Dossier "Afghanistan"

Afghanistan/ 1° Reggimento Bersaglieri. Se la solidarietà parla calabrese


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Acqua potabile, elettricità e soccorsi in numerosi villaggi

Francesca Cannataro – (Si ringrazia l’autrice per averci reso disponibile lo Speciale Dossier, che aggiungiamo volentieri al nostro sull’Afghanistan, da I Quaderni di Calabria ORA” di DOMENICA 18 Luglio 2010. Ndr.). Sono tornati da poco dall’Afghanistan gli uomini e le donne del glorioso Primo Reggimento Bersaglieri di stanza a Cosenza, comandati dal colonnello Francesco Maria Ceravolo. Negli occhi, nei cuori e nelle menti i ricordi, vivi e forti, di un’esperienza che ti lascia tanto dentro. Che ti segna nel profondo dell’anima. Impegnati in missione in un’area composta da tre distretti territoriali (Shindand, Farsi, Adraskan), i fanti piumati del Primo hanno contribuito, sostenendo le forze afghane, al miglioramento delle condizioni di sicurezza in una delle zone più remote della regione. In un’area dove mai erano arrivate le forze Isaf. Oltre 260 mila chilometri percorsi; 200 uomini al giorno dispiegati sul terreno; 182 incontri con i capi villaggio; 27 operazioni di assistenza medica; 31 distribuzioni di aiuti umanitari; 15 pozzi per l’acqua realizzati. «Sul fronte della sicurezza – ci ha detto il comandante Ceravolo abbiamo sequestrato ingenti quantitativi di armi, esplosivi e munizioni e abbiamo concorso alla cattura di importanti e pericolosi leader talebani».

Ma non solo operazioni prettamente militari volte alla messa in sicurezza del territorio, in stretta cooperazione con le altre forze Isaf e soprattutto con l’esercito e la polizia afghana. I bersaglieri del Primo hanno favorito la realizzazione di numerosi progetti da parte del Prt italiano (Provincial Reconstruction Team, l’unità che promuove la ricostruzione e lo sviluppo nella provincia di Herat) tra i quali l’avvio della costruzione di scuole, strade e ponti.

Hanno distribuito aiuti umanitari, grazie anche alla solidarietà della raccolta fatta dai calabresi prima della loro partenza. Hanno portato acqua potabile ed elettricità in numerosi villaggi. Hanno organizzato corsi per infermieri e ostetrici. E’ questo il “risvolto della medaglia” di cui vogliamo parlarvi. Al di là dei numeri. Cercando di andare oltre ciò che l’immaginario collettivo suggerisce ai più, noi quegli uomini e quelle donne, tali prima ancora che militari, che hanno deciso con orgoglio e convinzione di servire la Patria, li abbiamo incontrati e desideriamo raccontarvi ciò che abbiamo ascoltato dalle loro vive voci. Abbiamo raccolto le storie di chi per sei mesi ha vissuto in quella realtà. Dove, ad esempio, quotidianamente si “lotta” anche solo per ottenere quello che dovrebbe essere un diritto di tutti come l’acqua potabile. Ma che non lo è in quei luoghi remoti. Un posto dove la civiltà, così come la intendiamo noi, è lontana. Dove le famiglie mangiano tutte insieme in un’unica scodella, che poi si va a lavare nei “fiumi” che in realtà sono canali di scolo. Dove non ci sono servizi igienici e dove per essere curati si devono macinare chilometri di strade sterrate per raggiungere gli ospedali. Storie che riscaldano il cuore. Di sorrisi, di mani tese, di richieste esaudite. Di volti, di sguardi timorosi. Di piccoli sogni realizzati con poco. Di collaborazione, cooperazione e di aiuto. Inizialmente diffidente, il popolo afghano di quella remota area si è poi aperto ai nostri militari che nell’assoluto e totale rispetto della popolazione si sono sempre accostati ad esso tenendo in considerazione anzitutto la diversità di una cultura profondamente lontana dalla nostra.

Gli incontri con la popolazione avvenivano sem- pre con la mano tesa. Elmetto e occhiali abbassati durante gli approcci con la gente.

In segno di rispetto e per far comprendere che erano lì per aiutarli. I militari del Primo ci hanno raccontato storie di accoglienza. L’incredibile ospitalità del popolo che ad ogni ora offriva il tè in segno di riconoscenza e di stima.

Dei pullman che caricavano sopra il tetto di tutto, persino automobili. Poiché l’unico modo per spostarsi è il trasporto su gomma lungo la “Ring road” la strada ad “anello” che percorre tutta la nazione. L’unica asfaltata, tutto il resto è solo un insieme di terreni battuti e trasformati in “strade” che spesso nascondono insidie. E ancora degli occhi dei bambini. Grandi, spalancati e gioiosi nel ricevere un peluche piuttosto che una merendina. Cose semplici che qui, forse, non si apprezzano più. In cambio un sorriso che ti tocca l’anima. E a volte qualcosa di più. Così come successo a una giovane soldatessa che nel donare un piccolo fermaglio a una bimba da questa ha ricevuto in cambio la modesta collanina che la piccola portava al collo. Un regalo senza prezzo. E poi le richieste di una popolazione orgogliosa, umile e con una grande voglia di rinascere. Tra le più frequenti: materiale agricolo e sementi per coltivare da soli la terra; riso; acqua; energia elettrica per far nascere e sviluppare l’economia; coperte; zanzariere; olio. Difficilmente le parole impresse su questi fogli potranno rendere appieno ciò che noi abbiamo letto in quegli occhi che hanno visto. In quei cuori che hanno percepito e vissuto sensazioni profonde. Ci proveremo, sperando di rendere almeno in parte le forti emozioni che in noi, gli uomini e le donne del primo reggimento Bersaglieri, sono stati in grado di suscitare. (Francesca Cannataro)

Esplosione

È una duplice testimonianza che siamo felici di aver potuto raccogliere quella del Caporal Maggiore Capo Felice Fioraso e del Caporal Maggiore Patrizia Maiorano. La storia dell’esplosione in cui è stata coinvolta la pattuglia del Primo Reggimento Bersaglieri il 3 febbraio scorso. La colonna di mezzi era di ritorno da un incontro con un capo villaggio e si trovava a circa due chilometri dalla base operativa avanzata di Shindand, quando, percorrendo una bretella fuori pista (spesso si attraversavano strade non battute per evitare il pericolo di ordigni, ma evidentemente gli insurgens avevano imparato anche questo) un mezzo blindato Lince è saltato su dieci chilogrammi di ordigno esplosivo innescato da una bottiglietta di shampoo nascosta nella parte di risalita del canale sotto l’asfalto che il mezzo stava percorrendo. Fortunatamente vista la bassa velocità il mezzo non si è ribaltato.

Il Caporal Maggiore Capo Felice Fioraso era il comandante della squadra coinvolta nell’esplosione, seduto accanto al conduttore del Lince. Ci ha raccontato quelle frazioni di secondo. «Siamo preparati a tutto, ma finché  non lo vivi in prima persona sembra quasi che a te non possa mai accadere. Il mezzo si è alzato – ci ha detto – e ribassato subito. Poi una nuvola di polvere e l’acre odore dell’acido. Non vedevo i miei compagni e mi sono immediatamente preoccupato del rallista che essendo fuori dal mezzo è quello più esposto. L’ho trovato, fortunatamente, sulle braccia del militare seduto alle mie spalle. Appurato che stavamo tutti bene, poiché la radio era fuori funzione, sono riuscito con l’apparecchio di comunicazione alternativa in nostra dotazione ad avvisare il comandante di compagnia che stavamo tutti bene. Poi senza scendere, anche perché tutte le porte tranne una erano bloccate, ho cercato di aprire un po’ quell’unica via di uscita per fare circolare l’aria in attesa dei soccorsi».

E intanto il resto della colonna aveva assistito all’accaduto e si stava mettendo in moto per prestare i soccorsi. A seguito di ogni pattuglia che esce in Afghanistan c’è sempre il personale medico. Ed è l’intervento di soccorso ai compagni che ci ha raccontato il Primo Caporal Maggiore Patrizia Maiorano, aiutante sanitario. La forte emozione e la grande preoccupazione per i compagni rimasti feriti si leggono ancora vivi nei suoi occhi. «Dopo aver messo in sicurezza l’area – ci dice – con una scorta mi sono recata sul luogo dell’esplosione. Li abbiamo fatti uscire dal mezzo e ho visto che camminavano sulle loro gambe. Erano sotto schok. Ma fortunatamente stavano bene. Avevano contusioni muscolari soprattutto agli arti inferiori, traumi acustici per via dello scoppio. Solo uno dei cinque militari presentava un sospetto trauma cranico. Prestate loro le prime cure li abbiamo poi trasferiti in infermeria a Shindand». Negli occhi dei due ancora vivi quei momenti di trepidazione. E quasi in coro ci hanno detto: «fortunatamente siamo qui oggi a raccontarlo». (Fra. Cann.)

Cuori e menti

«Ciò che mi è rimasto impresso è che i bambini al nostro arrivo ci prendevano le mani e ce le baciavano». È questa una delle prime cose che ci ha raccontato il Tenente Bruno Gravina, responsabile dell’operazione “Cuori e Menti” volta a incrementare il consenso della popolazione verso le autorità afghane e le forze di sicurezza internazionali. L’intervento è avvenuto nel distretto territoriale di Farsi e si è svolto nell’ambito di una complessa operazione elitrasportata condotta dai bersaglieri per accrescere la sicurezza nell’area e portare gli aiuti promessi alle autorità locali e agli Elders, i capi villaggio. Nel corso di due incontri si sono recepite prima le esigenze della popolazione attraverso i colloqui con i capi villaggio e i capi famiglia, poi si è intervenuti sul territorio. «Con il supporto degli elicotteri e in piena cooperazione con la polizia afghana – ci ha raccontato il Tenente Gravina siamo giunti in quest’area completamente abbandonata. Una zona dove si erano spostati gli insurgens e che si raggiungeva solo attraversando un territorio pieno di gole». Le gole di Farsi appunto. L’intervento ha consentito di mettere in sicurezza non solo il villaggio ma anche il passaggio in quella zona. Un’area difficile anche da raggiungere insomma. Anche per chi come insegnanti e medici ogni giorno da Herat si spostavano lì per aiutare la popolazione. Grazie all’intervento dei bersaglieri del Primo l’area è diventata più sicura. Sono stati distribuiti aiuti umanitari. È stato possibile prestare le prime cure a molta gente. «Alcuni venivano portati a spalla – ha continuato il Tenente Gravinaad altri abbiamo offerto anche un supporto perché molti presentavano malattie psicosomatiche. Li abbiamo ascoltati. Abbiamo raccolto le loro storie di guerra con i russi. Abbiamo guadagnato la loro fiducia e a nostra volta abbiamo fatto capire loro che tutto ciò era possibile grazie alla polizia afghana per favorire l’incontro tra popolazione e le forze armate locali». Nel corso di questa operazione ha anche esordito il “Female engagement team” un team di soldati donne costituito dalla Task Force Center e composto dal Capitano Valentina Floris, capo team, dal Tenente medico Helga Cosolo per gli aspetti sanitari, dal Primo Caporal Maggiore Claudia Barone responsabile dell’assistenza umanitaria, dal Sergente Francesca Triolo responsabile delle relazioni culturali e dei rapporti tribali, che ha operato per ascoltare le esigenze della popolazione femminile. (Fra. Cann.)

Assistenza medica

Occhi di un azzurro intenso. Sono quelli del Caporale Francesca Campagna. Perché a volte per raccontare qualcosa non servono solo le parole. E a noi quegli occhi cerulei hanno rivelato tanto. Il sorriso di quei bimbi lontani. Lo sguardo delle donne afghane velate dai burka. L’orgoglio di aver potuto aiutare qualcuno. «Per non creare troppo disagio – ci racconta la giovane Caporaleapprontavamo i servizi di assistenza medica vicino ai villaggi. Io accompagnavo la popolazione attraverso un circuito con entrate a imbuto per consentire le perquisizioni prima delle visite. Ricordo bene i bimbi senza scarpe o al massimo, pur essendo inverno, con ciabatte spesso più piccole dei loro piedi. Percepivo il loro bisogno di sicurezza e con me portavo sempre un sacchetto pieno di caramelle e merendine che dispensavo, ricevendo in cambio un sorriso». In quei centri di assistenza, il team medico offriva le prime cure. Un’operazione di grande rilevanza se si tiene conto del fatto che lì i poli sanitari sono distanti tanti chilometri dai piccoli villaggi e che spesso, in virtù di ciò, rappresentava l’unico intervento di cui la gente poteva usufruire. Tra le patologie più frequenti: gastroenteriti, dovute per lo più alle scarsissime condizioni igenico-sanitarie; bronchiti; ferite infettate.

Ma non solo soccorso alla popolazione. I fanti piumati del Primo hanno prestato in alcune occasioni anche assistenza medica a militari afghani. È il caso del Primo Caporal Maggiore Davide Garofalo e del Caporal Maggiore Scelto Biagio Gatto. «Mentre stavamo cinturando un villaggio – ci racconta Garofalo che è una nuova professionalità dell’Esercito Italiano, in pratica un fuciliere con importanti nozioni di primo soccorso – siamo stati chiamati in un villaggio nelle vicinanze dell’area in cui stavamo operando. Una pattuglia della polizia afghana era caduta in un’imboscata e tre poliziotti erano rimasti feriti nell’agguato. Siamo intervenuti e abbiamo trovato i tre militari afghani in una stanza buia con una stufa. Presentavano ferite a gambe, piedi e polpacci. Abbiamo immediatamente bloccato l’emorragia prima della loro evacuazione. Intanto con l’uomo che era stato assegnato a me per le prime cure ho iniziato a parlare. Mi ha raccontato della sua famiglia, aveva moglie e figli. L’ho rassicurato e tranquillizzato».

Simile l’esperienza raccontataci del Caporal Maggiore Biagio Gatto. Testimonianza tangibile dell’elevata professionalità nella gestione di situazioni d’emergenza, dell’unità sanitaria del Primo Reggimento Bersaglieri. «Era la mattina del 10 dicembre – ci racconta – e ci trovavamo alla base di  Shindand quando i colleghi di guardia ci hanno portato un militare afghano. A scaglioni arrivarono poi ben sette soldati afghani coinvolti in un incidente stradale. Casi da “codice rosso”. In tre erano addirittura privi dei parametri vitali. Presentavano trauma cranico, ferite multiple agli arti superiori e inferiori. Li abbiamo, rianimati, stabilizzati e trasferiti. Dopo qualche mese abbiamo saputo che stavano tutti bene». Storie di vite vissute in missione. (Francesca Cannataro)

Un aiuto reciproco

Una fiducia che si è accresciuta sempre più durante la missione quella della popolazione afghana nei confronti dei nostri militari. Inizialmente cauta e timorosa, anche perché in quell’area remota non c’era mai stata la presenza di forze armate straniere, la gente ha pian piano dimostrato ai bersaglieri del Primo una grande riconoscenza per la sensazione di sicurezza che essi sono riusciti a dare. E lo ha manifestato concretamente il popolo afghano. Lo ricorda bene il Maresciallo Francesco De Lorenzo, che ci racconta la sua storia con dovizia di particolari e con grande fervore. Piccoli tasselli che ci hanno fatto rivivere una giornata quasi come se anche noi fossimo stati presenti. Trasmettendoci forti sensazioni. «Ci trovavamo nella Zeerko Valley – racconta il Maresciallo De Lorenzodi ritorno da una normale giornata di pattugliamento durante la quale ci eravamo occupati di isolare un’area per metterla in sicurezza. Ad un certo punto la popolazione, sbracciandosi, ci ha segnalato qualcosa. Attuate tutte le dovute prassi militari del caso, abbiamo richiesto immediatamente il supporto aereo per verificare la presenza di insurgens nella zona. Dall’attenta osservazione fatta da un Dardo (un carro armato, ndr) ci si è accorti che il flusso stranamente, in maniera quasi naturale, veniva deviato dalla strada principale, su un percorso alternativo». Quasi se proprio in quel punto che la popolazione aveva segnalato ai nostri militari ci fosse qualcosa. «Trovata un’area idonea – ha continuato nel racconto il Marescialloho operato per mettere in sicurezza la zona e consentire l’atterraggio di un elicottero con a bordo il team di artificieri. Fatto avvicinare all’area segnalata il robottino, lì, proprio in quel punto che ci era stato indicato, è stato trovato un ordigno esplosivo». Lo chiama ID (Dispositivo esplosivo improvvisato) in gergo tecnico il Maresciallo De Lorenzo, mantenendo da buon bersagliere l’aplombe militare. Di fatto era una mina con alto potenziale esplosivo che si trovava proprio lungo la strada che stavano per percorrere i nostri militari e che avrebbe potuto causare molti danni. Negli occhi del Maresciallo De Lorenzo abbiamo potuto leggere tutta l’intensità di quei momenti, l’operatività immediata, la cooperazione. Ma soprattutto la grande riconoscenza nei confronti del popolo che aveva inteso aiutarli, quasi come una ricompensa per il lavoro che essi stavano svolgendo. (Fra. Cann.)

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