Archivi tag: Alessio Tricani

Libano/ UNIFIL. Il Generale Paolo Serra, comandante dell’Operazione ONU, in narrativa breve


Libano – Il video è prodotto da Alessio Tricani, ex militare, attualmente impegnato in missioni diverse sui teatri operativi. Recentemente tornato da un reportage svolto in Libano, ci invia questo pregevole lavoro.

Più che un’intervista si presenta come un breve ed interessante documentario, in cui il reporter ha concentrato alcune dichiarazioni del Generale di Divisione Paolo Serra, Comandante dell’Operazione UNIFIL, sull’attuale situazione in Libano.

Altri lavori di Alessio Tricani sono disponibili su questo blog.

Antonio Conte

Libano/ Blue Line. La Pace conquistata per centimetri: ecco la posa in un altro pilastro blu


Libano – Distiamo 200 metri dalla technical fence israeliana, la pattuglia dell’Israel Defence Force (IDF) assiste attraverso la rete metallica  i lavori preparatori per la posa del blue pillar. Siamo sopra la Blue Line a cavallo fra Libano e Israele, superare il filo spinato che delimita il corridoio, vuol dire entrare in uno dei rispettivi paesi e forse causare una segnalazione per il prossimo tripartito che stabilirà il punto su cui saranno costruiti gli altri marcatori chiamati, blue pillars.

I militari del Plotone Minex e del Plotone Supporto allo Schieramento della Compagnia Genio su base del 6° Reggimento Pionieri di Roma comandata dal Cap.no V. Tornatore preparano la base su cui sarà posato il blue pillar. È la prima volta che l’Italia è chiamata a svolgere questi lavori.

Mentre gli operatori appianano il cemento dei pioli di acciaio opportunamente verniciati e misurati con dei GPS centesimali, figurano le ore di fatica a trovare accordi in sede tripartitica «in questo caso» spiega il Ten. Luigi Pizzi vice comandante della compagnia genio ENG COY «il picchetto di colore blu rappresenta la misurazione ONU, il giallo IDF, rosso invece le LAF (Lebanese Armed Force), la loro disposizione forma i vertici di un triangolo e sul baricentro si costruisce il blue pillar» conclude il Ten. L. Pizzi

Sarebbero serviti 50 centimetri di scostamento per mandare a monte ore di dispute, ma in questa circostanza  il punto misurato da ONU e IDF coincideva mentre quello delle LAF era scostato di qualche centimetro e il blue pillar sarà posto al centro tra il picchetto giallo-blu e quello rosso.

Una guerra che si combatte dunque centimetro dopo centimetro, con lo scopo di raggiungere costantemente il dominio psicologico sull’altro. Libano e Israele, infatti, al contrario dalle opinioni comuni, sono formalmente ancora in guerra e la linea blue delimita il confine armistiziale da non superare.

Alessio Tricani

Libano/ “Blue Line”. L’esercito italiano ultima i lavori di sminamento.


Libano – Si aggiunge un altro punto alla linea armistiziale fra il Libano e Israele. In una calda giornata di primavera nel Libano del sud, nell’ambito dell’operazione LEONTE XV alla presenza del Generale di Brigata Maurizio Riccò, comandante della missione UNIFIL Sector West, gli sminatori del plotone MINEX inquadrato nel “6° Reggimento Pionieri di Roma” ha bonificato l’ultimo corridoio di competenza sul quale sarà edificato uno dei  500 “Blu Pillars” che costituiscono la Linea Blu, la linea armistiziale che divide il Libano e Israele. Il blue pillar in questione sarà edificato a circa 3 metri dalla techinical fence israeliana.

Gli operatori hanno bonificato una superficie di circa 140 metri quadri per una lunghezza di 70 metri immerso in una fitta vegetazione e un fondo roccioso che ha reso le operazioni di bonifica lunghe e complesse a causa di un pattern di semina frammentato, andando a rimuovendo circa 30 mine antiuomo del tipo N4 di fabbricazione israeliana.

Il comandante Riccò ha ringraziato personalmente con una stretta di mano gli uomini e le donne del plotone MINEX che a breve rientrerà in patria: «ciò che avete fatto è un qualcosa che rimarrà nella storia» dice il Generale Riccò agli uomini ancora in riga con le pesanti tenute anti frammentazione «forse non riuscite a capirne il valore perché troppo giovani» aggiunge il comandante e conclude «il vostro lavoro sarà qui visibile alle prossime generazioni».

Alessio Tricani

Kenya/ Piaghe Africane: bracconaggio e terrorismo


L’assedio al  Westgate Mall, avuto luogo lo scorso settembre, in uno dei centri commerciali più esclusivi di Nairobi, mostra come il terrorismo fondamentalista di matrice islamica è ancora presente e continua a operare. L’Europa probabilmente non ha percepito la minaccia incombente data la distanza geografica col vecchio continente anche se oggi i fatti che accadono in l’Africa hanno sempre maggiori ripercussioni sul Europa che in passato. L’attentato costato la vita a 72 persone, che ha visto impiegato ingenti forze militari e l’intervento degli israeliani e concluso con un esplosione dinamitarda di cui quest’ultima non venne fatto cenno sui nostri giornali nazionali, era rivendicato da Al Shabaab ovvero “La Gioventù”.

L’organizzazione terroristica in questione, una volta confinata solo in Somalia, prende ora una dimensione sempre più transnazionale proiettandosi su uno scenario globale soprattutto dopo la sua affiliazione, nel 2012, con Al-Qaeda e della provenienza degli affiliati: come dimostra le nazionalità residente sul passaporto e quasi del tutto statunitense e nord europeo in particolare Svezia, Norvegia, Danimarca. Fonti di sicurezza nazionali stimano diverse migliaia di miliziani Shabaab operanti in Scandinavia fra cui diversi assi come Abu Muslim, giunto in Europa negli anni 90 tramite richiesta di asilo, visto le circostanze storiche che lo permettevano,  e residenza dopo. Questi gruppi, quindi, si sono istaurati dopo i flussi migratori del 91 all’epoca del governo repressivo di Siad Barre

Per mantenere in piedi e far funzionare la macchina terroristica serve ingenti finanziamenti, non di sole droghe e armi, bensì l’attività di bracconaggio che fornisce il 40% delle risorse economiche.

Per conoscere qualche dettaglio in più sull’attività condotta dai bracconieri e quali ripercussioni, spesso sottintese, possono avere non solo a livello locale bensì globale, abbiamo chiesto a Davide Bomben – Direttore del Training Department della Poaching Prevention Academy -, che si occupa appunto della formazione di operatori specializzati nel contrasto al bracconaggio, presidente dell’Associazione Italiana Esperti d’Africa.

 L’attività di bracconaggio quanto può fruttare in termini monetari ? 

«Le organizzazioni terroristiche ricercano fondi per i loro illeciti in molti modi. Il bracconaggio in Africa è un’attività molto lucrativa, che può portare e porta ingenti somme nelle casse di chi opera per conto di tali organizzazioni criminali. Il bracconaggio è il 4° business illegale più lucrativo dopo le armi, droga ed esseri umani (compresa prostituzione, schiavitù e organi…), un business difficilmente comprensibile se non attraverso dei semplici calcoli. Il prezzo alla vendita dei due prodotti più lucrativi derivanti dalle attività legate al bracconaggio sono: 800 $ al kg per le zanne d’avorio (+- 30 kg a zanna) e 60.000 $ al kg per corno di rinoceronte (+- 7 kg x2 corna).  Kenya e Tanzania hanno recentemente dichiarato di aver perso oltre 30.000 elefanti in 5 anni pari a un introito finale di 1.440.000.000. Nel solo Sudafrica negli ultimi 5 anni sono stati uccisi 2370 rinoceronti pari ad un introito finale di 995.400.000. Anche ipotizzando che solo 1% possa essere andato in tasca a organizzazioni così capillari come quelle terroristiche parlano  di cifre immense capaci di “muovere moltissimo”  in un continente così ampio e diversificato come l’Africa».

Come agiscono i bracconieri? 

«Un tempo i bracconieri erano disperati alla ricerca di un facile guadagno, oggi sono operatori specializzati, per lo più ex milizie, assoldati per compiere una missione ad alto lucro. Il bracconaggio si è evoluto, dalle infradito ai piedi all’infrarosso sul fucile in 10 anni circa. Nel 2003 solo 22 rinoceronti sono stati uccisi in Sudafrica… nel 2013 abbiamo già superato la quota 800 e ci sono ancora 2 mesi e due lune piene prima di festeggiare il nuovo anno. Oggi le squadre di bracconieri sono dotate di armi pesanti (375 HH / 458) oppure di AK che scaricano raffiche sugli animali prima di privarli di corna e zanne. Ultimamene i bracconieri si dotano di medicinali paralizzanti (come M99) che possono essere sparati da fucili ad aria compressa e non fanno alcun rumore, moltissimi rinoceronti perdono la vita in Sudafrica con questi mezzi. All’inizio di ottobre, per esempio, sono state trovate le carcasse di 2 rinoceronti in Namibia che sono stati prima narcotizzati e poi privati delle corna con una motosega… arma silenziosa ma i colpi sono arrivati dall’elicottero e la motosega di certo non è un utensile silenzioso… Spesso i bracconieri ricevono informazioni da personale che vive e lavora nei parchi e nelle riserve e, più in generale, il 95% dei casi di bracconaggio sono attivati da internal jobs».

E vero che usano avvelenare le acque come alternativa ai proiettili ? 

«Come detto il bracconaggio si è evoluto e l’uso ed efficacia di cianuro non è sono un segreto ben protetto. Ultimamente abbiamo riscontrato un forte aumento di casi di avvelenamenti, sia delle pozze dove gli elefanti e rinoceronti vanno ad abbeverarsi sia delle carcasse degli animali uccisi, in questo modo anche gli avvoltoi che si cibano di carogne moriranno evitando così di allarmare le unità di sorveglianza dislocate sul territorio che spesso “sfruttano” la Natura per reagire ai casi di bracconaggio».

Quali risorse servono per combattere questo fenomeno?

 «Le stesse risorse che servono per fermare qualsiasi altro crimine. La lotta al bracconaggio non deve essere vista come il progetto di uno squinternato gruppo di animalisti vegani, ma come un rischio economico e sociale. Paesi che non hanno più una fauna selvatica hanno perso l’interesse del turismo internazionale che in Africa da un lavoro a 3.000.000 di persone e impiega, nell’indotto, almeno il triplo di persone. Perdere specie totemiche come il rinoceronte o il leone significherebbe un danno ecologico (per il valore ecologico della specie) ma anche d’immagini di paesi che hanno il PIL fortemente supportato dal turismo. Per farla breve la nostra non è una battaglia per divertimento o per convinzioni etiche, la nostra e una ferma intenzione di difendere la biodiversità dei paesi dove operiamo e la volontà di preservare posti di lavoro».

Quali rotte commerciali segue l’avorio ? 

«I bracconieri sono strumenti di gruppi criminali ben organizzati. Ambasciatori e funzionari politici asiatici fungono spesso da corrieri. Lance veloci solcano i mari a poche miglia dalle coste sudafricane per intercettare le navi mercantili che scambiano le corna con droga ed armi. I porti di Mombasa e Dar sono tempestati da container carichi di zanne di elefanti, ossa di leoni e corna di rinoceronti, ma una portacontainer trasporta miglia di casse e un porto ne ha milioni… una mancia qui ed una mazzetta lì e il container con le corna sparisce e non se ne sa più nulla. Ciò che sappiamo è che le rotte sono tutte “Ovest Est”, ovvero dall’Africa all’oriente, con Cina, Tailandia e Corea come acquirenti principali di tali prodotti». 

A cosa serve l’avorio e quale tipo di cliente raggiunge ? 

«I compratori di Avorio sono ricchi cinesi e vietnamiti che usano l’avorio per la produzione di costosi monili e parti dell’arredamento e  anche delle auto, mentre la polvere del corno di rinoceronte è usata come panacea dei più disparati mali come l’impotenza, il cancro sino al post sbronza! L’avorio è usato anche come elemento in più per tagliare la cocaina, in questo modo la cocaina vale il triplo grazie “all’aggiuntina”»

Quali risultati ha raggiunto la vostra associazione? 

«Quando ero piccolo mio padre mi portava spesso in Africa e gli promisi che avrei fatto di tutto per salvare i nostri amati animali. Oggi lo faccio in molti modi ma ho capito che non si possono salvare tutti. Una riserva privata in Sudafrica non ha mai avuto problemi fino che il team dei Falcon era presente, il contratto non è più stato confermato e dopo 3 mesi 3 rinoceronti hanno perso la vita. Il risultato più importante è che nessuno dei rinoceronti custoditi nelle riserve dove opera il team è mai stato ucciso. Anzi, non ci sono mai stati tentativi reali di aggressione nei confronti delle nostre riserve poiché l’effetto deterrente che riusciamo ad attivare è così forte da farci dormire sogni quasi tranquilli. Per chi fosse interessato ad aiutarci concretamente e direttamente può contattarci su poachingpreventionacademy@gmail.com e seguirci sul gruppo Poaching Prevention Academy su Facebook».

Alessio Tricani

Afghanistan/ L’oppio del mullah, la dipendenza del terrorismo e dell’Afghanistan


afganMOS_468x305Dall’Afghanistan, i carichi attraversano i ponti “naturali” che collegano quella parte lontana di Asia, passando per i Balcani dalla Turchia e Iran, favoriti dall’aspra morfologia che rende difficile l’intercettazione, sono alcune delle rotte del narco traffico per raggiugere i consumatori mondiali di eroina. Europa e Russia sono principali consumatori e l’Afghanistan rimane “leader di settore” nella coltivazione e lavorazione di Papavero da Oppio.

8 kg di papaveri da oppio per produrre 1 kg d’iniettabile o altre varianti di Eroina con un prezzo che varia a secondo della qualità, dalle 57$/Kg del economico Khata sino alle 5056 $/kg del White Powder 100%. Sono alcuni dati dello studio condotto dall’UNODC (United Nation Office for Drugs and Crime ) per l’anno 2012/2013. Le nazioni unite identificano le province a sud di Helmand, Kandahar e Farah come l’area maggiormente intensive per una produzione complessiva di tutta la regione che va dalle 3,200 tonnellate sino a 4,200 riuscendo a coprire l’80% del fabbisogno.

Non è stato sempre così. Un’inversione di tendenza fra la metà degli anni 90  e il  2000. La politica di lotta alla droga avviata dai Talebani attorno agli anni 90, allo scopo di  ottenere il riconoscimento internazionale come governo, e, il seggio alle Nazioni Unite, emanano così una Fatwa contro chiunque avesse prodotto Oppio si avvia così a un processo di contenimento del fenomeno.

Il fotoreporter Alessio Tricani
Il fotoreporter Alessio Tricani

Dopo l’11 settembre 2001 riprende il trend, tutto in salita, della produzione. Con l’avvio delle operazioni  militari americane danno una  una svolta ai piani degli Integralisti che necessitavano quindi di finanziamenti, il traffico di droga ne ha procura il 50% del reddito a tutt’oggi. Un andamento che ne ha provocato l’aumento costante dei prezzi specialmente nell’ultimo quinquennio.

L’Oppio è dieci volte più redditizia di altre colture in generale, circa 200 $ è il prezzo medio per 1 kg di Oppio contro gli 0.44 $/ kg per il grano.  Prendendo come chiavi di lettura semplici paramenti economici, infatti, i programmi delle Nazioni Uniti, di eradicazione e la sostituzione con colture alternative ha dato risultati modesti questo perché l’Oppio è economico da coltivare, ha bisogno di poca acqua, ha un alto rendimento vista le caratteristiche biologiche, ma soprattutto, ha una domanda costante. Una coltura che consente in tutto di massimizzare la rendita del terreno.

Perché quindi è difficile gestire il problema ?

Le Nazioni Unite attribuiscono le cause dell’aumento delle piantagioni, non solo a logiche di mercato quale un raffronto fra costo/rendimento, ma si prendono in esame anche parametri microeconomici, quale l’aumento generale dei prezzi dei beni di prima necessità, dei trasporti, non che i livelli di sicurezza percepita in relazione alla criminalità o alla coercizione indotta dai miliziani Talebani, infatti, spesso questi ultimi obbligano i produttori a riconvertire la produzione. Solo nelle aree interessate da un prodotto di scarsa qualità unita a un’attenta politica di dissuasione invece, ha consentito l’ottenimento di aree libere da papavero, individuate nell’Afghanistan centrale, per un totale di 17 province che sono diventate “poppy free area “, quest’ultime, stando al documento dell’UNODC, non hanno subito variazioni significative.

Nelle zone nell’estremo nord-est dell’Afghanistan, contrariamente alle aree centrali, si prevedono aumenti di produzione, precisamente nella provincia di Badakhshan, Takhar, Nangarhar, dove si produce l’eroina migliore, identificata dalle autorità come “white powder cristal” 100% e 60% che arriva a sfiorare i 5000 dollari/ kg,  in quest’area geografica sarebbe sconveniente per un produttore variare la produzione e incorrere in perdite economiche dovute al “rischio”, considerando poi che l’Oppio è un’ottima merce di scambio durante la stagione invernale o periodi di “crisi”, è consuetudine, infatti, da parte degli agricoltori di immagazzinarne una certa quantità.

Corruzione e finanziamento della milizia. Da uno studio condotto dal CESPI ( centro studi di politica internazionale ) s’indentifica come l’occidente abbia di fatto privilegiato la lotta contro il terrorismo e dato poca attenzione al fenomeno del narcotraffico, il quale rappresenta, la principale forma di sostentamento non solo delle milizie talebane e, che ne hanno aumentata la reattività, ma delle principali organizzazioni criminali, alimentato altresì dalla piaga della corruzione fra polizia e governati territoriali favoreggiati oltretutto da stretti legami familiari e tribali.

Insomma un bel nodo da sciogliere in vista del ridimensionamento della missione ISAF che avvera dal 2014 che porterà a una riduzione delle risorse in campo. I dati sono contrastanti, infatti, la dove in alcune province la presenza militare ha aiutato a raggiungere gli obiettivi di sradicamento, fino a 10.000 acri, in altre aree l’assioma presenza militare e riduzione delle piantagioni non è correlato del tutto, ma che abbia sicuramente contribuito a ridurre il fenomeno di coercizione da parte delle milizie talebane o, criminali in genere, verso i contadini. I piani di conversione delle colture, adottati dall’UN richiedono quindi un forte impegno a tutti i livelli della piramide, dal contadino, governato locale, istituzioni nazionali e internazionali.

Le interviste condotte dall’UN individuano altri fattori chiave a persuadere dal coltivare Papavero da Oppio che si rifà ai  principi religiosi dettati dall’Islam,  contribuendo cosi alla riduzione del fenomeno e intaccando “l’economia della droga”.

Un altro elemento è la percezione di sicurezza, non solo dovuta alla presenza militare internazionale, che ha lo scopo di contrastare le azioni dei miliziani talebani, ma anche politiche di lotta alla droga che non dovrebbero limitarsi allo sradicamento forzato che porta a un danno economico per l’ultimo anello della catena, piuttosto, alla cooperazione e sostegno di un reddito equo all’andamento generico dei prezzi e una lotta che parta all’origine del problema, in altre parole, dal consumatore finale.

Facile a dirsi. Quella dell’Oppio è una dipendenza dalla quale l’Afghanistan ne uscirà difficilmente e, se l’ISAF sta vincendo la guerra al terrorismo, quella alla droga è al momento persa.

Alessio Tricani

Fonte Foto: