Dossier "Kosovo"

Kosovo/ Solidarietà italiana. Aiuti per gli abitanti serbi nelle enclavi della Metohija


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Il viaggio in Kosovo dei volontari di Sacile

Il lungo viaggio nei Balcani portare degli aiuti grazie al progetto “Accendi la speranza”.  La ricerca di un’ambulanza e la voglia di dare una mano a un popolo ancora provato dalla guerra.

di Lieta Zanatta, de Il Messaggero Veneto – 20 aprile. Dall’Ungheria alla Serbia per entrare in Kosovo ed accendere la speranza alle minoranze nella terra dei monasteri.

Un giorno di viaggio e solo poche ore di sonno, durante la sosta a Budapest, per tutto il gruppo di volontari che da Sacile si sta trasferendo in Kosovo a portare degli aiuti grazie al progetto “Accendi la speranza”. Sveglia alle 8.30 per ritrovarsi nella hall e partire per una piccola escursione di meno di due ore nella città attraversata dal Danubio. Si chiedono novità sull’ambulanza, ma al momento non ce ne sono. In più è sabato. Fabio, il sacilese tra i fondatori di “Belove Revolution”, sospira, perché il mezzo dovrebbe essere consegnato domani all’ospedale di Silovo in Kosovo. Vorrà dire che intanto verrà consegnato tutto il materiale sanitario con cui si è partiti, si ripasserà quando Giovanni e Federico arriveranno con il mezzo da San Quirino. La piccola escursione nel centro storico rivela una città pulita, dal verde accurato, le aiuole disegnate dai colori dei pansé piantati da poco, solenne, maestosa, lenta ma non pigra, dal respiro europeo che le conferisce il fiume magnificato dalle note di Strauss.

E’ l’occasione per dare un’occhiata alla cattedrale che contiene la reliquia della mano di Santo Stefano, ma anche per iniziare a socializzare e sapere cosa ha portato queste persone da tutta Italia a Sacile con la voglia di capire cosa stia succedendo nel cuore dei Balcani. Soprattutto perché, dopo 12 anni dalla fine della guerra e con il contingente Nato ancora presente, i serbi kosovari che avevano dovuto fuggire profughi nell’allora Repubblica federale jugoslava, non sono ancora ritornati nelle proprie abitazioni, mentre chi è restato nelle enclave viene pesantemente vessato. Si parte alle 11.30 per passare la frontiera tra l’Ungheria e la Serbia. I doganieri ungheresi fermano il furgone con gli aiuti, ma appena tra i documenti si accorgono del visto dell’ambasciata italiana in Kosovo, lasciano subito passare. La Serbia ci accoglie con grandi lacrime di pioggia, tutta la regione è coperta da nuvoloni scuri.

Le case ordinate e i verdissimi prati, che si erano susseguiti nella nazione dei magiari, lasciano posto a case basse e lunghe, dal tetto spiovente, povere, precedute da ritagli di piccoli campi e orti, dalle essenziali colture di sussistenza. L’autostrada scorre, rammendata da pezze discontinue d’asfalto che rendono meno fluida la guida dei mezzi. Una sosta in autogrill è l’occasione per Pasquale, 31 anni, occhi buoni e un sorriso disarmante aperto al mondo, di parlare della voglia che ha di entrare in Kosovo. “Non riesco a capacitarmi di come l’Italia abbia potuto partecipare nel 1999 ai bombardamenti sul Kosovo e sulla Serbia – spiega di fronte ad un piatto di carne -. Non è stata sicuramente un’azione da valutare positivamente, i bombardamenti sono una cosa orribile. Io non voglio condividere questo evento con la mia coscienza. Come italiano mi sento poi colpevole verso questa gente che ora sta soffrendo solo per resistere nelle case dov’è nata. Non devono spegnersi le luci su una situazione di cui l’Europa non vuole occuparsi, e di cui in Italia non si parla affatto, se non dividendo erroneamente in buoni e cattivi i popoli kosovaro albanese e serbo”.

La corsa in autostrada riprende nuovamente con Michael, la mascotte del gruppo, che afferra il volante del pulmino e parte alla guida da perfetto autiere. Il paesaggio della Serbia continua a scorrere dai finestrini del mezzo, i campi arati di fresco inframezzati da distese di coltivazioni smeraldine che si srotolano a perdita d’occhio senza soluzione di continuità, tranne che per alcune isole di vegetazione, dove degli alberi ancora spogli si concentrano attorno a una o due abitazioni rurali, vecchie, dal tetto rosso spiovente, affiancate da grigi fienili. Gli abitanti di questa regione sono molto poveri, si riconoscono dall’essenzialità delle abitazioni e dai colori stinti degli intonaci che si fondono con le tinte del pianoro. Fabio, il sacilese, fruga nella borsa, cerca una cartina per controllare il tragitto, poi afferra il telefonino, sembra preoccupato. “Le altre volte che ho affrontato il viaggio con il convoglio di aiuti – asserisce un po’ scuro in volto -, ho sempre avuto alla frontiera del Kosovo qualche inghippo, pur avendo i documenti regolari sempre a posto. Sono restato con i mezzi carichi di aiuti in sosta per ore, mentre le difficoltà si moltiplicavano. L’ultima volta, dopo aver portato dei medicinali all’ospedale di Silovo, la direttrice è stata denunciata per importazione illegale di farmaci. Ho paura che succeda anche stavolta.

E’ meglio che prima di arrivare avvisi l’ambasciata italiana a Pristina”. Il lezzo di letame rilasciato tra le zolle rivoltate della nera e fertile pianura serba arriva fin dentro il pullmino mentre, tra alcuni appezzamenti di prato, pascolano delle mucche dal manto fulvo. Davide T. e Guido parlottano assieme mentre Elisa, dal taglio di capelli sbarazzino, si impadronisce della macchina fotografica dell’altro Davide, e si scatena senza cessa negli scatti. Sebastien dorme quando non legge, o non se ne esce con una battuta immancabilmente sagace. Si prosegue in direzione sud, sullo sfondo cominciano a delinearsi delle creste basse di montagne. Dà un senso di pace questa campagna perfetta, appena appena antropizzata con garbo e rispetto verso la terra. Dovevano essere proprio così anche le nostre di campagne all’inizio del secolo scorso, prima di venire circondate e poi affogate nel cemento. Balle di fieno, campi verdi, campi arati, appezzamenti dove pascolano mucche e cavalli, e poi distese gialle di colza appena fiorita.

Ha smesso di piovere, il sole fa capolino dietro le nubi che si sono aperte e poi raccolte verso ovest per lasciarci correre tranquilli. Non c’è traffico in autostrada, ogni manciata di minuti passa una macchina, qualche camion. La prima significativa struttura in cemento armato, un centro commerciale, ci avvisa che siamo arrivati in una città, Novi Grad. Fa caldo, molti si tolgono il giubbotto, restano in maglietta. Si avvista, sul ciglio della strada, un banchetto dove sventolano vessilli serbi. I ragazzi vogliono scendere per comperare qualcosa. C’è una bandiera, con il simbolo dell’aquila bicipite coronata, ricamata particolarmente bene. Guglielmo se ne innamora all’istante, la vuole, ma l’anziano uomo del mercatino chiede una cifra folle, 50 euro. Gli occhi di Guglielmo si riempiono di delusione, e lui ribatte debolmente, perché quella bandiera vuole portarsela a casa. Si tratta.

L’uomo delle bandiere arriva a 30, i ragazzi aggiungono sopra uno scudetto con il simbolo della Serbia e così la bandiera resta nelle mani di Guglielmo. Ma l’affare deve averlo fatto proprio il serbo, visto l’entusiasmo e il grande sorriso che rivela la bocca sdentata, con cui afferra una bandierina e un portachiavi e li regala. Ancora strada, tanta, fino ad arrivare a Belgrado. La periferia mostra delle costruzioni carine, due tre piani, costruite con criterio, che sembrano posate con grazia sul territorio. La strada si fa più trafficata. Fabio, che conosce la città, indica alcuni edifici. La chiesa di San Sava, la più grande al mondo tra quelle ortodosse, il palazzo governativo, protetto da impalcature. Bombardato, non è mai stato ricostruito, monumento al dolore. Un tram rosso passa su un cavalcavia, mentre si intravedono e poi scorrono davanti vecchi palazzoni, enormi e grigi, retaggio dell’architettura sovietica favorita dal maresciallo Tito. Michael guarda curioso tutto, non ne vuole sapere di lasciare la guida, che oggi è affar suo. Ci lasciamo Belgrado alle spalle. Un po’ alla volta si abbassa la luce del giorno e sopravviene la sera. La scarsa illuminazione di Nis, città tranquilla e per niente pretenziosa, ci accolgono.

Fabio comunica che il Ministero della Sanità del Kosovo gli ha mandato una mail per chiedere la data di scadenza dei guanti sanitari in lattice. “Stanno accampando scuse – sospira – perché il convoglio porta aiuti nelle enclave serbe. Ogni volta è una solfa diversa”. Si arriva al bed and breakfast di destinazione con lo scuro, perché si fa fatica a trovarlo, è imbucato tra le viuzze strette della città. E’ una casetta carina, a due piani, di cui praticamente il gruppo ha requisito tutte le camere. Ha un piccolo giardino in parte lastricato, con una fontana i cui tubi, montati da un idraulico dalla tanto buona volontà, emergono sospesi dalla pozza secca. Anche le camere sembrano adattate in economia, con tubi che corrono lungo le piastrelle del bagno, i rubinetti troppo grandi per dei bacili veramente piccoli.

Ma il tutto è pulito, dimostra un’aria dignitosa, orgogliosa. Fabio avvisa di prepararsi per la partenza prima delle nove, orario in cui la corrente elettrica verrà staccata. Di fronte il piccolo alberghetto sta una casa lunga, alta due piani, dall’intonaco grezzo sberciato in più punti. Il muro denudato rivela della terra secca impastata con lo strame, dove si notano le teste di pali di legno portanti del pavimento del primo piano. Una fila di imposte di legno dagli infissi bianchi corre lungo il muro. Le tendine di pizzo ai vetri, la luce fioca dietro, rivelano che la casa è ancora abitata. Anche questa, come tante altre, povera ma dignitosa. Una dignità che accomuna i serbo kosovari nelle enclave del paese dei corvi, i quali non chiedono altro se non il diritto di continuare a vivere nella terra in cui sono presenti da secoli.

Lieta Zanatta

Il Programma del Viaggio

Fonte: http://messaggeroveneto.gelocal.it/cronaca/2012/04/29/news/il-viaggio-in-kosovo-dei-volontari-di-sacile-1.4438077

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