Power Inferno (Jean Baudrillard)


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Image via Wikipedia

Perché, intanto, le Twin Towers? Perché proprio le due Torri gemelle del World Trade Center?

Sino a quel momento tutti i grandi grattacieli di Manhattan si erano affrontati in una verticalità concorrenziale, e da ciò era derivato il celebre panorama architettonico della città, la celeberrima skyline. Quell’immagine è cambiata nel 1973 con la costruzione del World Trade Center. L’effigie del sistema è così passata dall’obelisco e dalla piramide alla scheda perforata e al grafo statistico. Questo grafismo architettonico incarna un sistema che non è più concorrenziale bensì numerico e contabile, dove la concorrenza scompare per lasciar posto alle reti e al monopolio.

Il fatto che siano due implica la perdita di qualsiasi riferimento originale. Se ce ne fosse una sola, il monopolio non troverebbe un’incarnazione così perfetta. Solo lo sdoppiamento del segno pone veramente fine a ciò che esso designa. E c’è un incan-to particolare in questa duplicazione. Per quanto alte siano, le due Torri significano una pausa della verticalità. Non appartengono alla stessa categoria degli altri grattacieli. Culminano nell’esatto riflesso l’una dell’altra. I grattacieli del Rockefeller Center riflettevano ancora le loro facciate di vetro e d’acciaio in una specularità infinita della città. Le Torri, invece, non hanno più facciata, non hanno più faccia. Insieme alla retorica della verticalità scompare la retorica dello specchio. Con questi monoliti perfettamente equilibrati e ciechi non resta che una specie di scatola nera, di serie chiusa sul doppio, come se l’architettura, a immagine del sistema, procedesse ormai soltanto dalla clonazione e da un codice genetico immutabile.

New York è la sola città al mondo che ritracci così, nell’arco dell’intera sua storia, con una fedeltà prodigiosa, la forma attuale del sistema e di tutte le sue peripezie. Dobbiamo quindi supporre che il crollo delle Torri – evento anch’esso unico nella storia delle città moderne – prefiguri l’esito drammatico di questa forma di architettura e del sistema da essa incarnato. Nella loro pura modellizzazione informatica, finanziaria, contabile, numerica, ne costituivano il cervello. Colpendole, i terroristi hanno quindi toccato il centro nevralgico del sistema. La violenza del globale passa così attraverso l’architettura, attraverso il terrore di vivere e di lavorare in questi sarcofaghi di vetro, d’acciaio e di cemento. Il terrore di morire in un posto del genere non è separabile da quello di viverci. Ecco perché la contestazione di questa violenza passa anche attraverso la distruzione di quell’architettura.

Questi mostri architettonici hanno generato un ambiguo incanto, una forma contraddittoria di attrazione e di repulsione, e quindi, da qualche parte, la segreta brama di vederle scomparire. Nel caso delle Twin Towers, c’è poi quella simmetria perfetta, quella gemellarità che è certo una qualità estetica, ma anche e soprattutto un delitto contro la forma, un delitto che comporta la tentazione di spezzarla. La distruzione delle Torri ha rispettato quella simmetria: doppio impatto a pochi minuti di distanza – una suspense che può ancora far pensare a un incidente, e anche qui è il secondo impatto a firmare l’atto terroristico.

Il crollo delle Torri è l’evento simbolico massimo. Se non fossero crollate, o se ne fosse crollata una sola, pensate: l’effetto non sarebbe stato per nulla lo stesso. La prova manifesta della fragilità della potenza mondiale non sarebbe stata la stessa. Le Torri, che erano l’emblema di quella potenza, la incarnano persino nella loro fine drammatica, che somiglia a un suicidio. Vedendole crollare su se stesse, come per implosione, si aveva l’impressione che si suicidassero in risposta al suicidio degli aerei-suicidi.

Oggetto architettonico e oggetto simbolico insieme, è con ogni evidenza l’oggetto simbolico a esser stato preso di mira, e potremmo pensare che sia stata la distruzione fisica a comportare il crollo simbolico. E invece è il contrario: è stata l’aggressione simbolica a comportare il crollo fisico delle Torri. Come se la potenza che sino a quel momento le aveva tenute in piedi avesse perduto ogni risorsa. Come se quella potenza arrogante avesse bruscamente ceduto per effetto di uno sforzo troppo intenso: quello di voler essere l’unico modello del mondo. Stanche di incarnare quel simbolo, troppo pesante da portare, le Torri hanno ceduto fisicamente, hanno ceduto verticalmente, a corto di forze, di fronte agli occhi attoniti del mondo intero.

È perfettamente logico che la crescita in potenza della potenza esacerbi la volontà di distruggerla. Ma c’è di più: in un certo senso, la potenza è complice della sua stessa distruzione. E questa denegazione interna è tanto più forte quanto più il sistema si avvicina alla perfezione e all’onnipotenza. Tutto è quindi avvenuto per una sorta di complicità imprevedibile, come se il sistema intero, per la sua fragilità interna, entrasse nella partita della propria liquidazione, e facesse dunque il gioco del terrorismo. Qualcuno ha detto: Dio non può dichiararsi guerra. E invece sì: l’Occidente, in posizione di Dio, di onnipotenza divina e di legittimità morale assoluta, diviene suicida e dichiara guerra a se stesso.

Quanto al problema di cosa ricostruire al posto delle Torri, riconosciamo che è insolubile – non si può immaginare niente di equivalente che valga la pena di esser distrutto. Le Twin Towers valevano la pena. Non potremmo dire altrettanto di molte opere architettoniche. La maggior parte delle cose non merita di essere distrutta o sacrificata – solo le cose di prestigio meritano di esserlo. Questa constatazione non è poi tanto paradossale, e pone all’architettura un problema di fondo: si dovrebbe costruire solo ciò che, per la sua eccellenza, è degno di essere distrutto. Guardatevi intorno e vedrete che ben poco sarebbe all’altezza.

Questo attentato ha precedenti celebri, nella distruzione volontaria di opere sublimi, che con la loro bellezza o la loro potenza costituivano quasi una provocazione. La distruzione dolosa del Tempio di Efeso, Roma ed Eliogabalo, l’incendio del Padiglione d’Oro in Mishima. Senza dimenticare, nell’Agente segreto di Conrad, il tentativo anarchico di far saltare l’Osservatorio di Greenwich, “per liberare il Popolo dal Tempo”.

Comunque sia, le Torri sono scomparse. Ma ci hanno lasciato il simbolo della loro sparizione, il simbolo della sparizione possibile di quell’onnipotenza che incarnavano. Qualunque cosa ci riserbi il futuro, quella potenza sarà stata distrutta, per un attimo.

D’altra parte, se sono scomparse, le due Torri non sono annientate. Anche in polvere, ci hanno lasciato la forma della loro assenza. Tutti coloro che le hanno conosciute non riescono a non immaginarle, loro e il loro profilo nel cielo, visibili com’erano da tutti i punti della città. La loro fine nello spazio materiale le fa passare in uno spazio immaginario definitivo. Grazie al terrorismo, sono divenute il più bell’edificio del mondo – cosa che certo non erano ai tempi della loro esistenza.

Fonte: http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacritica/power.htm

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