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Kosovo e Libano/ Ricorrenze e Referendum nei Balcani mentre le Blindo Centauro muovono nelle esercitazioni in Libano


Kosovo/ 17 febbraio 2012. Un video per la festa dell’indipendenza a 4 anni dalla Dichiarazione Unilaterale

17 febbraio 2012 – Ecco il video della CNN per festeggiare l’anniversario dell’indipendenza del Kosovo dichiarata unilateralmente nel 2008. Mostra una faccia del Kosovo moderna e promettente, una lettura patinata per aumentare innanzitutto la coesione dei giovani ai valori di questa nuova comunità. Giovane è la nazione come i suoi abitanti con un’età media molto bassa. Il video mostra tuttavia una faccia delle medaglia che apre importanti interrogativi sulla notorietà e soprattutto delle problematicità irrisolta dell’altra.

Ma sembra anche una apertura ed un richiamo all’Europa nella speranza di un riscatto economico e civile.

4 anni fa l’Indipendenza del Kosovo.

L’esperienza Acli in area

Ascolta – Quattro anni fa, il 17 febbraio 2008, avveniva la proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Oggi, a Pristina, le celebrazioni per la ricorrenza, con la partecipazione della presidente Atifete Jahjaga del premier Hashim Thaci. Nei giorni scorsi, il referendum nel quale i serbi del nord del Kosovo si sono espressi – con il 99,74% delle preferenze – contro l’autorità, il governo della maggioranza albanese e le strutture di potere di Pristina. In questo quadro, il prossimo 21 febbraio riprenderanno i negoziati fra Serbia e Kosovo, fortemente voluti dal governo di Belgrado per un graduale avvicinamento all’Unione Europea, in vista di un’eventuale concessione alla Serbia dello status di candidato. Ma oggi il Kosovo che Paese è? Giada Aquilino lo ha chiesto a Paola Villa, presidente della ong delle Acli “Ipsìa”, presente in Kosovo con progetti di cooperazione e sviluppo dal 1999:RealAudioMP3 

R. – Oggi, il Kosovo è un Paese in bilico tra un ritorno al nazionalismo e ai conflitti del passato e un futuro europeo di integrazione economica e sociale.

D. – Nei mesi scorsi si sono avute tensioni ai confini, quando si è insediato il personale albanese nei posti doganali: dalla guerra del ’99 cosa è cambiato?

R. – Sostanzialmente, è rimasta una situazione di divisione territoriale ed etnica, un po’ sul modello di “cantonizzazione” ripreso dalla Bosnia, ma non è ripresa una convivenza reale, se non in piccole situazioni dove non ci sono le grandi enclave. Ed è rimasta sospesa tutta la questione della zona nord.

D. – Mitrovica, una della città in cui i serbi hanno votato nei giorni scorsi, è un po’ il simbolo del Kosovo, divisa dal fiume Ibar tra comunità serba e comunità albanese. Rimane quindi una parcellizzazione del territorio? Che rischi ci sono?

R. – Rimane soprattutto un futuro incerto, perché il rischio in questo momento è cosa avverrà dopo il referendum dei giorni scorsi e dopo i quattro anni di indipendenza. Bisognerà capire nei prossimi colloqui di mediazione di fine febbraio come la comunità internazionale prenderà in considerazione il risultato, dopo aver dichiarato che il referendum è illegale e quindi nullo ma – dal punto di vista simbolico e politico – è impossibile non considerarlo. Bisognerà poi vedere cosa avverrà ai primi di marzo, quando l’Unione europea dovrà decidere sulla candidatura della Serbia ad un ingresso nell’Unione stessa.

D. – Come ha accennato, nei prossimi giorni ripartiranno i negoziati tra Belgrado e Pristina. La spaccatura che si è creata tra i serbi del nord e il governo del presidente Tadić peserà in qualche modo?

R. – Sicuramente. Il messaggio dei serbi del nord è più un messaggio rivolto alla Serbia che al Kosovo. Quello che le persone di Mitrovica e degli altri comuni del nord hanno comunicato a Tadić è che non sono disponibili a essere offerte in “scambio” per l’entrata in Europa.

D. – Quindi, una via di mediazione dove si può trovare?

R. – È molto difficile, perché in questo momento non esistono delle proposte concrete. Ogni tentativo che tocca la ridefinizione dei confini apre contenziosi su altre zone e potrebbe, a ricaduta, toccare altre parti dei Balcani. Dal nostro punto di vista, l’unica soluzione è una Unione Europea che intervenga in maniera più politica, più uniforme, e che tratti l’entrata in Europa dei singoli Paesi dei Balcani in maniera unitaria e non frammentata, offrendo quindi un’integrazione che può avvenire solo in una ricomposizione reale dei conflitti.

D. – “Ipsìa” è presente dal ’99, quindi dai giorni della guerra in Kosovo. Ci sono esempi che voi avete visto e vissuto sul terreno, esempi di convivenza e di integrazione?

R. – Sì, ci sono esempi che sono esempi di realtà più piccole. Ci sono persone di diverse etnie, di diverse religioni, che convivono nel quotidiano all’interno però di un contesto che non facilita. E sicuramente è più facile con le altre etnie: in Kosovo non sono presenti solo serbi e albanesi, ma ci sono i bosniaci, i gorani, i rom, impegnati in una fatica generale di integrazione che sicuramente non è estremizzata – come nel rapporto tra albanesi e serbi – ed è quindi un po’ più facile avere dei risultati positivi.

D. – La guerra in Kosovo di fatto bloccò molte attività produttive del Paese: pensiamo all’industria mineraria locale. Il Kosovo è un Paese di giovani, in un momento in cui i giovani soffrono a causa della crisi in Europa e non solo. A cosa può puntare allora il Kosovo oggi?

R. – Noi stiamo puntando molto, ad esempio, sull’agricoltura, cioè su una valorizzazione e un’integrazione delle realtà che già ci sono, ma che per il territorio possono avere uno sviluppo economico e sociale maggiore se si mettono in rete. A oggi, l’agricoltura è un po’ finalizzata solo alla singola sussistenza o alla singola prospettiva di vita, mentre una rete di commercializzazione e di produzione anche fuori dal Kosovo con i Paesi confinanti avrebbe maggiori prospettive per tutti. In ogni caso, il Kosovo non è un Paese che può pensare di avere uno sviluppo economico e sociale da solo. L’integrazione e lo scambio con tutte le zone circostanti è indispensabile.

D. – Di fatto, come avvengono i vostri progetti?

R. – Da una parte, è un lavoro di formazione, di sostegno alla micro-impresa e al micro-credito con le realtà produttive, con un’attenzione sia alla dinamica di convivenza tra le diverse realtà di minoranza e maggioranza, sia anche alla questione di genere, perché – in una realtà come il Kosovo – le differenze di genere e la difficoltà delle donne di integrarsi nella vita sociale ed economica sono ancora molto presenti, soprattutto nelle zone rurali. Dall’altra parte, lavoriamo con progetti di volontariato internazionale, campi estivi e servizio civile. Proprio domenica prossima, partiranno tre ragazzi che hanno passato le selezioni del servizio civile in Italia e che trascorreranno un anno in Kosovo lavorando in tutti questi ambiti. (bi)

L’Indipendenza del Kosovo. L’Esperienza delle ACLI

Venerdì, 17 Febbraio 2012 – di  – “Oggi, il Kosovo è un Paese in bilico tra un ritorno al nazionalismo e ai conflitti del passato e un futuro europeo di integrazione economica e sociale”. In occasione del quarto aniversario dell’indipendenza del Kosovo, all’indomani del referendum dei serbi del nord per l’autonomia da PristinaRadio Vaticanaintervista Paola Villa, presidente della ong Ipsia, che racconta l’esperienza delle Acli in quella regione.

“Rimane soprattutto un futuro incerto”. “Bisognerà capire come la comunità internazionale prenderà in considerazione il risultato, dopo aver dichiarato che il referendum è illegale e quindi nullo ma – dal punto di vista simbolico e politico – è impossibile non considerarlo. Bisognerà poi vedere cosa avverrà ai primi di marzo, quando l’Unione europea dovrà decidere sulla candidatura della Serbia ad un ingresso nell’Unione stessa”.

“Dal nostro punto di vista – aggiunge Paola Villa – l’unica soluzione è una Unione Europea che intervenga in maniera più politica, più uniforme, e che tratti l’entrata in Europa dei singoli Paesi dei Balcani in maniera unitaria e non frammentata, offrendo quindi un’integrazione che può avvenire solo in una ricomposizione reale dei conflitti”.

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Plebiscito anti Pristina sulla via Serba all’UE

I 40 mila serbi del nord del Kossovo votano nel referendum auto-organizzato per dire no alle istituzioni di Pristina. Un esito scontato che mette in difficoltà Belgrado. L’8 marzo vertice Italia-Serbia.

(Nella foto di Andrea Provvisionato, una barricata sul ponte sul fiume Ibar, a Kosovska Mitrovica).

di Enzo Mangini – Venerdi’ 17 Febbraio 2012

«Accettate le istituzioni della cosiddetta Repubblica del Kosovo?» E’ stata questa la domanda a cui hanno risposto i circa 40 mila serbi concentrati in quattro municipalità nel nord del Kosovo in due giorni di referendum auto-organizzato che si è chiuso mercoledì sera. I risultati diffusi ieri hanno rispettato i pronostici: il 99,7 per cento di quanti sono andati a votare a Leposavic, Zubin Potok, Zvecan e nella parte nord di Kosovksa Mitrovica, la città divisa, hanno detto “no”. L’affluenza, dopo mesi di tensioni, barricate e proteste contro i tentativi delle autorità di Pristina di rendere effettivo il confine internazionale tra Kosovo e Serbia, non poteva che essere alta, oltre il 75 per cento. La scelta del giorno del voto non è stata casuale: il 15 la Serbia ha celebrato la sua festa nazionale e oggi cade il quarto anniversario della dichiarazione d’indipendenza di Pristina, atto di nascita di uno stato molto gracile, nonostante il riconoscimento internazionale di 87 paesi dell’Onu, tra cui 22 dei 27 membri dell’Ue. Sospesi, dunque, tra Belgrado e Pristina, e non solo simbolicamente.

Il referendum non era riconosciuto né dall’Unmik, la missione Onu che di fatto amministra il Kosovo, né tanto meno da Pristina, ma i problemi principali li crea a Belgrado, dove è già partita la campagna elettorale per il voto che sarà entro il 6 maggio. La coalizione di governo, guidata dal Partito democratico del premier Mirko Cvetkovic deve rimontare: i dati dei sondaggi indicano che il Ds è fermo al 25 per cento, mentre il Partito progressista serbo (Sns) di Tomislav Nikolic, oggi all’opposizione, potrebbe arrivare al 32. Nessuno dei due partiti, però, avrebbe la maggioranza in parlamento, con la conseguenza che diventeranno determinanti le alleanze con i tre partiti (Liberal democratico, Socialista e Serbia unita) accreditati tra il 9 e il 10 per cento.

Tadic è in affanno soprattutto per i guai dell’economia – la disoccupazione, secondo i dati ufficiali, è al 25 per cento – e spinge sull’acceleratore in vista del voto soprattutto sul tema che ha caratterizzato la politica sua e del Ds: l’avvicinamento all’Ue. Una rotta su cui lo scoglio Kosovo continua ad affiorare nonostante i tentativi di Belgrado di farlo passare in secondo piano grazie gli innegabili progressi fatti dalla Serbia in molti campi, dalla collaborazione con il tribunale dell’Aja (ultimo atto, l’arresto di Ratko Mladic) agli investimenti esteri (Fiat a Kragujevac, Benetton a Nis, e poi Swarowski, Bosch e via dicendo).

La Serbia spera di ottenere lo status ufficiale di “paese candidato” entro le prossime settimane, magari prima del voto. L’Italia si sta impegnando molto in questa direzione e non ne fa mistero. Se ne parlerà di nuovo a Belgrado l’8 marzo prossimo, nel secondo vertice italo-serbo, dopo il primo che nel 2009 ha portato alla firma di un accordo di Partenariato strategico che ha favorito la crescita degli scambi bilaterali.

Oggi l’Italia è il secondo paese di destinazione dell’export serbo e il terzo paese per le importazioni. Nella capitale serba, alle prese con la coda di una ondata di freddo che ha fatto comparire blocchi di ghiaccio sul Danubio, sono attesi sia il presidente del consiglio Mario Monti che il ministro degli esteri Giulio Terzi. In questo quadro, il voto del nord del Kosovo è stato un memento tanto inopportuno quanto inevitabile: Nato, Unmik e Ue non hanno trovato il modo di conciliare il fatto compiuto di un Kosovo indipendente con la lettera della risoluzione Onu 1244 che chiuse il conflitto del 1999 e tutela l’integrità territoriale della Serbia.

Lo stallo si traduce in una situazione insostenibile per i serbi del nord del Kosovo, sospesi tra l’isolamento e un precario autogoverno. Un limbo utile solo a nutrire il rancore nazionalista sulle due rive dell’Ibar, il “confine” interno, e a sostenere gli argomenti di quanti nell’Ue (Berlino innanzi tutto, secondo discrete fonti diplomatiche) sono contrari lanciare a Belgrado una cima per uscire da un guado politico durato così a lungo da sembrare una punizione contro un paese che ha invece avuto più coraggio di altri nell’ammettere le proprie responsabilità nelle tragedie degli anni novanta.

Operazione Leonte 11/ Operazione “NEPTUNE THUNDER 1- 12”

Libano/ Prima volta a fuoco per le Blindo Centauro

Esercitazione tra Francesi, Libanesi ed italiani. Le Blindo Centauro dei Cavalleggeri di Montebello sorprendono per precisione

15 febbraio 2012, Sud del Libano – Si è conclusa oggi l’esercitazione a fuoco denominata  “NEPTUNE THUNDER 1- 12”. L’attività diretta dal Comando di Unifil ha visto impegnate le LAF (Forze Armate Libanesi) e la FCR (Force Commander Reserve, francese) in un’esercitazione congiunta a fuoco con pezzi di artiglieria campale  per le LAF e, semovente per la FCR.

Per la componente italiana hanno partecipato 2 assetti a livello plotone con blindo Centauro tratti uno dalla SMR (Sector Mobile Reserve, riserva di settore) ed uno da ITALBATT , entrambi su base 8° Reggimento Lanceri di Montebello, reparto che ha la sua sede a Roma.

Ciascun assetto ha effettuato i tiri con 4 Blindo Centauro sparando 46 proietti cal. 105 APDS (Armoured Piercing Discarding Sabot).

La prima esercitazione a fuoco in Libano delle Centauro ha suscitato l’ammirazione di tutto il personale multinazionale presente che ha potuto apprezzare l’efficienza e la precisione di tiro della Blindo.

Il Generale Carlo Lamanna, Comandante del SW (Sector West), ha espresso parole di vivo compiacimento per l’attività svolta dai  Lanceri  dell’ 8°  i quali hanno dato prova di una preparazione professionale di altissimo livello.

Il contingente Italiano ha così dimostrato la volontà di svolgere con il massimo impegno la missione di stabilità e sicurezza nel contesto del contingente UNIFIL al Comando del  Generale di Divisione Paolo Serra e a sostenere tutti i progetti rivolti allo sviluppo del Libano del Sud in aderenza alla risoluzione 1701 del 2006.

   

   

   

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