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Il ruolo dei media, di Sergio De Mitri


Raccogliamo in questa pagina il contributo di Sergio De Mitri sulla conferenza: “L’impatto mediatico nella condotta delle operazioni militari” e pubblicato sulla testata giornalistica  www.cybernaua.it. L’evento è stato organizzato nell’ambito del 2° Corso Nazionale di “Giornalismo e Comunicazione in Aree di Crisi” diretto dalla giornalista Giovanna Ranaldo, esperta del settore Difesa.

Antonio Conte

Fonte: http://www.cybernaua.it/news/newsdett.php?idnews=2861


Il ruolo dei media

di Sergio De Mitri

Foto di Sergio De Mitri

Foto di Sergio De Mitri

02-05-2011 – Nelle attuali missioni internazionali di pace il fine non è più quello di sconfiggere il nemico ma concorrere per assicurare la realizzazione di effettivo un percorso di pace e stabilità.
Se ora nei dizionari moderni accanto alla voce “guerra convenzionale” compare anche la definizione di “operazioni militari diverse dalla guerra” anche la professione giornalistica ha visto mutare i propri orizzonti di riferimento arrivando a rivestire un ruolo del tutto inedito.
“L’impatto mediatico nella condotta delle operazioni militari” è stato il tema della tavola rotonda svoltasi a Bari lo scorso 28 aprile, presso la sede dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia, e presieduta dal professor Giovanni Cellamare, docente di Diritto Internazionale e dell’Unione Europea presso l’Università di Bari.
L’evento fa parte del percorso formativo del secondo corso nazionale di “Giornalismo e comunicazione in aree di crisi” diretto dalla dottoressa Giovanna Ranaldo e organizzato dall’Ordine pugliese con la collaborazione dell’Ufficio Pubblica Informazione dello Stato Maggiore della Difesa.
A delineare gli attuali scenari delle operazioni internazionali di pace, entro i quali si svolge l’attività di informazione dei media, ed a richiamare i conseguenti cambiamenti riguardanti la tutela dei giornalisti e delle loro fonti sono intervenuti il colonnello Francesco Elia (capo ufficio A8, comando Squadra Aerea SMA, Reparto Generazione delle Forze e Pianificazione Operativa), il colonnello CC Francesco Chiaravalloti (capo ufficio Legale COI – SMD) e la professoressa Marina Castellaneta, docente in Diritto Internazionale e Comunitario nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari e direttrice del Master in Giornalismo.
Dal confronto tra l’esercizio del potere quale massima sovranità di uno Stato -leggasi intervento armato- e il diritto costituzionale all’informazione scaturisce oggi la necessità di stabilire con esattezza quali norme del Diritto Internazionale Umanitario possano essere richiamate a tutela del lavoro dei giornalisti, sia embedded che unilateral. Le regole sono in lenta ma perenne evoluzione, tant’è che nella recente edizione dei manuali operativi delle forze armate britanniche si legge “the focus is changing”, a significare che si sta realizzando il raccordo tra il DIU ed i diritti fondamentali dell’uomo. L’obiettivo delle attuali missioni internazionali di pace non più è quello di sconfiggere un nemico “ma concorrere per assicurare la realizzazione di un percorso di pace e stabilità in un’area inquieta -ha spiegato il colonnello Elia- e l’impatto dei media ha una forte risonanza ai fini del compimento della missione”.
Gli effetti di un’informazione seria e tempestiva vanno quindi ben oltre la notizia e possono contribuire a far luce su avvenimenti e notizie che catturano l’interesse dell’opinione pubblica.
Ecco allora che il “centro di gravità” delle operazioni militari diventa il corrispondente di guerra, il cui lavoro è fondamentale per raccontare ciò che avviene nei teatri operativi e conseguire il pieno successo della missione. Le moderne direttive del comprehensive approach (l’Approccio Integrato), così come sono state illustrate dal Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, richiedono che tutti gli attori contribuiscano in uno sforzo comune, sulla base di un condiviso senso di responsabilità, apertura e determinazione, tenendo conto dei loro rispettivi punti di forza, mandati e ruoli, così come della loro autonomia decisionale. È stato questo il filo conduttore dell’intervento svolto dal colonnello Chiaravalloti che ha ricordato come “tutte le Nazioni impegnate nelle missioni di pace stanno lavorando per cercare di incidere su alcuni tessuti sociali deteriorati non solo con lo strumento militare, ma anche attraverso la stampa. E i giornalisti non sono degli spettatori esterni -ha poi ribadito Chiaravalloti-, ma a tutti gli effetti sono parte di questo cambiamento”.
Dal Vietnam alla Somalia, dall’ex Jugoslavia sino all’Afghanistan spesso i reporter sono stati l’unico canale informativo attraverso il quale conoscere ciò che avveniva nelle aree di crisi. Nei diversi scenari, il corrispondente di guerra poteva perciò trasformarsi in un obiettivo da colpire oppure in uno strumento indiretto di propaganda, rendendo ancor più difficile alla giurisprudenza internazionale il compito di individuare con precisione le norme più opportune a tutela della professione.
L’analisi svolta dalla professoressa Castellaneta è partita dal cristallizzare lo status effettivo di “persona civile” così come stabilito dall’art. 79 del I protocollo di Ginevra “per il giornalista che svolga missioni professionali pericolose nelle zone di conflitto armato”, evidenziando come non esista ancora un quadro normativo internazionale onnicomprensivo in grado di dare adeguata tutela e protezione ai giornalisti e ai mezzi di comunicazione, anche per ciò che riguarda il privilegio assoluto di riservatezza delle fonti giornalistiche in tempo di guerra.

Foto di Sergio De Mitri

Foto di Sergio De Mitri

“Quello che è importante sottolineare è che malgrado manchino degli strumenti specifici -ha sostenuto la professoressa Castellaneta- è possibile applicare, in tutti quei casi in cui i giornalisti svolgono la propria attività in tempo di guerra, le stesse norme previste nei periodi di pace, anche se ovviamente tutte queste disposizioni prevedono la possibilità che ogni Stato ponga proprie limitazioni per motivi di ordine pubblico e di sicurezza. A volte nei casi di conflitti armati le leggi in vigore potrebbero non adattarsi alla perfezione, perciò -ha concluso- sarebbe opportuno adottare quanto prima una convenzione di carattere generale”.

Sergio De Mitri

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