Dossier "Kosovo"

Kosovo/ In viaggio di ritorno con il Gen. E. Spagnoli


Non capita tutti i giorni di prendere un aereo militare dal Kosovo e trovarsi “vis à vis” con un generale dell’Esercito Italiano come compagno di viaggio. Signori lettori, come potete vedere in foto, stiamo parlando del Generale Enrico Spagnoli. Non si tratta dunque, un generale qualsiasi, ma il massimo grado, la massima autorità militare italiana presente in Kosovo, un punto di riferimento del Teatro Operativo più vicino all’Italia. Di questo incontro proporremo più avanti una foto. Purtroppo i piccoli aerei militari, quelli che usano i paracadutisti, sono un po rumorosi in volo e ci ha reso difficile riprendere quella breve ed interessante conversazione sul Kosovo, iniziata alcuni giorni prima, quando ci ha ricevuto per il cerimoniale con l’Ambasciatore Italiano Dott. Michael Giffoni, e di cui non si mancherà di esporre alcuni pensieri a breve termine. Ma intanto ecco il prezioso documento fotografico.

In foto, il Gen. Enrico Spagnoli, durante il viaggio di ritorno è comodamente seduto: che serenità che traspare dal suo volto, condividere questo viaggio da modo di riflettere un poco, penso, che è proprio uno di noi, è come noi. Ma, da parte mia non ho più la divisa, io l’uniforme l’ho smessa da tempo, eppure …, è come fosse.

Generale Enrico Spagnoli

E’ il 18 luglio 2011, siamo all’aeroporto A.M.I.Ko. (Aeronautica Militare in Kosovo) nella città di Gjakove, sede della Task Force Air (TFA), sono con il gruppo di giornalisti che è pronto alla partenza, tutti con gli occhi lucidi. Alcuni nostri sguardi incontrano quelli degli amici italiani in divisa, rimasti dall’altra parte dei bagagli. Lo sento mi mancheranno, e loro – pare – vivono le stesse emozioni. La tensione e l’affetto nutrito solo per una settimana è davvero tanto. Siamo fieri di questa visita, di aver conosciuto il vostro impegno, i vostri sacrifici e la vostra ‘testarda’ determinazione a difendere il valore ‘Italia’, e, della qual cosa, qui in patria, non tutti sono della stessa idea, anche tra quelli che invece, …

Ma voi, cari amici, tenete duro, fidiamo in voi. Sono allo stesso tempo sicuro che ce la farete: ora il Kosovo è una Nazione nuova, non più bellicosa come 12 anni fa, ora è importante, e mai come ora, che l’unione del Kosovo è necessaria a quella Italiana.

Ma dell’Italia parleremo un’altra volta, ora mi preme evidenziare l’aspetto umano di questi connazionali, il valore ed il loro credo per quello che stanno facendo. In modo esemplare. Questa attività di costruzione dei legami, delle relazioni tra le istituzioni, la stessa definizione (o l’aiuto alla definizione di queste) è un passo fondamentale per il processo di pace in Kosovo, ne ha molto bisogno la sua eterogenea popolazione.

Scorgo nei piccoli gesti anche del caporale e dei soldati l’umanità, l’amico, l’intesa che si crea nei viaggi difficili, che ci fa sentire come ‘complici di un viaggio epico’, è quanto emerge in una missione militare tra le culture autoctone e gli ambienti sconosciuti: incontaminati e violati al tempo stesso.

Ma, l’aggettivo ‘complice’ non vuole, ovviamente, connotare un sentimento negativo o un comportamento errato, è solo una sottolineatura naturale che emerge tra uomini legati alla tradizione militare. Mi chiedo se il mio passato/presente da Ufficiale, ora in congedo, forse mi pone in una condizione di privilegio nei confrontid i questi eventi, ma anche di simpatia verso chi l’uniforme ancora la indossa. Lo stesso sentimento alberga in me, penso sempre di poterla indossare di nuovo, prima o poi. Come quando si pensa a quella donna amata davvero, ma poi perduta.

Chi è come me (e sono in molti tra la schiera di ufficiali in congedo) sono sicuro che pensa, come se fosse ancora in servizio, e ispirato da quel romanticismo tipico della cavalleria ottocentesca, con lo stesso coraggio con cui affrontavano le difficoltà: a spada tratta al galoppo.

Per molti indossare l’uniforme, è stato dunque un cambiamento interiore, non un mero sfoggio di forme, colori e piastrine, con la camicia ben stirata e le scarpe tirate a lucido. Anche quello, beninteso, ma come forma esteriore di un nuovo modo di pensare conquistato con il sacrificio e con il sostegno dei ragazzi e dei colleghi con i quali ben si è potuto fare amicizia.

Il personale Militare KFOR dell'Aeroporto AMIKo, Kosovo
Il personale Militare dell’Aeroporto AMIKo

Si fa bene a parlare di loro in tempi non sospetti: sono figli come molti altri e mariti o sorelle. Quest’uomo, in foto per esempio è una persona come noi, fiera e umile come molti di noi. Ma chi racconta la loro vita senza cercare la notizia a tutti i costi, senza ostentare e senza scaldare gli animi con i temi tirati all’estremo. Per molti del personale dell’Aeronautica Militare quella del 18 luglio, ultima data del Media Tour curato dal Ten. Col. Vincenzo Legrottaglie, e del nostro ritorno in Italia, è stata una giornata come tante per loro, forse l’unica differenza è questa traccia, questo documento fotografico che testimonia il suo impegno. Per noi civili invece è un ricordo indelebile di un sorprendente viaggio in Kosovo al loro fianco.

A parlarne ora è più sereno, non è come quando bisogna liberare la vista da quel “testimone scomodo”, portato a spalla sui gradini di un sagrato in una bara, avvolta da una bandiera tricolore. Quei momenti tolgono la parola, fanno compiere una regressione interiore verso la barbarie, innescano sentimenti di rivalsa. E, tuttavia sappiamo perdonare, e se ho compreso bene il lavoro di questi nostri soldati italiani, anche dalle parole e dai racconti dei kosovari, siamo in buone mani, possiamo essere orgogliosi di questi nostri ragazzi, e possiamo senz’altro riscattarli da alcuni di quei vetusti ricordi legati alla leva, di certi nostri genitori; a volte anche raccontati maliziosamente da una certa cinematografia. Possiamo dire che questi nostri connazionali hanno saputo portare il dialogo dove era la lotta, la tranquillità dove era la guerra, credo anche la prosperità economica dove era la povertà, qui con le dovute eccezioni: Bravi!

Forse il lettore troverà queste mie parole un po retoriche, incline a qualche favore. Ma non è così. L’esperienza diretta di questo viaggio organizzato da SMD ha un duplice valore: quello della dimostrazione a dei testimoni terzi, come noi giornalisti, di quanto è cambiato il Kosovo in 12 anni. Lo dicono alcuni tra i soldati che sono tornati due o tre volte in questi ultimi anni. Lo dicono le vedove, i padri a cui la guerra civile ha tolto i figli. Lo dicono quei ragazzi incontrati sui monti senza più genitori. L’Italia qui ha dato il meglio di se. Siamone consapevoli. L’altro valore fondante questo Media Tour è stata da un lato, la nostra testimonianza di amicizia a questi popoli  (Albanesi, Serbi, Musulmani) che vivono in Kosovo sotto una nuova Bandiera, e dall’altro lato, il nostro viaggio è stata una conferma, che le scelte militari sono state giuste, corrette perché passate al vaglio della critica giornalistica. In ogni caso il personale militare, quale Pubblica Amministrazione, che ci ha trattati come veri figli: qualcuno direbbe forse anche ‘coccolati’. Ma il Media tour è esso stesso strumento di pace, di mediazione culturale, ancora e sempre necessaria, non solo qui, ma ovunque la diversità è intesa come pericolo e/o limite del ‘possibile’.

Delegazione Media Tour

Ecco signor Generale come avrei voluto chiudere quel suo incontro con noi giornalisti, in questo nostro viaggio di ritorno e con il rumore dei motori: “Ora sono ispirato, dalla prima foto che la ritrae: scorgo la sua evidente serenità, che rappresentata uno stile di vita nuovo per questo Kosovo; la semplicità, direi direi la naturalezza con cui riesce a dare coraggio ai suoi uomini, viaggiando e vivendo con loro, indossando come loro l’uniforme: come un valore, quello stesso che il Kosovo, faticosamente, vuole affermare: quello della condivisione.

Antonio Conte

Il Gen. Enrico Spagnoli.

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Esperto in Comunicazione visive

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