Pag.01 L'Editoriale

Niger/ Charlie Hebdo. Il nuovo simbolo delle libertà occidentali il più incompreso dall’Islam


voltaire

I diritti della vignetta appartengono al suo autore ed alla sua testata

Bari, 21 Gennaio 2015 – Fa riflettere la nuova ondata di odio che si sta abbattendo sulla Francia e sull’Unione Europea a seguito della pubblicazione delle nuove vignette del settimanale Chiarlie Hebdo le cui vicende sono diventate drammaticamente note al mondo. Emergono i limiti culturali raggiunti dal confronto civile e sulla pace tra i mondi islamici e quello occidentale: confronto in cui faticosamente sono impegnate tutte le diplomazie, almeno quelle occidentali proprio per la costruzione del dialogo per la convivenza civile e la cooperazione delle diversità.

La mia riflessione parte dalla lettura del libro di Immanuel Kant “per la Pace perpetua” e dall’articolo di cronaca pubblicato oggi senza firma (ndr.: in realtà è firmato come F.Q.) dal notiziario online “Il Fatto Quotidiano”, che voi potete raggiungere facilmente dall’indirizzo linkato.

La violenta risposta del mondo musulmano conta almeno 10 morti, 45 chiese cristiane bruciate e altri moti violenti in crescita preoccupante: ma facciamone una breve analisi.

Ciò che stride in primo luogo è la proporzione tra la presunta offesa, così è percepita dal mondo islamico e consistente nella pubblicazione di immagini che ritraggono il profeta in vignette satiriche, fatto che viene ritenuta dalle masse credenti di fede islamica come un’offesa da parte della Francia che identifica erroneamente le attività del settimanale satirico come emanazione diretta della politica del Governo. Di contro una reale e concreta violenza subita dai cristiani esibita in Niger e in altre piazze come a Gaza e Inguscezia, una repubblica autonoma della Federazione Russa situata sulle penditi settentrionali del Caucaso.

Immanuel Kant

Immanuel Kant

I moti di rivolta islamica sono concrete preoccupazione per gli attuali equilibri in quanto detti moti musulmani si stanno nutrendo di estremismi e di odio contro la cultura occidentale sempre più identificata come Cristiana a scapito degli ideali di Laicità cui molti stati occidentali si ispirano. E’ evidente che sul piano culturale non vi è simmetria dei valori circa la professione religiosa delle persone: se il mondo islamico è tendenzialmente integralista e pone la religione come unico motore morale e civile il mondo occidentale pone invece al centro la laicità civile e lascia la religione alla coscienza di ciascuno, alla sfera intima e personale di ogni cittadino. Ragione per cui se un occidentale laico è tipicamente più tollerante verso tutte le religioni ciò non può accadere per un cittadino arabo, usiamo qui termine in senso ampio: è la stessa difficoltà a trovare un termine per indicare i cittadini che professano la fede dell’Islam che è difficile, proprio nel caso in cui non si voglia usare il termine musulmano o islamico per indicare gli stessi per esempio su base squisitamente culturale. La loro storia è la stessa storia della loro religione: evidentemente non è così per il mondo occidentale o almeno dalle emanazioni delle Dichiarazioni sulle Libertà Fondamentali della donna e dell’uomo che decorrono proprio dalla rivoluzione francese in poi. Ecco che per noi occidentale il diritto di espressione del pensiero è un cardine della nostra stessa civiltà in quanto tale. In effetti Cristiani, Occidentali, Francese, Europei o Americani sono termini differenti ma che il mondo musulmano tende a considerarli come sinonimi vedendo essi il resto della popolazione mondiale con l’unico filtro totalizzante della religione: vero limite culturale.

Sembra un cortocircuito da cui è difficile uscire, ma la soluzione è tanto semplice quanto complessa da realizzare: è nella stessa emancipazione culturale delle masse islamiche – culturazione ora negata e limitata nelle madrasse al solo testo religioso – che dovrebbero/potrebbero rimanere tali anche alla luce della storia della nostra civiltà. Di contro noi occidentali dovremmo comprendere se le libertà di espressione hanno a volte un limite rintracciabile nelle responsabilità nel “dicibile” e se tale “dire” si può fare nel “tutto” e nell'”ovunque” del mondo globalizzato e senza compromessi, ovvero se il Globale è ‘omogeneo’ o no; se la religione è una sola per tutti gli uomini e declinata da diversi libri di religione o coesistono invece diverse religioni; se la morale vale per tutte le donne e gli uomini o se la morale dell’Islam, come quello dei talebani, vale solo per i maschi. Ma emergono altre asimmetrie su cui interrogarsi: il diritto di espressione di cui parlava Voltaire, riportata nella vignetta in alto, del cittadino contro il suo mal Governo al fine dei riconoscimento dei diritti costituzionali  vale anche qui quale libera espressione culturale da parte di alcuni cittadini del Charlie Hebdo verso – o contro – le credenze religione di altri cittadini e capi religiosi, o comunque contro governi-altri che, di fatto, per esempio, mal riconoscono i diritti fondamentali alle donne?

Ma in fondo, forse, il nostro discorso e questa analisi sembra appena iniziata. Riporto infine la prefazione dell’autore al suo fortunato libretto: di Kant, “Per la pace perpetua”, che qui suona in modo paradossale, ecco come: “questa avvertenza sarebbe stata necessaria per il satirico Charlie Hebdo? Così come l’ha ritenuta umilmente necessaria Kant, per il suo testo giuridico e costituzionale, in auspicio della pace?” Io direi che sarebbe superflua, ma forse non lo è per i cittadini altri di un mondo che inconsapevolmente aspirano ad un governo unico?

Per la pace perpetua”. Non vogliamo indagare se una simile scritta satirica, messa da un trattore olandese a un’insegna su cui era dipinto un cimitero, si applichi agli uomini in generale, o ai capi di uno Stato in particolare, che non sono mai sazii di guerre, oppure solamente ai filosofi che vagheggiano quel dolce sogno. Giacché però i politici della pratica disdegnano quello teorico e, guardandolo d’alto in basso, lo sentenziano con manifesta compiacenza quel sapiente da scuola che, colle sue idee prive di sostanza, a nessun pericolo espone lo Stato – cui son da applicare unicamente massime tratte dall’esperienza – sapiente al quale si può lasciar vuotare il sacco anche d’un tratto, senza che l’uomo di Stato, esperto del mondo, deva punto curarsene, così l’autore del presente chiede soltanto che, in caso di conflitto, si debba essere almeno sì conseguenti da non voler fiutare un pericolo pel governo in uno scritto lanciato in balìa della propria fortuna, e contenente opinioni pubblicamente professate. – Colla quale clausula salvatoria egli si ritiene espressamente, e in debita forma, al coperto da ogni interpretazione maligna.

Antonio Conte

Informazioni su Redazione

Docente Miur - Dipartimento Audiovisivi

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