei pochi posti al mondo dove ammalarsi è illegale” esordisce Jelica, la direttrice dai capelli rossi e gli occhi chiari cerchiati dalla stanchezza.

E’ il dramma poco conosciuto delle enclavi serbe all’interno dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo, ora minoranze in un territorio che la risoluzione ONU 1244 del 1999 riconosce alla Serbia quale stato successore della Repubblica Federale Jugoslava. In questo ghetto non possono entrare medicinali, per il Kosovo sarebbe contrabbando. Infatti Jelica, per contrabbando di farmaci, quelli destinati a curare i malati dell’ospedale, è stata denunciata. La situazione è controversa: il personale medico e paramedico dell’ospedale, che lavora nei 32 presidi ambulatoriali che dipendono da Silovo, viene stipendiata da Belgrado, che l’amministra, ma che non può fornire alcun tipo di materiale. Sono 420 persone, di cui 40 dottori e 7 dentisti. L’ospedale, molto pulito e dignitoso, è organizzato solo per il Day Hospital dove vengono eseguite operazioni chirurgiche elementari. Se ci sono urgenze, vanno dirottate nell’ospedale più vicino, che è a 50 chilometri, a Djacovica. Sennò, a 80 chilometri, ce n’è un altro, in Serbia. Se c’è a disposizione il van-ambulanza bene. Altrimenti ci si deve arrangiare con i mezzi propri, i quali hanno ancora le targhe serbe, e per questo vengono presi a sassate quando escono dall’enclave e attraversano i villaggi kosovaro-albanesi.

“Dipendiamo da Belgrado che non può darci nessun tipo di aiuto, non un cent, per curare la gente del posto, che non sono solo serbi kosovari – continua Jelica -. E’ una situazione paradossale. Non sappiamo più dove siamo. Speriamo sempre che le cose si risolvano, ma più il tempo passa, e più siamo in difficoltà.

Sono venute tante organizzazioni a trovarci, tante parole, tante foto. Qualche aiuto, quello che hanno voluto o potuto. L’unica mano che abbia effettivamente fatto qualcosa per noi è stata un’ONG italiana di Pordenone. Ci hanno chiesto di cosa abbiamo bisogno, hanno cercato di procurarcelo”.

Pochi hanno idea di cosa significhi vivere in un’enclave. Un ghetto separato dal resto del mondo, dove manca tutto e ci sono problemi legati ad ogni piccola cosa, perché in questa regione le tensioni etniche sono tutt’altro che sopite.

“Per noi non c’è traffico telefonico, non ci sono mezzi pubblici. Per andare da un villaggio all’altro dobbiamo prendere dei taxi albanesi, non sicuri e dal costo elevato. L’identità, l’avere un passaporto, per noi serbi è un problema. La probabilità di essere oggetto di violenze è molto alta, perché la gente gira armata. Ci circonda un clima teso, la situazione è pesante.”

Paradossalmente, nonostante i massicci dispiegamenti dei contingenti internazionali sotto la guida NATO, in questa parte del mondo lo stato delle cose sembra peggiorato di molto dalla situazione pre-bellica del 1999.

“Il problema sta nell’educazione, nelle scuole – sottolinea Jelica – I vecchi delle due etnie conoscono sia il serbo che l’albanese. Se vogliono, possono comunicare. Adesso gli istituti sono fisicamente separati, e ognuno impara solo la propria lingua. Tra trent’anni i bambini di oggi non si parleranno più, non solo perché non vogliono, ma perché non avranno più imparato niente l’uno dell’altro…”.

Grazie alla collaborazione con l’ambasciata italiana di Pristina, è da poco arrivata una autoambulanza, seppur usata ma estremamente funzionale all’uso, donata dal Comune piemontese di Villadossola in provincia di Verbania.

“Questo piccolo ospedale necessita di essere ampliato, vorremmo farlo – continua la direttrice – ma il governo del Kosovo non vuole concedere alcuna autorizzazione, ci considera una costituzione illegale nel territorio”.

Nelle due semplici stanze dell’ospedale, c’è un solo letto reclinabile tra gli otto posti a disposizione, solo tre reggi flebo, qualche bombola di ossigeno, un monitor. Inutile chiedere a Jelica di cosa ci sia bisogno, perché manca tutto, a cominciare da un lettino sanitario dove il paziente possa essere visitato, garze, disinfettanti, siringhe…

“Ci sarebbe l’urgenza di un doppler e un ecografo” sussurra ai volontari italiani che sono arrivati con un carico di medicinali. Negli ospedali e ambulatori italiani ci sono tante medicine che non vengono utilizzate e purtroppo lasciate scadere perché magari ne circolano effettivamente troppe, e numerose apparecchiature, seppur funzionanti e funzionali, vengono dismesse e riposte in un angolo perché sostituite da macchinari di nuova generazione. Potrebbero essere invece inviate qui a Silovo dove sarebbero reimpiegate per guarire o salvare la vita di tanti esseri umani che si trovano a vivere nella parte sbagliata del mondo.

Lieta Zanatta

Serbia ed Kosovo come quei poveri capponi di Renzo

di Antonio Conte – ‘Tra i due litiganti non mettere il dito’, racconta un vecchio adagio. Ma se i litiganti sono poveri vengono in mente quei poveri capponi che Renzo portava in dono all’Avvocato per un consiglio. Eccola brevemente come raccontata dal sito cultura cattolica.it.

Renzo, con i 4 capponi, prese a camminare di sera verso la sua casa dopo che Agnese ebbe “riunito le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago”. […] Lascio pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe a capo all’in giù, nella mano di un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. (…) e dava loro di fiere scosse, e faceva sbalzare quelle teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.

Il consiglio dell’avvocato Azzeccagarbugli che chiedeva Agnese serviva per comprendere cosa fare contro l’ingiusto complotto tra Don Rodrigo e Don Abbondio affinché il matrimonio tra Renzo e Lucia “non s’ha da’ fare”.

Ma la serbia ed il Kosovo non sono Renzo e Lucia dei promessi sposi, ne Don Rodrigo e Don Abbondio sono la l’Unione Europea e gli USA, non di meno questi si sarebbero accordati contro qualcuno. Ma neanche Agnese rappresenta il ruolo dello scrivente, nel senso che vuol dare un consiglio.

Eppure il matrimonio tra Serbia e Kosovo ci vorrebbe, magari di quelli civili, con le religioni a parte. Un matrimonio di interesse per la salute fisica dei serbi delle enclavi e per la salute psichica dei giovani del Kosovo.

Estremisti a parte che vogliono sempre dividere per imperare, la peggiore situazione spetta proprio agli abitanti delle enclavi serbe in Kosovo – come si legge nell’articolo di Lieta Zanatta – che di fatto vivono in una versione moderna dei lager. In questi lager moderni non vi è il gas ma l’indifferenza, ma che con il tempo sortisce effetti simili. L’esilio in un luogo in cui non vi sono barriere fisiche ma psicologiche e fondate sull’odio ha contorni molto più netti e profondi.

Un ruolo difficile e di compromesso è anche di quel 50% di giovani sotto i 24 anni che rappresenta la metà della popolazione del Kosovo. Conniventi nella colpa per il proprio silenzio ed inazione. Ci si chiede se sono consapevoli della condizioni di vita nelle enclavi. Come vivranno il loro futuro se stanno minando alla base i valori della vita in questo modo? Cosa racconteranno un giorno ai propri figli se non ancora odio? Chi darà soccorso a quell’ospedale delle enclave di Silovo?

E’ proprio così come per quei 4 capponi di Renzo: nella disgrazia della povertà si trova ancora il tempo di farsi reciprocamente del male.

Di ieri al notizia dell’ultima tra le tante manifestazioni di amicizia degli uomini di KFOR per la popolazione locale in particolare di Gjakova. E’ davvero straordinario il lavoro svolto dai militari italiani in Kosovo, mi riferisco soprattutto a quello extra, fatto di solidarietà, di amicizia e di costruzione di valori fondamentali.

Ma forse servirebbe ancora una partita di calcio, una importante giocata se con coi serbi delle enclavi, fatta proprio da loro, accanto a quell’ospedale di Silovo. Sarebbe un grande occasione (se non di aiuto) per quel 50% di giovani se per caso fossero in volontà di affermare i valori sui diritti umanitari internazionali.

Antonio Conte

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Fondatore dei Blog "Rassegna Stampa Militare", "Studenti Creativi, "Le Orme dei Dinosauri", "Cronache Venosine"

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