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Dossier "Kosovo", Dossier "Serbia", Pag.01 L'Editoriale

Kosovo/ Studio di fattibilità. Giovani cittadini d’Europa? Ecco come!


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di Antonio Conte – Ecco una notizia che è destinata (forse) a cambiare le cose in Kosovo e più in generale negli equilibri politico istituzionali dei Balcani. L’avvio dello studio di fattibilità per la candidatura del Kosovo per il suo ingresso in Unione Europea, evento che di certo farà acuire l’attenzione degli investitori economici italiani e non solo nei territori dei monti e altopiani levantini.

Ma i nodi che ora giungono al pettine con questa notizia riguardano molti aspetti, dei quali ne mettiamo in luce uno. La teoria di cui parleremo è quella a cui darei il nome di “Teoria degli stati concentrici” ovvero “Che ne facciamo delle enclavi serbe?”

Se dopo aver definito a quali standard si deve attenere il Kosovo e dopo che i suoi cittadini abbiano camminato sulla “graticola ardente” dell’attuazione delle norme economiche e di civiltà saremmo di fronte ad uno scenario modificato realmente o solo di facciata? Il riferimento è evidentemente alle enclavi serbe nel nord del Kosovo, sotto il fiume Ibar. Zona calda nei rapporti tra Kosovo e Serbia.

La definizione di standard di civiltà prevede infatti il rispetto ed il dialogo di norme di buon vicinato, ma ancora di ieri la notizia di un arresto da parte della polizia serba di poliziotti kosovari in virtù del rispetto di una norma varata nel 1999, quando si era in piena guerra civile e con la repressione per finalità di pace da parte delle forze NATO e dell’Unione Europea. Allora toccò alle forze politiche di sinistra italiane al governo con Ministro del Consiglio l’On. Massimo D’Alema e On. Diliberto, i quali non ebbero, si dice, esitazioni di fronte ad una tale ecatombe fratricida, e misero a disposizione della Nato il territorio nazionale e l’Aeronautica militare per i bombardamenti cosiddetti “umanitari” sulla Serbia, allo scopo di farla desistere dai propositi di “pulizia etnica” nei confronti della popolazione musulmana. Queste ragioni umanitarie si tradussero in un pagamento di un prezzo politico per l’avvento dello stesso D’Alema alla presidenza del Consiglio. Ma questa è un’altra storia.

Come si diceva alcune delle conseguenze di questa violenza sprigionata dalla più assurde tra le guerre del ventesimo secolo è sotto gli occhi di tutti. Le enclavi appunto e consistono in aree abitate tradizionalmente da secoli da popolazioni serbe che a buon diritto ne conservano la proprietà, ma con costi di vivibilità altissimi: una sorta di auto-lager.

La migrazione di albanesi e il notevole numero di conflitti in queste aree ha reso “baluardo” queste comunità serbe, che si opponevano, e si oppongono, alla mobilitazione albanese. La questione sull’originalità del diritto di proprietà delle aree è cosa in effetti molto contesa tra le due etnie e nei discorsi emerge più nei serbi l’effetto dialogico di contenitore dell’espansione albanese: non solo dello stato di diritto reale di proprietà ma anche a livello culturale. La Serbia ha in effetti in dette aree una lunga e secolare storia e, … tratti emergenti sono testimoniati dalla nascita e tenuta di chiese come il Monastero di Decani ed il Patriarcato di Pec, perennemente assalite dagli albanesi. Tra l’altro origine della loro cristianità, è la loro terra santa.

Insomma è un braccio di ferro, e nessuna delle due comunità vuole abbandonare la contesa. Ma questo – si dice è una condizione sine qua non per entrare in Europa, requisito chiesto ad entrambe le comunità. Ora come non si può accettare che due litiganti pure armati, entrino nel salotto di casa, allo stesso modo l’Europa, e noi cittadini non possiamo accettare che tale situazione si procrastini ulteriormente, ancor più che si apprestano ad entrare in Europa di fatto a mano armata: o almeno il sospetto rimane.

Così come non si potrebbe accettare che una entri solo una o l’altra: o viceversa. La questione dei Balcani sembra dunque, dopo secoli di guerre palesi, striscianti o come dir si voglia arrivata a capolino. Si spera che a detto traguardo corrisponda anche una soluzione, pena altra guerra intestina, peggio ancora un’altro stallo secolare.

Insomma pare che la pari dignità non sia sufficiente a queste genti. Che la giustizia non basti. Non è che l’uno riconosca nell’altro il culto di una auto-supremazia? Non è che questi signori stiano credendo di essere più simili tra se, che tra gli altri? Intanto che la questione viene sciolta il rischio di mantenere ancora delle isole culturali non giova a nessuno, non giova alla gioventù serba che continuano a vivere emarginati e costretti da una forza centripeta verso la loro storia ed il passato (soprattutto si pensi a quei giovani che vivono nelle enclavi), in un modo che può sfociare in odio e asocialità pericolosa; non giova al giovane kosovaro per penserà di aver compiuto la democrazia a discapito del proprio simile: una democrazia ed un orgoglio verso la propria patria non può poggiare sull’odio; non giova alla comunità Europea, a quella Orientale, alla Russia, ecc. che invece di progresso economico, democratico rimarrebbero impigliati in un tranello costruito ad arte nei secoli da due civiltà che vedono – forse – nella contesa il modo per attrarre attenzione delle grandi forze economiche.

Quindi delle due l’una, o si fa la Pace davvero, con una vera collaborazione come gli stessi animali da soma insegnano, si ricordi la collaborazione tra asini. Collaborare o morire di fame.

Al Consiglio di Europa rimane dunque anche la responsabilità di accertare la diffusione di questa raccomandazione non solo sul piano istituzionale politico, ma anche sul piano amministrativo e che coinvolga anche le comunità ed ogni loro cittadino: serbo o albanese, rom o gorano che sia. Infine ai giovani, agli studenti del Kosovo si ricorda di fare dono di civiltà agli abitanti delle enclavi per riscattare la propria storia e dignità.

Solo così si potrà divenire un cittadino d’Europa.

Antonio Conte

A breve road map su liberalizzazione visti anche per kosovari

(ANSAmed) – BRUXELLES, 27 MAR – Oggi la Commissione europea ha avviato lo studio di fattibilita’ per un accordo di associazione Ue-Kosovo, il primo passo per il processo di integrazione europea. Lo rende noto, in occasione della sua visita oggi a Pristina, il commissario europeo alla politica di vicinato, Stefan Fule, sul sito web della Commissione Ue.

”Il lancio di oggi – afferma Fule – dello studio di fatttibilita’ per l’accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) con il Kosovo, traccia la via per ulteriori progressi del Kosovo verso l’Ue”. Un passo che secondo il commissario europeo ”apre una nuova era nelle relazioni Ue-Kosovo”.

I settori nei quali e’ necessario lavorare per Pristina sono quelli dello Stato di diritto, commercio, amministrazione pubblica, sviluppo economico, avvicinamento agli standard Ue.

Questi sforzi richiederanno ”un ampio sostegno pubblico e un impegno da parte di tutti i politici” ha detto Fule. Oltre all’avvio di questo studio, Pristina ”dovrebbe ottenere a breve la sua road-map su misura per la liberalizzazione dei visti” per l’area di Schengen, gia’ concessa ai cittadini degli altri paesi dei Balcani.

Il processo di integrazione deve contare sul consenso interno e sulle buone relazioni con i vicini. ”E’ essenziale per il futuro del Kosovo – ha concluso Fule – che le relazioni con la Serbia progrediscano rapidamente e in una direzione positiva”, anche con i serbi del nord del Kosovo.(ANSAmed)

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